Ieri mattina, parlando con un caro amico di diverse questioni, lui mi ha citato una frase di Einstein di cui riporto il senso: “Non si possono risolvere i problemi utilizzando gli stessi pensieri che hanno dato origine ai problemi“.
Questa frase ha provocato in me la seguente riflessione.
Secondo il parere degli economisti più liberi dai “poteri forti” nazionali e internazionali, l’attuale crisi finanziaria ha avuto origine principalmente da un modello culturale basato sulla massimizzazione del profitto individuale a scapito del bene comune, su una visione dei problemi e delle soluzioni basata solo sul breve termine, sullo stimolo a dare la priorità al consumo incessante di beni individuali ed effimeri piuttosto che di beni necessari e “solidi” (istruzione, relazioni ecc..), più utili in una visione a medio-lungo termine.
Se questi sono i motivi della crisi, non si può pensare di risolverla con gli strumenti finora ideati nei vari G8, G20 ecc., ossia con sostegno alle banche, soldi alle famiglia, difesa ad oltranza di tutti gli investitori finanziari (compresi quelli che, con comportamenti scorretti, hanno dato origine alla crisi).
Infatti, se la liquidità che sarà immessa nel sistema verrà usata dalle imprese e dalle famiglie rispettivamente per produrre e consumare i soliti beni da “consumismo”, forse si riuscirà a sollevare il mondo dalla attuale crisi, ma staremo già finanziando quella prossima ventura.
Mi domando e vi domando se il problema sia proprio nel voler usare, come diceva Einstein gli stessi pensieri che hanno dato origine alla crisi, senza cogliere la necessità di cambiare parametri di riferimento.
Molto spesso i componenti dei vari G8, G20 ecc, soggetti alle forti pressioni delle lobbies (finanziarie, petrolifere, dei media ecc.), non possono fare altro che ideare provvedimenti che non entrino in conflitto con gli interessi di quest’ultime…. ma bisogna andare oltre!
Forse occorrerebbe cambiare proprio la prospettiva e riflettere sulla possibilità di dare spazio a meccanismi di sviluppo diversi da quelli finora ideati ed attuati, che ci hanno portato a crisi continue di cui alcune profonde a distanza ravvicinata.
Perché non pensare a meccanismi che favoriscano uno sviluppo ecosostenibile, rivolto a stimolare il consumo prioritario dei beni solidi e necessari (con un’ottica planetaria), e solo successivamente di quelli effimeri, privilegiando una cultura della pubblicità che stimoli un consumo certamente libero ma anche responsabile verso se stessi e verso la società?
Certo che questa impostazione presuppone la visione dell’uomo non come individuo solo materiale ed “oeconomicus” ma come “persona” che si realizza moralmente e materialmente entrando in una relazione costruttiva con la comunità che gli sta intorno (e che, di questi tempi, arriva ad essere una comunità globale).
Che ne pensate? Quelli appena descritti sono solo “titoli” di un discorso che andrebbe approfondito.





Vorrei segnalavi che è sempre più elevato il numero degli economisti indipendenti che aderiscono alle teorie che pongono la felicità come fine dell’attività economica e che indicano con fermezza la ecosostenibilità delle politiche economiche come una paletto inderogabile per il benessere delle future generazioni.
Cari saluti e complimenti per il nuovo sito.
Carlo
Non sono d’accordo.
Le persone devono essere libere di consumare quello che vogliono con i loro soldi e le imprese libere di produrre quello che ritengono più profittevole.
Altrimenti cadiamo nel collettivismo socialista e usciamo dall’economia di mercato
Ciao, Giuseppe.
Come vedi ci … sono.
Siamo nel capitalismo globalizzato e se non si sostengono i “giusti e gli ingiusti” il sistema fa default.
Perciò il rinforzo attuale all’economia è inderogabile e irrinunciabile. Diversamente fabbriche e uffici chiusi e tutti a … casa.
Ora serve innanzitutto puntellare e sostenere, poi procedere con correttivi al mercato e all’economia.
Una casa può essere obsoleta, ma se c’è solo quella è ovvio che o si stia sotto le stelle, oppure si cerchi di tenerla in piedi procedendo nelle rettifiche necessarie.
Il farlo non preclude l’avere le idee già chiare in merito; ma questo è il problema e il limite attuale.
Come procedere? Con un capitalismo democratico e non selvaggio, che però ha già evidenziato con le teorie keynesiane i suoi immensi limiti, oppure puntare su un nuovo modello sociale, e di conseguenza economico e finanziario, per il quale ci vorrà molto tempo?
Il dibattito è aperto e tu sai già come la penso, comprese le modalità operative e i correttivi pratici, perciò non solo teorici e ideologici.
Però la realtà attuale è quella che è, considerato che, oggi come oggi, non si sa neppure quanto il sistema reggerà e come ne uscirà.
Un’ultima considerazione sulla libertà delle imprese e del cittadino di fare con i propri soldi quello di cui meglio credono, come sostengono molti.
È un concetto usato e abusato di libertà e di mercato.
Ciò non significa che sia vero, perché l’operatività collettiva e individuale è rapportata e vincolata a sollecitazioni esterne.
Portando tutto al paradosso si potrebbe affermare che le imprese possono produrre perfette camere di combustione per permettere al cittadino di bruciare i loro soldi, perché questo esige il mercato e la libertà individuale.
Su, siamo seri e razionali, pur senza sfociare nell’economia socialista e massimalista di mercato da tempo … fallita.
Egregio sig. Caglini, sono d’accordo con lei che la libertà di scegliere i propri consumi è sacrosanta e va difesa, ma è libertà quella di cambiare cellulare ogni 6 mesi, di cambiare l’automobile ogni 3 anni, di spendere centinaia di euro in beauty e cosmesi, quando si fa fatica ad arrivare a fine mese per quanto riguarda i consumi essenziali?
Diciamoci la verità, non è vera libertà, siamo sempre di più etero-diretti da forme di pubblicità martellanti, subdole e subliminari che stanno pesantemente influenzando le scelte di noi adulti, per non parlare dei più giovani.
Se non abbiamo l’ultimo cellulare uscito, o una macchina sempre nuova o non siamo belli e muscolosi ci sentiamo a disagio.
La vera libertà si esplica nella capacità di fare scelte che attuino in pieno la nostra responsabilità contemporaneamente verso noi stessi, verso gli altri e verso la natura.
Forse una delle libertà che andranno sempre più scoperte e tutelare in questo XXI secolo sarà la libertà dalla pubblicità… allora il mercato funzionerà nella maniera corretta al servizio non solo del bene individuale, ma anche di quello comune.
Caro Sam. condivido quello che dici, occorre saper pensare lungo, ipotizzando un nuovo modello di sviluppo e, contemporaneamente, rimettere in moto l’economia. Ma mi sembra che purtroppo gli sforzi vadano solo sul secondo corno del dilemma lasciando ad un ipotetico “dopo” il primo corno.
Perché ad esempio invece di lanciare un programma casa che sfocerà in un indulto anticipato, non usiamo quei soldi per “finanziare” le famiglie con anziani da accudire a casa?
Per i 50 – 60 enni il problema dei genitori anziani sta diventando soffocante umanamente e finanziariamente. Perché non permettere alle famiglie che assumono (secondo le regole, non in neri…) badanti (…italiani, non per razzismo, ma perché i nostri giovani devono capire l’importanza e la dignità del “lavoro di cura”) di detrarre in maniera consistente (non il solito 19%…) le spese sostenute per la assistenza agli anziani in famiglia?
Si creerebbero posti di lavoro e si farebbe un servizio alle “persone” degli anziani, a quelle dei figli e a quelle dei lavoratori.
Ecco un esempio di cosa intendo per vero “personalismo” e per “Persona è futuro”.
Dobbiamo avere la creatività per rimettere in moto l’economia usando idee e strumenti nuovi ma efficaci.
Ciao, un abbraccio
Ogni tanto, Giuseppe, non solo mi tiri per la … giacca, ma pure per i … capelli.
La domanda che mi fai dovresti rivolgerla al Governo e alla Maggioranza. Come sai sono solo un analista indipendente; perciò né Governo, né maggioranza.
Detto questo mi posso bonariamente azzuffare dialetticamente con te, anche se la lotta sarebbe impari.
Cercherò, comunque, di calarmi nei panni del Governo e non solo in quello per risponderti.
In Trentino/Alto Adige chi se ne sta in casa ad accudire all’anziano genitore o parente riceve dalla Regione il suo bello stipendio per il lavoro che fa. L’unica differenza è che il Trentino/Alto Adige è a statuto autonomo e molte altre regioni no. Un anziano in una struttura apposita (case di riposo o di serenità) costerebbe alla regione/provincia/comune molto di più e non avrebbe lo stesso amorevole trattamento del familiare, oltre ad essere sradicato dal suo habitat.
Ciò significa che il federalismo lassù è decenni che esiste con il risultato pratico che la maggioranza delle tasse pagate dai cittadini rimane in loco.
Ciò non è “egoismo, né razzismo”, come alcuni esponenti della Gerarchia ecclesiale tacciarono il progetto federalista pensato dal Gruppo di Milano di Miglio anche se la stragrande maggioranza degli estensori erano cattolici (che per inciso valevano culturalmente molto di più dei prelati), ma un modo significativo di radicalizzare la politica al territorio.
Se, nella stessa regione, un imprenditore volenteroso dimostra che ha un progetto valido per produrre ricchezza e occupazione, la Regione contribuisce sull’impianto strutturale anche fino all’80% del costo a “fondo perduto”.
In un’altra regione autonoma, la Valle d’Aosta, esiste un supporto all’economia diverso, ma comunque sempre di sostegno importante; non per nulla è la regione a maggior reddito pro capite.
Nessuno si sogna di tacciare le due regioni citate di egoismo o di razzismo. Ciò nonostante sono regioni che funzionano molto meglio di altre.
Detto questo capisci che il problema dell’anziano non appartiene solo a te, ma pure a molti altri. Fermo restando che la maggior parte degli “eredi” preferisce “disfarsene” addossandoli alla struttura pubblica onde essere liberi e non condizionati da impegno continuo. E anche questo è personalismo spiccio!
Il problema non è quindi solo quello di finanziare la spesa, ma quello di educare la prole a provvedere con amore alle incombenze di chi li ha allevati e “impiantati” pure (di norma) di casa, mobili, auto e … portafoglio.
Il “programma casa”, come tu dici, deve essere totalmente svincolato da quello dell’assistenza per molteplici ragioni.
Difatti l’assistenza generalizzata pubblica, diretta o tramite deducibilità fiscale completa, incide in economia molto marginalmente e può coinvolgere solo una parte ristretta di addetti ai lavori.
L’edilizia, invece, sia quella residenziale che in opere strutturali, ha un campo operativo molto più vasto e muove miliardi di €. Basti pensare al costo del Ponte di Messina o di quanto costa il mattone al m2.
Se ne deduce che l’impatto al volano dell’economia reale è molto più vasto, perciò maggiormente idoneo a produrre ricchezza.
Pensa solo a quante persone lavoreranno al Ponte per anni e paragonale a quelle che possono lavorare nell’assistenza agli anziani. Il prodotto cambia e con esso l’economia dell’indotto.
Ben si può comprendere, dunque, la priorità che l’attuale maggioranza, a supporto dell’economia contro la recessione, dà alla cantieristica pubblica o privata.
Il problema, come tu sai seguendo abitualmente i miei articoli, si riduce quindi alla scelta procedurale, la quale è vincolata a determinate correnti di pensiero economico.
Da tempo mi batto contro le teorie keynesiane perché le ritengo inefficaci nel lungo periodo. Ma se il Governo intende portarle avanti questo è pure un problema democratico e un diritto della maggioranza, democraticamente eletta, di procedere secondo come meglio crede. Il che non significa fare il proprio comodo.
Chi la pensa diversamente non deve solo contestare o produrre settoriali rimedi da pannicello caldo, ma un vero sistema alternativo di lavoro inglobato in un progetto generale completo. E se non lo si fa si ha solo torto, perciò si fa pura demagogia e populismo.
Pure questo, Giuseppe, è personalismo spiccio; che però deve essere catalogato come individualismo egocentrico.
Intendo sempre “costruire” con tutti nel dialogo fattivo e produttivo, a qualsiasi schieramento la controparte appartenga; ma per dialogare e confrontarsi bisogna essere almeno in due.
Di norma ci sono sempre riuscito, perché sono aperto e disponibile a vedere, modificare e correggere secondo le esigenze e il diritto altrui. Forse anche per questo ho molti lettori e un target elevato.
E quando vedo, pur privatamente, che certe idee sono state recepite e portate avanti non mi sento un Dio in terra, ma solo uno che ha svolto, gratuitamente, il suo dovere di cittadino usando i talenti che il buon Dio gli ha dato in usufrutto per il bene comune.
Ciò detto, forse pure questo lo puoi catalogare come vero e produttivo “personalismo”.
Grazie di cuore, Giuseppe, con l’abituale fraterno abbraccio.
Ciao Sam,
grazie del commento, cercherò di darti i miei commenti a flash, per evitare di prolungare un batti e ribatti che, alla lunga potrebbe infastidire i lettori.
D’accordo con te sull’importanza delle Regioni autonome. Il problema è il substrato culturale e la mentalità dei cittadini, anche la Sicilia è una Regione autonoma.
Sono anche d’accordo con te che gli anziani, per il bene delle loro persone e di chi li accudisce, nonché per quello delle casse pubbliche, è bene che passino la loro vecchiaia in famiglia (laddove esiste….).
Ancora sono d’accoro che investimenti in infrastrutture o programmi tipo quello sulla casa fanno da volano all’economia più di un finanziamento alle famiglie per assistere gli anziani.
Ci muoviamo peraltro sempre in una ottica che vede il PIL come strumento di controllo dello sviluppo economico tralasciando altri strumenti che sono stati realizzati da altri economisti (vedi il premio Nobel Amartya Sen e tutti quelli della scuola dell’economia della felicità) per accertare non solo lo sviluppo globale in termini monetari ma anche quello in termini di aumento della felicità personale e di ecosostenibilità.
Ma il discorso è troppo lungo, dovremo farlo prima o poi a voce…
Ciao, un abbraccio