Luigi Sturzo
L’Europa della prima metà del Novecento vede l’affermarsi, anche sul piano strettamente politico e non solo sindacale, dei grandi movimenti di massa frutto sia della rivoluzione industriale, sia dell’irreversibile crisi del vecchio sistema di potere monarchico-aristocratico spazzato via dalla rivoluzione francese e che, tuttavia, era riuscito a sopravvivere a se stesso ancora per qualche tempo. La debolezza delle forme di stato miste (monarchie parlamentari), le prime timide apparizioni dei regimi democratici, ancora lontani da un maturo consolidamento nelle coscienze dei popoli, e soprattutto la presenza di nuovi soggetti politici fortemente caratterizzati, sul piano ideologico, dall’elemento rivoluzionario, ponevano le basi in Europa per una deriva autoritaria e totalitaria dei governi. Fatta eccezione per la Russia dei Romanov, che presentava condizioni niente affatto ripetibili in altre nazioni del Vecchio continente, e che tuttavia fu la prima a percorrere, nel 1917, questa strada con la rivoluzione bolscevica, l’incipit si ebbe con l’Italia di Giolitti e Facta, che si consegnò con la grave responsabilità della monarchia a Mussolini nel 1922, seguita nel 1933 dalla Germania di Hitler e nel 1939, dopo una terribile guerra civile, dalla Spagna di Franco.
Ma l’Europa di questo primo scorcio di secolo non è solo l’Europa dei movimenti rivoluzionari e delle contrapposizioni forti, è anche l’Europa di Giuseppe Toniolo e di Jacques Maritain, ma soprattutto è l’Europa di Luigi Sturzo. Figlio della lettera enciclica di Leone XIII «Rerum novarum», del 15 maggio 1891, con la quale per la prima volta la Chiesa affrontava in maniera sistematica la questione sociale della condizione operaia, sottraendone in questo modo il monopolio al marxismo, Sturzo individuava nel socialismo e nel liberalismo economico due false risposte ad un vero problema. Non era con la divisione in classi della società (liberismo), né con la riduzione della stessa ad una sola classe (comunismo) che si poteva pensare di dare soluzione ad un conflitto che rischiava di sgretolare il tessuto sociale ancora debole delle nazioni. La risposta, al contrario, era per Sturzo nell’interclassismo, vale a dire nel dialogo e nel confronto dei diversi soggetti sociali operanti ciascuno nel proprio ambito. Ed è precisamente su queste basi che egli concepì il progetto di un nuovo partito politico. Un partito che avrebbe dovuto ispirarsi certamente a quei valori universali del cristianesimo, come per esempio il rispetto della persona umana, condivisibili anche da chi cattolico non era, ma restare fondamentalmente un soggetto politico laico. Altra caratteristica fondamentale del partito, così come lo intendeva Luigi Sturzo, era la aconfessionalità. Il partito doveva essere totalmente slegato dalla Gerarchia ecclesiastica ed avere invece una struttura organizzativa sua propria. Infine, il nome non avrebbe dovuto richiamare in alcun modo la Chiesa, perchè mentre la Chiesa è unità e universalità, il partito è per forza di cose divisione e contrapposizione. Ecco perchè nel 1919, nell’anno della fondazione del nuovo soggetto politico, Sturzo optò per il nome Partito Popolare Italiano, in luogo di Democrazia Cristiana.
Il nuovo soggetto politico che venne presentato il 18 gennaio 1919 con un suo programma – che comprendeva tra l’altro la dismissione dell’accentramento statale, l’attuazione del decentramento regionale, la riforma dell’insegnamento, la riforma agraria, ecc. – e soprattutto con il famoso appello «A tutti gli uomini liberi e forti», si presentò alle elezioni del novembre dello stesso anno registrando un successo inatteso e raccogliendo 1.176.473 voti, pari al 20,6% dei suffragi, e cento deputati.
Tuttavia, la nascita del Partito Popolare Italiano fu importante anche per un altro aspetto. La sua presenza, infatti, sulla scena politica determinò nei fatti il superamento, oramai anacronistico, del «Non expedit» (10 settembre 1874), già in parte avvenuto in seguito alla pubblicazione della «Rerum novarum» di Leone XIII. Con quel decreto della Penitenzieria Pio IX, rifiutando di riconoscere l’annessione di Roma e dello Stato Pontificio all’Italia, con la conseguente perdita del potere temporale dei papi, impediva ai cattolici la partecipazione attiva (elettori) e passiva (eletti) alle elezioni politiche.
Le ragioni di questo atteggiamento risiedevano tutte nel fatto che dopo quindici secoli un papa, Pio IX per l’appunto, non poteva più trasmettere al suo successore quel potere temporale che aveva ricevuto dal suo predecessore. Conseguenza di questa politica di chiusura fu la nascita dell’«Opera dei congressi e dei comitati cattolici» che accolse nel suo seno l’intransigentismo cattolico che oppose un netto rifiuto ad ogni forma di dialogo con lo Stato liberale, ritenuto appunto colpevole di avere usurpato i beni della Chiesa. La lenta evoluzione del movimento politico cattolico, che attraversò la parte finale del pontificato di Pio IX e per intero quelli di Leone XIII e Pio X, fino al Patto Gentiloni del 1913, giunse alla sua naturale conclusione, sotto Benedetto XV, che indubbiamente favorì l’istituzione del Partito Popolare. Accanto a Luigi Sturzo, nel Partito Popolare del 1919, dobbiamo ricordare rilevanti personalità del movimento cattolico di quegli anni quali Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi, Filippo Meda, Angelo Mauri, Vincenzo Tangorra, Umberto Merlini e, soprattutto, Giuseppe Donati (1889-1931) e Francesco Luigi Ferrari (1889-1933), questi ultimi due perseguitati dal Fascismo e morti in esilio. Alcuni di essi, come per esempio De Gasperi, erano destinati in futuro a giocare un ruolo di primo piano nella ricostruzione dell’Italia uscita dalle macerie del Fascismo e della Seconda guerra mondiale.
Tuttavia, la vita del nuovo partito, in questa fase, non fu né serena, né lunga. Alla crisi dello Stato liberale, aggravata da un classe politica vecchia ed incapace di uscire dal pantano del trasformismo parlamentare, si aggiunsero i timori che anche in Italia, stante la presenza di un forte movimento riformista e massimalista (Livorno 1921), potesse esplodere una rivoluzione sul modello bolscevico come in Russia. Queste ed altre non minori ragioni favorirono l’avvento al potere di Benito Mussolini e del Fascismo in Italia nel 1922, in seguito alla marcia su Roma del 28 ottobre. Il nuovo governo, presieduto da Mussolini, fu composto da fascisti, liberali e popolari, ma con l’opposizione di Sturzo e Meda. Opposizione che il Segretario politico del PPI ribadì durante il Congresso di Torino del dicembre 1922. Conseguenza di questo atteggiamento fu l’esclusione nel 1923, da parte di Mussolini, dei popolari dal governo. Ormai tra il prete di Caltagirone ed il dittatore di Predappio era guerra aperta. La casa di Sturzo venne visitata più volte dalle squadre fasciste, molto operose in questi primissimi anni, e la Segreteria di Stato impose al sacerdote, costretto all’obbligo dell’obbedienza, di lasciare dapprima la carica di segretario politico del PPI (10 luglio 1923), quindi la Direzione Nazionale del Partito (19 maggio 1924) e, infine, quando le minacce di Mussolini giunsero a toccare la stessa vita di Sturzo, a lasciare l’Italia (25 ottobre 1924).
In Vaticano la vicenda di Sturzo venne paragonata, molto da vicino, anche se accaduta alcuni secoli prima, a quella di un altro illustre personaggio, Thomas More, ma si voleva evitare l’analogo epilogo. L’opposizione del sacerdote siciliano, infatti, nei confronti di Mussolini era stata senza compromessi, netta, inequivocabile. Questo fatto aveva precluso la possibilità di percorrere altre strade. La stessa presenza di Sturzo in Italia era vista in maniera dannosa per il regime. In un primo tempo si pensò a Parigi, ma anche la Francia apparve troppo vicina all’Italia. E, allora, ancora una volta la Segreteria di Stato impose Londra e la Gran Bretagna. Al momento della partenza Sturzo dette l’ultimo schiaffo a Mussolini ed alla sua dittatura. Accettò certo di partire dall’Italia, obbedendo all’ordine superiore, ma solo con passaporto vaticano, evitando in questo modo un tacito riconoscimento al nuovo regime.
Un esilio che avrebbe dovuto durare pochi mesi o al più pochi anni, tanto si pensava potesse resistere il Fascismo nella convinzione generale, si perpetuò per quasi ventidue anni. Sturzo, infatti, sbarcò a Napoli, facendo finalmente rientro in Italia, il 6 settembre 1946.
Bibliografia:
Gabriele De Rosa, Luigi Sturzo, Torino 1978;
Gabriele De Rosa, Il Partito Popolare Italiano, Roma-Bari 1979;
Gabriele De Rosa, Sturzo mi disse, Brescia 1982;
Francesco Malgeri, Luigi Sturzo, Cinisello Balsamo (Mi) 1993.




Ho letto l’articolo di Piero Doria; complimenti. Converrà con me che alla ricostruzione di Doria occorre aggiungere la storia dell’edificazione sociale che, dal basso e per mezzo della sussidiarietà orizzontale e della partecipazione economica e mutualistica, fu le base su cui nacque il primo partito italiano di ispirazione cristiana (questione attuale? Direi di si?. C’è poi tutta quella parte di storia delle battaglie sturziane avvenute durante l’esilio, con la sua conoscenza di democrazie avanzate come quella inglese e statunitense, la lotta ai sistemi tirannici, così come gli scritti di don Luigi su società, politica, religione e economia. Infine, la battaglia contro l’immoralità dilagante (1946-1959), più nota come la lotta contro le male bestie; questa, a mio giudizio, è parte dell’attuale emergenza italiana e solo rileggendo don Sturzo e la DSC si potranno trovare giusti elementi per tornare a fare politica del bene comune e dell’interesse generale secondo i valori cristiani dell’amore per il prossimo.
Gaspare Sturzo
Gent.mo Professore Sturzo,
Condivido pienamente quanto da Lei affermato ed aggiungo solo
che oggi ritornare correttamente a Luigi Sturzo sia necessario
per ridare volto ad una democrazia italiana da troppo tempo offesa
e mortificata.
Cordialmente,
Piero Doria