Conta solo il voto o anche lo stile di vita?

Il modo più tradizionale ed efficace con il quale i cittadini delle democrazie europee di stampo occidentale operano le loro scelte politiche è sicuramente il voto. Quest’ultimo è un diritto civile e, contemporaneamente, come recita anche la Costituzione italiana, un obbligo nella misura in cui il popolo, composto dai singoli cittadini voglia continuare ad essere il titolare della sovranità.

Si potrebbe decidere di soprassedere al voto solo in casi eccezionali, quali quello, ad esempio, di una classe politica corrotta tendente alla propria continua riesumazione grazie a pratiche clientelaristiche o a manipolazioni mediatiche. In Italia ci siamo vicini ma, a mio parere, la situazione è ancora pienamente recuperabile.

E’ però sufficiente il voto per permettere ai cittadini il pieno ed efficace esercizio delle loro prerogative democratiche, oppure il mutato contesto socio-economico-istituzionale richiede una nuova riflessione e nuovi strumenti da utilizzare?

Non è il caso, né il luogo, qui per ripetere come l’avvento della globalizzazione abbia grandemente attenuato il ruolo degli Stati nel governo della propria economia.

La possibilità di spostare, con un semplice clic sul Web, immense risorse monetarie (pari talvolta al PIL di una Nazione) da una piazza finanziaria ad una più conveniente, la politica, messa in atto da aziende grandi e medie, di delocalizzare la forza lavoro in Nazioni ben lontane dalla sede aziendale, ma nelle quali la remunerazione del lavoro sia molto più bassa, hanno radicalmente mutato l’incidenza delle scelte politiche dei singoli Stati.

E’ anzi ormai noto ed assodato come le politiche nazionali, particolarmente in presenza di debiti pubblici particolarmente elevati, debbano tener nel massimo conto le reazioni dei mercati finanziari internazionali a fronte di scelte di politica economica ritenute inadeguate o inappropriate. Una valutazione negativa da parte dei mercati internazionali potrebbe provocare, se non una fuga di capitali, un decremento degli investimenti esteri, con conseguenze pesanti, se non drammatiche per i singoli Paesi.

Si è venuto a creare un potere reale, seppur parcellizzato e non strutturato, a livello internazionale che rende le principali Borse (in particolare quelle di Wall Street, dei Paesi dell’Europa occidentale e di Tokio) più influenti e decisive dei singoli Governi e Parlamenti nazionali.

Non è la prima volta che lievi decrementi di profitto e di valore delle azioni di alcune aziende multinazionali provocano la messa in atto di pesanti piani di ridimensionamento delle risorse umane a livello globale costringendo i singoli Stati interessati a politiche di sostegno dei lavoratori colpiti.

E’ interessante peraltro notare come, nella recente e ancora attuale crisi causata dallo scoppio della bolla finanziaria, siano stati gli stessi Stati nazionali ad essere stati costretti ad intervenire con grandi immissioni di massa monetaria per sostenere la domanda globale e impedire un pesante avvitamento (questo e altro non è la “recessione”) dell’intera economia internazionale. A fronte dei guasti originati da un modello di sviluppo finanziario, fuori del loro controllo, è stato invece loro compito intervenire per limitarne gli inconvenienti.

Inutile dire che la maggior parte dei finanzieri, banchieri e imprenditori responsabili della crisi sono quasi tutti rimasti al loro posto e la stessa crisi delle Borse è terminata (guarda caso!) solo quando il neo Presidente degli Stati Uniti Barak Obamna ha deciso il riacquisto, da parte pubblica, dei titoli tossici (ossia i titoli senza valore effettivo) ancora circolanti nelle Borse (ovvero nel patrimonio di banche e società finanziarie).

Il difficile compito che ora si presenta, per i prossimi anni, alle classe politiche dei singoli stati è quello di dover gestire il rientro, il recupero, della ingente massa monetaria emessa e che ha gonfiato in maniera insostenibile (l’aggettivo è scelto ed è esatto) i debiti pubblici.

Esistono solo due modi per farlo, o un aumento della pressione tributaria o un taglio della spesa pubblica. Sia in un caso che nell’altro si dovrà tener conto di pesanti conseguenze a livello sociale con un cambiamento necessario dello stile di vita dei cittadini.

E’ questa la sfida dei prossimi anni, gestire il rientro del debito pubblico coniugando il massimo di efficacia con il massimo di equità, pena il disfacimento della coesione sociale e il rischio di deflagrazione di difficile controllo.

Il sistema democratico si è sempre dimostrato come quello, contemporaneamente più flessibile e più efficace per superare pacificamente questi momenti critici.

Ma, e torniamo alla domanda iniziale, è sufficiente il voto come elemento supremo di formazione delle maggioranze parlamentati e di influenza, seppur indiretta, sulle politiche nazionali?

Considerando, come abbiamo appena visto, che l’economia e la finanza hanno assunto ormai un perso equivalente, se non addirittura superiore, a quello della politica nella loro influenza sulla vita pratica di tutti i giorni, come poter riportare anche questi ambiti in un contesto di partecipazione democratica?

Il mercato condizione ormai in maniera pesante e preponderante i nostri stili di vita ma il mercato è, almeno parzialmente neutrale, in quanto riflette le scelte dei consumatori.

Se sul mercato venissero richiesti i beni veramente necessari ad una esistenza più umana, orientata alla felicità non vista come incremento di reddito ma come incremento di relazioni amicali, l’intera economia e la finanza dovrebbero ristrutturarsi e riorientarsi per la produzione di questi beni.

Non è indifferente, ad esempio, verso le nuove generazioni, acquistare loro continuamente l’ultimo modello di cellulare o di altro prodotto High Tech, oppure una seria enciclopedia o l’accesso a momenti di cultura e di sano intrattenimento.

Non è indifferente sprecare soldi su programmi di eccessivo e spropositato fitness, e negarli invece ad associazioni che potrebbero finanziare strutture benefiche nei Paesi in via di sviluppo, laddove il problema non è il fitness ma la sopravvivenza dei bambini.

Non è indifferente investire in fondi che abbiamo nel portafoglio azioni tossiche o di industrie (ad esempio) militari, al fine di incrementare il proprio reddito e trascurare gli investimenti, a minor rendimento, ma preoccupati di tutelare la finalità etica dell’investimento.

Certo, come per il voto politico occorre effettuare un sano discernimento al fine di valutare con la massima oggettività politica lo spessore di bene comune esistente nei diversi programmi politici dei partiti da votare, così anche per le scelte di consumo e di investimento occorre saper riacquistare la propria libertà di fronte alle pressioni mediatiche e pubblicitarie e saper riattivare e consolidare stili di vita in sintonia con le espressioni più profonde del nostro essere uomini.

Non bastano certamente le scelte individuali di consumo e investimento a dare un indirizzo più democratico alla civiltà. Il grosso handicap del mercato e che certe persone o settori non sono in grado di accedervi e per questo si rende necessario completare l’opera delle scelte privare con una attività di scelta pubblica orientato a sostenere determinate categorie sociali o beni particolari (uno per tutti le medicine dedicate alla malattie rare).

Peraltro la sempre più larga diffusione di stili di vita improntati alla sobrietà e alla solidarietà, in una parola stili di vita più umani, può rendere veramente, e in maniera pienamente democratica, migliore la nostra società.

Riprendiamoci in mano la nostra vita con scelte oculate politiche ed economiche.



  1. Luciano Giustini sabato 19 dicembre, 2009 - 00:29

    Caro Giuseppe, vorrei evitare di scrivere “Concordo su tutto”, ma è veramente così. Non è più la politica oramai la protagonista delle scelte dei cittadini globalizzati, ma la finanza e l’economia. E lo è perfino, e forse ancor di più, paradossalmente per i Paesi meno sviluppati, succubi di una democrazia emrbionale o a volte del tutto inesistente.

    Noi che ce l’abbiamo, usiamola al meglio la nostra capacità di scelta, senza dubbio.

    Se c’è qualcosa che mi piace fare nei ragionamenti è tirare fuori i dati, per poterne evitare chiavi di lettura troppo eterogenee. In questo contesto, direi che alcuni dati essenziali sono senz’altro quelli che hai citato tu in particolare riferendosi al nostro Paese, con l’enorme debito pubblico che ci schiaccia qualsiasi potenzialità di crescita: attualmente esso è a circa 1800 miliardi di euro. Nel 2013 pagheremo solo di interessi 100 miliardi di euro. Cifre che fanno rabbrividire.
    Ancora più significativi sono i dati relativi all’attivo: l’Italia ha bisogno di almeno 115.000 immigrati l’anno per non far crollare il PIL (fonte Bankitalia)..

    Riprendo infine un piccolo passaggio sulle multinazionali perché mi consente di fare una riflessione credo attuale: “Non è la prima volta che lievi decrementi di profitto e di valore delle azioni di alcune aziende multinazionali provocano la messa in atto di pesanti piani di ridimensionamento delle risorse umane a livello globale costringendo i singoli Stati interessati a politiche di sostegno dei lavoratori colpiti.”
    Mi viene in mente, infatti il caso della FIAT, che per decenni ha sfruttato i soldi dello Stato, e quindi di noi contribuenti, per “riequilibrare” le sue casse malate, con la giustificazione che “se va bene la FIAT va bene l’Italia”. Certamente vero è, però, che se la FIAT va bene altrove, non va molto bene in Italia se chiude gli stabilimenti “meno produttivi” come sembra stia facendo ora la dirigenza (in special modo l’ad Marchionne): dunque la FIAT ci deve qualcosa? E come essa, altre multinazionali hanno un debito nei confronti della popolazione e dei cittadini?

  2. Ernesto sabato 19 dicembre, 2009 - 10:58

    Sappiamo che ogni persona deve fare riferimento alla propria coscienza perché le sue scelte possano dirsi autenticamente umane. La coscienza però deve essere formata. A me pare che in questi ultimi anni abbiamo assistito a un eccessivo riferimento da una parte e dall’altra alla sovrana volontà degli elettori (quando volte, per esempio, sentiamo dire: “gli Italiani non pensano … Gli Italiani sanno …” a supporto della propria opinione o a difesa del proprio operato), senza che vi fosse alcuna insistenza su temi come quelli dell’educazione (che pare sia diventata sempre più soltanto formazione a saper fare), del confronto sui valori, del dialogo … Sempre ci vantiamo delle alte percentuali di votanti, ma su cosa esprimiamo la nostra scelta? Su quali programmi politici? Oltre che dell’economia, occorre parlare del potere persuasivo dei media e non per nulla oggi si vorrebbe porre un freno di un qualche tipo alla Rete, molto meno gestibile e controllabile. Pongo una domanda, prima di tutti a me stesso: quando votiamo, cosa vogliamo ottenere? Quali interessi intendiamo difendere? Ci basta stare bene noi, la nostra famiglia (interesse, ben inteso, del tutto legittimo e da difendere), o vogliamo alzare lo sguardo oltre la siepe, nella consapevolezza che se altri non stanno bene, anche noi non stiamo bene?

  3. Mirella sabato 19 dicembre, 2009 - 12:57

    Sono d’accordo sia con l’articolo che con i commenti. Oggi siamo convinti di scegliere liberamente, in realtà siamo pesantemente condizionati da miliardi di inputs informativi (pubblicitari e non) che ci rimandano un’idea di bellezza, bontà, utilità, amore, unità deformati dallo scopo pubblicitario, utilitaristico fine all’acquisto di certi beni, al modo in cui allocare le nostre risorse finanziarie, a come orientare il nostro voto… ma noi siamo ancora in grado di pensare autonomamente, senza far riferimento a questi falsi modelli, a cosa sia davvero giusto, buono, equo, utile? se qualche secolo fa c’erano nessuno o pochi punti di riferimento su cui orientare le scelte della vita, oggi ce ne sono infiniti… L’uomo deve recuperare la propria anima, deve ritornare ad una “essenzialità” interore ed esteriore, ad una sobrietà (nel parlare, nel comportarsi, nello spendere e nell’orientare le proprie scelte) che sia frutto della propria libertà, vera prerogativa che ci rende “deiformi”, per riacquistare quell’ordine che dà serenità e benessere interiore ed esteriore.

  4. ELVIRA FALBO sabato 19 dicembre, 2009 - 16:40

    Sono d’accordo.E’ ovvio che l’economia deve essere guidata dall’etica, altrimenti mira solo al profitto con la conseguenza di allargare la forbice ed escludere sempre più persone dai mercati.
    Il mio amico Ferruccio Marzano, docente di Economia dello Sviluppo all’Università “La Sapienza” di Roma, ha scritto un libro molto bello “Etica ed economia” con tutte le correlazioni possibili tra i due mondi. Le stesse affermazioni ho fatto io al Convegno mondiale di Lisbona dove rappresentavo l’Italia con la proposta di una diversa educazione sia a stili di vita più solidali e comunitari, sia con la valoruizzazione dei beni relazionali e ponevo come fattore proponente tutte le Religioni del mondo, presenti a quel Convegno “Religioni e globalizzazioni” Il mio intervento riguardava l’approccio politico, ma vedo un filo rosso tra politica e religioni. L’educazione di tutti ed in particolare delle giovani generazioni può contribuire a contrastare una economia miope e mirata solo al profitto.
    In un altro Convegno in preparazione della Settimana Sociale dei Cattolici di Bologna dell’ottobre 2004 (eravamo a Firenze nel giugno 2004) a cui sono stati invitati tutti i Docenti delle Università cattoliche, ho posto come meta per il raggiungimento della felicità indiciduale e collettiva la valorizzazione dei beni relazionali, i quali pur non avendo un costo economico rendono le persone più felici di tanti acquisti cotosi. Certamente occorre modificare i propri comportamenti ma la maggiore responsabilità è dei politici, tanti che si dicono cristiani e solidali, una volta andati al potere (sia pure limitato dalla globalizzazione) pensano solo al proprio interesse e nella mia lunga vita ne ho conosciuti tanti e tante che mi hanno profondamentre deluso.
    Che questo Natale serva a tutti come momento di Meditazione. Auguri!
    Elvira

  5. Maurizo sabato 19 dicembre, 2009 - 22:25

    Caro Giuseppe, condivido pienamente la tua analisi lucida ed impietosa dei mali del nostro tempo, alla quale aggiungerei il tema che ha avuto ampio spazio nella cronache di questi giorni e che riguarda il problema delle emissioni di CO2 in gran parte causate da una errato utilizzo delle risorse ed un consumo sfrenato al quale non riusciamo a sottrarci ed il guaio è che se lo facessimo tutti senza che ci fosse un adeguata compensazione governata dalla politica mondiale, ci sarebbe nell’ immediato un aumento della povertà e delle diseguaglianze.
    Purtroppo il flop della conferenza di Copenhagen dimostra che i governi non sono ancora in grado di seguire le istanze dei molti che criticano l’ attuale modello di sviluppo. E necessario pertanto a mio avviso l’impegno personale nelle scelte quotidiane ma anche un coordinamento a livello globale affinchè queste scelte siano supportate dalle azioni di governo, quindi faccio un invito a te ed a tutti quelli che si muovono nei contesti della politica a mettere al 1° posto nelle agende la discussione di questi temi.

  6. Giuseppe Spazzafumo domenica 20 dicembre, 2009 - 14:31

    Concordo su tutto. Aggiungo che, purtroppo, quando gli stati corrono in aiuto delle imprese lo fanno coi soldi dei cittadini aumentando il debito pubblico: sarebbe molto più corretto costringere l’azienda ad un aumento di capitale finanziato dallo stato che poi, una volta risanata l’azienda, avrebbe in mano azioni da vendere recuperando così, con gli interessi, i soldi messi fuori. Invece assistiamo da decenni a regali fatti alle banche, alla FIAT, all’ATI ecc. Cioè soldi che vengono prelevati dalle tasche di tutti e regalati ai soliti amici. Non è diverso da quanto ha fatto Eltsin con le privatizzazioni in Russia creando la casta degli oligarchi.