Il valore della Dottrina sociale della Chiesa

Chi si accosti alla politica, soprattutto se cattolico, non può farlo a prescindere da un consolidato bagaglio culturale appreso studiando sui libri. La cultura, infatti, è qualcosa di diverso dalla informazione: la prima nasce sui banchi di scuola e si consolida e si perfeziona nel corso degli anni sulla base delle proprie inclinazioni professionali; la seconda, invece, si apprende dalla lettura dei giornali. Ma la seconda rimane incompleta e debole se non è supportata dalla prima.

Oggi, purtroppo, per la grave crisi della istituzione scolastica, le cui responsabilità andrebbero seriamente e approfonditamente indagate, c’è poca cultura e molta cattiva informazione, a partire purtroppo dagli scranni parlamentari.

Quali sono allora le soluzioni?

Antropologicamente parlando non vedo molte soluzioni, anzi per dire il vero ne vedo una sola: ritornare alla Cultura con la C maiuscola. Quella, vale a dire, che rende ciascuno di noi libero e sicuro delle proprie convinzioni e che ci fa preferire, per esempio, la croce di Cristo alle zucche di halloween.

Se non fosse eccessivamente riduttivo per gli insegnamenti dei Pontefici, sarebbe da dire che l’attualità della dottrina sociale della Chiesa, in perfetta continuità con il bimillenario magistero ecclesiastico, riposa proprio sulla Cultura con la C maiuscola e sulla capacità di lettura del proprio tempo senza gli inquinamenti della informazione di parte.

Esiste un documento, a questo proposito, che conferma a posteriori, purtroppo, tutto questo. Si tratta della lettera enciclica «Rerum novarum» di Leone XIII del 1891, che ha dato l’avvio alla dottrina sociale della Chiesa.

In quel documento il papa metteva ben in evidenza i pericoli e le conseguenze che avrebbe avuto per il genere umano una traduzione dal piano teorico al piano pratico delle dottrine socialiste e comuniste. Ma quanti uomini del suo tempo lessero e compresero quella enciclica. La Storia, come sappiamo, alcuni decenni dopo ha dato ragione a Leone XIII. Ma quanti morti! Quante sofferenze!

Ai papi, ai Vescovi, alla Chiesa Cattolica non piace avere ragione dopo contando i morti; piace avere ragione prima salvando le vite, quelle vite che accoglie tutte come dono di Dio.

Ancora un papa, Paolo VI, nel 1967 metteva in guardia il mondo contro lo sviluppo iniquo e che anzi, come scriveva nella «Popolorum progressio», non si sarebbe nemmeno potuto parlare di sviluppo se questo non avesse riguardato tutto il genere umano.

La recente crisi economica mondiale ha dimostrato ancora una volta la drammatica condizione e fragilità dell’uomo e dei suoi sistemi di fronte ai grandi avvenimenti della storia solo apparentemente imprevedibili, ma che sconvolgono la vita di centinaia di milioni di persone.

Quel richiamo forte e fermo di Paolo VI, «lo sviluppo è il nome nuovo della pace», attende ancora di essere accolto.

Oggi, poi, l’attuale pontefice Benedetto XVI, superate alcune ingiustificate e prevenute diffidenze iniziali con la pubblicazione della sua prima lettera enciclica «Spe salvi», si è imposto con la sua dottrina all’attenzione del mondo divenendo un punto di riferimento irrinunciabile.

Ecco perchè ogni qualvolta si preannuncia l’uscita di qualche importante documento pontificio di Benedetto XVI, o anche qualche suo libro, la curiosità e l’attesa, soprattutto da parte del mondo della cultura, cresce. Perchè ormai è diffusa la consapevolezza, così come avveniva per Paolo VI, di ascoltare è leggere da papa Ratzinger cose sempre nuove e mai scontate; e perchè la Cattedra di Pietro rappresenta oramai una delle ultime fiammelle di luce e di cultura rimaste ancora accese nel mondo, dove tutto o quasi è finalizzato e direi sacrificato per creare nuove ricchezze, a tal punto che neppure il timore per gli imminenti pericoli denunciati dagli scienziati sulla salute del pianeta è riuscito a produrre un minimo di ravvedimento tra i potenti della Terra (leggi Copenaghen).

Papa Ratzinger nella sua ultima enciclica, «Caritas in Veritate», sulla dottrina sociale della Chiesa, ha tracciato, in perfetta continuità con i suoi predecessori, le linee guida per ristabilire una esatta gerarchia dei valori ponendo al centro di essi la persona. Ma non si è fermato qui! Egli ha infatti proposto, come già aveva fatto Giovanni XXIII, la Istituzione di una Autorità politica mondiale che, come ha scritto il papa, «dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità (Caritas in Veritate, n. 67)».

L’augurio è che, contrariamente a quanto avvenuto per Leone XIII e Paolo VI, i potenti della Terra non solo leggano questo importante documento, ma lo facciano anche proprio e che si possa finalmente dire che la Chiesa ha avuto ragione prima e non dopo.

Quale futuro per la politica?

Mi interrogo sovente su cosa oggi la politica sia in grado di dare a chi decide di impegnarsi come parte attiva nella società.

La rivoluzione socio-politica degli inizi degli anni Novanta ha destabilizzato non tanto lo scenario dell’epoca (le giovani classi erano già formate e fortificate sulla base delle vecchie ideologie) quanto gli anni avvenire in maniera profonda e assai preoccupante.

L’idea della politica che oggi si ha è che, purtroppo, sia diventata un mestiere al pari di altri, cui ripiegare da parte dei tanti, troppi, nulla facenti che si ritrovano adulti senza professione, cultura e quant’altro, e che si riscoprono, folgorati anch’essi sulla via di Damasco, interessati al governo della cosa pubblica; se poi aggiungiamo che tale mestiere è assai remunerato e prestigioso allora l’illuminazione è totale. E così vediamo le aule dei consigli comunali e provinciali affollati da una eterogenea fauna di giovinotti di buone speranze che, tra un grossolano errore di grammatica e di storia, un congiuntivo di meno e un condizionale di troppo, una frase-fatta, ricca di pathos e colma di demagogia, letta anzi ascoltata chissà dove e citata a casaccio, sgomitano affannosi per conquistare un posto a quell’ormai tiepido e pallido sole che la politica odierna sa dare. Per fortuna questi parolai politicanti, ma non politici, non sono ancora la maggioranza ma, avendo il fortunoso consenso di un elettorato sempre più distratto, scoraggiano chi vorrebbe e potrebbe dire qualcosa di più costruttivo.

In vero non è che l’immagine che proviene dalle sedi istituzionali più prestigiose sia assai migliore! La realtà locale è solo microcosmo di quella nazionale. Basti pensare all’ indolenza che serpeggia nelle sedi regionali o a ciò cui assistiamo nelle prestigiose aule istituzionali del nostro Parlamento.

Di tanto in tanto sfugge al filtro assai minuto e scrupoloso delle redazioni televisive (il termine censura dicono sia anacronistico in uno Stato democratico di informazione libera ma è, in vero, l’unico che rende assai bene il concetto) qualche immagine poco edificante dei nostri più alti rappresentanti che, tra baruffe, insulti, ceffoni e urla si destreggiano, dicono, nell’assai nobile e antica arte della politica.

Già, arte! Chi ha avuto la fortuna, per motivi anagrafici, di vivere nella cosiddetta prima repubblica ha imparato che la politica è davvero un’arte, forse la più nobile e, come tale, è espressione dell’ingegno più alto e illuminato: l’arte del dialogo, della capacità di coagulare ideologie diverse nel comune interesse al bene sociale che, talvolta, assurge ai ranghi più nobili di “scienza del possibile”.

Una politica fatta da uomini le cui gambe hanno sorretto e affermato grandi idee e dottrine. Un servizio al di sopra di ogni interesse personale, in favore e per conto di tutte le classi sociali, dalle più indigenti alle più agiate.

Il sistema pentapartitico che ha governato negli ultimi quindici anni circa della prima repubblica non era nato come il frutto di inciuci nella logica di una spartizione partitistica di affari e poteri, ma piuttosto come la volontà di coagulare e dare espressione a tutte le più eterogenee ideologie e culture, dalla liberale, al socialismo, a quella cattolica-democratica in cui la società si identificava. Semmai è degenerato in seguito.

La realtà di oggi appare assai diversa. Il panorama politico si presenta diviso in due schieramenti contrapposti, calderoni delle più variegate correnti di pensiero, impossibilitati per costituzione a stare insieme e trovare un trait-de’ union, ma che soggiacciono ad una forzata convivenza, di fatto alchimia di ideologie senza identità che genera solo un’imbarazzante confusione. Consentitemi l’irriverente paragone con quelle coppie separate ma conviventi per amore dei figli. Con le giuste analogie, in questo caso i figli saremmo noi elettori che ben volentieri faremmo a meno di questa forzata innaturale convivenza, di questo sacrificio che nessuno ha mai chiesto.

Ho sempre pensato che a ogni grande movimento, coalizione o partito, debba corrispondere una delle grandi culture su cui si è costruita la storia del nostro Paese. Ma ciò che oggi traspare dal panorama politico genera solo confusione e smarrimento. Non esiste più l’orgoglio dell’appartenenza partitica, né ideologica; si avverte la mancanza di leader, sapienti e saggi, lungimiranti e forti; una crisi umana oltre che di pensiero.

Mi chiedo perché sussista ancora il timore a riaffermare quelle antiche dottrine, fondamento del nostro sistema politico, cancellate, ma mai sopite, con la violenza delle indagini giudiziarie sotto l’egida di un ordine autonomo dello Stato.

Possono cambiare i vecchi partiti, ma non le culture di cui quei partiti sono stati espressione. Si sente il bisogno forte e sempre più crescente di ritornare ad una politica aperta a tutti, non espressione elitaria di un potere economico che diviene pertanto potere politico, ma voce e rappresentanza di tutti i frammenti di una società equilibrata e omogenea. All’ombra di quali ideologie le nuove classi di oggi dovranno formare il loro bagaglio culturale?

La politica è ancora servizio per la società? È ancora arte nobile?

A questo in vero non so rispondere. Chi come me si è formato in un contesto dove la mediazione ed il dialogo hanno permesso punti d’incontro tra culture diverse, non trova elementi validi che gli permettano un’analisi attenta e serena. Quello che so è che la stagnante situazione attuale porta di fatto alla paralisi politica, un lusso che questo Paese oggi non può certamente permettersi.

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