Una nuova forma per l’unità politica dei cattolici?

Questo scritto vuole essere, più che una riflessione esauriente e compiuta (servirebbe ben altro spazio e altra mente!), uno spunto, una provocazione per altri interventi, commenti, integrazioni, critiche, che l’autore dichiara di gradire fin d’ora.

Sono peraltro convinto che questo tipo di scritti (brevi per quanto possibili ma argomentati) rappresenti oggi uno strumento efficace di comunicazione per la massa, più di ponderosi articoli e libri.

Una nuova forma per l’unità politica dei cattolici?

In ambito politico le scelte dei cattolici si ispirano al principio del legittimo pluralismo delle opzioni politiche, ferma restando la coerenza con i valori cristiani e con i dettami della Dottrina Sociale Cristiana.

Solo eccezionalmente si deroga a questo principio, allorché corrano pericoli la libertà della Chiesa cattolica e/o le libertà civili e religiose. Si perviene in tali casi ad invocare ed a praticare l’unità politica dei cattolici.

Questo è avvenuto in Italia, nello scorso secolo quando, nel secondo dopoguerra (anni 1946 e seguenti), i cattolici in Italia si riunirono nel neo fondato partito della Democrazia Cristiana per porre un argine al marxismo ateo, rappresentato in Italia dal più grande partito comunista dell’occidente. Si trattò di una scelta vitale in grado di salvare l’Italia dalla dittatura e di tutelare le libertà civili e religiose, scelta agevolata dalla formazione culturale alla politica dei giovani cattolici curata personalmente e incisivamente da Mons. Montini, futuro Paolo VI.

Non è un caso che la Democrazia Cristiana, già in declino negli anni ’70 e ’80, per molteplici motivi (non ultimo l’esaurimento graduale ma progressivo della spinta morale iniziale) andò in crisi velocemente a partire dal 1989 (anno della caduta del muro di Berlino e della sconfitta del comunismo) per poi scomparire come partito nei primi anni ’90.

Da allora i cattolici italiani non hanno avuto un grande partito di riferimento ma hanno differenziato le loro scelte lungo tutto l’arco parlamentare.

In pratica un ritorno al normale principio del pluralismo delle opzioni politiche. Contestualmente la Gerarchia cattolica ha assunto un peso maggiore, indicando ai fedeli laici i principi non negoziabili, ponendosi talvolta come interlocutore diretto delle istituzioni e dei partiti politici e suggerendo comportamenti concreti particolarmente nei casi di referendum interessanti ai temi bioetici.

Ci si chiede se non ci troviamo ora in una situazione analoga a quella degli anni ’50 dello scorso secolo e se non sia opportuno riconsiderare le scelte fatte e di ritenere di nuovo ragionevole e auspicabile l’unità politica dei cattolici in Italia.

Ciò potrebbe avvenire a due condizioni:

  1. la presenza di un pericolo mortale quale è stato il marxismo ateo concretizzatosi nel comunismo storico;
  2. l’attitudine e l’efficacia dell’unità politica come strumento per annullare tale pericolo.

Certamente quello che comunemente viene chiamato “relativismo etico”, e che altro non è se non l’ultima versione del nichilismo filosofico, rappresenta un pericolo non solo per il cristianesimo e le altre religioni, ma per tutta l’umanità.

Per relativismo etico si può intendere quella corrente di pensiero che nega non solo la raggiungibilità, bensì la stessa esistenza di una “verità” oggettiva, esterna agli uomini e in grado, una volta conseguita e praticata, di indirizzarlo verso il buono, il bello, il giusto.

Questa corrente culturale di pensiero, pur forse non maggioritaria nell’ambito della cultura occidentale, sta influenzando in maniera massiccia, grazie alla capacità di essere presente sui media, il comportamento concreto, la normale prassi della maggioranza delle persone, non solo in occidente, ma anche in altre parti del mondo (e forse è la con-causa anche di alcune reazioni fondamentalistiche e integralistiche da parte di alcuni settori religiosi).

Il relativismo etico, affermando l’inesistenza di una verità oggettiva come parametro di giustizia per la bontà, la bellezza, la giustizia dei comportamenti singoli o collettivi, porta a considerare la verità un concetto su misura del pensiero o dell’interesse del singolo individuo o del gruppo che agisce, con il solo limite del presunto pensiero o interesse altrui in conflitto. Il problema successivo della composizione di tali conflitti viene risolto in vari (opinabili) modi, fermo restando che, in assenza di parametri assoluti di riferimento (verità), le singole soluzioni sono considerate storicamente contingenti e soggette a mutamenti.

Nella prospettiva del relativismo etico sarebbero difficilmente condannabili anche i genocidi criminali commessi in tempo di guerra qualora supportati dalla maggioranza. Quale potrebbe essere infatti il criterio oggettivo di verità per condannarli? Il rispetto della dignità della persona umana? Ma se lo si ammettesse come verità oggettiva, si verrebbe a erodere le fondamenta stesse del relativismo etico.

In effetti la concretezza della realtà ha fatto emergere che, al di là delle speculazioni teoriche, la “verità” insita in tale visione della vita è la massimizzazione dell’interesse e dell’utile individuale o nazionale, trasformata, a livello economico-finanziario, nella massimizzazione del profitto.

Se tale è la situazione non si può non ragionevolmente vedere come il relativismo etico rappresenti un nemico mortale non solo per il cristianesimo e le altre religioni (in quanto negatore della verità oggettiva) ma anche del progresso umano (in quanto espressione di una libertà individualistica, slegata da ogni riferimento al bene comune, e intrinsecamente foriera di una mentalità e di una pratica conflittuale).

Si capisce come, sotto questo aspetto, abbia abbondanti motivi di ragione la ferma battaglia culturale che sta conducendo la Chiesa cattolica (particolarmente sotto i due ultimi Pontefici) per ribadire l’esistenza e l’accessibilità, tramite la retta ragione umana, di una Verità che coincide, per chi crede, con il Figlio di un Dio, fattosi uomo per amore dell’umanità.

Si può, a questo punto, condividere il giudizio che il relativismo etico costituisca un pericolo mortale forse ben peggiore di quanto il comunismo abbia rappresentato nello scorso secolo.

Ma a livello politico è corretto dire che l’unità dei cattolici italiani in un solo partito sia la soluzione più giusta, adeguata ed efficace per combattere tale pericolo?

Il marxismo materialistico ateo si è concretamente realizzato nel XX secolo a partire dall’esperienza della rivoluzione sovietica e successivamente sviluppato e radicato in altre Nazioni a partire da quelle europee.

In Italia tale realizzazione ha avuto concretezza nella presenza del Partito Comunista più forte dell’intera Europa occidentale. Sarebbe interessante interrogarsi sul perché questo sia accaduto ma l’indagine esula dai confini molto brevi di questa riflessione.

In Italia si è quindi pervenuti ad una contrapposizione frontale, culturale e ideologica, fra la Chiesa cattolica e il marxismo materialistico, alla quale si è affiancata, sul piano politico, la contrapposizione fra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista.

La presenza di un partito di ispirazione cristiana, ma rivendicante la sua piena laicità, come la DC e operante prevalentemente in posizione centrale rispetto agli estremismi di sinistra e a quelli neo-fascisti di destra, ha sortito due effetti largamente positivi.

Innanzitutto ha permesso alla Chiesa cattolica di mantenere una posizione di adeguata distanza dall’agone politico (anche se no sempre…) e di potersi dedicare alla sua missione evangelizzatrice e pastorale con maggiore libertà e godendo di un ampio rispetto da parte della maggioranza degli italiani.

In secondo luogo, tramite l’azione avveduta di politici di grande spessore, presenti sia nella DC che nel PCI (nonché nei partiti loro alleati), si è riusciti ad evitare che lo scontro ideologico e politico sfociasse in quello fisico, confinandolo sempre nell’alveo della normale dialettica politica (e anzi, nei momenti in cui alcune frange estremistiche hanno provato a forzare la situazione, si è rivelata una ampia convergenza politica fra i due blocchi parlamentari contrapposti).

L’unità politica dei cattolici si è dunque rivelata, in tale situazione storica italiana, uno strumento adeguato per difendere sia la libertà della Chiesa che il contestuale sviluppo di una vera democrazia.

Ma è il pericolo rappresentato dal relativismo etico assimilabile, storicamente e in Italia, a quello del marxismo materialistico?

Mentre il marxismo materialistico aveva un preciso punto di riferimento storico, geografico e politico nella Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (storicamente rappresentate con la parola “Mosca”) e, in Italia, nel Partito Comunista Italiano, ciò non è assolutamente vero per il relativismo etico.

Esso ha certamente le sue radici filosofiche nel nichilismo e nel positivismo, è sicuramente figlio della necessità di un pensiero debole comune in grado di facilitare lo sviluppo del modello economico turbo capitalistico di stampo anglosassone, e ha sicuramente la sua massima espressione nel Nord del mondo (basta pensare alle caratteristiche delle società canadese, statunitense e scandinave).

E’ però talmente esteso a livello mondiale che non è possibile individuare un centro geografico propulsore né tantomeno partiti che ne rappresentino l’espressione politica. Anzi si potrebbe azzardare (ma mica tanto) che gode di una presenza politica trasversale sia in ambito conservatore che riformistico.

Nel contesto di questa nuova situazione, forse non avrebbe senso la realizzazione, in Italia, di un partito politico di ispirazione cristiana, che si troverebbe ad affrontare politicamente un problema di natura prevalentemente sociale e culturale, correndo fra l’altro alcuni gravi rischi.

In primo luogo quello dare all’esterno l’immagine di un cattolicesimo italiano sulla difensiva, trincerato dentro una fortezza inespugnabile;

Inoltre la chiusura in un unico soggetto partitico potrebbe offrire un maggior spazio alle correnti più integralistiche e conservatrici, illanguidendo la ricchezza di pensiero politico presente nelle varie correnti culturali italiane di matrice cristiana.

Infine questo arroccamento politico potrebbe causare un atteggiamento di maggior chiusura da parte delle componenti laiche della società civile propense ad un dialogo costruttivo con quelle cattoliche nella prospettiva del bene comune e dell’interesse nazionale.

Sembrerebbe pertanto veramente inutile o eccessivamente rischioso affrontare tali pericoli costituendo un soggetto politico parlamentare unico cattolico in assenza (come invece era nel caso del Partito Comunista Italiano) di un partito contrapposto.

Ma allora è migliore la situazione attuale, con i politici di matrice cattolica sparsi un tutti i partiti presenti nel Parlamento (e fuori) e dove l’unico partito che si richiama espressamente alla matrice cristiana non viene come tale pienamente percepito a causa di rilievi di natura etica e di accuse di mero opportunismo politico?

Quale è oggi l’incidenza reale dei principi della Dottrina sociale cristiana nella realizzazione concreta dei programmi politici dei partiti italiani?

Si riesce, a livello parlamentare, nella attuale configurazione della presenza dei cattolici, a opporre una valido argine alle proposte (non solo nel campo della bioetica, ma anche in quello economico finanziario) di matrice “relativistica”?

La risposta a queste domande è sicura e malinconicamente negativa.

Eppure si sente la necessità, anche in ambito politico, di un metodo e di uno strumento in grado di coordinare le azioni politiche dei fedeli laici presenti nelle istituzioni repubblicane, in modo di incrementarne l’efficacia sia in termini di proposte progettuali condivise che di opposizione a proposte alternative inaccettabili.

Se non è utile e opportuno ricorrere ad un nuovo partito unico dei cattolici né rimanere passivamente nella situazione attuale, la soluzione potrebbe essere ricercata altrove, magari in ambito extra-parlamentare, riflettendo che l’unità politica dei cattolici è concetto diverso dall’unità partitica con la quale spesso è stata confusa.

Perché invece non attivare un luogo, uno strumento (che potremmo definire un “tavolo”), ufficiale (ma non clericale), strutturato (ma non burocratico), nel quale i politici cattolici possano serenamente e con spirito comunitario confrontarsi?

Un tavolo a livello nazionale (con la possibilità di sezioni territoriali) ma anche europeo, tenendo conto dell’importanza che ormai rivestono le norme comunitarie nella produzione legislativa con vigenza dei territori delle singole nazioni.

Un tavolo dove nessuno debba dover rinunciare preventivamente alle proprie appartenenze politiche, dove l’amore reciproco (vero e unico carattere distintivo dei cristiani) sia la base per il (ancora una volta) reciproco rispetto della legittimità delle altrui opinioni politiche e il fondamento di una ricerca serena e costruttiva di soluzioni, il più possibile condivise, dirette al conseguimento del bene comune.

Un tavolo che non sia solo politico ma, prima e soprattutto, ecclesiale caratterizzato da un preciso stile dello stare insieme e dalla comunanza della ispirazione ai principi della Dottrina Sociale Cristiana.

Un tavolo dove non manchi la presenza di Pastori, con la precisa funzione di essere animatori di spirito comunitario e “purificatori” della capacità di ragionare, ma il cui coordinamento sia affidato a fedeli laici e le cui decisioni non compromettano l’autonomia della Chiesa.

Un tavolo da costruire subito, tutti insieme, con la consapevolezza di essere comunque “servi inutili”.

Roma 26 dicembre 2009

Giuseppe Sbardella

“Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”, nn. 573,574; - Paolo VI “Octogesima adveniens”, n. 50; – Concilio Vaticano II “Gaudium et spes” n. 43 b) e c); – Costante insegnamento della CEI (Documenti finali e interventi dei Papi ai Convegni di Loreto e Palermo).



  1. giuseppe cerasaro domenica 27 dicembre, 2009 - 10:45

    Caro Giuseppe,

    Hai fatto bene a mettere in evidenza questo tema.
    E’ più centrale di quanto non si possa immaginare.
    Credo che meriti un dibattito serio ed articolato.
    Un primo spunto, molto pragmatico.
    Sarebbe sciocco sostenere che l’azione politica dei cattolici possa esplicitarsi con un solo soggetto. Ma altrettanto riduttivo pensare che i soggetti politici debbano per forza essere così piccoli ed insignificanti come oggi. Forse manca un vero leader, che è abbastanza importante, come le idee.
    Ci si richiama, piuttosto impropriamente, a De Gasperi. Che è stato uomo capace di pensare e poi iniziare un percorso, ma sopratutto di portarlo a termine. Perché oggi non ci sono uomini così? Mi sembra di poter affermare che ad un certo punto giochi un certo coinvoilgimento di interessi minimi e personali, che “ammazza” i buoni propositi. Ci si accontenta dell’esistente, che è poco, ma pur sempre gratificante a livello personale.
    Ma è un pò tutto il problema, non solo della Politica, ma anche della Società italiana. Per migliorarle entrambe forse bisognerebbe, in primo luogo affamarle, tagliare i viveri.

  2. Guido Montalbani domenica 27 dicembre, 2009 - 13:29

    Caro Giuseppe concordo sostanzialmente con la tua analisi e anche, fondamentalmente, con le tue conclusioni.
    Anche io usando le tue stesse parole concluderei che “non è utile e opportuno ricorrere ad un nuovo partito unico dei cattolici”, ma che possa essere più sentita invece l’esigenza di “attivare un luogo, uno strumento (che potremmo definire un “tavolo”), ufficiale (ma non clericale), strutturato (ma non burocratico), nel quale i politici cattolici possano serenamente e con spirito comunitario confrontarsi”.
    Ma questo “luogo” non potrebbe essere, magari fra tanti altri “luoghi”, Persona è futuro?
    E allora chiederei a Persona è futuro ancora uno sforzo di chiarezza: a questo “tavolo” perché non accettare, con naturalezza o con profondo spirito cristiano a seconda delle predisposizioni d’animo, anche quelle tante persone perbene che in una fase del loro cammino di approfondimento religioso e morale, si ritrovano su posizioni sentitamente “laiche”? (dico “laiche”, non anticlericali).
    Dico questo perché se non avrai la predisposizione ad aprire il tuo “tavolo” anche ai tanti “laici perbene” che esistono nella nostra società, rischierai di non condividere il cammino con tante persone perbene con le quali un confronto può risultare non solo doveroso ma anche profondamente costruttivo. E a tal proposito ti lascio con queste belle considerazioni di un grande laico nazionale, Norberto Bobbio: “Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo. Io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamentale questo profondo senso di mistero che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità. Quando sento di essere arrivato alla fine della mia esistenza senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede. E resto uomo della mia ragione limitata - e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo la mia religiosità”.

  3. luigi avella domenica 27 dicembre, 2009 - 13:46

    Caro Giuseppe, ho letto velocemente il tuo articolo e lo trovo interessante. Condivido tutto ciò che hai scritto nel merito ma sono distante anni luci nel metodo. Siccome hai detto che gradisci anche il contraddittorio mi permetto di sottolineare due aspetti:
    - i cattolici sono una piccolissima minoranza (quasi infinitesimale)
    - i cattolici sono un numero rilevante di persone disperse dagli eventi che si sono succeduti negli ultimi anni
    Nel primo caso credo sia giusto radunarli nel ghetto con un pastore che ne prenda le difese e li tuteli come razza in estinzione (anche in politica lascino il campo agli altri riconoscendo che devono altro da fare, come l’evangelizzazione).
    Nel secondo caso, non cito don Sturzo in quanto non lo conosco (o forse mi conviene dire così), perché sono convinto che i cattolici avranno una casa comune in politica – aperta agli uomini di buona volontà – solo nel caso che la gente comune ne percepisca l’esigenza ed il “moto” inizi dal basso.
    Naturalmente non credo, non ho mai creduto e non crederò mai che la diaspora dei cattolici (e delle persone di buona volontà) termini con i movimenti altisonanti e fuorvianti dei capopopolo riciclati ed in eterno “moto perpetuo”.
    Ne il partito popolare, né la Dc, né il socialismo, né il comunismo si sono privati dell’opera della base (tranne il personalismo di Berlusconi che ha pagato per tutti).
    Anche nel piccolo (RB) l’on. Pezzotta sciorina sentimenti di “buon cristiano” e porta aventi il suo “personalismo mouriano” senza domandarsi se ha il dovere di rendere conto di ciò che è accaduto alla RB che però gli è servita per avere un posto di capolista nella circoscrizione Lombardia per essere eletto.
    … una cosa è il merito, un’altra il metodo. Si può non condividere ma la verità è appesa sui tetti. Il personalismo è una dottrina molto seria se riguarda tutti, se riguarda solo alcuni capopopolo è populismo (come Berlusconi). Ecco perché la gente preferisce l’originale come J&B.

  4. Giuseppe Sbardella domenica 27 dicembre, 2009 - 17:04

    Carissimi Giuseppe, Guido, Luigi, aspetterò che i commenti finiscano per poter rispondere a tutti, senza dover dare risposte parziali.

    Cari saluti

  5. Pietro Molina domenica 27 dicembre, 2009 - 17:05

    Non era questo il tentativo del Coordinamento Sociale Cristiano di Mons. Simoni? Non ho visto entusiasmo tra i cattolici impegnati in politica, e questo è già un eufemismo.
    La volontà di confrontarsi mette in difficoltà il singolo politico nel suo schieramento, e serve un coraggio che purtroppo è un poco raro. E’ necessario essere disposti a sopportare disprezzo (è il termine giusto) sia all’interno del partito di riferimento che nella stessa comunità cristiana - essere appellato comunista o bigotto a seconda dello schieramento.
    E fin quando il sistema è bloccato da una bipartitismo degenerato in contrapposizione ideologica senza il supporto dell’ideologia, il termine dialogo è usato solo per accusare di erigere muri.

  6. luigi avella domenica 27 dicembre, 2009 - 19:11

    Ritorno brevemente per non essere frainteso. Ho stima dell’onorevole Pezzotta e la mia critica è finalizzata al fatto che ce ne fossero persone come lui, ma più aperto agli altri. Come dire: all’interno (coscienza) un uomo di grandissimo spessore civile e morale, all’esterno (rapporto umano) un uomo un pò troppo timoroso e poco incline a dar fiducia agli altri. In politca ci vuole coraggio perchè sottoposti alle sollecitazioni esterne. Un buon parroco di campagna non invita solo in Chiesa ma anche in sacrestia per fare comunità.

  7. Piero Doria lunedì 28 dicembre, 2009 - 10:42

    Carissimo Giuseppe,

    leggendo il tuo intervento, che ovviamente in parte condivido, appare evidente la grande anomalia rappresentata oggi in Italia dall’assenza di un partito di ispirazione cristiana radicato sul territorio, nonostante la presenza di una forte componente culturale cattolica ad ogni livello nel Paese.

    Non v’è dubbio che una delle ragioni che ha favorito la débâcle della Democrazia Cristiana, di cui in qualche modo, almeno a livello culturale, siamo eredi, sia stata la mancanza dell’alternanza che ha sclerottizzato il sistema politico italiano impedendo il normale avvicendamento della classe al potere sia alla guida del Paese, sia alla guida del Partito.

    Quindi l’inopinato atteggiamento di quel che restava della classe politica democristiana, all’indomani della sconfitta elettorale, ha fatto il resto. Invece di rimanere unita e compatta si divideva in mille rivoli rincorrendo ciascuno secondo la propria collocazione una forma di visibilità totalmente fine a se stessa.

    Quello, invece, era il momento per riorganizzare le fila e realizzare una nuova progettazione di partito cristianamente ispirato creando una nuova classe dirigente giovane che con tutta probabilità oggi, di fronte a questo patetico spettacolo, avrebbe potuto offrire una valida alternativa culturale e di impegno politico.

    Oggi, carissimo Giuseppe, prima ancora di parlare di unità dei cattolici in politica, formula che non condivido totalmente, sarebbe opportuno superare l’anomalia esistente, iniziando finalmente a porre le basi per un partito cristianamente ispirato che non sia certamente un’altra Democrazia Cristiana, ma che non disperda quel bagaglio di cultura, anche di governo, che ha essa rappresentato. E, allora, se ne siamo realmente convinti, è arrivato il momento di avviare la fase costituente.

    Cordialmente
    Piero Doria

  8. anna petrisi lunedì 28 dicembre, 2009 - 10:59

    Caro Giuseppe, il tuo articolo offre notevoli spunti di riflessione. Sono d’accordo con le tue conclusioni, cioè che oggi è auspicabile costruire un fronte comune dei cattolici in politica, più che un unico partito. Un esempio ci viene da Don Luigi Sturzo, politico e cattolico illuminato, che nel fondare il suo PPI lo volle aconfessionale. Personalmente credo che in politica il cattolico debba essere “laico”, cioè avere uno sguardo sulla società sganciato da un’etica prettamente cattolica, per accogliere le istanze che vengono anche da chi cattolico non è. Spesso occorre regolamentare situazioni che non corrispondono al sentire cattolico, per evitare mali peggiori. Penso alla legge sull’aborto, che per noi cristiani è un abominio, ma quanti aborti clandestini si sono evitati, quante situazioni aberranti che avrebbero potuto derivarne sono state evitate? sarà essa un incentivo all’aborto per chi crede che la vita vada tutelata sin dal concepimento? certamente no. L’adesione ai valori cristiani deve essere libera, perchè tale libertà è proprio la prerogativa che ci avvicina a Dio, che tanto amò la sua creatura da volere che l’amore con cui essa lo ricambiava fosse libero, personale. Così la fede è un dono per chi lo desidera, non può essere imposta. Ciò premesso, quanto i cattolici sono oggi liberi di esprimere e promuovere i valori in cui credono neiipartiti di appartenenza? penso all’on. Binetti, persona di cui ho una profonda stima, e che si è trovata al centro di un linciaggio da parte dei colleghi di partito per aver votato contro una legge sull’omofobia, o più di recente per le sue affermazioni in tema di testamento biologico… Essere politici cattolici, o buoni cattolici in politica è possibile oggi? Quali sono i contorni di questa figura, dove deve fermarsi il compromesso, qual è il punto di equilibrio? certamente gli esempi che ci vengono dal passato ci sono di incoraggiamento, e anche oggi vi sono persone di spessore, che pur non sbandierando la bandiera del cattolicesimo promuovono valori coerenti con i nostri. Il prossimo incontro di Persona è Futuro sul tema “persona e politica” ci offrirà sicuramente meritevoli analisi su cui trarre delle direttrici per l’azione futura.

  9. Giuseppe Spazzafumo lunedì 28 dicembre, 2009 - 12:14

    Un’analisi molto interessante. E trovo interessante, quantomeno da approfondire, anche la prospettiva del “tavolo”.
    L’unico punto che non condivido appieno è quello, per così dire, geografico. Così come il pericolo comunista viene giustamente legato all’Unione Sovietica, il pericolo relativista dovrebbe essere, proprio perché connesso allo “sviluppo del modello economico turbo capitalistico di stampo anglosassone”, legato agli Stati Uniti. E’ da lì che è partito il modello consumista e noi, come tanti altri paesi, lo abbiamo pompato per sottrarci al pericolo comunista favorendone la diffusione.
    Ma una volta cessato il pericolo comunista avremmo dovuto prendere le distanze da quel modello e dalla sua patria, ma non lo abbiamo fatto. Anzi abbiamo favorito e stiamo favorendo un ulteriore diffusione di quel modello.
    Ed una eventuale ribellione a quel modello è bloccata dall’interno (un capo del governo che a distanza di quasi 20 anni continua a sventolare la minaccia del comunismo ed un partito suo alleato che invece sventola la minaccia dell’immigrato) e dall’esterno (ancora gli Stati Uniti che hanno sostituito la minaccia comunista con il terrorismo).
    Se non riusciremo a rendere evidente che la minaccia maggiore è quella relativista, e di conseguenza a prendere le giuste distanze (anche in politica, sia interna che estera) da chi sostiene quel modello, allora non avremo scampo. Più il tempo passa e più quel modello si diffonde.

  10. Carlo lunedì 28 dicembre, 2009 - 12:27

    Giuseppe,
    hai sollevato un tema impegnativo e hai già detto la gran parte di ciò che c’era da dire sull’argomento.
    C’è, come tu giustamente denunci, la necessità di riaggregare attorno ad un tavolo tutte le forze cattoliche non solo e non tanto per fare una proposta politica ma per elaborare un progetto culturale alternativo a quello dominante della società “fluida” (per dirla con le parole del sociologo Bauman).
    Progetto attorno al quale devono essere prima possibile unite tutte le forze laiche che percepiscono i pericoli della deriva in corso.

    Ma per realizzarlo è necessario superare i confini nazionali e geografici sia perchè le politiche nazionali hanno le armi spuntante sia, soprattutto, perchè il relativismo culturale, a differenza del comunismo, non ha un punto geografico di aggergazione e comando definito ma si estende attraverso una Rete di individui che agiscono come uno “sciame” e non come “Persone” .
    Per questo ora più che mai “Persona è futuro”.

  11. il moralista lunedì 28 dicembre, 2009 - 14:45

    il tuo articolo è densissimo di spunti, e mi sollecita diversi commenti che non posso fare qui per brevità

    Cerco di lasciare qua e là qualche nota “provocatoria”.

    Intanto, credo sia utile, in un Italia che invecchia e che è ancora nelle mani della generazione post-bellica, darsi delle coordinate anagrafiche prima di un ragionamento: io ho 37 anni… Come porre queste questioni a quelli (credenti e cristiani “non occasionali”) della mia generazione e di quelle successive?

    Poi. Non sono contrario in assoluto all’unità “politica” dei cattolici.
    Sono abbastanza preoccupato dall’unità “partitica” dei cattolici, fino a quando non sapremo davvero riformare il modello di politica politicata nell’era dei partiti. Come Chiesa ci siamo sperticati in elenchi di “principi non negoziabili” (che poi non sono, come è sembrato a tanti in questi anni - sarebbe bene dircelo almeno tra credenti - la summa del cristianesimo”), ma poco ci stiamo impegnando a riflettere seriamente su cosa deve essere un politico cristiano. Essere pragmatici non può e non deve significare necessariamente accettare un “modus” di fare politica, fatto di piccoli e grandi “magheggi” come si dice a Roma, piccoli e grandi potentati, pur di avere “consenso”… mi pare ci sia un po’ troppa condiscendenza su questo, in nome di una presunta “maturità” versus un cosiddetto “ingenuo idealismo”. Se non vogliamo lasciare la riforma morale di questo paese agli sbrigativi tribuni alla Di Pietro (che pure vanno ascoltati con meno spocchia), dobbiamo farla noi cattolici con l’etichetta questa “battaglia”.

    Infine, e mi collego all’ultima frase. In queste settimane ho avuto modo di leggere il libro di Benedetta Tobagi, che davvero consiglio a tutti, padri e figli post secondo conflitto. E mi si conferma un’impressione. Se ci sono delle persone responsabili, e dei cristiani in seria ricerca di Dio ogni giorno, che vogliono fare il bene di questo Paese, non possono non avere ben presenti due documenti “simbolici” di due cristiani che molto hanno dato all’Italia: le lettere dalla prigionia di Aldo Moro e la relazione della Commissione sulla P2 della Tina Anselmi.

    Ripartiamo da lì.

  12. Luciano Giustini lunedì 28 dicembre, 2009 - 15:48

    Un articolo davvero molto interessante.

    Mi piace rilevare che non c’è nulla contro la costituzione di un partito di cattolici a condizione che non rivendichi l’esclusiva di essere il partito del cattolici.
    In effetti già l’UdC (almeno sulla carta….) è un partito di cattolici.

    Inoltre, come vedi viene proposto “Persona è futuro”, come tavolo di lavoro. Perché no? Magari all’inizio potrebbe essere un veicolo di incontro e di confronto e coinvolgere altri soggetti anche distinti territorialmente, o su una struttura da decidere insieme.

    Ho colto con molto favore il commento di Pietro Molina che cita il Collegamento Sociale Cristiano di Mons. Simoni che ti accennavo anche io, ricordi?

    Sono particolarmente legato a questo esperimento di Sua Eccellenza il Vescovo di Prato, perché collaborava con mio papà al progetto. Ricevo ancora la sua newsletter e mi farebbe molto piacere poterlo contattare. I riferimenti sul web sono
    http://www.associazionecsc.com/
    http://it.wikipedia.org/wiki/Gastone_Simoni
    http://www.diocesiprato.it/pagina_template.asp?id=33&page_id=137&id_pagina=137

    Un caro saluto :)

    p.s. Un riferimento al relativisimo etico ponderabile dai discorsi del Santo Padre è leggibile su: http://catholica.vox.com/library/post/benedetto-xvi-alludienza-generale-preoccupante-scollamento-in-alcuni-paesi-tra-ragione-e-libert%C3%A0.html

  13. Piero Doria martedì 29 dicembre, 2009 - 10:53

    Carissimo Giuseppe,

    Ancora alcune brevi osservazioni.

    Perchè riproporre oggi in Italia un partito cristianamente ispirato?

    È una domanda questa che ci sollecita ormai da diversi anni e quando sul blog dell’on. Savino Pezzotta abbiamo letto quelle parole scritte in «Cattolici e impegno politico oggi» abbiamo compreso che forse questo nostro sentimento era più diffuso di quanto potessimo immaginare. Non v’è dubbio, infatti, che l’attuale sistemazione partitica italiana sia al tutto insoddisfacente per quella parte di cittadini cattolici che intendono impegnarsi politicamente, ma che non trovano attualmente una casa comune a partire dalla quale proporre e costruire un modello di società facendo riferimento a quei principi cristiani come il rispetto della persona umana, la libertà religiosa, e via dicendo.

    Come cristiani impegnati politicamente, è bene chiarirlo subito, non ci sentiamo né di sinistra, né propensi a percorrere strade a noi poco adatte come «rivoluzioni liberali». Magari con i rappresentanti di queste forze politiche possiamo e dobbiamo certamente colloquiare, ma non inventare o condividere un’appartenenza ideologica che non c’è. Il nostro riferimento politico-culturale è senza dubbio diverso. Appartiene a qualcosa che viene da lontano e che trova il suo fondamento nelle Lettere di S. Paolo, quindi passa per S. Agostino, si consolida con S. Tommaso d’Aquino, si aggiorna con Jacques Maritain e si precisa, in maniera esemplare, con le encicliche sociali più recenti di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

    Ed è a partire da queste forti e robuste fondamenta, che nessun’altro possiede!, che abbiamo il dovere ed il diritto di costruire la nostra CASA!

    Una casa aperta ad ogni donna e uomo di buona volontà che voglia insieme con noi condividere un percorso comune per realizzare la vera «rivoluzione cristiana» di maritainiana ispirazione dove, secondo gli insegnamenti di Cristo, al centro di tutto c’è la persona umana che, come ha scritto Giovanni Paolo II, è «concreta ed irripetibile».

    Ma per realizzare tutto ciò bisogna avere chiaro che questo tipo di sfide non si vincono a colpi di spot pubblicitari o vendendo il niente; con slogan vari o insulse volgarità come alcuni leaders (?) usano fare; o facendo ricorso al più becero clientelismo, che assolve una necessità e ne condanna altre cento.

    La nostra risposta è e deve essere nello studio e nella propagazione della cultura, uniche forze realmente capaci di rendere forte un popolo e libero di decidere senza condizionamenti ma facendo riferimento solo alla propria coscienza ed intelligenza.

    Se sapremo operare questo primo passo allora, ne siamo certi, potremo affrontare anche i problemi del Paese e risolverli con le corrette soluzioni, offrendo di nuovo il nostro importante contributo anche alla causa europea. E se di questo siamo convinti, allora cari Amici, è arrivato il momento di iniziare a costruire la nostra nuova CASA!

    Piero Doria

  14. roberto cambiaggio martedì 29 dicembre, 2009 - 20:00

    Caro Giuseppe, ti ringrazio per l’articolo e per la sollecitazione, e ringrazio tutti i commentatori: leggerò con più attenzione di quanto abbia già fatto l’articolo ed i commenti nei prossimi giorni, e condividerò con voi le eventuali ulteriori riflessioni. Per ora vi “butto” alcuni pensieri.
    L’unità politica e l’unità partitica dei cattolici.
    Che l’unità politica possa svolgersi all’esterno dei partiti mi sembra non solo possibile ma anche auspicabile: nel dare a Cesare quel che è di Cesare non si cessa di esser cristiani, qualunque scelta di parte ci si possa trovare a dover fare: il politico cristiano resterà cristiano qualunque tessera di partito possa possedere, quindi vincolato ad un’unità più grande, ma libero nelle pluralità delle scelte. La questione si fa corposa quando le scelte dei partiti non fossero compatibili con la propria appartenenza a Dio: in ogni epoca, ed anche in questa, la politica ha preteso di allargare oltre al lecito il campo di Cesare.
    Comunque, pensando a noi, lo scioglimento della Dc e la conseguente diaspora dei cristiani in vari partiti aveva una connotazione di generosità (oltre che di opportunità e/o opportunismo): i cristiani in politica si facevano sale, lievito per molte se non tutte le forze politiche presenti nel paese, ma questa generosità fu precipitosa (sto pensando a voce alta, intendo riflettere maggiormente su ciò che vado scrivendo): i partiti nuovi o vecchi rinnovati non erano pronti a questa generosa(con molte parti di opportunismo) immissione in loro di politici cristiani, ed il risultato è stato che il sale ha perso il suo sapore.
    Può dunque essere utile che i cristiani cerchino una unità partitica, che non sia dogma, questo è certo, ma che sia significante? La risposta sembrerebbe essere si, in questo tempo di relativismo etico e confusione. Ma non rischieremmo di dare nuovamente a Dio quel che Dio non vuole, perché sa esser di Cesare?
    La risposta in realtà credo sia stata trovata quasi un secolo fa da Sturzo, ed il popolarismo in effetti è l’unica dottrina politica che ha passato indenne il vaglio della storia dell’ultimo secolo, e, lungi dall’esser meno “forte” delle ideologie che hanno creduto di tenere il campo(in realtà devastandolo), in realtà ha mostrato una potenza di idee che può ancora non solo dare un contributo alla società, ma probabilmente essere l’unico vero contributo di rinnovamento per questa società.
    Spesso si è visto il popolarismo come un modo di conciliare ideologie diverse, un po’ di liberalismo e un po’ di socialismo, un po’ di libero mercato ed un po’ di dirigismo statalista. Questo probabilmente fu necessitato dalle circostanze, e dall’inadeguatezza degli uomini, dalla necessità della mediazione con alleati e dal fatto che nella DC militavano anche persone che in realtà popolari non erano.
    Ma in realtà l’essere “né di destra né di sinistra, ma per tutti” , l’idea di conciliare la giustizia(di sinistra) con la ragione(di destra) e con la libertà (di centro) (don Mazzolari), la sussidiarietà verticale (oramai divenuta patrimonio dell’Unione Europea) e soprattutto orizzontale (come stabilito anche dal parzialmente infelice nuovo capo V della costituzione), sono idee come macigni: possono avere mille declinazioni ma escludono e suggeriscono comportamenti inequivocabili: dove è il tuo cuore lì è il tuo tesoro.
    Lo spazio ed il tempo sono tiranni, per cui lancerò solo qualche ulteriore “sasso”.
    Le ideologie del secolo scorso hanno insistito sull’individuo e sulla collettività, esaltando individualismo e collettivismo, senza rendersi conto che le società sono composte da persone e comunità, che gli uomini sono esseri in relazione e che da queste relazioni nasce la “legge per l’uomo” contrapposta sia all’uomo per la legge che all’assenza di legge. È necessario che la legge regoli i punti critici delle relazioni umane, ma senza perder di vista che il fine è l’uomo. È quindi evidente che il liberalismo “kantiano” è compatibile con il popolarismo, una volta compreso che l’individuo uomo non esiste separato dall’uomo persona. Discorsi analoghi si possono fare con il socialismo riformista, capace di riconoscere che gli uomini sanno associarsi da soli senza che il “partito” li inquadri, e che in uno spirito di libertà e solidarietà la proprietà, lungi dall’essere un furto, può essere una ricchezza per tutti: le responsabilità personali in un tessuto di sussidiarietà, le persone membra di comunità.
    I laicisti spesso dicono che i credenti in politica debbano comportarsi “etsi Deus non daretur”, ma per reciprocità allora i credenti dovrebbero chiedere agli atei di comportarsi “etsi Deus daretur”?
    Ma quell’“etsi Deus non daretur” mi sfida, non nel senso che Dio intendo spingerlo fuori dalla porta della politica, ma che nel “dare a Cesare quel che è di Cesare” il Dio cristiano ci ha detto che è compito nostro declinare i suoi insegnamenti, che ciò che è bene per l’uomo, per gli uomini, è bene REALMENTE, non c’è bisogno di appoggiarsi a Lui, alle sue “leggi” per sostenerlo: se lo credessimo riterremmo che Dio ci indica qualcosa che non ha una sua solidità propria, che necessita della Sua Autorità per essere accettato e che quindi limita la libertà degli uomini.
    Saper render ragione e saper rendere la moralità conveniente: se non per fede almeno per convenienza. Credo che i Popolari abbiano ancora una missione, quando due anni fa mi sono riavvicinato alla politica non avevo questa chiarezza, venivo mosso da nostalgia ed emozioni che grandi uomini avevano suscitato in me, ora sono convinto che il popolarismo debba ancora dare il meglio di se, che la “terza fase” auspicata da Moro negli anni ’70 sia non solo possibile, ma necessaria, che come noi non ripetiamo le opere dei nostri padri, così i “giganti sulle cui spalle poggiamo i piedi” ci debbono ispirare senza imitarli se non nella generosa dedizione al bene comune.
    Negli ultimi due anni ho avuto occasione di incontrare spesso in vari incontri politici l’onorevole Antonio Marzotto Caotorta, che non lascia ai suoi 92 anni di impedirlo a donarsi generosamente per il bene comune in ogni occasione possibile, quasi ogni volta l’ho sentito affermare che “non c’è bisogno di un nuovo nome per un partito di centro, il nome c’è già: è Partito Popolare!”, la prime volte la guardavo e ascoltavo con la tenerezza dovuta ad un vecchio galantuomo generoso che in qualche modo si illude che il tempo della sua gioventù possa tornare, poi ho compreso che non è così, sfrondate dalle incrostazioni dell’età, le sue idee sono di oggi, per oggi, per i giovani di oggi: non è al passato che guarda, ma al futuro, al mondo dove vivranno i suoi figli, nipoti e pronipoti.
    Per far questo dovremo smettere di difendere la famiglia, ma dovremo affermare la famiglia come ricchezza da valorizzare per la società, non difendere la vita ma affermare la vita dal concepimento alla morte come valore per tutti.
    Pensate a quanti “strani” diritti si sono affermati negli ultimi 40 anni: il divorzio è un diritto, ma quale dovrebbe essere il diritto delle persone coinvolte? Dovrebbe essere un diritto per un uomo o una donna di poter rompere un legame disperante, cioè ratificare l’avvenuta rottura affettiva, dovrebbe essere un diritto poter ricostruire una vita di relazioni affettive che si è spezzata: il diritto è il positivo, mentre la legge afferma il negativo: le case possono crollare sempre, non c’è bisogno di una legge per affermare il loro diritto a crollare, mentre invece si deve affermare il diritto dei proprietari che, per quanto possibile, tutto verrà fatto perché la casa non crolli, e se questa crolla o si danneggia, si deve affermare il diritto a ripararla o ricostruirla, lì o altrove.
    Questa è stata una divagazione, volutamente provocatoria (più facile sarebbe parlar di embrioni), per mostrare come è possibile cercare di affermare un diritto relazionale, dove i diritti delle persone sono collegati alle responsabilità: il lavoro è lungo, la nostra società cerca sempre le scorciatoie, attualmente, per citar Woody Allen, l’idea di libertà è “esibire in pubblico le voglie momentanee”, il nostro lavoro credo che sia aiutare le persone, se non credere all’Eterno, almeno a cercare il duraturo.
    Scusatemi, come alcuni di voi sapranno, ho una dolorosa frattura (composta)alla testa del perone, che mi impedisce la lucidità che vorrei, oltretutto domani non intendo rinunciare ad un viaggio con la mia famiglia ed amici ad Assisi (mia moglie dovrà sacrificarsi a fare il pilota): non voglio che per una disavventura occorsami i miei figli debbano rinunciare ad una cosa bella, quindi mi interrompo e vado a stendermi un attimo.
    Ancora grazie Giuseppe, di aiutarmi-aiutarci a chiarire le cose in cui crediamo.

  15. Michele mercoledì 30 dicembre, 2009 - 01:00

    Carissimo Giuseppe grazie per gli spunti di riflessione, numerosi e significativi.
    Ritengo che l’Unità dei Cristiani (non uso il termine cattolici perchè tutti coloro che si rifanno al Vangelo condividono quei Principi che costistuiscono il Lievito di un possibile futuro non solo politico bensì umano) nell’ambito della Res Publica sia non solo auspicabile bensì necessaria. Non penso che ciò corrisponda ad un Partito o un progetto Partitico, penso piuttosto che a livello di “popolo” si dovrebbe cercare di “risuscitare” un senso critico comune (il che non significa omologazione di opinioni) in tutti coloro che, per l’appunto, si rifanno alle parole di Cristo. Certamente un Movimento Politico, che sia però davvero in Movimento, potrebbe svolgere questo compito, quello di risvegliare gli animi ormai assopiti di molti, MOLTISSIMI, che in cuor loro si sono rassegnati allo status quo. Purtroppo quel che vedo io però sono sempre o soliti vecchi ed inutili teatrini delle Parti, e soprattutto, non vedo all’orizzonte un Leader valido e credibile per un’impresa del genere. Forse sono semplicemente pessimista, ma d’altro canto riconosco la mia povertà a livello di tempo…quindi, non potendo spendere personalmente le mie energie, non ritengo giusto giudicare il lavoro di chi invece si sta sporcando le mani. Questo giro di parole per dire: più che continuare a sperare e dare nel quotidiano ciò che ho per risvegliare qualche animo, non posso!

  16. Giuseppe Portonera mercoledì 30 dicembre, 2009 - 11:49

    Caro Giuseppe,
    davvero interessante questo tuo scritto: denso di spunti e, soprattutto, di proposte originali e creative. Quelle che, cioè, dovrebbero essere il motore del lavoro politico quotidiano di ciascuno di noi e che invece vengono puntualmente cestinate in favore di scontri ideologici sterili e improduttivi. Tu sai quanto io sia sensibile, pur nella mia giovane età, alla questione cattolica, che oggi si propone in termini, tempi e modalità diverse da quelle che abbiamo conosciuto finora. Qualche tempo fa il prof Franco Monaco, cattolico e ulivista della prima ora, scrisse un articolo molto molto polemico su l’Unità, bollando come questione “meramente politica”, e non ideologica e culturale, la richiesta di maggiore attenzione che viene dai cattolici sofferenti (specie nel Pd). Magari Monaco, che pur di vedere un un partito democratico riformista sul modello americano, è disposto a sopportare la dura realtà dei fatti. Ma noi no: il Pd italiano altro non è che una riedizione dell’apparato burocratico e gerarchico del Pds-Ds con qualche innesto popolare ex Dc. Naturale che i cattolici siano in sofferenza! Per motivi politici, è ovvio. Ma non di potere e di convenienza. La nostra (ir)rilevanza è evidente e sotto gli occhi di tutti: solo al momento del voto sui delicati temi etici ci si ricorda di noi e tutti pronti a bollarci come “CLERICALI! SERVI DEL VATICANO” e cose così irragionevoli e sciocche che non sto qui né a riportare né a commentare. Oggi abbiamo bisogno di un rinnovato impegno dei cattolici in politica e per raggiungerlo dobbiamo anche rinnovare la formula con cui ci siamo presentati all’elettorato. La politica della frammentazione si è rivelata fallimentare: magari avrà ben gestito il dopo Tangentopoli, ma ora dove siamo arrivati? All’irrilevanza assoluta. Perché Pisanu, Casini, Tabacci e Letta (tanto per fare degli esempi) devono stare in partiti diversi? L’Udc, insieme a tanti amici come voi, ha messo in cantiere un processo costituente di riunione dei moderati (sia cristiani che laici): una nuova formula di unità, quindi, che supera il rigoroso puritanesimo cattolico della Dc (aprendosi ai moderati di varia estrazione) ma che si propone come casa accogliente in cui più nessuno dovrà vergognarsi di mostrarsi per quello che è veramente. L’On Pezzotta aveva qualche giorno fa iniziano una corrispondenza con Enzo Carra, teodem che stimo molto: ma come è finita? L’appello del nostro presidente è caduto nel vuoto e, nonostante le lamentazioni continue, Carra e gli altri cattolici sofferenti continuano a rimanere nel Pd. Io credo (e temo) che oggi gran parte dei cattolici sia afflitta da un grande male: l’immobilismo. La paura di perdere qualcosina (le briciole) e che preclude la possibilità di costruire qualcosa di grande e di importante. Solo se messi alle strette si decidono a far qualcosa. Ma è possibile aspettare sempre? Il grande Don Luigi Sturzo (che rimbalza sempre sulle bocche di tutti ormai, anche di chi con lui non ha proprio niente a che vedere) a noi che siamo suoi “figli” non ha insegnato proprio nulla? Caro Giuseppe, oggi non basta più lanciare appelli. Servono programmi, proposte, progetti, che siano seri, concreti e costruttivi. E i tuoi vanno perfettamente in questa direzione.

  17. Elvira Falbo giovedì 31 dicembre, 2009 - 17:34

    Caro Giuseppe,
    condivido essenzialmente le tue argomentazioni sia di ordine politico che di ordine economico. Il motivo per cui la DC è praticamente fallita è perchè era solo il Partito di maggioranza, ma non perchè nel suop interno, nonostante il nome ci fossero dei cristiani. Quanti esempi negativi ho visto… sappiamo quanti sono i cristiani in Italia? Certamente non i battezzati, che sono ancora un alta percentuale tra gli italiani, circa l’80%, ma quanti conoscono la Dottrina Sociale della Chiesa? L’ultuma scuola diocesana di politica ha chiuso perchè non vi erano frequentanti… e quanti battezzati conoscono l’etica cristiana? Quanti hanno ricevuto una formazione adeguata da adulti? I Pastori. a parte lodevoli eccezioni, tra i quali mio fratello, Prefetto di Ostia, sono veramente animatori disinteressati o ognuno cerca il riconoscuimento del proprio lavoro? Umanamente comprensibile, ma non cristiano. Se tutti fossero davvero cristiani e quindi Santi come il Padre, non avremmo bisogno di tante leggi…. e la società sarebbe migliore. I Partiti rispecchiano la società civile con quanto di buono e di marcio esiste, in molti ci sono i tavoli di dibattito io ne ho frequentati tanti, ma poi le decisioni sono sempre dei portaborse… senza formazione umana, nè politica… Sono pessimista? Forse realista, ma di entusiasmo ne ho tanto e come tutti i pensatori sono sempre in ricerca e sempre nel dubbio… Sono catechista degli adulti e queste realtà le affronto quotidianamente….. Sono comunque disponibile ad altri confronti… Buon Anno a tutti
    Elvira

  18. Giuseppe Sbardella domenica 3 gennaio, 2010 - 15:56

    Desidero ringraziare tutti gli amici che hanno partecipato al confronto costruttivo sulla mia riflessione.
    Sono emerse a grandi linee tre posizioni sulla questione dell’unità politica dei cattolici.
    Una favorevole alla costruzione di un casa comune, un partito unico dei cattolici, un’altra più propensa a sottolineare la legittimità di diverse opzioni politiche (pur con la verifica della compatibilità con i principi cristiani), un’altra ancora più rivolta a evidenziare la necessità di riconsiderare la politica come un servizio al bene comune al di là della divisione fra cattolici/cristiani e laici.
    C’è un’altra linea di possibile demarcazione fra chi considera prioritario l’impegno sul territorio per costruire una realtà veramente popolare e chi sottolinea l’importanza di un pensiero, di una prospettiva su cui innestare il percorso politico.
    Sono tutte posizioni legittime ed è stato bello che questo sito sia stato il luogo per uno scambio di opinioni sereno e costruttivo.
    Persona è futuro vuole essere anche questo, un luogo, un percorso di amicizia nel quale possano ritrovarsi persone di orientamento diverso ma disposte a ragionare, a confrontarsi per trovare soluzioni condivise nell’ottica del bene comune.
    La chiara ispirazione cristiana di Persona è futuro, declinata in una legittima interpretazione “personalistica” della Dottrina Sociale cristiana, non è imposta ma viene proposta a tutti, cattolici e laici, con l’intento di riflettere insieme e trovare un terreno comune sul quale camminare insieme verso l’obiettivo di costruire una società sempre più a misura di uomo.
    In questa ottica non pensiamo di essere soli, e siamo pronti a collaborare con altre realtà cristiane (quale ad esempio il Collegamento Sociale Cristiano più volte citato nei commenti) o laiche che si prefiggano obiettivi analoghi.
    Persona è futuro, anche se le simpatie della maggior parte degli aderenti vanno alla costituzione di un nuovo soggetto politico di centro, non vuole recingersi all’interno solo di un preciso progetto partitico, in quanto ciò sarebbe una contraddizione nei termini con l’ampio afflato che deve essere alla base di un progetto Personalistico.
    Per quanto riguarda l’unità politica dei cattolici forse la riformulerei a questo punto con “fraternità comune in politica” per ribadire l’esigenza di un confronto continuo, appassionato, ma sempre fraterno tra politici veramente cattolici militanti in uno stesso partito o anche tra partiti diversi. In quest’ottica, in attesa fiduciosa di “tavoli” più grandi e ufficiali, anche il “tavolino” di Persona è futuro si offre come strumento di dialogo fra cattolici e tra cattolici e laici impegnati in politica.
    Un abbraccio a tutti e buon 2010.