Introduciamo con questo articolo il nostro giovane collaboratore ed amico Paolo Bonini, con le sue “considerazioni di uno studente”.
Cosa sia l’università è difficile stabilirlo, soprattutto perché a ciascun Ateneo è costituzionalmente riconosciuto il diritto di dotarsi di ordinamenti propri, nei limiti previsti dalla legge (articolo 33 della Costituzione). Una fonte costituzionale pone quindi una prima forte autonomia alle università, definiti dalla stessa come «istituzioni di alta cultura». Ma non solo ciascuna università è unica per questo; ogni governo infatti vuole affermare le proprie ragioni sull’«alta cultura». E quindi ogni 3-5 anni cambia qualcosina, ritocchini, riformette. Il risultato è la pozzanghera con cui oggi facciamo i conti.
Il “punto di non ritorno” è la legge 15 maggio 1997, n. 127, attuata con decreto del Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica 3 Novembre 1999, n. 509. Questo provvedimento ha istituito il meccanismo del 3+2. Detta in breve ha distrutto la qualità della laurea, creando la così detta minilaurea triennale di primo livello, e una laurea magistrale biennale di secondo livello. Così facendo solo pochissime facoltà hanno preservato un corso di studi unico, quinquennale, e integro che permette lo sviluppo di una necessaria forma mentis per discernere la materia oggetto (Architettura, Ingegneria, Giurisprudenza, Medicina, Odontoiatria, Farmacia). Altre materie sono addirittura ascese nel mondo universitario proprio in seguito alla riforma, essendo fisiologicamente destinate ad un settore meno dottrinale e più pratico, il cui personale non abbisognerebbe di una laurea per lavorare. Si pensi come esempio alla «laurea» in Scienze infermieristiche. Prima della riforma era un corso di avviamento; oggi gli infermieri sono «laureati junior». Si coglie facilmente l’assurdità di questo sistema. L’età in cui una persona entra nel mondo del lavoro, anche senza aver fisicamente bisogno di una laurea, ma con l’obbligo di doverla conseguire, si alza a livelli spaventosi. Un infermiere poteva entrare in ospedale all’età di 17, 19 anni; oggi se è in grado di studiare entro i limiti di tempo, senza andare fuori corso, potrebbe riuscire ad entrarci alla tenera età di 21-22 anni. Inoltre, prima della riforma, le lauree vere, duravano quattro anni. Oggi cinque. Dove è il guadagno? Perché il neolaureato deve perdere un anno di lavoro, di esperienza, di tirocinio, e rallentare le sue opportunità? La riforma del 3+2 infatti era concepita come funzionale ad un abbassamento del numero di anni della scuola superiore. Quindi, sarebbe dovuto essere così: liceo/scuola professionale di quattro anni, università di cinque. Ma che senso avrebbe? Non è forse lo stesso che studiare cinque anni al liceo e quattro all’università? E infine, possiamo pure credere che abbia un senso, ma cinque anni di liceo e cinque di università non risparmiano dubbi sull’intelligenza dei ministri che si sono susseguiti al MIUR (Ministero della istruzione università e ricerca).
L’Italia non ha, però, la responsabilità di aver concepito una ristrutturazione coraggiosa e necessaria dell’università; l’Italia ha solo la responsabilità di aver attuato male i meccanismi partoriti dal così detto Processo di Bologna. In questa sede 29 ministri di altrettanti Stati hanno sottoscritto un protocollo per armonizzare il sistema di istruzione europeo. Era il 1998; il termine di scadenza per rincontrarsi e valutare l’operato è il 2010. Con i documenti sfornati dal Processo, noi Europei studiavamo, spiavamo, il sistema americano, ammirandolo e cercando di emularlo. Infatti il sistema dei crediti formativi universitari (CFU) non è di certo parte della tradizione europea continentale o mediterranea. Funzionano così: ogni esame ha un valore, misurato in crediti, ogni credito corrisponde a 25 ore di lavoro; per poter sostenere la «prova finale» (la discussione della tesi di laurea) lo studente deve essere in possesso di un certo numero di crediti. Ad esempio, l’esame di Diritto Costituzionale vale 10 CFU, per dare la tesi ho bisogno di 190 CFU, quindi devo dare tanti esami quanti sono necessari per arrivare a 190, tenendo presente le obbligatorietà di alcuni esami, le propedeuticità di altri e l’opzionalità di altri ancora. Sorgono spontanee altre domande. Se sono valutato col conseguimento dei crediti, a cosa serve la valutazione in trentesimi? La risposta è chiara: alla valutazione complessiva della carriera e quindi alla attribuzione della laurea in 110esimi. Ma non basta a spiegare la bivalente valutazione espressa sugli studenti. Inoltre ogni insegnamento (esame) ha un valore in CFU in dipendenza non da criteri oggettivi, ma da disposizioni autonome di ciascun Ateneo, di ciascuna Facoltà. Per dirla in parole povere: il mio esame di Diritto Costituzionale vale 10 CFU nella mia Facoltà (Giurisprudenza) nella mia Università (Roma Tre); può vale 8 CFU nella stessa Facoltà, ma in un’altra Università (La Sapienza); può valere 3 CFU in un’altra Facoltà (Scienze Politiche), nella stessa Università (Roma Tre). Quindi, se uno studente volesse cambiare Ateneo, restando alla stessa Facoltà, non è detto che si ritrovi in pari con gli esami, che pure ha già sostenuto nella precedente Università. Sarà obbligato a ridarli o nella migliore delle ipotesi a sostenere corsi, seminari, prove integrative. Questo fa spendere allo studente mesi, se non semestri o anni, dietro a burocratiche scemenze.
Tralasciamo di parlare del rapporto che esiste formalmente ma che non può esistere sostanzialmente tra diritto allo studio e diritto al lavoro. Formalmente infatti (per non dire costituzionalmente, ex art. 36 Cost.) ciascun lavoratore ha diritto ad una adeguata retribuzioni pari alle proprie competenze. Le competenze sono universalmente attribuite a una persona dal binomio formazione-esperienza. E allora, se un cittadino si forma ad alti livelli, non deve esserci neanche la minima probabilità di restare disoccupato, perché nel territorio della Repubblica ha diritto a lavorare, e ad essere retribuito.
Lo studente è comunque inquadrato nel sistema universitario come utente finale. Credo davvero che l’unica riforma utile sia quella che metta il ragazzo nel mezzo della ricerca. Lo studente potrebbe essere valutato per la capacità di sviluppare una tesi, di dimostrarla. Potrebbe essere la longa manus del docente per approfondire un insegnamento, per ricercare teorie insieme a lui, e quindi essere da subito protagonista della vera e originaria dimensione universitaria, quella della trasmissione del sapere dal docente al discente. Per chi come me ha a che fare con discipline che necessitano l’apprendimento della materia per potersi spendere nel futuro, è chiaro che tutto parte, non già dalla diligenza del ragazzo, ma prima ancora dalla professionalità del docente. Infatti, tralasciando il malcostume baronale, è rilevante non solo la qualità, cioè il “come” un professore insegna, ma secondo me di più il “quanto”, se si pensa che almeno 2 professori su 5 non sono mai entrati in aula nel corso di un semestre, nella mia piccola esperienza, e che su 12 professori almeno la metà veniva sporadicamente. Se tutti i docenti fossero al proprio posto la qualità del servizio di cui lo studente resta solo utente, sarebbe già nettamente superiore.
Come ultima analisi della questione si dovrebbe prendere in considerazione il così detto numero chiuso. All’inizio l’università era accessibile per tutti coloro che fossero stati in possesso del diploma di liceo direttamente necessario ad aprire le porte delle Facoltà corrispondenti (classico: tutte; scientifico: facoltà scientifiche; …). Oggi, con una diversa e più estensiva interpretazione del diritto allo studio costituzionalmente garantito, chiunque ottenga un diploma in qualunque scuola secondaria superiore può accedere ai corsi (in alcuni casi previo corso integrativo). Voglio sottolineare che anche dopo una scuola tecnica o professionale si ha la possibilità di accedere a una qualunque facoltà. Tuttavia recentemente, a partire dal 2001, è entrata sempre più incisiva, la dottrina dei test di ingresso. Questo stratagemma non è in grado né di limitare il numero di studenti fuori corso, né di garantire che il numero di entrati resti parti al numero di laureati. Ciò vuol dire che la selezione vera rimane quella naturale; quella cioè che opera a prescindere dal test di ingresso e fa restare in aula la gente interessata. Il test inoltre si basa, per la maggior parte, su domande di logica, cultura generale o comprensione del testo. Non è bello che uno studente non entri all’università perché non sapeva di chi fosse la canzone “The wall” (Pink Floyd). Il caso della Facoltà di Medicina è poi il più irritante. Per entrare è necessario superare addirittura un test di ingresso nazionale preparato dal MIUR, uguale per tutte le università, da svolgersi nello stesso momento (come se lo studente che supera la maturità, sia ritenuto incapace di studiare e quindi abbia bisogno di affrontare un secondo Esame; come se l’avessero bocciato alla maturità). In sostanza il diritto allo studio di cui sopra si diceva, non esiste più. Inoltre ogni genitore ha il dovere di educare ed istruire il proprio figlio «tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni» (art. 147 del Codice civile). Alla luce della legge, se il figlio avesse capacità, inclinazione e aspirazione a diventare neurochirurgo, perché la Repubblica non gli dà la possibilità? In realtà la possibilità in astratto l’avrebbe; ma solo per portare uno degli esempi, alla prima Facoltà di Medicina della Sapienza, ci sono 539 posti disponibili. Dei 4000 ragazzi che si presentano i ¾ sono calabresi, campani, pugliesi, siciliani, lucani. Alla Facoltà di medicina di Bari, ci sono 324 posti. In quella di Catania 300; a Foggia 71; a Messina 200; a Napoli Federico II 310, Napoli Seconda Università 300; a Palermo 300; a Salerno 110. Se i ragazzi del Sud usassero i servizi per loro predisposti dalle tasche di tutti i cittadini italiani, a Roma potrebbero iscriversi i romani. Inoltre molti studenti entrati a Medicina, subiscono le conseguenze della selezione naturale di cui si è già detto. Ne consegue che chi è entrato senza avere reali capacità, inclinazione e aspirazione, ha precluso l’ingresso di qualcun altro scartato dal meccanismo del test d’ingresso, che forse avrebbe avuto superiori capacità, inclinazione e aspirazione.
È chiaro che nessuno dei ragazzi ha la responsabilità di questo. È chiaro anche il desiderio di uno studente del Sud di frequentare un servizio di qualità superiore e in una città sicuramente più affascinante. Ma non è giusto che in una zona di Italia si concentrino le aspirazioni di migliaia di studenti, solo magari, perché a casa loro il servizio è viziato da chissà quali logiche clientelari o nepotiste. La Repubblica deve smetterla di rincorrere idee assurde di governo o di emulazione euro-anglosassone; dovrebbe intelligentemente porre mano ai pericoli che sta generando con una politica culturale degenerante.





Ciao Paolo, grazie dell’articolo.
Mi sono laureato in Giurisprudenza nel 1971 con 110/110, nell’ambito del vecchio ordine dei studi (ciclo quadriennale, 24 esami di cui 3 complementari).
Il tuo articolo mi ha aiutato a capire qualcosa in quel guazzabuglio di lauree (triennale, magistrale, specialistica…) nel quale non riuscivo a districarmi.
Non vorrei che il cambiamento venisse dalla nostra innata propensione all’emulazione dei modelli oltre oceano, dimenticando che i modelli si devono costruire in omogeneità al tessuto socio-culturale non in contrasto con esso.
Ma neppure vorrei che la laurea triennale sia stata dettata dalla esigenza di accontentare delle lobbies potenti espressione di attività professionali non “confortate” dal possesso della laurea.
Non vorrei infine che ci sia stata anche una volontà politica di accontentare, con il moltiplicarsi delle cattedre, il desiderio dei “baroni”.
Diceva un nostro attuale Senatore a vita: “a pensar male di fa peccato, ma spesso ci si azzecca..”.
Ciao
Caro Paolo, il tuo articolo è molto interessante, ed esprimo la mia convinzione che molti dei temi trattati siano condivisi dai tuoi coetanei. Ti faccio i complimenti per l’entusiasmo e l’aggressività con cui tratti il tema.
Essendo io, però, un po’ più anziano ed avendo vissuto la fase del cambiamento perché ero studente allora, la mia esperienza nella facoltà di Ingegneria è stata un po’ diversa.
Sicuramente l’aver sposato la metodologia anglosassone (3+2) non è stata forse l’idea migliore, soprattutto perché molto probabilmente avrebbe dovuto avere dei correttivi alla luce del nostro ordinamento che era molto diverso. Era indubbio, però, che qualcosa andava fatto! Il nostro vecchio sistema accademico era un mostro che teneva parcheggiati gli studenti anche dieci anni e spesso senza produrre laureati, se non dopo un estenuante percorso di studi dalle alterne vicende. Il nuovo modello ha degli innegabili vantaggi: adotta i crediti, che sono – almeno in teoria – spendibili e condivisibili ovunque (la tua osservazione sulla diverso peso dei CFU a parità di nome di materia, probabilmente è spiegabile col fatto che il contenuto dei corsi in realtà è diverso. Uno stesso corso, ma in facoltà diverse, può prevedere dei contenuti molto differenti), prevede un percorso a tappe dove uno studente può decidere di laurearsi comunque senza per questo dover interrompere a metà come prima rimanendo senza alcun titolo. Certamente il sistema della doppia laurea non ha però senso: se uno decide di continuare, dovrebbe essere inutile conseguirne una “prima laurea”.
In ogni caso dopo la riforma il numero dei laureati è aumentato. D’altro canto, è anche vero che sono stati introdotti corsi di laurea abbastanza inusuali, come quello che citi tu. Però, anche per questi, oltre alle critiche che giustamente adduci, c’è un lato positivo: pensa appunto al fatto che prima gli infermieri entravano in ospedale con una formazione davvero “minima”, mentre ora è sicuramente di più alto livello, e in questo ci guadagnano per primi i malati. L’esempio vale per molte altre categorie, dove ora è richuesta la laurea triennale, ovvero un titolo universitario, che, per quanto fallace, è sempre molto superiore a qualsiasi diploma che un istituto, per quanto prestigioso, possa rilasciare.
Caro Bonini, potrei anche essere d’accordo con Lei, ma ho impressione che stiamo entrambi sognando una Università fatta da docenti responsabili e bravi (scelti per merito e non meriti di fedeltà a baroni) e da studenti intenzionati non a raccogliere “punti qualità” CFU ma a perfezionare il loro bagaglio culturale e professionale, per metterlo, con l’attività lavorativa, al servizio dei loro concittadini.
Ho impressione che, anche se Lei ne farà sicuramente parte, si tratta di una razza di studenti e di docenti in via di estinzione.
Oggi l’Università si deve (o si vuole?) adattare alla mediocrità generale e rappresentarsi come un generoso fornitore di diplomi a facile prezzo.
Il prezzo i nostri giovani poi lo pagano, anche in termini di concorrenza occupazionale, ai giovani di altri Paesi.
Bravo Bonini, continui a studiare e a…. scrivere!! Forse servirà.
Cordiali saluti
Complimenti Bonini, per l’articolo, e grazie Luca, per le opportune precisazioni.
In effetti tutto questo proliferare di Atenei, Facoltà ed Insegnamenti, di per sé non razionale, ha prodotto pure qualcosa di buono. Tanti nuovi Rettori, Presidi e Professori, che non avrebbero avuto alcuna chance nell’Universià di vent’anni fa. E ci sono anche quelli decisamente validi. Speriamo che col tempo non diventino i nuovi “baroni”.