Una nuova stagione di elezioni è imminente, mentre la situazione economica e politica del Paese, peraltro ulteriormente provato anche dal sisma in Abruzzo, non lascia intravedere all’orizzonte segnali di novità politica. Niente di nuovo al di fuori delle sterili polemiche sul Presidente del Consiglio e dei rimbrotti del capo dell’opposizione, privi di strategia politica, il quale peraltro sul tema del referendum si allinea sulle stesse posizioni di Berlusconi, da rendere il bipartitismo e il biliderismo sempre più accentuati. L’approvazione del federalismo fiscale con la sola opposizione dell’Unione di Centro rappresenta l’occasione per chiedere all’amico Savino Pezzotta un autorevole parere in ordine alle alternative all’attuale situazione di stallo della politica italiana.
On. Pezzotta,
quale valutazione dare della legge sul federalismo fiscale appena varata rispetto alle ricadute sul Paese, allo stato attuale delle cose?
La domanda non ha una risposta semplice. La prima è che credo che questo tipo di federalismo ha in primo luogo un vizio di fondo che è la mancanza di un progetto. Non è chiaro né quali siano i costi né le competenze. Questo tipo di federalismo fiscale sembra quasi che sia stato programmato perché, alla vigilia di ogni elezione, conviene fare una qualche riforma. Però, sembra più un tentativo di accontentare la Lega che non quello di un progetto vero. Questa è la mia obiezione principale, anche perché questa riforma introduce degli elementi che bisogna di sicuro capire meglio. Non è chiaro come avviene la perequazione tra aree ricche e quelle povere del Paese, né come si mantiene un modello di Stato Sociale universale e uguale per tutti sul territorio nazionale, né come si salvaguarda anche all’interno del federalismo l’idea di un’unità nazionale, anche perché le sfide che abbiamo di fronte richiedono un Paese coeso, non troppo frammentato. Queste sono le ragioni di fondo di una obiezione che non è al federalismo, ma al modo con cui si sta tentando di introdurlo. Manca cioè un’architettura costituzionale, di poteri e contropoteri: questo credo sia l’elemento che va valutato con la maggiore attenzione e questo è ciò che noi avremmo voluto, con un maggior dibattito, un maggior coinvolgimento.
Parliamo del referendum di giugno. Perché l’Unione di Centro è per il no? E quali saranno le conseguenze sul Paese se il referendum passerà?
Le conseguenze saranno che si andrà incontro ad un’ancora ulteriore accentuazione del bipartitismo. Noi come “Unione di Centro” ma anche come “Rosa per l’Italia” siamo entrati in campo perché non condividiamo un modello fissato su due soli soggetti politici, che diventano poi i “dominus” della situazione, che nel caso italiano significa avere a che fare con un solo “dominus”, come stiamo già vedendo in questi giorni. Non è un caso che Berlusconi dica che voterà sì; il fatto che Berlusconi dica che voterà sì già dà l’idea di qual è l’orientamento che si vuole mettere in campo, cioè accentuare il bipartitismo e, chiaramente, dal bipartitismo lentamente ma progressivamente arrivare al presidenzialismo. Mentre invece noi continuiamo a mantenere un’idea ferma di parlamentarismo. Cioè, noi siamo dell’idea che chi veramente decide, fa le leggi, orienta il Paese sia il Parlamento e non l’Esecutivo.
Sembra allora di capire che con la vittoria dei sì si andrà nemmeno più al bipolarismo, ma addirittura al bipartitismo.
Certo, perché sul bipolarismo nessuno di noi ha obiezioni, perché il bipolarismo è fatto di alleanze e determina le condizioni per l’alternanza. Qui il rischio è che l’alternanza diventi una cosa che noi avremo chissà quando…!
Viene da chiedersi quale sia il vaccino, diciamo così, che si possa diffondere tra la popolazione, perché questo è un rischio molto grave per la vera libertà. Sembra che le esperienze dolorose del secolo scorso non siano state le nostre, o non ci siano proprio state. Ci vorrebbe davvero un vaccino contro la nostalgia ricorrente del grande magico leader indiscusso e dai pieni poteri…
Il problema vero è che non basta più limitarsi a criticare Berlusconi e il berlusconismo e fare dei discorsi puramente moralistici. Se noi vogliamo evitare la deriva della democrazia italiana, o perlomeno una sua trasformazione, c’è bisogno di una cultura politica che sia in grado di radicarsi dentro la gente. Ora, nessuno più fa cultura politica. E questo è un problema, perché il venir meno dei partiti, o il loro indebolimento, o il loro essere una sorta di aggregazioni tra culture diverse, non produce una nuova cultura politica. Pertanto, la gente viene orientata dagli “effetti speciali” che si mettono in campo. Questo non aiuta più l’arte del discernimento, che è essenziale alla dimensione politica. Io credo che ci sia un problema di come seminare per fertilizzare culturalmente l’opinione pubblica. Certo, questo vuol dire combattere contro i mass media generalisti, che ormai hanno trasformato la politica in un gossip, nel pettegolezzo. Sembra che si basi solo su quello. Qualche esempio attualissimo: tre giorni di dibattito perché la moglie del Presidente del Consiglio ha detto una certa cosa, otto giorni per le candidature delle “veline”, cinque giorni per qualcos’altro del genere. E niente sulle questioni vere di fondo che sono quelle dei poveri, penso alla mozione che su questo ho presentato alla Camera e che è stata bocciata nonostante, e questo è gravissimo, avessi chiesto di attuare una mozione che è stata già presentata dall’Unione di Centro in ottobre e che parzialmente il Governo aveva accettato. Perché la povertà non interessa più, è più importante ragionare sulle veline, sui colpi di scena di Berlusconi, sulle lamentele di Franceschini che non sui progetti politici. Allora, c’è un deficit di cultura politica. Credo che bisognerà riflettere, credo anche noi, come piccolo soggetto, e definire strategie per come invece operare su questo terreno. Penso che sia una domanda che coinvolge anche il mondo cattolico, perché mi sembra abbastanza assente rispetto a dibattiti di questa natura.
I corpi intermedi hanno una loro autonomia da poter svolgere una funzione aggregatrice e motivazionale su questo piano?
I corpi intermedi li vedo un po’ annichiliti, perché il bipartitismo gli toglie nerbo, perché li spinge a schierarsi, anche per interessi legittimi. E questo credo sia un altro degli elementi su cui credo si debba riflettere con attenzione.
Parliamo del dopo l’Assemblea della Costituente di Centro dei primi di aprile scorso a Roma. Si è parlato di un prossimo Congresso. I tempi e gli obiettivi della riorganizzazione?
Diciamo che il Congresso si dovrebbe tenere entro l’anno. Voglio essere leale e sincero con tutti i nostri amici. Bisogna intanto vedere cosa succede con le elezioni europee, perché se alle elezioni europee l’Unione di Centro non riesce a crescere, non riesce ad affermarsi, non ne faccio più neanche una questione di candidature. Come si sa, io non ho apprezzato, sono contrario alla candidatura del signor Savoia, per tanti motivi. Ma oggi il progetto perché possa andare avanti ha bisogno di un risultato elettorale. Perché questa è la condizione nella quale noi siamo. Se non avremo un buon risultato elettorale qualche problema potrebbe sorgere.
Un messaggio ai nostri amici lettori, come saluto e “appello”?
Non ho una passione per gli appelli… Però, alle persone di buona volontà posso solo dire di darci una mano, perché la sfida è alta. L’8 giugno faremo i conti e vedremo come riposizionare la nostra strategia sulla base dei risultati ottenuti. Però, se c’è qualcuno che crede che la politica italiana va cambiata, che va riorganizzata, io credo che sia questo il momento di muoversi, magari con fatica, magari con qualche dubbio, però di dare una mano a questo tentativo, che è un tentativo, tutto sommato, con tutte le sue difficoltà, generoso.





Sono rimasto molto colpito da questo passaggio di una risposta di Savino Pezzotta:
“Il problema vero è che non basta più limitarsi a criticare Berlusconi e il berlusconismo e fare dei discorsi puramente moralistici. Se noi vogliamo evitare la deriva della democrazia italiana, o perlomeno una sua trasformazione, c’è bisogno di una cultura politica che sia in grado di radicarsi dentro la gente. Ora, nessuno più fa cultura politica. E questo è un problema, perché il venir meno dei partiti, o il loro indebolimento, o il loro essere una sorta di aggregazioni tra culture diverse, non produce una nuova cultura politica. Pertanto, la gente viene orientata dagli “effetti speciali” che si mettono in campo.”.
Questo è proprio l’obiettivo del nostro Laboratorio, costruire una cultura politica, cristianamente ispirata, in grado di radicarsi dentro la gente. Cultura intesa non come sfoggio di erudizione o di conoscenze teoriche, ma come “coltivazione” di valori umani primari ragionevolmente condivisibili e capacità di elaborare e presentare proposte concrete ed efficaci per affrontare i problemi reali del Paese.
Come dice il nostro nome “Persona è futuro” costruire una società con al centro la persona.
Cari saluti
Parto dalle considerazioni di Giuseppe e in via teorica gli do ragione; in quella pratica, purtroppo, gli devo dar torto, perché non è sufficiente produrre un soggetto per ottenere lo scopo.
I cattolici, e Savino in primis, parlano di deriva democratica; tuttavia farebbero bene e capire quando questa deriva è iniziata nella gente con la distruzione del concetto democratico negli anni DC e del forte sindacato.
È vero: non vi è più una cultura politica generale, e con questa anche quella di parte.
Manca la dialettica costruttiva e ci si limita allo scontro verbale di opposizione sistematica: Franceschini docet, ma non rimane indietro neppure Casini e molti altri. Non si sa costruire!
Dicevo del sindacato. La Chiesa ufficialmente ha chiesto scusa; il sindacato ancora no!
Ha creato una cultura del diritto, dimenticando quella del dovere; ha cercato di garantire il posto di lavoro confondendolo con la difesa del lavoratore.
Basti pensare alla scuola che è tuttora ad uso e consumo dell’insegnante e non dello studente, quando solo l’accenno di una possibile riforma scatena un putiferio sindacale ancor prima di saperne la modalità attuativa.
Savino è un personalista e un seguace di Mounier e i risultati si vedono perché, spesso, le idee sono ancorate al secolo scorso.
Ovviamente non gliene faccio una colpa, ma apprezzo il suo impegno anche se finora non ha prodotto molto.
Dice che si va verso il bipartitismo, perciò verso il presidenzialismo, come se questo fosse un male.
Gli faccio amichevolmente rilevare che pure in altre nazioni (Regno Unito e U.S.A. in primis) ciò avviene da decenni e non per questo la democrazia è fragile. Anzi!
Ciò significa che qualcosa non quadra sia nell’analisi espressa, sia nella concezione della democrazia evoluta.
L’alternanza la si ottiene non con il movimento oscillatorio del pendolo (dx, sx), ma nel costruire un sistema economico, industriale, sociale e politico diverso dall’attuale e utile alla società.
Il Centro e la Rosa Bianca hanno questo progetto dettagliato? A mio modesto parere attualmente non ce l’hanno neppure abbozzato come idea e seguono l’oscillazione politica del pendolo per ottenere qualche seggio in più con alleanze discutibili.
Vi è un problema di Centro e lo si lega al possibile risultato elettorale.
Paradossalmente dovrebbe essere il contrario; perché un risultato positivo spingerà alla conferma di persone usurate non solo dagli anni, ma pure degli intrallazzi del potere e della cattiva gestione della cosa pubblica. Sarà una convalida a proseguire con mezzi (persone) e idee (concetti) che la storia ha già dichiarato fallimentari.
Domanda semplice: quando si produsse in modo deleterio il debito pubblico e sulla base di quale ideologia economica e sociale? Negli anni ’80 (e avanti), quando la DC imperava e il sindacato … pure nel consociativismo.
Perciò si ebbero svalutazioni e protezionismi; perché la svalutazione (anche inflattiva con tassi sui titoli di stato a 2 cifre) è il protezionismo drogato per eccellenza.
Savino accenna alle candidature e dissente dal “Signor Savoia”. Sono con lui; ma annoto pure certe sue alleanze locali con persone che culturalmente valgono poco e umanamente … pure.
Non molto tempo fa gli dissi: non far diventare il tuo movimento un ghetto sindacale e confessionale. E glielo ripeto!
Serve una strategia e una capacità di costruire; e forse lui, con mentalità sindacale (non da operaio), è il meno adatto per un semplice motivo: la sua forza, da una vita, è nel mediare su situazioni esistenti e non quella di ideare scenari e metodologie diverse per le quali serve ben altra mentalità.
E sulla base di quanto afferma in chiusura (“Però, se c’è qualcuno che crede che la politica italiana va cambiata, che va riorganizzata, io credo che sia questo il momento di muoversi, magari con fatica, magari con qualche dubbio, però di dare una mano a questo tentativo, che è un tentativo, tutto sommato, con tutte le sue difficoltà, generoso.”) lo invito ad usare la sua virtù di mediare per radunare attorno a sé (Rosa Bianca) quelle menti – e ce ne sono – che sono in grado di costruire, cercando però di creare un nocciolo duro capace di resistere a quei “fiancheggiatori” interessati che portano con sé solo una cultura retrograda e fallimentare rivolta solo al passato.
Scusate, ma mi fermo onde non protrarmi troppo.
Sam Cardell
Gentile Sam Cardell,
Ho letto con interesse il suo commento e vorrei inserire qualche riflessione.
C’e’ un deficit di cultura politica: questo è verissimo, ma non sarei del tutto d’accordo ad addebitarlo alla classe politica della DC e del sindacato, nè parimenti si può escludere che questa responsabilità vada in qualche modo attribuita invece a quella che correntemente viene chiamata la “Seconda Repubblica”. Il problema dunque non è più tanto da ricercare nel passato, quanto ad un presente che ha azzerato completamente quanto di buono la precedente classe politica aveva creato in Italia.
Ma qui c’e’ una vecchia questione che mi sta a cuore e che lei richiama, questione che Savino Pezzotta stesso pone come centrale nel suo intervento:
le gerarchie ecclesiastiche, nel dare un aiuto a coloro che operano e si impegnano nella politica – andando incontro a tutta una serie di enormi difficoltà – spesso sembrano assenti. Ci sono due binari su cui ci si muove: un primo binario è quello costituito dall’azione politica “contingente”, ed un secondo binario è quello della riflessione e della preparazione, del discernimento, come giustamente sottolinea Savino, che è una fase importantissima perché è su questo momento preparatorio che poi si fonda e si basa l’azione politica e si individuano e si basano le proposte concrete.
Dunque la formazione del Centro, al di là delle giuste osservazioni che si pongono come “programma”, non può e non deve basarsi soltanto su una mera elencazione delle cose da fare: mi perdoni, ma per fare questo forse sono buoni tutti. Il discorso si deve a mio avviso produrre su una diversità di livelli: dapprima è necessario impostare correttamente gli ideali ed i pricnipi su cui poi si innestano coerentemente tutti e quanti i successivi “progetti concreti”, impegni di governo, prospettive future ed alleanze contingenti.
Si rimprovera al centro di non essere ancora con i piedi forti e di voler già puntare i piedi. Ma è proprio in virtù di questa forza ideale che si possono rivendicare le capacità di affrontare un progetto di governo, da solo o insieme ad altri. Ed è proprio questa indipendenza di pensiero la vera forza del centro, che evita il pendolarismo di chi cerca la poltrone. Se mi permette infatti una battuta, è proprio perché non si sono cercate le poltrone, che attualmente possiamo sfruttare un’occasione storica di formare un nuovo soggetto politico di centro di ispirazione autenticamente cristiana e popolare. Perché se c’era da soddisfare qualche appetito di poltrona, sarebbe bastato ascoltare le sirene del centrodestra, che sicuramente non avrebbero fatto mancare il loro appoggio politico. Casini e la compagine che oggi impegna la Costituente di Centro si sono rifiutati di sottostare a questo tipo di “potere”, lasciando qualche stanza dei bottoni gestita in nome di altri principi, in cambio di un preciso programma politico che si sta formando in molti centri, locali e nazionali.
Per continuare la discussione, se vuole, la invito peraltro a visitare il mio blog ( http://www.lucianogiustini.org ), in particolare il mio ultimo post sul rapporto tra fede, ragione, e sentimento, il suo contributo sarà per me molto interessante! Grazie.
Caro Luciano,
ho letto due volte il suo commento per cercare di capirne appieno il nesso.
Sono pure andato a rivedermi il mio breve post per essere sicuro di non sbagliarmi.
Senza offesa vorrei riassumere con una frase (da non intendersi irriverente o offensiva) che da noi ha un significato preciso quando vuole esprimere la meraviglia tra il discusso e il compreso: qui casca l’asino!
E casca proprio perché paiono due discorsi – il mio e il suo – che non hanno nesso logico nel contenuto complessivo.
Mi perdoni Giuseppe se elucubrerò più del solito.
Lei mi dice “questo è verissimo, ma non sarei del tutto d’accordo ad addebitarlo alla classe politica della DC e del sindacato”.
Bene!
Lei fa l’ingegnere informatico, se non erro, ed io altro.
Pertanto sa perfettamente come funziona un Pc o un server. Vi sono schede e file. Le schede sono come la materia corporea umana, i file come le cellule neurologiche del corpo umano.
Input, reazione, comando, azione.
Allo stesso modo funziona la società e non solo il corpo umano.
Perciò il suo accumunare, nel distinguo temporale, Prima e Seconda Repubblica dovrebbe avere un nesso logico. Nesso che sposta in avanti. Potrei accettare il giudizio, ma non la causa effetto.
Citai gli anni ’80, quando l’inflazione raggiunse anche cifre superiori al 20% e i titoli di Stato rendevano il 15%. Pareva il paese di Bengodi.
In quegli anni esplose il Debito pubblico che pure oggi ci portiamo appresso. Poi venne il Centrosinistra con Craxi e si completò l’opera con Amato/Ciampi; i quali, nella difesa della Lira, dilapidarono in 15 g le riserve auree del Paese per poi dover svalutare. Perciò si fece la manovra da 90.000 mld di vecchie lirette.
Poco dopo esplose Tangentopoli e i partiti andarono a carte 48.
Questa è storia più o meno recente, anche se non è stata insegnata a noi nella scuola essendo postuma al nostro incedere scolastico.
In economia vige la stessa regola e gli sbagli di prima sono da pagarsi poi.
La cultura politica venne distrutta in quegli anni proprio perché il clientelismo e la corruzione crearono sconforto in molti cittadini, facendo mancare la fiducia nelle istituzioni.
E in molti, quelli che si avvantaggiarono, l’idea che tutto fosse concesso a scapito della comunità, compresi i politici.
In quegli anni, dopo aver lasciato Torino sede dei miei studi, fui invitato a entrare nella DC essendo tornato a casa. Dissi che l’idea di tale partito non era proprio la mia, ma mi costrinsero quasi ad entrarci dandomi pure una carica, anche se come indipendente. Il degrado che vidi – per non aggiungere altro – superò la mia fantasia e lasciai quasi subito.
Basti dire che vidi onorevoli (se così vogliamo chiamarli) accapigliarsi letteralmente in sezioni cittadine per una manciata di voti, quando non vidi volare sedie. Che bella cultura democratica e religiosa!
E lei mi viene a parlare di Seconda Repubblica come causa. Sic!!!
Tante persone le seguo da anni e conosco come sono partiti e dove sono ora; economicamente, intendo.
Sicché fatti i debiti conti se ne possono trarre le giuste conseguenze.
La mia citazione di quegli anni non era comunque legata a ciò, ma al fattore economico. Poco dopo il 1980 iniziò la prima grande crisi industriale ed economica che produsse in un anno ben 800 milioni di ore CIG.
Per superarla si immisero sul mercato a tassi altissimi ingenti Titoli pubblici, creando, di fatto, un’inflazione di tipo sudamericano. Ci si riprese e con crisi alterne siamo arrivati ad oggi.
Se lei vuole affermare che questa fu lungimiranza politica e buon governo è libero di pensarlo, anche se anacronistico; come se la crisi attuale sia opera da Seconda Repubblica. Se mi è concesso dirlo io non ho ancora … visto la Prima.
Ora si guardi bene in giro a dx, a sx, al centro o dove vuole. Tolti quelli che il buon Dio ha richiamato a sé chi vede ancora sulla scena politica?
Ora andiamo al sindacato e guardi a chi fiancheggiavano, chi fece carriera in tal senso e cosa percepirono: la politica e il sindacato diventarono in quegli anni non un fatto sociale, ma un atto professionale, creando una nuova classe dirigenziale a sé stante invece di una dedizione sociale. Dove sono finiti i grandi sindacalisti a turno? Provi ad indovinare.
Ovunque (partito e sindacato) si guardò alle “tessere”, perché queste erano potere e danaro.
Gli anni ’90 in Italia sono contraddistinti dalla legalizzazione dei Derivati e di tutti i loro connessi, dagli Hedge Fund ai … CDS; e in quegli stessi anni Ciampi, se non erro, ideò la cartolarizzazione.
Le lobby finanziarie premevano perché volevano prodotti che potessero “rendere” molto, anche se anomali; e i politici li accontentarono.
E i risultati oggi si … vedono.
Lei mi dice “Se mi permette, infatti, una battuta, è proprio perché non si sono cercate le poltrone, che attualmente possiamo sfruttare un’occasione storica di formare un nuovo soggetto politico di centro di ispirazione autenticamente cristiana e popolare.”
Fortunato lei che ne è convinto.
Però prima mi spieghi con chi stava il Centro prima e perché fu sbattuto fuori, come tentò di tornare all’ovile, le scelte antitetiche che ha fatto in Trentino e in Sardegna e, ora, in altre parti; e perché molti se ne sono andati. Come pure mi spieghi la teoria che alcuni hanno tirato fuori di nuovo, di andreottiana menzione, dei due forni.
Se voglio essere sincero la rimando alla favola antica della volpe e dell’uva … acerba.
Lei mi dice pure “ … non può e non deve basarsi soltanto su una mera elencazione delle cose da fare: mi perdoni, ma per fare questo forse sono buoni tutti.”; verissimo, tant’è vero che il governo del Cavaliere in un mese ha rimosso la spazzatura in Campania e Prodi non ci riuscì in due anni.
Ma, forse, anche qua non ha inteso appieno il mio pensiero, perché l’ideare una nuova società in modo completo (economico, sociale, strutturale, finanziario …) implica una capacità non di solo elencare, ma bensì di comprendere le necessità e porvi rimedio. Ed è quello che manca alla “fantomatica” Unione di Centro che vaga nel buio alla ricerca di un nuovo … re, non trovandolo in altri che in un discendente … Savoia.
E se mi permette, le differenze politiche tra Casini e la Rosa Bianca non sono solo queste, specie se si considera che l’alleanza elettorale precedente sia stata “forzata” dalla necessità contingente.
Ultimo problema: la Gerarchia ecclesiastica in appoggio alla politica cattolica e il “discernimento”.
Un politico dovrebbe essere sostanzialmente “laico”, anche se credente. E cito De Gasperi.
Perciò non vedo perché la Chiesa dovrebbe scomodarsi per ciò, anche se lo fece in passato.
Allora i tempi erano diversi e pure la comunità cattolica italiana.
Ora i cattolici sono sparsi un po’ ovunque (dx, sx, centro) e molti neppure praticanti, con abiure civili del proprio cristianesimo. E non voglio aggiungere altro.
Perciò perché mai la Chiesa dovrebbe scomodarsi per costoro?
Il “discernimento”, per un politico di un determinato livello, dovrebbe essere già chiaro e specioso, a meno che sia assente nella mente nella radicalizzazione delle problematiche e del territorio.
E un partito che da anni sta sulla scena nazionale (e pure la Rosa Bianca che proviene dal sindacato) non può non aver chiaro cosa serva a questa nostra società.
A meno che ciò sia la ragione di una professione, anziché di una dedizione.
Chiudo con un riferimento al suo invito.
Se non ha fretta ci verrò appena potrò.
Mi scuso per questa invadenza, ben convinto che Luciano, se avesse voluto, avrebbe potuto contattarmi privatamente per una discussione privata e non pubblica; proprio come fanno molti altri anche assai più titolati.
Grazie e scusate di nuovo.
Sam Cardell
P.S. – Per evitare errate interpretazioni:
L’asino è il discorso che “cade” per difformità di tematica.
Cellule neurologiche equiparabili a: file programmatico e file di archiviazione.
Gentile Sam,
la ringrazio delle sue critiche che mi danno modo di chiarire meglio il mio pensiero.
Il suo commento è molto lungo e mi perdonerà se le rispondo solamente alle osservazioni che mi chiamano in causa, anche se rimango sbalordito dalle sue ardite metafore di natura ingegneristico-biologica, da cui trae la conclusione: “Così funziona la società”! Citando il principio di azione e reazione mi sembra che lei dimentichi che il dialogo e la negoziazione costruttiva fanno parte della dialettica politica, così come l’arte del confronto.
Lei ha letto due volte ma temo che abbia inforcato gli occhiali sbagliati su taluni ragionamenti che le proponevo. Vede, proprio perche’ io sono ‘ingegnere informatico’ sono abituato a vedere le cose sia con un approccio logico sia anche con una visione d’insieme. Si dice che l’ingegnere, infatti, parte da una concetto generale e procede per affinamenti successivi.
Io non ho scritto che la c.d. Seconda Repubblica sia la causa – e sono d’accordo con lei che è peraltro difficoltoso individuare nettamente i confini fra le varie “repubbliche”. Ma dicevo invece che non si può annoverare tra le cause del degrado politico attuale la sola Prima Repubblica, che è una cosa ben diversa. Le situazioni politiche, a mio avviso, ben lungi dall’essere una sequenza di bianchi e neri, sono conseguenza di concause – quelle sì – che si legano e si rincorrono in una serie di azioni e reazioni correlate. Nel giudicare la storia politica italiana, la mia sensazione è che con il suo approccio molto schematico si rischi di creare un rancoroso disegno nel quale si indidividua nella vecchia DC tutte le cause dei mali dell’Italia. In questo errore si cade, a mio avviso, se si prescinde da quella che è una concausa e cioè la deriva etica e morale dell’italiano inteso come cittadino e come popolo, deriva che mi sembra di cogliere anche nelle sue parole: tuttavia, creare una giustificazione per questa deriva affermando che “è colpa dei governanti”, suona un po’ artificioso.
Io di norma, come molti fanno, tendo a rovesciare questo punto di vista e cioè che ogni popolo ha i governanti che si merita..
Ciò premesso, anche a me la situazione di politica della vecchia DC non piaceva affatto, e lo dico senza alcun problema. Infatti la storia ha poi fatto giustizia, servendosi di vari strumenti, di un impianto di potere che oramai non era più eticamente accettabile da nessun punto di vista e soprattutto non reggeva neanche economicamente. Per quanto riguarda la sua analisi economia, infatti, sono d’accordo, anche se mi permetto di rimarcare che non si può dire che sia diretta responsabilità della politica economica di una sola parte o una sola epoca se siamo dove siamo. I titoli pubblici erano anche un’eredità del reaganianismo se vogliamo, era quasi “di moda”. Solo che c’era chi se lo poteva permettere e chi no: noi non potevamo permettercelo. Il nostro debito pubblico è cresciuto in termini assoluti e di interessi, talmente enormemente che è diventato una palla al piede che forse avrebbe dovuto essere risolta, prima di entrare in Europa, dove economicamente siamo oggi l’ultima ruota del carro anche a causa di questo debito.
C’era comunque una parte che avevo tralasciato di riprendere del suo commento. Visto, peraltro, che lei mi sembra che cita Berlusconi come “salvatore della patria” la politica del “fare” non è una novità, e non lo è neanche per l’Italia. Se c’era un’impasse sulla quasi totalità dei problemi che affliggono il paese, era anche a causa della nullità della sinistra. Dunque qualsiasi persona di buon senso che volesse affrontare realmente i problemi abvrebbe il plauso: ripeto, non è che ci voglia granché, al di là dell’impegno specifico, concreto. Ma anche qui, bisogna partire da un principio attivo: in questo caso la sinistra non ha al suo interno i principi strutturali necessari per governare ed affrontare di petto le questioni gravose.
Per quanto riguarda il bipartitismo, non ci vuole molto a dimostrarle che non funziona in Italia. Lei fa riferimento ad altri paesi, europei e non, che hanno forme “perfette” o quasi di bipartitismo. E’ libero di pensarla come vuole, e io rispetto la sua opinione politica. Questa forma politica, però, in Italia non ha alcuna storia e ragion d’essere, ma appare invece estremamente dannosa proprio per la tradizione cristiana che questo paese rappresenta. Il discorso, di fatto, ruota intorno alla effettiva capacità di incisione che i cattolici hanno nei due schieramenti. Anzi, bisogna dire che “non hanno”. Infatti, nel momento della votazione delle leggi della repubblica, i singoli anche se eticamente irreprensibili (per assurdo) poco possono per affermare i principi ed ideali cristiani, ma la coalizione invece fa quadrato su leggi e regolamenti che servono a quella compagine politica, vuoi dal punto di vista politico, economico, vuoi da quello etico (vedi a sinistra). Conta infatti il numero e il numero lo fa la maggioranza politica. Se si vuole avere un’incidenza sulle proposte di legge di ispirazione cristiana, bisogna avere l’indipendenza per portarle all’attenzione del parlamento e la forza per votarle o per farle approvare. E questa forza si ottiene con una libertà che solo un partito autenticamente di centro può garantirsi, senza dover fare attenzione a non pestare i piedi continuamente agli alleati della propria coalizione e giungendo così a compromessi continui che di fatto rendono impraticabile qualsiasi scelta eticamente coraggiosa o autenticamente cristiana.
Il paragone con gli altri paesi cessa di avere senso nel momento in cui si osserva che negli altri paesi europei non ci sono tutti questi cattolici da rappresentare (forse ci sono i protestanti, che ben si amalgamano nella compagine politica bipolare), e nei quali c’è una distribuzione politica ben diversa dall’Italia. Oggi il paese è spaccato esattamente in due – come scrivo citando Susanna Tamaro nel mio post – proprio perché si continua ad appoggiare questa cultura del “o di qua o di là” che in un paese dal modello concettuale sofisticato e dalle profonde radici culturali cristiane, come il nostro, semplicemente non regge.
Infine sul’ultima frase in merito all’invito che avrei dovuto farle in forme che lei ritiene più consone alla sua persona, preferisco non replicare.
cordialità
Grazie, On. Pezzotta, della sua intervista chiara ed incisiva.
Condivido il suo impegno ad impegnarsi per il progetto della Costituente di Centro.
Da parte mia sto facendo campagna elettorale per l’Unione di Centro, stando bene attento ad appoggiare candidati seri, preparati ed onesti, magari provenienti dall’esperienza della Rosa per l’Italia.
L’ 8 giugno tireremo le somme e si procederà all’analisi politica.
Cordiali saluti
Caro Giuseppe,
chissà se mi accetti dopo l’espulsione dal blog di Tabacci per non essermi allineato al suo pensiero?
Un vecchio detto dice che “L’inganno ha la voce di Giacobbe e le mani di Esaù”. Gli fa eco un altro detto: “Non ci si inganna che per ottimismo”.
È quello che è accaduto a molti sprovveduti che hanno creduto al movimento della Rosa bianca per l’Italia.
Se ho capito bene, durante l’estate del 2008 viene annunciata la Costituente di centro alla quale aderiscono l’udc, la rosa bianca per l’Italia, i circoli liberal di Adornato ed i popolari di Ciriaco De Mita.
In base alle dichiarazioni del segretario politico dell’udc Lorenzo Cesa la Costituente avrebbe avuto un carattere federativo (un architrave appoggiato sui pilastri) in attesa della fondazione di un nuovo soggetto – Partito della Nazione – espressione di un terzo polo di centro, in antitesi con il bipolarismo di Veltroni e Berlusconi. Fu incaricato Ferdinando Adornato di redigere il manifesto della Costituente di centro e nel febbraio del 2009 i vertici presentarono a Todi l’appello per aderire al nuovo soggetto politico in attesa del Congresso di fine anno. Il 3 e 4 aprile fu convocata a Roma l’Assemblea costitutiva del nuovo Partito della Nazione che si rivelò un cartello elettorale per le elezioni europee di giugno.
Fin qui, la storia recente della Costituente di centro che praticamente non ha mai sortito nulla di concreto oltre gli appelli e le buone intenzioni.
Agli occhi degli osservatori politici appare evidente un forte contrasto tra la posizione dell’udc di Casini e la posizione della Rosa Bianca per l’Italia di Tabacci, nonostante l’apparente concordia di intenti e di finalità.
Questo contrasto appare in modo evidente in occasione del tesseramento per la celebrazione dei congressi locali in funzione del Congresso nazionale dell’autunno prossimo: l’udc continua il tesseramento tra i propri iscritti in propria autonomia, mentre il movimento della Rosa Bianca non ha mai favorito né l’adesione alla Costituente di centro né ha posto le condizioni per una organizzazione sul territorio.
In realtà il contrasto vero è legato a due progetti in antinomia tra loro: l’udc che persegue la via di terzo polo tra due giganti (PD e PDL) con la strategia di poter marcare, a seconda della convenienza, accordi politici di potere sia con il centrosinistra che con il centrodestra nelle amministrazioni locali, in attesa dell’implosione del PDL per poter definire la propria posizione nella coalizione di centrodestra (suo naturale interlocutore) e la Rosa bianca che persegue la via di secondo polo (un progetto ambizioso legato alla figura di Tabacci) che dovrebbe andare oltre il PD (destinato ad implodere dopo le elezioni europee) secondo il modello di Lorenzo Dellai in Trentino che è riuscito a mettere in difficoltà la coalizione di Walter Veltroni, costretto alle dimissioni da segretario del PD.
Purtroppo, questa antinomia è percepita male dai moderati, che si riconoscono nell’area di centro, in quanto Tabacci come Follini sono espressione di una politica ingenerosa che sa parlare alle menti ma non ai cuori degli elettori silenziosi che si rifugiano nell’astensione: Tabacci è molto corteggiato dalle Tv e dai media ma non è riuscito ad attirare mai un consenso in termini di voti. Questo perché l’esponente democristiano ha sempre preferito l’ingegneria politica all’agape dell’intesa con gli elettori e con l’impegno responsabile sul territorio: lo dimostra l’incuria con la quale ha disatteso la costituzione dei comitati civici del proprio movimento, favorendo contrasti, malintesi ed esclusioni.
Inoltre, la sua azione politica ha degenerato una ulteriore diaspora anche tra alcuni membri del consiglio direttivo del movimento che hanno costituito movimenti civici sul territorio nazionale in sede locale, fortemente caratterizzati da una identità progressista vicino al polo del PD. La ragione di questa ulteriore frammentazione dell’area di centro è legata alla speranza di costituire il secondo polo con Enrico Letta (eterno indeciso) e Francesco Rutelli (escluso moralmente dal PD dopo il fallimento di Romano Prodi) che dovrebbero, secondo Tabacci, rappresentare il forte catalizzatore dei cattolici delusi dal PD per gestire il nuovo progetto politico nazionale secondo il modello Dellai in Trentino.
Questa posizione è mal digerita dall’udc che teme di dover disperdere il piccolo patrimonio elettorale acquisito con fatica e timore alle elezioni politiche del 2008 (un 5.6% di poco superiore alla soglia di sbarramento).
Non è un mistero che Casini abbia dichiarato di essere d’accordo con Tabacci anche quando non lo è.
Qualche osservatore ha fatto notare che Tabacci ha già progettato il suo destino con la candidatura alla Presidenza della Regione Lombardia (un ritorno) che dovrebbe sfidare il candidato del PDL. Questo desiderio nascosto rappresenterebbe una ulteriore spina nel fianco del suo “nemico” dichiarato Silvio Berlusconi con il quale ha governato per tre lustri.
Per quanto mi riguarda il lifting è mal riuscito. Tabacci come Follini è destinato a diventare un addetto stampa del Pd magari con la nomina alle comunicazioni per come sa rappresentare il fallimento della politica economica del Governo, per come sa disquisire sul debito pubblico in Italia oppure per come sa indicare l’inutilità dei trasferimenti agli enti locali di una finanza pubblica gestita con i derivati di “dubbia” provenienza.
In questo, forse, ha conservato l’identità democratica cristiana: riuscire a smettere di essere un democristiano per proporsi come cristiano democratico. Un lifting mal riuscito al giovane allievo di “Albertino” Marcora ed al ruspante giovane tecnocrate di Giovanni Goria.
… e Savino Pezzotta? Mi sembra il gigante buono al quale hanno fatto disperdere un piccolo patrimonio (Officina 2007) che rappresentava un piccolo segno di impegno responsabile per uno sviluppo sostenibile a favore delle famiglie. Già, la famiglia. Tutti ne parlano ma nessuno la piglia… per poterla aiutare in un mondo individualista ed autosufficiente.
I concetti da lei espressi, Luciano, non si distanziano dai miei.
Posso essere cieco, strabico, daltonico, miope o presbite; ma la realtà non cambia. Le dirò, comunque, che sono felice d’esserlo, perciò d’essere quello che sono, specie se mi guardo in giro.
Poi, ognuno, ha il suo modo di intendere e di vedere, anche nel rapporto causa concausa. Però, se uno si tira una martellata sul dito e poi, dopo anni, il dito deve essere tagliato, si ha voglia di disquisire su cause e concause, perché l’input causale è quello.
Altro che ardita metafora: provi a seguire il pensiero di Modigliani, Keynes, Tancredi Bianchi, Giavazzi, Alesina, Cinco ed altri ancora, con le cui analisi sociali ed economiche mi trovo spesso in sintonia … e non solo da ora, pur con personali differenziazioni.
Sul Cavaliere non concordo e mi distanzio dalla sua interpretazione. Non è un mio idolo, né, beninteso esprime il mio credere sociale.
Tuttavia do a Cesare quello che è di Cesare e so riconoscere quelle cose buone che ha fatto o che fa, specie se raffrontate ai fallimenti altrui. Ciò non significa che sia d’accordo su tutta la linea politica del Governo, come, per inciso, non lo sono su tutta quella perseguita dalla Chiesa.
Lei sottolinea la situazione della Sx rimarcandone l’inconsistenza, perciò al non saper risolvere certe problematiche. Rimarco solo che talune, come quella della spazzatura, non rappresentavano i crismi dell’ideologia e dell’etica, ma solo quella operativa del “voler” fare. Perciò, dulcis in fundo, tutti sanno vedere, ma non tutti hanno la capacità di agire.
Lei cita un concetto della Tamaro e forse non si avvede che nel relazionarsi alle persone lo applica interamente.
Non seguo molto il pensiero della citata per una ragione mia, forse errata: lo considero scevro dal pragmatismo operativo giornaliero.
Mi soffermo un attimo sul suo ultimo paragrafo per evidenziare una sua interpretazione errata: tutti i contatti mi stanno bene e mi sono utili, comunque questi avvengano, non avendo predilezioni o esigenze specifiche.
La mia posizione era solo relativa alla mia risposta pubblica.
Da parte mia, considerato il suo invito al suo sito, prima di esporle le mie conclusioni di merito, avrò cura di chiederle se lo vorrà pubblico o privato. Tutta qua!