Problemi (veri e falsi) della scuola italiana

In questi giorni sono stati diffusi i dati statistici relativi alle scelte compiute dai genitori che hanno iscritto i loro figli alla prima classe della scuola primaria per il prossimo anno. Da questi dati è risultato che soltanto una piccola parte (intorno al 5-6 %) ha scelto la figura del maestro unico con tanta veemenza proposta dal ministro nei mesi scorsi. La gran parte dei genitori ha, invece, optato per le forme di organizzazione didattica già consolidate negli anni scorsi.
L’interpretazione dei risultati raccolti dal ministero non deve condurre semplicemente alla constatazione di una sostanziale “bocciatura” della politica governativa per la scuola, come forse i più malevoli osservatori tenderebbero a fare. Tutti sanno da tempo che il ritorno alla situazione di un passato ormai lontano (immortalato anche in stampe d’epoca ritraenti maestre e maestri alla cattedra davanti a classi numerose di bambini allineati nei banchi ed intenti a svolgere i compiti su libri e quaderni) non è ciò che ci vuole oggi per superare la crisi del sistema formativo; e lo stesso governo non ha fatto granché per nascondere che la finalità del ritorno al maestro unico in realtà è solo economica, in vista di una graduale riduzione delle spese correnti.
La soluzione è, ovviamente, del tutto inadeguata; anche se, in presenza di un orientamento dei genitori propenso ad accogliere l’indirizzo ministeriale, fosse stato possibile ridurre il numero degli insegnanti nelle scuole primarie, adottando per giunta un modulo orario che riduce il tempo scolastico, il guadagno economico si sarebbe comunque tradotto in una grave perdita sul piano pedagogico.
Si dice, specialmente da parte di chi sostiene la validità del maestro unico (ma perché parlare sempre al maschile, visto che maestri non ce ne sono quasi più?), che il bambino ha bisogno di una figura di riferimento; questo è vero, ma può accadere che la figura di riferimento, se unica, non riesca a corrispondere, soprattutto sul piano affettivo, ai bisogni del bambino, facendo rimpiangere la possibilità di una molteplicità di figure che, pur meno presenti, possono offrire al bambino una più equilibrata gamma di sentimenti, affetti e significati. La situazione scolastica non permette quella sintonia affettiva che può svilupparsi in contesti meno formali, e in primo luogo nella famiglia; volere che questo avvenga significa non rendersi conto di un fatto basilare e di buon senso. In generale, anche questo è risaputo, nella scuola è bene evitare il rischio che tra insegnanti e allievi si verifichino “incompatibilità” caratteriali che possano pregiudicare i risultati anche sul piano cognitivo. Questo mi sembra un motivo più che valido per preferire un modulo articolato con più insegnanti.
Eppure, il punto vero della questione non deve essere la discussione tra i vantaggi e gli svantaggi del maestro unico o del modulo con più insegnanti (a prescindere, poi, dal fatto, anche questo documentabile, che venticinque anni fa, quando si cominciò a progettare il “modulo” – tre insegnanti su due classi – una delle sollecitazioni fu pure di carattere economico e sindacale: bisognava rimediare alle conseguenze della contrazione demografica e alla scomparsa di migliaia e migliaia di sezioni in tutte le scuole del Paese).
Il problema vero è che la spesa per la pubblica istruzione è da sempre “spesa corrente”, vale a dire che va a finire nel pagamento dello stipendio agli insegnanti, senza margini per l’arricchimento strutturale della didattica. Non si investe per migliorare la qualità dell’insegnamento e nemmeno per mettere gli insegnanti nelle condizioni di andare al di là del solito insegnamento cattedratico, “libro+quaderno+lavagna”; si è ancora ben lontani, nel nostro Paese, dall’adozione sistematica di quelle metodologie d’insegnamento basate sulla valorizzazione della ricerca e, in genere, dell’iniziativa individuale e di gruppo da parte degli allievi stessi.
È qui che sta l’urgenza del nostro tempo: la scuola italiana è povera; mancano le attrezzature e quelle che pur sono presenti non sempre ricevono le giuste valorizzazioni; si spendono soldi in “progetti” che lasciano il tempo che trovano, tra l’altro utilizzando male anche i fondi dell’Unione; si lasciano gli insegnanti da soli a fronteggiare problematiche giovanili sempre più gravi (il bullismo, la crescente sensazione del diffondersi nella popolazione in età scolare di “disturbi dell’apprendimento” e di alcune forme di nevrosi), quando invece occorrerebbe davvero investire in una formazione efficace rivolta agli stessi formatori (ancora oggi, nella maggior parte dei casi, gli insegnanti italiani entrano nella scuola senza aver ricevuto una formazione psico-pedagogica sistematica), dotando contestualmente ogni scuola di laboratori per le esperienze scientifiche (l’informatica non basta), di biblioteche, di sale attrezzate per le arti, sul modello di quei sistemi formativi che risultano essere i più solidi, almeno sul piano dell’organizzazione scolastica e della trasmissione culturale.
L’azione politica dovrebbe sollecitare il governo e l’opinione pubblica a discutere senza pregiudizi queste problematiche, lasciando perdere prese di posizione ideologiche inadeguate ad affrontare con la concretezza necessaria le sfide della realtà presente.

Prof. Furio Pesci



  1. Remo Caglini martedì 24 marzo, 2009 - 19:36

    Gentile Professore,
    ho fatto leggere il Suo commento a mia moglie insegnante nelle scuole media superiori in un Istituto (Liceo?) professionale.
    Condivide in pieno le tue considerazioni.
    Da parte mia aggiungerei, da quasi profano, che la scuola deve ricominciare ad essere libera da strani vincoli. Ne vogliamo citare alcuni, anche a scopo provocatorio.
    Innanzitutto perché molti presidi (ora si chiamano dirigenti scolastici…) iniziano i Consigli di classe di fine anno esortando (ma è proprio una esortazione o non una minaccia?) gli insegnanti a non bocciare molti alunni (anche se lo meriterebbero) altrimenti rischiano il loro posto di lavoro per l’impossibilità di avere, nell’anno scolastico successivo, un adeguato numero di classi?
    Inoltre Le pare giusto che un alunno che insulti una insegnante (“lei è una fallita”) non possa essere subito espulso e sospeso, ma vada prima convocato un Consiglio di classe ad hoc per decidere tutti insieme (docenti, famiglie e alunni) la punizione da comminare?
    Aggiungo ancora, perché le famiglie si schierano sempre con i figli, anche se delinquenti? forse perché anche a loro non interessa la conoscenza ma solo il diploma? Non è forse giunto il momento di ripensare la presenza delle famiglie negli organi scolastici?
    Infine che senso ha il 5 in condotta (e perché no ai voti sotto il 5?) quando talvolta il 5 alza addirittura la media?
    Vorrei tanto sentire il Suo parere e quello di altri insegnanti.
    Grazie per la possibilità di scrivere su questo sito.

  2. Furio Pesci domenica 29 marzo, 2009 - 17:23

    Cari Amici,
    penso che le vostre osservazioni siano un segno evidente ed emblematico della condizione di vero e proprio malessere in cui gli insegnanti si trovano a svolgere il loro lavoro in Italia, spesso accusati ingiustamente di lassismo, scarsa professionalità, disimpegno, ecc. Ed anche delle difficoltà delle famiglie nel loro rapporto con la scuola in un’epoca in cui l’intera società italiana sembra attraversata da una conflittualità quasi permanente, a tutti i livelli.
    Forse, la riduzione di questa conflittualità diffusa, attraverso una reciproca attribuzione di nuova fiducia da parte di tutte le categorie sociali in vista del bene comune è tra le più urgenti esigenze del nostro Paese.
    Con questo commento non voglio occupare altro spazio, rispetto a quello già occupato dal mio articolo, ma aggiungere semplicemente che, da un lato, sono contento se questa iniziativa potrà raccogliere altre testimonianze come questa vostra, dall’interno della scuola, e che, dall’altro, si possa avviare una concreta discussione sulle priorità del sistema scolastico e universitario nella prospettiva di riforme organiche – proprio quelle che certa politica, negli ultimi anni, è riuscita a realizzare solo parzialmente e tra mille contraddizioni.