Quale futuro per la politica?

Mi interrogo sovente su cosa oggi la politica sia in grado di dare a chi decide di impegnarsi come parte attiva nella società.

La rivoluzione socio-politica degli inizi degli anni Novanta ha destabilizzato non tanto lo scenario dell’epoca (le giovani classi erano già formate e fortificate sulla base delle vecchie ideologie) quanto gli anni avvenire in maniera profonda e assai preoccupante.

L’idea della politica che oggi si ha è che, purtroppo, sia diventata un mestiere al pari di altri, cui ripiegare da parte dei tanti, troppi, nulla facenti che si ritrovano adulti senza professione, cultura e quant’altro, e che si riscoprono, folgorati anch’essi sulla via di Damasco, interessati al governo della cosa pubblica; se poi aggiungiamo che tale mestiere è assai remunerato e prestigioso allora l’illuminazione è totale. E così vediamo le aule dei consigli comunali e provinciali affollati da una eterogenea fauna di giovinotti di buone speranze che, tra un grossolano errore di grammatica e di storia, un congiuntivo di meno e un condizionale di troppo, una frase-fatta, ricca di pathos e colma di demagogia, letta anzi ascoltata chissà dove e citata a casaccio, sgomitano affannosi per conquistare un posto a quell’ormai tiepido e pallido sole che la politica odierna sa dare. Per fortuna questi parolai politicanti, ma non politici, non sono ancora la maggioranza ma, avendo il fortunoso consenso di un elettorato sempre più distratto, scoraggiano chi vorrebbe e potrebbe dire qualcosa di più costruttivo.

In vero non è che l’immagine che proviene dalle sedi istituzionali più prestigiose sia assai migliore! La realtà locale è solo microcosmo di quella nazionale. Basti pensare all’ indolenza che serpeggia nelle sedi regionali o a ciò cui assistiamo nelle prestigiose aule istituzionali del nostro Parlamento.

Di tanto in tanto sfugge al filtro assai minuto e scrupoloso delle redazioni televisive (il termine censura dicono sia anacronistico in uno Stato democratico di informazione libera ma è, in vero, l’unico che rende assai bene il concetto) qualche immagine poco edificante dei nostri più alti rappresentanti che, tra baruffe, insulti, ceffoni e urla si destreggiano, dicono, nell’assai nobile e antica arte della politica.

Già, arte! Chi ha avuto la fortuna, per motivi anagrafici, di vivere nella cosiddetta prima repubblica ha imparato che la politica è davvero un’arte, forse la più nobile e, come tale, è espressione dell’ingegno più alto e illuminato: l’arte del dialogo, della capacità di coagulare ideologie diverse nel comune interesse al bene sociale che, talvolta, assurge ai ranghi più nobili di “scienza del possibile”.

Una politica fatta da uomini le cui gambe hanno sorretto e affermato grandi idee e dottrine. Un servizio al di sopra di ogni interesse personale, in favore e per conto di tutte le classi sociali, dalle più indigenti alle più agiate.

Il sistema pentapartitico che ha governato negli ultimi quindici anni circa della prima repubblica non era nato come il frutto di inciuci nella logica di una spartizione partitistica di affari e poteri, ma piuttosto come la volontà di coagulare e dare espressione a tutte le più eterogenee ideologie e culture, dalla liberale, al socialismo, a quella cattolica-democratica in cui la società si identificava. Semmai è degenerato in seguito.

La realtà di oggi appare assai diversa. Il panorama politico si presenta diviso in due schieramenti contrapposti, calderoni delle più variegate correnti di pensiero, impossibilitati per costituzione a stare insieme e trovare un trait-de’ union, ma che soggiacciono ad una forzata convivenza, di fatto alchimia di ideologie senza identità che genera solo un’imbarazzante confusione. Consentitemi l’irriverente paragone con quelle coppie separate ma conviventi per amore dei figli. Con le giuste analogie, in questo caso i figli saremmo noi elettori che ben volentieri faremmo a meno di questa forzata innaturale convivenza, di questo sacrificio che nessuno ha mai chiesto.

Ho sempre pensato che a ogni grande movimento, coalizione o partito, debba corrispondere una delle grandi culture su cui si è costruita la storia del nostro Paese. Ma ciò che oggi traspare dal panorama politico genera solo confusione e smarrimento. Non esiste più l’orgoglio dell’appartenenza partitica, né ideologica; si avverte la mancanza di leader, sapienti e saggi, lungimiranti e forti; una crisi umana oltre che di pensiero.

Mi chiedo perché sussista ancora il timore a riaffermare quelle antiche dottrine, fondamento del nostro sistema politico, cancellate, ma mai sopite, con la violenza delle indagini giudiziarie sotto l’egida di un ordine autonomo dello Stato.

Possono cambiare i vecchi partiti, ma non le culture di cui quei partiti sono stati espressione. Si sente il bisogno forte e sempre più crescente di ritornare ad una politica aperta a tutti, non espressione elitaria di un potere economico che diviene pertanto potere politico, ma voce e rappresentanza di tutti i frammenti di una società equilibrata e omogenea. All’ombra di quali ideologie le nuove classi di oggi dovranno formare il loro bagaglio culturale?

La politica è ancora servizio per la società? È ancora arte nobile?

A questo in vero non so rispondere. Chi come me si è formato in un contesto dove la mediazione ed il dialogo hanno permesso punti d’incontro tra culture diverse, non trova elementi validi che gli permettano un’analisi attenta e serena. Quello che so è che la stagnante situazione attuale porta di fatto alla paralisi politica, un lusso che questo Paese oggi non può certamente permettersi.



  1. Giuseppe Sbardella martedì 26 gennaio, 2010 - 16:34

    Caro Giuseppe, per una fortunata coincidenza, il tuo articolo è uscito in concomitanza con le considerazioni svolte dal Presidente della CEI, Cardinal Bagnasco, di fronte all’Ufficio di Presidenza della stessa.
    Il Cardinale “sogna” una nuova generazione di cattolici impegnati in politica.
    E’ lo stesso sogno che anima il tuo articolo, condiviso dal sottoscritto e da tanti nostri concittadini: vedere una nuova generazione di politici, giovani, seri, preparati, impregnati di una visione che li ispiri ma anche consapevoli dell’importanza del dialogo costruttivo.
    Non si tratta di portare avanti un effimero “giovanilismo”, si tratta di formare giovani (e mi permetto di dire sia cattolici che laici) alla politica, vista come servizio concreto e complesso, ma inderogabile al bene comune.
    Come aggiungi giustamente, l’ispirazione ideale non deve mancare. Il sano pragmatismo che non può non animare l’attività politica non deve prescindere da un sano riferimento valoriale.
    In questo senso il tuo riferimento alle culture politiche presenti nella prima Repubblica è da tenere in considerazione.
    Alcune (il comunismo e il fascismo) sono state fortunatamente sconfitte dalla storia e speriamo che si tratti di una sconfitta definitiva.
    Le altre (il socialismo, il popolarismo, il liberalismo, il nazionalismo) sono rimaste, anche se con forme e modalità diverse.
    Il futuro, di comprensione particolarmente complessa a causa della sua articolazione globale, non potrà essere politicamente guidato se non a seguito di un dialogo costruttivo fra politici seri che si richiamino alle anzidette culture, con esclusioni di inutili scorciatoie quali partiti ad personam o settari nelle diverse modalità.
    Anche in questo senso l’invito al dialogo del Cardinal Bagnasco è in piena coincidenza con il tuo articolo.
    Il nostro Laboratorio “Persona è fortuna” vuole inserirsi in questo percorso di formazione di dialogo.
    Grazie dell’intervento, cari saluti

  2. Pietro Molina martedì 26 gennaio, 2010 - 23:22

    Cari Giuseppi, non vi sembra un po’ nostalgico?
    Non credo che Bertone intendesse dire che sperava di trovare tanti giovani per ricostruire la prima repubblica: il nostro debito pubblico non potrebbe sopportarne un’altra.
    Questo lo dico pur condividendo l’analisi spietata del momento storico. Ma non si stava meglio quando si stava peggio.

  3. Luciano Giustini mercoledì 27 gennaio, 2010 - 00:28

    Anche io vedo tanti giovani che non sanno neanche coniugare un verbo, che sono scesi in politica soltanto per avere uno stipendio ed una posizione di indubbio privilegio. Non faccio nomi, ma è soprattutto a livello locale, che si osserva di più ed in questo non posso che ricollegarmi e confermare quanto osservato da Giuseppe nel suo articolo.

    Nondimeno, bisogna credere in una “nuova” generazione di giovani, magari giovani adulti, che possono sostituire questa classe politica con la spinta di ideali e di valori cristiani autentici.

    Credo che sia importante partire da una buona cultura, ma meglio ancora riconoscere che il “lavoro politico” è fondamentalmente un servizio. A parole certo lo riconoscono tutti ma..

    Il nostro laboratorio, ritengo, dovrebbe servire anche come piattaforma per far avvicinare giovani ed adulti al mondo politico come formazione ma anche come impegno diretto, concreto, che non si limiti solamente a scrivere articoli, per quanto interessanti, ma che scendano anche nell’agone politico. Per non far rimanere quello del Card. Bagnasco solo un sogno.

  4. luigi avella mercoledì 27 gennaio, 2010 - 01:03

    Giuseppe,
    la penso come Luciano. La cultura è importante se poi si unisce all’attività. San Giacomo affermava che la fede senza le opere è morta. Se la cultura non porta ad un impegno attivo nel sociale e quindi nella politica, intesa come servizio, è fine a se stessa. Diventa un’accademia tra persone acculturate che si elogiano da soli. Non dico che non è importante, affermo che lasciare posti vuoti è deleterio. Non ho ben compreso chi sono questi ipotetici politici cattolici. Forse gli angeli? Se è così accettiamo che sono pochi. Io sono un difensore del popolarismo, come te del personalismo. C’è tanta gente di buona volontà in giro ma tanta gente che rilascia troppe cambiale in bianco ai partiti. Per me il popolarismo nascerà tra il popolo e non nelle segreterie dei partiti. Mi fa rabbia la Lega: quattro amici al bar hanno messo in subbuglio l’Italia.
    Ci sarà un motivo. Forse diamo troppo retta ai partiti e poco alle nostre aspirazioni per finta umiltà. ciao

  5. Giuseppe Sbardella mercoledì 27 gennaio, 2010 - 09:55

    Ciao Pietro,
    tutto mi si può dire, ma non che sia un nostalgico della prima Repubblica, né del proporzionalismo, motivo non secondario del disastro delle finanze italiane all’inizio degli anni ‘90 (a seguito delle dissennate politiche economiche degli anni ‘70 4 ‘80).
    .Sono sempre stato per un sano bipolarismo (non bipartitismo) di tipo europeo, laddove un polo cattolico liberaldemocratico si confronta con un polo social riformista, convergendo su alcuni valori condivisi e contrapponendosi sulle politiche (moderne…) da attuare.

    Luciano, Luigi, la Lega è nata in una bottega, ha captato ed esprime i bisogni della gente ma non sa dare risposte adeguate proprio per la mancanza di uno retrostante pensiero culturale.
    Certo sono d’accordo sull’impegno sul territorio (il 5/2 terremo come Persona è futuro un incontro nel II Municipio) ma si può fare politica sul territorio solo sulla base di una ispirazione ideale. Per noi il primato della persona umana.
    Grazie a tutti per gli interventi.

  6. Piero Doria giovedì 28 gennaio, 2010 - 16:53

    Cari Amici,

    Come ha scritto Oscar Wilde «posso resistere a tutto, ma non alle tentazioni». E i vostri contributi su un tema così appetitoso sono stati irresistibili.

    Lo dico subito: con alcuni convengo, con altri vi sono dei distinguo! Tuttavia la matrice culturale e di fede, mi sembra di poter dire, ci unisce. E, d’altra parte, come ha osservato un grande teologo del Concilio Vaticano II, il domenicano Yves Congar, «l’unità è nella fede e non nelle scuole teologiche».

    Politica come VOCAZIONE:
    L’idea della politica che ho maturato nel corso degli anni e dei miei studi è quella della politica come vocazione e non come arte, perfino quando essa è intesa nel suo significato più nobile.
    La vocazione al bene comune; la vocazione al buon governo; ecc.
    Nella vocazione, infatti, e non nell’arte, è presente una spiritualità ed una eticità che riguardano direttamente il genere umano nella sua totalità e la persona nella sua specificità.
    La vocazione alla politica, insomma, non ha un valore commerciale e si offre gratuitamente al prossimo come il missionario, il quale – senza nulla chiedere e senza nulla pretendere per sè – obbedisce ad una chiamata superiore mettendo a disposizione degli altri la propria esistenza.
    Ecco perchè alla politica non si può accedere passando per il letto più o meno grande di qualche politico o accettando volgari compromessi! E chi ha corrotto i giovani farebbe bene – in un sussulto di dignità, magari passato in solitudine a riflettere – a trarne le necessarie conseguenze, perchè al di là delle proprie autogiustificazioni, rimane indelebile il giudizio della Storia che ha già condannato.

    Nuovo soggetto politico cristianamente ispirato:
    Personalmente non sono sicuro che il periodo storico che stiamo vivendo sia migliore o peggiore rispetto agli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso. Di certo è il più urlato!
    Ai cristiani allora, ma a tutti i cristiani, che devono sempre essere i cittadini migliori del mondo, come insegnano i Vescovi, corre l’obbligo dell’impegno politico, dalle Circoscrizioni al Parlamento Europeo.
    Per fare questo, però, è necessario un nuovo soggetto politico cristianamente ispirato che nasca dal basso e coinvolga tutte quelle realtà già presenti ed attive come l’UdC, ma che non può essere una semplice adesione a quel partito.
    È necessario organizzare una fase costituente del nuovo soggetto politico che riscopra i grandi valori del popolarismo sturziano, li discuta, li aggiorni, li accolga e li proponga all’Italia e all’Europa.

    Legge elettorale:
    Per quanto riguarda la legge elettorale spero davvero, contrariamente a quanto sostiene il nostro Amico Giuseppe Sbardella, che si vada verso un sistema proporzionale con lo sbarramento al cinque per cento ed il premio di maggioranza. Questo sistema mi pare che abbia diversi meriti: non esclude nessuno dalla competizione; promuove chi abbia preso almeno cinque; garantisce la governabilità. Ma, soprattutto, offre all’elettorato un’ampia gamma di candidati tra cui scegliere. Il che per una democrazia mi sembra che non sia cosa da poco.

    L’UdC:
    All’UdC vorrei dire: quando si ha un partito ed un progetto politico da proporre non si portano voti ai surrogati! Si candidano le proprie donne e i propri uomini per testimoniare la bontà della presenza e consolidare il proprio elettorato sui valori. Più che della politica dei due forni, mi sembra di essere in presenza di una nuova versione, riveduta e corretta, ma del tutto antistorica, del Patto Gentiloni.

    Agli Amici del sito:
    Mi prendo una libertà e spero che il nostro Amico Giuseppe Sbardella mi perdoni. Il tema sollevato da Giuseppe Parisi è davvero importante e se siamo tanti, come credo, è necessario dialogare ed esporre le proprie idee con la moderazione che deve sempre contraddistinguere un cattolico. In fondo è anche questo un modo per avviare la fase costituente del nuovo soggetto politico cristianamente ispirato.

  7. Giuseppe Sbardella venerdì 29 gennaio, 2010 - 21:12

    Grazie Piero del tuo stimolante intervento.
    Sulla legge elettorale siamo solo apparentemente discordi. A me va bene qualsiasi sistema che concili la rappresentatività con la governabilità. Non mi piace il proporzionale puro perché “fotografa” la società ma non permette, se non con gran difficoltà, di operare una efficace sintesi politica e una conseguente adeguata azione di governo.
    Benissimo il tuo suggerimento: proporzionale con soglia di sbarramento al 5% e premio di maggioranza. Si tratta del sistema attuale, occorre aggiungere solo la possibilità delle preferenze (direi massimo 2 onde evitare trucchi per il controllo del voto).
    Un abbraccio, a presto.

  8. giuseppe cerasaro sabato 6 febbraio, 2010 - 09:02

    Perfetto, Giuseppe.

    La tua analisi, per quanto impietosa, non fa una piega.

    Permettimi solo di aggiungere un mio brevissimo pensiero.

    Come hai ben detto, siamo rimasti orfani delle vecchie ideologie, e non abbiamo saputo sostituirle con qualcosa di nuovo, più adeguato ai tempi correnti. Ma le ideologie non sono che strumenti interpretativi e aver preteso di cristallizzare è stato l’errore che ha condotto alla loro fine. O presunta tale. Perché sono convinto che, in qualche modo, prima o poi tireranno fuori la testa, e speriamo non sia nei modi sbagliati che abbiamo già conosciuto. La Politica si è chiusa in sé stessa, è divenuta autorefenziale anche dal punto di vista dell’elaborazione concettuale. La lettura che offre dei fenomeni e della Società tende a riprodurre sé stessa. E, in definitiva, questa Società Decadente ha prodotto i Politici e la Politica di oggi. Ci sarebbe bisogno innanzi tutto di Uomini Nuovi in senso evangelico, ma anche ti un tentativo di rilettura Sociologica della Società. Non solo parlare di destra, sinistra, ed eventualmente di centro, ma impegnarsi in una lettura che possa fornire Nuovi Strumenti a Nuovi Uomini.

  9. giuseppe di pietro sabato 27 febbraio, 2010 - 14:18

    Mi permetto di pubblicare questo mio articolo

    Il fallimento concettuale del bipartitismo ha fatto scricchiolare quella sorta di bipolarismo, con cui abbiamo dovuto fare i conti negli ultimi 15 anni, e adesso in italia si assiste alla rivendicazione ideologica dei componenti che hanno rappresentano i maggiori partiti nazionali Pd e Pdl, con conseguente innalzamento dei toni che hanno avuto come epilogo l’attentato al Presidente del Consiglio. Certo non auspichiamo un possibile ritorno al multipartitismo esasperato che ha caratterizzato la prima repubblica italiana, ma un ritorno di fiamma ideologica non è certo deprecabile, anche, se non soprattutto, per abbassare i toni e non dare adito a contrapposizioni che potrebbero irrimediabilmente pregiudicare l’azione politica nazionale.
    Il sistema maggioritario ha un forte limite perchè basandosi su di una sorta di aggregazione comporta inevitabilmente il tracollo dell’ ideologia comune, che a sua volta ponendo il suo modo d’essere sui voti di lista e non sulle preferenze, finisce per creare delle sperequazioni anche nelle regioni con il rischio di non avere dei validi rappresentati locali al parlamento nazionale veramente legittimati dal popolo, decretando la rivendicazione personalista cui e composto ciascun Gruppo.
    Così la decisione del Pd di schierarsi con Ventola in Puglia e con la Bonino nel Lazio non può lasciare indifferenti, perchè è una scelta dalle conseguenze politiche assai gravi e che apre la strada alla messa in crisi del maggior partito d’opposizione, che pur di conservare “le poltrone” allarga la base del consenso alle correnti estremiste della sinistra, che erano state tagliate fuori nel processo di americanizzazione del Pd e lanciano la moda dell’aggiungi un posto a tavola che c’è un voto in più. Certo di moralizzatori c’e ne sono tanti sia nel Pd che nel Pdl e fa bene Casini a scegliere la via dell’autonomia perchè attraverso la scelta di appoggiare la Poli Bortone in Puglia gli servirà per testare in maniera determinante la forza del suo partito, placando le critiche di opportunismo che gli erano piovute addosso dopo la scelta dell’Udc di appoggiare nelle diverse regioni i candidati del Pd e del Pdl. Certo rimane il caso Bresso in cui l’Udc appoggia un candidato del Pd, scelta che non condividiamo dal punto di vista ideologico, ma che si può capire se serve a togliere terreno alla Lega. Ritornando a parlare della Puglia essa potrebbe diventare il laboratorio privilegiato che darebbe ai centristi la possibilità di orientarsi verso palcoscenici più importanti. Una nota a parte merita l’argomento relativo alla decisione di alcuni magistrati di abbandonare le aule in senso di protesta per la riforma della giustizia voluta dal governo. Bisogna dire che protestare è un diritto, ma l’ abbandono delle aule giudiziarie rischia di far cadere nel nulla il divario tra la critica, sempre legittima, e il rispetto delle istituzioni. Questi atteggiamenti rischiano di far vacillare il dialogo in una sorta di demagogia volta all’affermazione di un potere su di un altro. La politica dovrebbe andare verso un progetto forte attenzionandosi e discostandosi sempre più da chi vuole prendere il bus credendo che questo potrà garantirgli la sopravvivenza. E’ finita l’epoca degli applausi regalati a chi non li merita. L’imperativo deve essere: niente spallate perchè non portano da nessuna parte ma operare tutti seriamente, per il bene comune. Cosa di cui tanti ne parlano ma che solo pochi sanno applicarlo.