Riprogettare il modello di sviluppo

In un fondo di qualche giorno fa l’autorevole economista T. Padoa Schioppa metteva in risalto come l’exit strategy dalla crisi non potesse prescindere da un rallentamento delle economie dei Paesi più industrializzati e da una accelerazione di quelli emergenti.

Infatti le politiche espansionistiche messe in atto dai primi (indispensabili per sostenere la domanda durante la crisi ancora in atto) stanno provocando incrementi di disavanzo di bilancio che dovranno essere ripianati. E, a parte funambolerie finanziarie (che si pagano sempre prima o poi a caro prezzo) due sono le politiche fondamentali per risanare i bilanci: a) aumento della pressione fiscale; b) taglio della spesa pubblica.

Nessun governo futuro (di qualsiasi colore sarà) potrà prescindere da questa strettoia; la ripresa dell’economia la potrà attenuare ma non assolutamente eliminare.

Si tratterà di attuarla conciliando la necessaria stretta con la indispensabile equità della stessa, perché, seguendo quanto afferma il Premio Nobel per l’economia A. Sen “il bisogno di equità non è mai così grande come quando si stanno facendo sacrifici”.

Padoa Schioppa evidenziava anche la necessità di metter mano a ristrutturare il modello di sviluppo che non potrà più basarsi su una struttura di base “finanziarizzata” come quella prima della crisi e la cui evanescenza e vacuità ha provocato la crisi stessa.

Questa osservazione non ci può non riportare a quanto dice con forza Benedetto XVI nell’ultima enciclica sulla possibilità di vedere la crisi come “occasione di discernimento e di nuova progettualità”. Il Papa auspica una “riprogettazione globale dello sviluppo” ricordando che “il primo capitale da salvaguardare è l’uomo, la persona, nella sua integrità”.

Aggiunge il Papa che è richiesta “una nuova approfondita riflessione senso dell’economia e dei suoi fini, nonché sul revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni”.

Riguardo alla globalizzazione, spesso invocata come limite invalicabile alla messa in atto di politiche economiche innovative ed eque, il Papa ricorda che “se si legge de terministicamente la globalizzazione si perdono i criteri per valutarla ed orientarla… Occorre quindi impegnarsi incessantemente per favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria.

Riguardo a ciò che possiamo fare tutti noi il Papa ritiene che sia “necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono, e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”.

Come uomini, come cattolici, come fautori di quel personalismo comunitario richiamato anche dal Papa, non possiamo fare a meno sia di farci profondamente interrogare da queste osservazioni che di adeguare alle stesse il nostro impegno culturale e politico.

Cari saluti e buon ferragosto a tutti



  1. Saverio Lo Verde sabato 29 agosto, 2009 - 11:23

    Egregio sig. Sbardella,
    condivido il suo pensiero, ma mi domando se gli italiani sarebbero in grado di procedere al radicale mutamento dei loro costumi e sopratutto dei loro consumi, indispensabile al successo di un nuovo modello di sviluppo basato sul primato della dignità della persona umana.

    Ho il forte timore che occorrerebbe prima procedere ad una forte rivoluzione culturale che, se volesse essere democratica, necessiterebbe di almeno un decennio per essere attuata.

    Come convincere gli adulti e i giovani a scambiare alcuni attuali costumi insulsi con la precedenza da dare a sane relazioni interpersonali?
    E ancora, quanta disoccupazione creerebbe nel breve e nel medio periodo la riconversione di tante aziende produttrici di beni inutili se non dannosi?

    Cordiali saluti

  2. Giuseppe Sbardella domenica 30 agosto, 2009 - 15:15

    Gentile sig. Lo Verde, La rigrazio del Suo intervento e delle osservazioni molto pertinenti.

    In effetti riprogettare il modello di sviluppo, così come auspicato nella enciclica di Benedetto XVI e in interventi di economisti molto autorevoli (oltre Padoa Schioppa potrei citare, per l’area di ispirazione cattolica, i Proff. Zamagni, Bruni, Gui), certamente comporterebbe un radicale mutamento del costumi e dei consumi; come giustamente Lei osserva; si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione culturale.
    Rivoluzione peraltro non indolore sia perché ogni cambiamento crea disagio, sia perché comporterebbe sicuramente una redistribuzione del reddito verso una maggiore equità, sia infine perché passerebbe attraverso una decisa ristrutturazione del sistema aziendale e una larga mobilità nel mondo del lavoro.

    Eppure si tratta di una rivoluzione necessaria e non rinviabile, o viene preparata e programmata democraticamente oppure lo sviluppo globale senza regole adeguate provocherà crisi su crisi e situazioni di profonde disuguaglianze che non potranno non sfociare in aperte e forse sanguinose ribellioni popolari.

    La elaborazione in materia di seri economisti, che hanno spiegato come guidare questa riprogettazione, è ormai abbondante e scientificamente accertata. Basti pensare alla produzione degli studiosi dell’ “economia della decrescita” o a quelli della “economia civile”.
    Relativamente a quest’ultima è stato appena pubblicato, per le edizione di Città Nuova il “Manuale di Economia Civile” di S. Zamagni e L, Gui.

    Sul fronte meramente culturale ci può essere di aiuto l’approfondimento del pensiero personalistico. In questa ottica il nostro Laboratorio invita tutti a partecipare al Convegno del 18 settembre a Roma all’Hotel Universo (per dettagli vedere su questo sito l’articolo “Personalismo – Convegno su una idea vincente”).

    Aspetto altri suoi commenti su questo sito.

    Cordiali saluti