Dall’amico Gabriele Felice, riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente articolo.
La sfida del cambiamento
Immigrazione, integrazione e nuovo modello di sviluppo
Walter Lippmann diceva: “Ora è tempo di destarsi, di stare all’erta, di mostrar vigore, di non rimasticare più le stesse frasi fatte, di non pestare più le stesse tracce.”
Mai come oggi tale affermazione sembra più attuale. L’immigrazione è una delle cinque variabili che rischiano di far saltare l’ordine mondiale per l’ampiezza e l’entità del fenomeno. Fenomeno destinato ad avere un’accelerazione nei prossimi anni, a dispetto delle prospettive ISTAT, e che coinvolgerà sempre più i Paesi del Maghreb e dell’Europa più di quanto non accada già oggi.
Secondo previsioni del 2004, quindi appena cinque anni fa, l’ISTAT aveva previsto flussi migratori netti dell’ordine delle 150 mila unità aggiuntive annue per il periodo 2005-2050 quando nel decennio 1993-2003 si è avuta una media di 217 mila ed il raggiungimento nel 2014 dei fatidici 60 milioni di abitanti già raggiunto in realtà pochi mesi fa e non per un’impennata della natalità nel nostro Paese.
Instabilità politica, recessione economica, cambiamenti climatici che acuiscono le carenze d’acqua ed alimentari da una parte aumentando le aree anecumeniche dall’altra, sono veri e autentici detonatori che rischiano di innescare esodi biblici.
Un’accelerazione data anche dalla vicinanza del continente europeo, il Mediterraneo non è l’Oceano Atlantico.
Il fenomeno come detto coinvolge in prima battuta i Paesi del Maghreb, perché l’emigrazione ha anche direzione Sud-Sud: quasi la metà dei flussi migratori interessa paesi del Sud, dove gli immigrati sono intorno a 80 milioni, per cui è lecito pensare che le riflessioni che seguiranno riguardano anche loro.
Sull’immigrazione irregolare non si hanno dati attendibili, ma poiché è opinione comune che l’irregolarità sia maggiore nei paesi del Sud che in quelli del Nord, ne consegue che le migrazioni hanno flussi rilevanti anche nei paesi del Sud, essenzialmente da altri paesi del Sud. L’immigrazione è uno dei processi strutturali della globalizzazione e riguarda soprattutto le città, dove la grande maggioranza degli immigrati va a insediarsi. In questo caso non ci sono molti dati disponibili, ma non è certo azzardato sostenere che sono le città ad assorbire le maggiori quote di immigrazione. L’“urbanizzazione dell’immigrazione” è la conseguenza quasi inevitabile, e in parte anche la causa, del realizzarsi di un mondo sempre più urbano e del crescente ruolo economico e sociale delle città.
Le reti di sostegno parentale, comunitario e etnico su cui far conto al primo insediamento sono molto più consolidate e diffuse nelle realtà urbane.
Negli ultimi anni le politiche nazionali di immigrazione sono state imperniate sempre più sulla dimensione della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico. L’obiettivo è quasi ovunque limitare gli ingressi nel paese imponendo requisiti restrittivi per il rilascio di permessi e aumentando i controlli alle frontiere, fino ad arrivare al rimpatrio forzato degli immigrati irregolari. Le misure restrittive però raramente riescono a raggiungere lo scopo per cui sono adottate, come testimoniano le “sanatorie”.
Tra le conseguenze delle misure restrittive vi è certamente un rafforzamento dell’industria dell’immigrazione irregolare e il passaggio nell’area dell’irregolarità anche di molti immigrati regolari, facendo crescere il lavoro nero, informale o illegale. Pericoli possono esservi anche per la sanità pubblica. Si pensi chi, seriamente ammalato, non si rivolge ad una struttura sanitaria, per il timore di essere rimpatriato, con conseguente pericolo di contagio. Infine non si riescono ad avere cifre certe dell’entità del fenomeno immigratorio quindi dell’effettivo numero dei residenti e questa non è cosa da poco. Il rapporto di Amnesty International del 2006 rileva come “in Italia mancano dati ufficiali pubblici che offrano un quadro aggiornato e completo degli ingressi e delle presenze dei minori stranieri in Italia…..in larga parte i dati pubblicati dalle diverse amministrazioni competenti sono utili statistiche di settore e non sono comparabili. Spicca, fra tutte, la mancanza di statistiche sui minori richiedenti asilo e rifugiati, sia accompagnati che non accompagnati
Per tutte queste ragioni riteniamo che chi ormai è riuscito ad entrare non possa (perché non è conveniente) rimanere nella clandestinità e che occorra altresì attuare politiche per gli immigrati, politiche che necessariamente devono essere messe in atto per rispondere alle necessità della loro presenza. Questo non vuol dire che si possa accettare tutti, anzi. E’ folle il solo pensarlo.
Riteniamo che il problema vada affrontato seguendo tre strategie con coraggio e determinazione:
Attuando politiche per l’immigrazione;
Politiche di contenimento;
Politiche di sviluppo nei PVS.
- Le politiche per l’immigrazione passano attraverso il diritto all’istruzione, la ripresa dell’edilizia popolare, il diritto al servizio sanitario nazionale, la cittadinanza.
Nuove Frontiere onlus ritiene che sia di particolare importanza per un percorso di integrazione ed inserimento, una politica abitativa nuova mai attuata né negli Stati Uniti né in Europa.
La città multiculturale e la multiappartenenza chiedono inclusioni molteplici. L’inclusione è sempre meno unidirezionale (noi includiamo loro) ma richiede una visione bidirezionale (noi includiamo loro che nello stesso tempo includono noi).
Inclusione è dunque assicurare agli immigrati opportunità di accesso uguali a quelle dei residenti, innanzitutto attraverso l’appartenenza al sistema di connessioni, alle reti in cui si organizza la città e la società urbana: la rete dell’amministrazione pubblica (i servizi), del lavoro, della rappresentanza (cittadinanza), fino a quella della comunità e della famiglia. L’esclusione è non essere connessi a queste reti, ancor prima che non disporre di una casa o di un lavoro. Per questo la costruzione delle reti diventa cruciale, l’intermediazione linguistica e culturale, le campagne di informazione, gli sportelli. Dove le reti non permettono l’accesso, o per effetto della globalizzazione restano impermeabili, altre se ne formano con il rischio di sovrapposizione e autonomizzazione, di frammentazione, estraneità, e collisione sociale.
La frammentazione, che caratterizza oggi molte città del Nord e del Sud, è conseguenza dell’incapacità, più spesso della non volontà di includere gli immigrati da parte della società di arrivo. Fattore principale di frammentazione sono gli ostacoli posti all’accesso al mercato della casa
Il risultato è la formazione di quartieri omogenei meglio conosciuti come “enclave”.
Come noto, si tratta di una tendenza rilevabile anche nelle città nordamericane, europee e pure italiane, molto preoccupante perché contribuisce ad acuire la polarizzazione sociale e la frammentazione dello spazio urbano, minando il concetto stesso di città come spazio di incontro, confronto e scambio. Per scelta ma più spesso per mancanza di alternative, sono gli stessi gli immigrati a adottare strategie di enclavizzazione e di costruzione di comunità di nazionali per contare sulle reti di solidarietà necessarie a far fronte a un’“offerta di città” quasi sempre insufficiente. In mancanza di politiche di accoglienza adeguate, o più spesso in assenza di politiche per gli immigrati come è il caso per la maggior parte delle città del Sud, le reti di solidarietà sono indispensabili, soprattutto al momento dell’arrivo.
Forme di insediamento e uso dello spazio pubblico sono elementi centrali nella percezione della diversità e nella disponibilità alla sua accettazione, dunque nel determinare i comportamenti verso gli immigrati. Al contrario, la tendenza coltivata in molti luoghi è la ricerca di sicurezza attraverso il controllo, l’esclusione dallo spazio urbano, l’innalzamento di nuove barriere, anche fisiche (vedi Padova), la costruzione dell’invisibilità. Usi diversi dello spazio urbano sono spesso vissuti come una minaccia alla sicurezza, semplicemente perché non conosciuti.
Per questo stiamo presentando all’amministrazione capitolina un progetto pilota di CENTRI DI ACCOGLIENZA secondo il modello degli ostelli della gioventù, visto che l’odierna metropoli è un CONDENSATORE SIMBOLICO e MATERIALE al tempo stesso di ambienti costruiti e di soggetti: gli uni e gli altri hanno un aspetto fisico che favorisce associazioni simboliche ed evoca opportunita’ d’azione ma anche CORTOCIRCUITI e INTOLLERANZA.
Smontare questi “cortocircuiti” è un’operazione difficile ma indispensabile e necessita della conoscenza delle sensazioni della popolazione, integrando “politica” e “sapere”, capacità di dialogo e “collaborazioni specialistiche inedite”. Ma, soprattutto, richiede una PROGETTUALITA’ A TUTTO CAMPO, basata sul riconoscimento dell’esistenza di una stretta interazione tra DIMENSIONE FISICA e SOCIALE degli spazi urbani.
Il CENTRO impostato su un MODULO BASE RIPETIBILE deve avere due caratteristiche:
- un tetto massimo di 60 fruitori;
- una dislocazione sul territorio sufficiente da evitare la creazione di “enclave etniche”.
L’ostello per gli immigrati è un MODULO ELEMENTARE RIPETIBILE seguendo uno schema distributivo “A RETE” con raggi d’influenza minimi, a copertura dell’intero tessuto urbano. Sconfinando oltre l’anello periferico, raggiunge le aree dei quartieri più centrali affiancandosi ai centri di assistenza e di cultura straniera e non.
Finisco con delle considerazioni
Perché non creare le condizioni di un’adottabilità per i tanti minori che sempre più nel nostro vivono condizioni di forte disagio per non dire drammatiche anziché obbligare le tante famiglie italiane che oggi vogliono adottare ad andare all’estero.
Alcuni dati che parlano di una forte involuzione delle condizioni di vita dei minori nel nostro Paese:
Sale, infatti, al 20% la percentuale di minorenni in condizioni di disagio economico, mentre il 16,3 % è al di sotto della soglia nazionale di povertà. Un dato che colloca l’Italia al secondo posto tra i paesi europei in cui il problema della povertà tra i minori è più elevato. Ovviamente la situazione all’interno del nostro paese è assai diversificata in rapporto alle diverse aree geografiche e alle condizioni socio economiche: il problema è assai rilevante nelle regioni del Sud dove il tasso di povertà delle famiglie è aumentato di oltre tre punti percentuali, passando dal 21,6% del 2003 al 25% del 2004.
Dei 35mila minori stranieri che ogni anno entrano in Italia, di cui 6.500 non accompagnati, finisce nel giro della prostituzione, come drammaticamente segnalato dalle cronache quotidiane.
Sono circa 50 mila i bambini, soprattutto rom di età compresa tra i 2 e i 12 anni, costretti all’accattonaggio in Italia, mentre si diffondono la prostituzione minorile e l’abbandono scolastico. E’ questo il risultato di un rapporto dell’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia illustrato a Roma in occasione della presentazione di una campagna contro lo sfruttamento dell’accattonaggio minorile. Nel Lazio sarebbero almeno 8 mila i bambini che chiedono l’elemosina per strada. La maggior parte è costituita da nomadi.
Un milione di bambini in Italia assistono ad atti di violenza in famiglia. Il dato è stato fornito da Save the Children in un convegno organizzato insieme alla Commissione bicamerale per l’infanzia sulla violenza ai danni dei minori.
Delle tante decine di migliaia di minori che diventano manodopera criminale, si pensi ai “muschilli” di Napoli, non se ne parla neanche.





Concordo pienamente con i dati riportati dall’articolista e con la considerazione che il problema sfugge, attualmente, ad ogni logica ed ad ogni considerazione, sia politica che sociale.
Mi congratulo con lui per l’ottima esposizione fatta.
A quanto riportato vorrei aggiungere alcune considerazioni di carattere generale che coinvolgono non solo il nostro Paese, ma tutta l’UE.
a) Il sistema pilota tipo”ostello della gioventù” è interessante, ma deve essere concepito solo come palliativo e nell’ottica di una comprensione (studio) nazionale specifica della problematica che stiamo vivendo.
Gli studenti, infatti, anche se esteri, sono provvisoriamente su uno specifico territorio e sono acculturati anche nella lingua, mentre il migrante dovrebbe rimanerci e stabilizzarsi, perciò integrarsi. Sono, inoltre, di norma economicamente autosufficienti.
Come, il migrante, invece d’essere dedito allo studio deve accaparrarsi un’occupazione.
Paesi come la Germania, che da anni ha problematiche similari, specie con l’immigrazione turca benché controllata, non ne sono ancora venuti a capo delle enclavi ghettizzanti in cui si racchiudono i migranti in base alle varie etnie e lingue parlate.
Ma questo è un problema antico come il mondo, dove neppure gli U.S.A. riescono ad incidere.
b) Controllare l’immigrazione clandestina è utopistico. Basti pensare al muro tecnologico costruito dagli States sul confine messicano, che però non impedisce l’entrata di oltre un milione di clandestini all’anno.
Di conseguenza l’Europa, deve trovare uno specifico modo comune politico di risolvere il problema, anche perché i permessi turistici di 90 g vengono di norma usati come ingresso clandestino legale per chi non viene dal mare. Le comunità peruviane e boliviane in alcune città del nord, tanto per fare un esempio, hanno un rapporto talora di 1 a 10 tra regolarizzati e clandestini. Senza contare i migranti dei nuovi paesi UE che nessuno sa quantificare.
c) Le nostre economie sono in recessione e ci vorrà tempo per risalire la china. Noi stessi abbiamo in UE disoccupazione intorno, ormai, al 10%.
Comunque, quand’anche questa fosse ridotta al 6%, la gravità del dare lavoro a tutti i già residenti appare problematica. Se si aggiunge che la maggioranza dei migranti non ha una specializzazione professionale, il quadro è maggiormente desolante.
Appare ovvio che tra questa massa di “disperati” l’arrangiarsi è un modo normale di sussistere ai margini della comunità ospitante, con tutte le implicazioni che si possono arrecare alla sicurezza.
d) Oltre alle possibili malattie infettive più o meno gravi, i migranti possono contrarre patologie specifiche per il lavoro svolto.
Basti pensare alle crisi depressive che stanno affliggendo le badanti ucraine e bielorusse, che in Ucraina viene denominata “sindrome Italia”.
e) L’emigrazione porta con sé, come ha sottolineato l’articolista, un problema recettivo, quindi di case.
Il costruirne di assai economiche potrebbe dare momentaneamente un tetto al migrante, ma si ripeterebbero gli errori urbanistici fatti a Torino con l’immigrazione dal Sud richiamata dalla Fiat. Difatti la quasi totalità di queste abitazioni sono state poi abbattute e riedificate perché già fatiscenti.
Le nostre città, inoltre, sono cresciute in modo disomogeneo e questo pone grandi costi sociali per le strutture necessarie. Se si aggiunge che il migrante, specie se di origine araba, è di natura come un itinerante e che pone difficilmente radici stabili, il controllo del territorio è ancora maggiormente problematico.
f) Attualmente i media trasmettono nei paesi africani immagini di un’Europa ricca; e ciò calamita chi vuole sfuggire alla povertà e alla fame.
Tuttavia la crisi recessiva che coinvolge il mondo industrializzato pone grossi problemi di sussistenza economica alle famiglie numerose dei migranti, costringendo molti di essi a rimandare nel paese d’origine i propri cari che li avevano raggiunti.
Se questa tendenza si accentuerà, anche a causa della recessione, specie se questa sarà lunga, il conservare il posto di lavoro, anche per chi regolarizzato ce l’ha, un problema di non poco conto.
Paesi europei, come Francia e Spagna, con incentivi economici o con apposite leggi, stanno, di fatto, espellendo centinaia di migliaia di migranti non potendo sostenerne il peso economico sociale.
Ciò costringerà presto la Comunità Europea a scelte difficili.
Il quantificare flussi futuri è perciò utopistico, essendo tutto collegato all’economia continentale e mondiale.
Se poi si considera che pure gli autoctoni non potranno continuare a permettersi l’attuale stato sociale, allora il problema si ingigantisce maggiormente.
Penso che come ora stia crescendo economicamente la Cina e l’India, così pure l’Africa, tra poco più di un decennio, potrà svilupparsi industrialmente se riuscirà ad uscire da quelle guerre intestine che la dilaniano e che creano profughi in continuazione.
Credo che sia la sola via percorribile ed i Governi occidentali dovrebbero fare un ulteriore sforzo economico per favorire tale situazione. Il costo dell’investimento sarebbe comunque minore del costo sociale che dovrebbero in caso contrario accollarsi.
Si porrebbe, comunque, un problema etico, perché in questo modo si “imporrebbero” usanze esistenziali come le nostre, portandoli verso il consumismo.
Un’alternativa possibile sarebbe quella di non proteggere i nostri prodotti agricoli acquistandoli nei paesi emergenti, dando in questo modo un reddito superiore alla popolazione e riducendo l’esigenza dell’emigrare.
Ciò porrebbe problemi alla nostra economia alimentare, affossandola completamente.
Ovviamente mi sono limitato a porre solo alcune problematiche tralasciando i possibili correttivi, che occuperebbero un lungo studio specifico e approfondito.
Grazie Gabriele, grazie Sam,
anche io ritengo che la soluzione ottimale sarebbe quella di aiutare l’Africa ad accelerare il suo sviluppi economico, in modo da avere due importanti e positive conseguenze.
Da un parte la permanenza del loro Paese di tanti disperati che fuggono verso l’Europa nella speranza di un futuro migliore, dall’altra di creare un mercato comune e un polo economico Europa -Africa in grado di competere con il polo americano e quello asiatico.
Ma come fare per stimolare lo sviluppo di Paesi alle prese con problemi di reale democrazia?
Inviare finanziamenti al Governi potrebbe significare incrementare in larga parte una massa di funzionari corrotti e di signorotti locali.
Organizzare e finanziare microiniziative in loco può essere altamente gratificante ma non so quanto sia significativo in termini di efficacia globale sui tempi e sul contenuto dello sviluppo.
Interventi più incisivi con controlli sulla destinazione dei finanziamenti o con una diretta gestione degli stessi potrebbe esporci all’accusa di neo-colonialismo.
E allora? la risposta potrebbe essere in un piano che preveda tempi lunghi di inculturazione della democrazia in Africa. Ma questi tempi lunghi sono compatibili con l’esigenza di creare al più presto il polo Europa-Africa?
Non diventeremo nel frattempo soggetti al dominio economico americano ed asiatico?
Vedo il tuo commento, Giuseppe.
Il problema è molto complesso e non si può prescindere che dall’avere una conoscenza globale della tematica, senza la quale ogni distinguo è superfluo. E per complessiva non intendo solo il problema migranti, ma pure l’ecologia (consentimi il termine significativo) politico/economica sulla quale va ad innestarsi.
In sostanza non condivido e “detesto” l’attuale qualunquismo ecclesiastico, che intende sempre addossare agli altri il problema generale, non facendo altro che il conclamare sterili principi e inefficaci valori senza proporre alcun rimedio.
Ma su questo vale solo ricordare l’ampia discordanza che corrode la Gerarchia, sfociata nell’emblematica lettera di Ratzinger ai colleghi vescovi pur se su tematica diversa.
Spesso mi batto perché ogni movimento, grande o piccolo che sia, agisca a fondo nel proporre, non limitandosi solo a sollevare il problema. E proponga nell’esporre complessivo, sia che si operi tramite un sito web, sia nel tentativo di creare un nuovo soggetto politico.
Il rimanere solo ai margini del problema è sinonimo di assoluta inefficienza civile e culturale: l’incapacità di pensare, agire e perciò costruire.
Nei giorni scorsi parlavo pubblicamente di questo problema e della possibilità che nei prossimi anni 80/100 milioni di migranti potessero approdare sulle nostre coste.
Uno mi chiese cosa proponessi e risposi, ridendo, in modo provocatorio: “Lasceremo tutto ai migranti: terra, case, proprietà e beni strutturali. In compenso noi migreremo nelle loro terre d’origine, costruiremo di nuovo una società occidentale e poi, tra un decennio, assisteremo ad un’invasione invertita risalente alle origini. Sicché torneremo nella nostra patria invertendo il percorso per ricostruire ciò che nel frattempo verrà distrutto.”.
L’esterrefatto ascoltatore mi guardò sbigottito dicendomi: “Lo pensa veramente? Siamo ad una nuova invasione di barbari?”.
A parte le battute penso che proprio questo sia il problema: l’accettare senza concepire.
E il concepire sta proprio in quel costruire che sollecito sempre, tanto al mondo politico che a quello culturale.
Ovviamente non ho trattato il problema in sé, bensì ho messo il dito di Tommaso nella piaga nauseabonda di una nostra Società, e Chiesa, che per ora sta poco costruendo e molto contestando.
Che mi auguro?
Tanta concretezza e molta razionalità.
Credo che Sam abbia una lucidità analitica non indifferente, oltre a una competenza specifica che pochi possono vantare.
Benchè in modo breve ha sviluppato una complessa tematica e anche … completa.
Nulla a che vedere con i piagnistei e il poco costruttivo declamare di molti politici e galoppini.
E non si lascia sfuggire l’occasione per mettere all’indice quei comportamento solo nazionalpopolari ormai abituali pure nella chiesa.
Un link mi ha portato qua e ho potuto notare la differenza costruttiva tra lui e gli altri.
Senza enfasi: serve un popolo di Sam. Peccato ched sia uno solo