Intervento di Savino Pezzotta
All’Assemblea dell’Unione di Centro, 3 Aprile 2009
Care amiche, cari amici,
come voi ho seguito con molta attenzione l’intervento dell’amico Cesa a cui devo riconoscere la puntualità con cui ha affrontato le questioni che abbiamo davanti. Vorrei però valorizzare alcuni aspetti del percorso che abbiamo compiuto quest’anno.
Devo dare atto all’UDC che, rifiutando di farsi inglobare nel centro, ha compiuto un atto di coraggio e di coerenza; la medesima riconoscenza si deve anche agli amici che provengono dal centro sinistra ed erano vicini alla Margherita (Rosa per l’Italia, popolari di de Mita) che con altrettanto coraggio non sono entrati nel PD. La loro non è stata una scelta facile o dettata da interessi, come non lo è stata per gli amici che hanno lasciato Forza Italia ( gli amici di Liberal ). In nessuno ha prevalso il desiderio di “collocarsi bene”, bensì l’ideale, coniugato con una chiara visione della democrazia e delle urgenze del Paese.
Così si è avviato un percorso plurale che deve essere valorizzato e incardinato nella prospettiva, senza tentazioni di egemonie o omogeneizzazioni, per permettere a storie diverse di accentuare le interazioni realizzate quest’anno e contribuire così alla costruzione di una nuova storia che non sia solo il prolungamento o l’evoluzione delle storie del nostro passato.
Con questa assemblea finisce l’esperienza dell’Unione dei Democratici Cristiani, della Rosa per l’Italia, dei circoli Liberal e dei popolari di De Mita e si avvia una fase costituente per fondare realmente l’Unione di Centro. E’ perciò necessario un tesseramento nuovo, fatto con attenzione, una nuova simbologia e la chiarezza di un percorso comune e condiviso.
In relazione alla nostra presenza nel PPE, vorrei chiarire che ritengo importante il nostro apporto non tanto per onorare una tradizione o una naturale collocazione, quanto per condurre una battaglia che eviti al PPE una deriva conservatrice o di destra. Dopo l’adesione del PDL sono entrate nel PPE forze estranee alla cultura e alla tradizione di questo partito. Ci possono essere state conversioni ma consentitemi di mantenere una profonda diffidenza nei confronti di una certa cultura di destra.
IL TEMPO DEI NUOVI INIZI
Detto questo, credo importante non indugiare oltre sul passato perché abbiamo il dovere di guardare avanti facendo tesoro dell’esperienza fatta che, pur tra tensioni e contraddizioni, ci ha portato ad essere qui oggi e diversi da come siamo partiti.
Non citerò Sturzo, De Gasperi, Moro perché essi sono nella storia di ognuno di noi. Noi li sentiamo dentro e come parte del nostro pensare, a differenza di altri che cercano di farli propri perché, privi di propria una cultura politica, pensano di poterla costruire saccheggiando senza discernimento personaggi e pensieri che erano in collisione ideale e tante volte anche personale, generando una sorta di sincretismo culturale che sterilizza l’inveramento nel tempo presente della loro lezione.
Abbiamo bisogno di dirci e di dire che cosa vogliamo essere. La costituente del partito nuovo ha senso se riesce a dire e rappresentare quello che vogliamo essere. Il problema non è quello di stare insieme, ma di dirci e dire il perché del nostro stare insieme, i fini che perseguiamo, gli strumenti che vogliamo utilizzare e le forme partecipative che vogliamo adottare. Porsi idealmente e programmaticamente fuori dal bipartismo significa avere il coraggio di scontrarsi con il “pensare corrente” e mettersi nella condizione di generare una tensione verso un “nuovo inizio” che non riguarda solo noi ma riguarda la democrazia italiana. In questo senso vogliamo essere il partito nuovo della democrazia italiana. Per noi oggi non è un evento mediatico e neppure un’occasione per incoronare qualcuno, ma l’avvio di un processo di costruzione in grado di attrarre persone, intelligenze, movimenti e di generare passioni. La democrazia ha bisogno di pathos, di emozioni vere che si prolunghino nel tempo e che non si arrendano alla logica dell’apparire.
Vogliamo essere un cantiere più che un campo di gioco. Un cantiere e un’impresa a cui possano partecipare tutti coloro che condividono alcuni ideali e hanno voglia di progettare e costruire rischiando qualche cosa. Non offriamo poltrone e pantofole, ma i rudi strumenti del costruire che possono anche sporcare le mani.
COSA VOGLIAMO
Non abbiamo ricette precostituite, ma ci portiamo dentro un sogno: contribuire a far crescere nuovi percorsi di democrazia e, soprattutto, non arrenderci al conformismo conservativo dentro cui il bipartitismo ci vorrebbe rinchiudere.
Vogliamo
- essere un fatto di libertà, con una identità aperta e capace di arricchirsi senza annichilirsi;
- far emergere nella politica italiana un nuovo spazio in cui possano ritrovarsi tutti coloro che parteciperanno al processo costituente e tutte le persone che non si sono arrese al condizionamento del “ di qui o di là” e che non intendono dare deleghe in bianco a nessuno;
- costruire una casa per coloro che non si identificano nel Pd o Pdl, nel populismo protestatorio di Di Pietro o nella chiusura del localismo leghista;
- dare una possibilità a che ha scelto l’astensionismo e la ritirata dall’impegno pubblico;
Per tutto questo e dopo che molti di noi hanno sperimentato le ristrettezze di una collocazione nei due grandi schieramenti, siamo impegnati a costruire un partito di centro da vivere come esperienza politica e non come collocazione geometrica. Proponiamo un modo mite di fare e agire la politica, alternativo alle muscolosità decisioniste che inquinano il rapporto tra rappresentanti e rappresentati.
Ci dobbiamo impegnare per un partito che viva la centralità intesa come continuo riferimento al bene comune, al dialogo, al confronto, alla valorizzazione dello spazio pubblico e dei corpi intermedi. Una centralità che non si alimenta con operazioni medianiche, con la politica spettacolo e che non si affida ai sondaggi, ma che conta sul coinvolgimento e la sperimentazione di tutte quelle forme e strumenti di partecipazione che possono creare una interazione tra cittadini, rappresentanti e istituzioni.
Il nostro obiettivo è la buona politica e la creazione di una nuova classe dirigente di cui ha tanto bisogno il nostro Paese.
Non voglio entrare nello stucchevole dibattito del ricambio generazionale o delle quote rose. C’è la necessità di un percorso in cui crescere insieme per trasformare le esperienze degli uni in slancio vitale e innovativo degli altri. La mia generazione ha oggi il compito di accompagnare i giovani e le donne, di prendere in mano il loro destino. Sogno che il partito che verrà abbia una classe dirigente giovane, nuova, fresca, che operi senza il peso di un passato che non ha conosciuto. È tempo che chi è un poco più avanti negli anni abbia la generosità e il grande coraggio di lasciare spazio ai giovani e alle donne. Il nostro compito è quello di accompagnare per un tratto di strada e poi lasciare che siano altri a fare il nuovo percorso. Io di questo sono convinto e con entusiasmo mi auguro che un giorno non molto lontano dei giovani porteranno avanti con slancio quello che noi oggi stiamo per avviare.
La costituente si dovrà misurare sulla capacità di mettere in campo una nuova classe dirigente.
Molti si chiedono se oggi ci sia la possibilità e se ci siano le condizioni per un partito di centro. Io sono convinto di sì e lo dimostra il lavoro fatto dal gruppo parlamentare e tutto quello che si sta costruendo nei territori. La sfida vera sta nella capacità di inverare nel nuovo mondo le idealità e i valori in cui crediamo. La nostra storia, la storia del popolarismo, è stata anzitutto una storia a-ideologica anche quando ha dovuto confrontarsi con le ideologie del novecento. Oggi sono in molti a dire che siamo entrati nel post-ideologico. Resto stupito quando lo sento dire da chi non ha avuto il coraggio di sottoporre a critica e a cesura gli errori ideologici del passato e ha pensato che bastasse una semplice evoluzione. Così non funziona. Bisogna dire con chiarezza a quale ideale di persona, a quale modello di antropologia ci si riferisce. Su questo abbiamo idee molto precise e sappiamo che i nostri ideali vengono da lontano e si fondano su un’idea di uomo molto chiara che però esige che si confronti e si misuri con la nuova modernità.
Essere un partito di centro significa avere la capacità di cogliere quello che è cambiato, quello che muta e che ci muta dall’interno, per vivere con pienezza e con determinazione politica gli ideali di cui siamo portatori che sono quelli del popolarismo e della liberal-democrazia. Essere un partito nuovo significa fare i conti con le nuove forme della relazione sociale, ripensare l’idea di popolo e di comunità all’interno della moltitudine individualistica. Significa fare i conti con le nuove forme della comunicazione, dell’informazione ed essere un soggetto aperto, policentrico, a rete, in cui la flessibilità diventa sinonimo di partecipazione e di costante e permanente interazione.
Dobbiamo costruire un soggetto capace di ascoltare tutto quello che si muove nella società senza mai esprimere anatemi aprioristici. La manifestazione della Cgil deve essere guardata con questa ottica. Io sono della Cisl, sono iscritto alla Cisl e la piattaforma con la quale la Cigl va in piazza non mi convince del tutto, ma voglio capire perché tanta gente sia arrivata a Roma. Non basta dire che è tutta politica e che c’è un’innegabile relazione con il Partito Democratico. Facciamo attenzione perché c’è qualcosa su cui riflettere se molti aderenti di quell’organizzazione che votano partiti come la Lega vengono a manifestare il proprio disagio. Non condivido il fatto che i politici corrano in quella piazza. Le piazze del sindacato devono restare al sindacato, altrimenti si finisce per essere complici dello snaturamento sindacale dell’iniziativa. Nemmeno serve a molto parlare di unità senza tenere conto delle differenze culturali che esistono tra le organizzazioni. Pensare che l’unità sindacale si possa fare per fusione è commettere lo stesso errore fatto in politica. L’autonomia del sindacato, delle associazioni e dei corpi intermedi, è un valore da difendere, soprattutto da parte di chi come noi contrasta un federalismo senza costrutto e che non tiene conto della sussidiarietà orizzontale. La nostra idea di autonomia è ampia e profonda e si sposa con l’idea del pluralismo e delle autonomie istituzionali e sociali.
LA NUOVA E BUONA POLITICA
Continuare a mantenere una tensione verso il bipartitismo rappresenta il vero ostacolo della transizione italiana. La nascita del PDL e la crisi che attraversa il PD ci dicono che un ciclo storico si è ormai compiuto. Non è detto però che se ne possa avviare uno nuovo, anzi. C’è il rischio che il nostro Paese torni – non per questioni ideologiche e di collocazione internazionale – a forme nuove di democrazia bloccata in cui l’alternanza resta un pio desiderio per lunghi anni.
Non credo sia un caso che Berlusconi, sull’onda del consenso che ancora possiede ma che sta flettendo, cerchi in ogni modo di “istituzionalizzare” il suo carisma: se questo non avviene in fretta nel suo partito possono sorgere dei distinguo. Da qui nasce il suo bisogno di restare ad ogni costo padrone del comando politico. Questo, a mio parere, è il vero scopo di tutte le bordate contro il parlamento e la fame di potere personale che lo anima .
E il PD, allo stato delle cose, non sembra rappresentare una possibilità di ricambio e di contrasto. E’ pertanto una questione di democrazia rimettere in movimento il quadro politico. La democrazia italiana ha bisogno di maggiori flessibilità. Se il sistema dovesse bloccarsi sullo schema duale saremo costretti nostro malgrado a subire forme sempre più forti di concentrazione monocratica del potere, di occupazione dello stato e della comunicazione.
FARE I CONTI CON I CAMBIAMENTI
All’inizio del mio intervento ho detto che dobbiamo guardare avanti e fare i conti con i processi di cambiamento che stanno mutando l’orizzonte e la strutturazione del futuro. Quanto sta avvenendo sul piano dell’economia muta la società italiana. La recessione, prima ancora di modificare il tessuto economico e sociale del Paese, ridisegna anche i profili mentali, le forme con cui le persone si pensano e pensano la loro collocazione sociale e le relazioni con gli altri. Le preoccupazioni nelle persone stanno crescendo e molti sono gli interrogativi che si pongono. E’ tempo di indicare percorsi e fini. Abbiamo problemi economici e sociali ma dobbiamo preoccuparci anche di idee, strategie, stati d’animo. Ma fino a che punto la politica è in grado di dare risposte a quesiti di questa natura?
La situazione è molto complessa perché non si tratta solo di dare e richiedere doverosi interventi per banche, imprese, lavoratori e famiglie al fine di contenere gli effetti disastrosi della crisi in atto. La situazione ci chiede di inserire queste questioni in una visione più ampia per definire quali debbano essere i rapporti tra merito e tutela sociale, tra scienza e tecnica, tra finanza ed economia, tra uomo, natura, ambiente,tecnica, scienza, economia e politica e la sua dignità. In pratica siamo chiamati a far agire il “ principio di responsabilità “ nel presente guardando al futuro.
E’ fallita la filosofia sociale che ha orientato l’economia e la politica del mondo negli ultimi vent’anni, dalla fine del comunismo ad oggi, ed ora il liberismo ci consegna le macerie di un sogno che pensava di poter creare ricchezza con denaro, dimenticando la relazione tra profitto e crescita. Non credo che di fronte a ciò basti evocare l’economia sociale di mercato. Noi siamo chiamati a valutare come declinare l’idea che sorge dalla Dottrina sociale della Chiesa nella nuova storie del mondo, della globalizzazione e delle interdipendenze.
Nel G20, a parte le sceneggiate berlusconiane, si è fatta strada l’esigenza di un cambiamento della governance mondiale.
Non è un male se si rimettono in gioco principi di solidarietà e di cooperazione, proprio perché il mondo si sta trasformando e le crisi hanno potenti effetti distributivi tra persone, settori, paesi che spesso provocano mutamenti istituzionali con molte variabili.
L’Italia è tra i paesi sviluppati che meno ha tratto dallo sviluppo degli ultimi vent’anni. Redditi e consumi sono cresciuti in modo non soddisfacente. Abbiamo livelli di bassa produttività e maggiori disuguaglianze a livello sociale e territoriale, inadeguatezza sul versate dell’istruzione, della ricerca, delle infrastrutture e dell’ammodernamento della Pubblica Amministrazione.
Ma L’Italia possiede tante risorse umane, imprenditive e di pensiero che possono generare una nuova crescita.
Un partito di centro è tale se punta ad essere il partito dell’innovazione italiana su alcuni temi di fondo:
- Reindustrializzazione: incentivare i processi innovativi contrastando ogni forma di protezionismo e aprendo su settori nuovi; sostenere l’impreditorialità e lo sviluppo di nuovi imprese nel campo profit e no profit; puntare sulle nuove tecnologie dell’Ict, sulla scienza e la tecnologia; valorizzare il lavoro e puntare su una risorsa umana di qualità; diventare un’area ad alto tasso di sviluppo fondato sulla conoscenza;
- Risocializzare la società: dare vita a un nuovo sistema di Welfare capace di valorizzare le responsabilità delle persone, la sussidiarietà, la mutualità e, soprattutto, la centralità della famiglia; liberalizzare l’uscita dal lavoro; creare nuovi processi di integrazione interculturale; ridare corpo e valore alle relazioni personali e comunitarie;
- Ricreare un nuovo equilibrio tra ricchezza e libertà, fra profitto e valore e contenere la rendita;
- Far avanzare un’idea nuova e moderna della laicità in relazione al fatto che le nostre società diventano sempre più pluraliste, multireligiose, multietniche e multiculturali. Solo una laicità che valorizzi il ruolo sociale delle religioni può contribuire ad evitare che il confinamento del sentimento nella sfera privata dia luogo a fondamentalismo, integralismi o clericalismi. Per noi laici cristiani il cristianesimo è una proposta che solo la libertà degli uomini può accogliere o rifiutare.
IL PARTITO DELLA BUONA POLITICA
L’impegno della costituente è di costruire il Partito della buona politica. Seguendo l’insegnamento di Rosmini, sappiamo che il perfezionismo più che correggere i mali finisce per accentuarli. Per questo vogliamo un partito in cui ci sia responsabilità, rigore e misura, regole e disciplina ma anche attenzione, onestà e competenza, determinazione e flessibilità nella decisione politica, gestione seria ma poco burocratica, costante attenzione alle relazioni umane.
Dobbiamo essere i portatori di un’etica dell’innovazione sfuggendo sia il conservatorismo che il progressismo; il partito del programma e non delle alleanze; della promozione umana e non dell’assistenza; del merito e non del privilegio; della solidarietà e non degli egoismi e dei corporativismi sociali e territoriali; dell’Unità d’Europa e non delle “piccole patrie”. La nostra deve essere una proposta che contribuisce alla ricomposizione morale e civile della nazione, fondata sulla pratica forte ed estensiva della cittadinanza che nessun federalismo possa incrinare. Fermi sul versante della legalità e della comprensione.
Il nostro compito è conquistare le persone e i giovani all’impegno civile e politico, un impegno orientato alla mitezza e capace di collocarsi nello spazio pubblico per la forza delle idee, della proposta e delle coerenze.
Per fare tutto questo non basta una buona entratura sui media, una vicinanza ai poteri forti. Serve un’anima, un cuore e una visione.
Un partito fatto di adesioni personali, aperto a molte istanze e esperienze, capace di far vivere al suo interno molteplicità di idee e di proposte, di pervenire a sintesi condivise.
All’Italia oggi serve un partito che sia in grado di iniziare un nuovo racconto, di dire parole nuove e piene di senso, un partito capace di far parlare le persone. Ci vogliono anche i leader, ma attorno a loro un partito, un gruppo e una classe dirigente, non una sola persona. È veramente leader chi sa esprimere una visone collettiva.
Serve un partito che sia in grado di sposare il realismo della contingenza con l’utopia del progetto e che abbia un sogno per il quale valga la pena di soffrire, penare, sudare e gioire. Un partito che non divida ma che unisca e che lavori per un’Italia orgogliosa di sé, del suo passato e del suo ruolo in Europa e nel mondo, per una società in cui nessuno e per nessuna ragione si senta escluso, emarginato o rifiutato. Per questo serve un partito di centro, un partito che faccia della mitezza e dell’amore politico il suo segno di distinzione, capace di sognare e di far sognare!





Ero presente all’auditorium e ho constatato come il discorso di Savino Pezzotta sia stato applaudito solo dai fedeli della Rosa per l’Italia.
La posizione di Savino è condivisibile in tutto, bisogna però essere molto concreti. E’ in atto un tentativo di alcuni della vecchia guarda dell’UDC di acquisire nuovi simpatie al partito, magari anche nuove adesioni, senza peraltro modificare le strutture di potere all’interno di esso.
Occorre combattere questo tentativo, si può anche procrastinare il Congresso ai primi del 2010, ma i delegati devono essere scelti tenendo presente i numeri del tesseramento al Partito della Nazione per il 2010, non all’UDC per il 2009.
Occorre costruire il nuovo, e come diceva una Persona: “Non si mette vino nuovo in otri vecchi né pezze nuove su vesti vecchie, ma si usano otri e vesti nuove”.
Sono curioso di avere la posizione degli altro aderenti al Laboratorio su questo aspetto.
Cari saluti