L’etica delle relazioni interpersonali

I sentimenti di sgomento, preoccupazione, paura sono comuni tra quanti si pongono in ascolto dei comportamenti degli adolescenti e dei giovani in questo tempo che siamo chiamati a vivere. Ci si chiede perché tanta violenza, cos’è successo rispetto solo a una decina di anni fa, soprattutto “di chi è la colpa”.

Ecco, porre le cose nei termini di ricercare le colpe non serve, non porta ad alcun risultato utile. Ma non serve nemmeno dire che è per la complessità dei cambiamenti in atto nella cultura, nell’economia, nella tecnologia. La sola parola “complessità” genera confusione e crea solo alibi. Buoni proprio per tutti.

Davanti alle giovani generazioni occorre interrogarsi per individuare le loro fragilità, gli aspetti della loro personalità che sono rimasti sottosviluppati e studiare i modi per farli evolvere in tutti i luoghi e contesti di vita, famiglia, scuola, oratorio, centri sportivi, stadi di calcio, fino, addirittura, alle aggregazioni politiche.

Per insegnare loro cosa?

L’etica delle relazioni interpersonali, quella che fa riferimento non ad ideologie di parte o filosofie assolutistiche, ma alla conoscenza profonda dei bisogni umani relazionali.

Dalla psicologia che si fonda su osservazioni dirette della costruzione e rottura dei legami interpersonali e delle loro conseguenze giungono contributi concreti che indicano a tutti i sentieri da percorrere per promuovere l’alta qualità delle relazioni umane, per promuovere la cooperazione interpersonale e quindi la pace.

Sono stati individuati (Erskine, R. 2007) otto princìpi: la tolleranza, l’umiltà, la compassione, la coscienziosità, la curiosità, la grazia, la creatività e l’ottimismo.

La convinzione che nella scuola non bisognasse educare ai valori ma solo insegnare le “tecniche” – i valori li doveva insegnare la famiglia – ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza e la sua potenza diseducativa ad esempio nei corsi di educazione sessuale nelle scuole, che hanno avuto come unico obiettivo insegnare la contraccezione e introdurre le pratiche abortive, anziché insegnare ad amare, come costruire un amore che duri, magari, tutta la vita. Educare agli 8 princìpi appena accennati è educare ai valori su basi scientifiche, non certo ideologiche o fondamentaliste.

Nessuna paura di dire la verità. Nessuna paura della vita, nelle sue tante espressioni. Nessuna paura di smettere di fare gli amici dei figli e assumere il ruolo genitoriale. Nessuna paura di dire dei “no” se detti secondo quegli otto princìpi. Nessuna paura di fare anche nella politica un salto di qualità e passare dalla logica del voto di scambio alla logica educativa della popolazione. Che cambiamenti ne sortirebbero!

Quale rinnovamento della classe politica, se si permettesse a quanti hanno sviluppato competenza e umanità di progettare in modo coscienzioso, creativo, aperto al confronto, umile, compassionevole.

La fine delle ideologie ha lasciato un vuoto che ha bisogno di essere colmato da una nuova progettazione dei rapporti tra le persone fondata sul rispetto dei bisogni relazionali di ogni uomo, uguale in tutte le culture, le etnie, le religioni, le formazioni sociali.

 

Isabella Nuboloni

 



  1. Giuseppe Sbardella mercoledì 4 marzo, 2009 - 09:06

    Isabella, condivido pienamente e cercherò di ricordare sempre gli otto principi.

    Cari salut

  2. Renato Pizzini giovedì 12 marzo, 2009 - 12:18

    Gentile Dottoressa,
    Grazie tantissimo! Ho letto il suo articolo e l’ho trovato davvero bello, molto bello.
    Utile anche per chi, come papà, qualche volta deve dire di no, nel rispetto, auspicabile, degli “otto princìpi”, certamente nell’ “ossequio” di quello che sembra il più …importante di tutti: il principio di grazia (se potessi, metterei la maiuscola!)
    Cordialmente, colgo l’occasione per porgerLe i miei migliori saluti
    R. Pizzini

  3. Sam Cardell domenica 15 marzo, 2009 - 23:27

    Sto analizzando e in parte “curiosando” perché un amico mi ha invitato a “dare un’occhiata”.
    Si può acconsentire al testo in linea di massima, anche se, a questo, manca l’essenzialità: il come procedere e su quali principi e valori inglobare il discorso.
    L’elencare principi indicandoli con il solo lemma consente il personalismo, proprio quello che poi travalica nell’individualismo egocentrico.
    Perciò si è al punto di partenza.
    L’esempio sulla sessualità nella scuola è calzante, ma è pure deviante.
    La scuola pubblica è un organismo civile, non morale e religioso; perciò ciò che si insegna sul sesso può essere sì criticato, ma non condannato. Diverso sarebbe se insegnasse l’amore coniugale.
    Il concetto di “amare” nasce proprio nella famiglia, ma troppi lo scambiano per rapporto sessuale. Dunque non bisogna poi meravigliarsi affatto se la scuola insegni la modalità pratica attuativa e contraccettiva, visto che la famiglia non è neppure in grado di farla concepire e demandi ad altri, la società, il compito che non sa fare.
    La società, di riflesso, è la composizione di innumerevoli famiglie che non sanno procedere nel loro fondamentale ruolo: l’educare nel far crescere. Perciò è ovvio che sappia solo produrre, con la scuola, proprio solo quella modalità tanto vilipesa che non è il massimo, ma sempre il meglio di niente.
    Pure la Chiesa indica i suoi modi contraccettivi, pur se diversi da quelli della scuola.
    Vi sono pure le scuole cattoliche e gli insegnanti cattolici nella pubblica; e questi hanno un compito morale, oltre che sociale, di essere docenti.
    Tuttavia il discorso non può essere liquidato con poche parole, né con un post succinto; serve una cultura specifica approfondita e un pragmatismo operativo di lungo corso: in pratica un programma.
    Il saper produrre non sempre collima col saper pensare, perciò il pensiero deve essere dettagliato e mai generalizzato e aleatorio.
    L’elencare le linee generali ideologiche è un relativismo pratico che dimentica sia l’eziologia del problema, sia la gnoseologia procedurale, che porta prima alla conoscenza dettagliata e poi allo sviluppo.
    Essendo solo un commento credo che … basti.