Si prova grande, profondo dolore per la tragedia abbattutasi su decine di migliaia di abruzzesi a causa del terremoto dei giorni scorsi. E’ naturale per molti immaginare la portata del trauma che ha colpito così tante persone. In questi casi, si perde il senso della propria identità, di stabilità, di continuità passato-presente-futuro, di prevedibilità. Tutta questa gente non ritroverà se stessa e queste fondamentali dimensioni dell’esistenza disperse sotto le macerie se nel giro di pochi mesi verrà costruita una sfavillante città nuova, come annunciato dal nostro attuale presidente del Consiglio.
Se si vuole puntare a rendere un vero servizio a queste popolazioni occorre sintonizzarsi con i loro bisogni umani, non semplicemente materiali. Si tratterà forse di soffrire un po’ più a lungo la perdita della propria casa ma intanto di ricostruire là dove questa gente ha perso tutto. Solo così sarà possibile ritrovare identità, stabilità, continuità, prevedibilità rispetto a se stessi, gli altri, la vita.
Ecco perché non servirà creare una città nuova fiammante, moderna, del tutto separata dalla storia di cui ogni pietra di Onna, Castelvecchio, l’Aquila, Barisciano e tutti gli altri paesi era intrisa. Sarà più utile provvedere a fornire sostegno psicologico a reggere il trauma, mentre ognuno potrà vedere pian piano ricostruita così com’era la propria casa. Su basi solide, non sulla SABBIA – la casa sulla roccia tiene, insegna il Vangelo – non sul vuoto (di cervelli, di sentimenti, di responsabilità, di competenze, di progetto) non sull’onda del profitto che edifica a buon mercato e poi… produce frane, su tutti i piani…
Agli abruzzesi non serve una città bella come il cristallo, nuova di zecca. Serve ritrovare continuità con la propria storia e questo si ottiene rispettando simboli, metafore, continuità spazio-tempo.
Con questo messaggio che sarebbe bello potesse giungere allo staff del Presidente del Consiglio, auguriamo a tutti di meditare a fondo prima di decidere “che fare”, e soprattutto perché, dove, come e quando. In vista di quale misura di benessere, e di chi. Se è per lo sviluppo dell’uomo martoriato, occorre non aver fretta e prendersi il tempo per apprendere dall’esperienza elaborando il dolore, anzichè sopprimerlo o negarlo attraverso interventi pseudo-riparativi, frettolosi, economici, ancora una volta “d’immagine”.
Buona Pasqua, allora, di Risurrezione col Cristo che asciuga ogni lacrima d’uomo, se gliene diamo modo -, soprattutto agli abruzzesi dei quali conosciamo la fierezza, la nobiltà d’animo e la profondità di valori umani su cui moltissimi di loro hanno basato la propria esistenza.





Cara Isabella, grazie per le tue considerazione di ordine etico e sociale.
Ne aggiungerei una terra terra. Non so dove ho letto che sarebbe stata individuata la zona dove costruire la new town: Coppito.
Peccato che proprio una delle ultime scosse abbia avuto come epicentro proprio Coppito. E allora dove è la maggior sicurezza?
Sorge spontaneo l’ipotesi, per non dire il sospetto, di una speculazione edilizia in fieri.
Diciamolo francamente, tutto l’appennino è a rischio sismico, l’unica vera soluzione è quella di costruire abitazione anti-sismiche, magari proprio a L’Aquila!!
Ciao, un abbraccio
Credo che una delle priorità del terremotato sia proprio quella di “sentire” sulla testa un tetto tutto “suo”; e non quella di rimanere nella precarietà e scomodità di una tenda o di una roulotte per mesi o anni.
Il discorso mi sembra astruso anche cristianamente, a meno che ci si raccordi al medioevo dove le privazioni, le penitenze dei flagellanti e le sofferenze erano un grande “mezzo” per raggiungere la santità e salvare l’anima.
Si salvava l’anima “dannando” il corpo. Difatti molti “santi” sono morti anzitempo per questa sagace idea d’essere cristiani.
Me lo si lasci dire: il cristianesimo è ben altra cosa che la sofferenza, proprio come l’economia di un popolo non può basarsi sull’economia della felicità, se questa prende lo spunto del tornare … indietro.
La felicità ha bisogno della gioia della vita, perciò pure del possedere una casa comoda e sicura sulle spalle. Lo dice uno che nelle tende ci è stato, anche se per alpinismo.
Nel ’76 i friulani dissero subito: dateci i mattoni e a ricostruire ci pensiamo noi. “pensiamo”, dissero, e non “ci penseremo”.
E un anno dopo erano già a posto.
Per quanto possa essere stato distratto non ho mai sentito membri del Governo parlare di una nuova città, ma solo di ricostruire negli stessi luoghi e nel rispetto dell’architettura tipica locale. Già a Praga.
L’Aquila, infatti, per più della metà è perfettamente in piedi e agibile. È crollata la fatiscente o quella della speculazione costruttiva. Perciò una nuova città in zona diversa sarebbe pure improponibile.
Alcuni paesi sono invece caduti per l’80%, ma gli insediamenti urbani erano molto datati.
I terremotati abruzzesi chiedono velocità esecutiva e di non essere dimenticati!
Conosco bene Nocera Umbra, dove anni fa ci fu un terremoto devastante, anche se non paragonabile all’attuale.
Negli anni ho visto case squarciate ai quattro venti, che un tecnico direbbe “costruite con lo sputo”. Poi ho visto baraccopoli, poi prefabbricati e, ad anni di distanza, le case ricostruite ex novo. Sinceramente: troppo!
I prefabbricati erano vere e proprie casette, ma non case, e sempre precarie; e la gente non vedeva l’ora di avere una casa definitiva.
Tra il Friuli, l’Umbria e l’Abruzzo vi sono differenze operative di popolo; e questo ci può stare.
Quello che non ci può stare è che si ritardi nel meditare e pensare, specie se in gioco ci sono indifesi, come bambini e anziani.
Lasciamo lavorare chi sa farlo dando fiducia; non tutti sono dei … ladroni. E se si pensa alla tempestività dei soccorsi e al coordinamento che ci vuole è ovvio che alcuni … capaci ci siano … ancora.
Paolo VI, nell’anno santo del ’75, indossava alla vita un cilicio di filo spinato che lo faceva sanguinare. Voleva fare penitenza anche per i “peccati” che aveva commesso, pur se in buona fede. Mi fece impressione vedermelo davanti con le smorfie di dolore sulla faccia ad ogni passo.
Ciononostante era un papa che predicava la gioia di vivere e che scindeva la sofferenza di un tempo dall’attuale. La sua era una scelta; ma non si è mai sognato di imporla ad altri, perché la penitenza non è identificabile con la sofferenza, bensì con la privazione personale.
Chiudo il commento non volendo essere redarguito dall’amico Giuseppe.
Penso che come input possa bastare.