1. andrea venerdì 12 febbraio, 2010 - 08:28

    Complimenti Giuseppe!! Hai centrato nel segno! Purtroppo ogni intevento, ogni discussione ogni rapporto umano quotidianamente sotto i nostri occhi è totalmente contrario a queste (sembra strano) ELEMENTARI basi sociali.
    La cosa che più mi preoccupa è che noto nella gente un adattamento a questo modo di rapportarsi con il prossimo, ma non solo nella vita politica ma in tutte le interazioni fra individui ; abbiamo un modo molto arrogante di rapportarci , nelle nostre azioni con chi , in quel momento ci sta davanti che possa essere il benzinaio, il fruttivendolo o in mille altre scene del palcoscenico della vita! Si credo proprio che sia cambiato radicalmente il modo di recitare il copione, sembra che qualcuno (un regista occulto) abbia di colpo dettato nuove regole di ingaggio e imposto di valutare chi si rapporta con noi come un qualcosa da cancellare,in tutti i modi. Credo siamo difronte ad un cambiamento sociale iniziato ormai da un po’ di tempo e purtroppo credo un cambiamento inarrestabile.
    Forse se dipendeva da poche persone , magari si poteva anche marginare, ma la massa vive pensa e valuta l’altro cosi! Siamo troppo intenti a portare avanti i nostri progetti, a far aumentare il nostro conto in banca, a passare davanti pure ad una vecchietta al supermercato che quando la sera al tg ti fanno vedere che un padre di famiglia ha perso il lavoro e non sa come tirare avanti la cosa ci sfiora appena manco fosse un film , come se fosse tutta finzione….! E’ vero il tutto si puo’ racchiudere nel dire che non sappiamo più ascoltare e a questo punto non solo quello che ci davanti in un determinato momento della nostrra vita, ma non siamo più capaci di ascoltare la nostra anima….che Dio ci perdoni.
    Grazie Giuseppe per il tuo impegno, con “amicizia” Andrea Pesci.

  2. alex venerdì 12 febbraio, 2010 - 19:35

    giuseppe
    Hai affrontato un grande argomento quale la COMUNICAZIONE. Comunicare è una arte e come tale è di pochi. Ma vi sono ulteriori fattori che possono rendere ancora più difficile il communicare:
    i paradigmi che ognuno di noi ha
    La confusione che c’è tra ascoltare e sentire
    Il parascolto
    E tante altre ma è necessario aggiungere un’altra fondamentale condizione:
    L’essere ACCETTATI !
    Parlavo prima dei paradigmi che abbiamo, bene loro sono il frutto dell’educazione, della tradizione e dei valori che abbiamo ricevuto nei nostri primi anni di vita .
    E se non li abbiamo ricevuti come facciamo a comunicare bene visto che questi paradigmi sono fondamentali nella comunicazione attiva.
    Ciao
    Alex

  3. Fernando Miele venerdì 12 febbraio, 2010 - 19:38

    Caro Giuseppe min associio totalmente ad Andrea nel farti i cpmplimenti , esternare sentimenti per persone che si fingono sordi e muti è tanto, tanto difficile.

    Credo che saranno tantissimi a scriverti , l’argomento è reale ed attuale , non si è mai vista una dispersione di ascolto dell’ onestà e sincerità come in questo ultimo periodo .

    Su questo argomento potri scrivere due pagine intere , preferisco dirti Bravo e che tutta l’Italia ascolti il tuo messaggio.
    Un abbraccio Fernando Miele

  4. Giuseppe Sbardella sabato 13 febbraio, 2010 - 10:24

    Grazie Andrea, grazie Fernando.
    Ciao Alex, anche quando seguivo i corsi manageriali del nostro ex datore di lavoro, ero sempre affascinato dalla parte relativa alla comunicazione.
    Dopo essermi dimesso, dopo aver scritto il libro che forse avrai letto, mi sono dedicato alla mediation, sono diventato mediatore familiare e conciliatore civile dopo aver seguito del corsi (per un totale di più di 300 ore) dove la materia “comunicazioni” veniva ampiamente esposta e discussa.
    Per quanto riguarda i paradigmi, il loto termine tecnico è “distorsioni cognitive” o “percezioni selettive”. Se ti interessa l’argomento è ampiamente affrontati nel testo “Decidere e negoziare” di Marco Mariani, edizione il Sole 24 ore.
    Buona giornata a tutti

  5. Ernesto sabato 13 febbraio, 2010 - 10:54

    Condivido appieno le riflessioni di Sbardella. Spesso le discussioni politiche (e non solo) sono artatamente costruite e realizzate per fare spettacolo o “cavalcare l’onda” del malcontento. Il “parlarsi addosso”, l’offendere, il catalogare l’altro fanno parte di una strategia … Esiste un paradosso: là dove si dovrebbe ascoltare per comprendere appieno le ragioni dell’altro, non si ascolta affatto per ottenere maggiori ascolti o consensi!
    Vi può essere anche a una difficoltà di comunicazione che scaturisce da un disagio personale e da problemi irrisolti; ciò avviene quando nel “dialogo” non si realizza un confronto di idee e opinioni, ma si assiste a uno scontro esistenziale, dove l’essenziale è vincere. Con altre parole: affermando le mie idee, affemo me stesso. Se la mia opinione non prevale, sono io a uscire (ancora una volta) vinto e umiliato. E’ difficile apprendere a comunicare, se non ci si impegna in un percorso di crescita. Prima delle tecniche di comunicazione, viene la consapevolezza del proprio valore personale.

  6. anna petrisi lunedì 15 febbraio, 2010 - 18:55

    Caro Giuseppe, come sempre sai trovare argomenti di discussione che ci costringono a riflettere su noi stessi, provocatoriamente, senza mezzi termini, senza sconti. Nella mia professione di avvocato il parlare (non il dialogare) significa principalmente “convincere” l’ascoltatore della verità della tesi perseguita, della bontà di essa, della ragione dei nostri assistiti. Non è un dialogo, ma un “monologo”, e di monologhi se ne vedono tanti, soprattutto nei talk show televisivi, dove chiunque può essere invitato come opinionista e dire la propria, ma alla fine ciascuno rimane nel proprio piccolo mondo di ragione e di parole buttate lì, senza un risultato di incontro con l’altro. Sono tanti gli “scontri” quotidiani che facciamo con gli altri, anche in famiglia. Dovremmo sforzarci nell’incontro delle parole di giungere infine ad un minimo comun denominatore, ad una soluzione minore che accomuna anzichè dividere, e non pretendere per forza di portare l’altro dalla nostra parte: in fondo, non si può camminare insieme, anche se per un breve tratto, con chi la pensa diversamente da noi?
    Ecco allora che alle parole “dialogo” e “ascolto” se ne potrà associare un’altra: “rispetto”.

  7. eBonY mercoledì 17 febbraio, 2010 - 10:12

    Nella parola vi è quella dimensione di “comune” che non implica forse condivisione? Ritengo che già in questo senso l’esistenza della persona sia la rivelazione di una forma di vita fondata nel rispetto della propria e altrui libertà che ognuno di noi può acquisire e diffondere tramite la cultura e la conoscenza. Non vengano trascurate, però, la volontà e la motivazione ad agire a favore di una educazione che superi la barriera della povertà.

  8. Giuseppe Parisi mercoledì 17 febbraio, 2010 - 20:02

    Grazie Giuseppe per i tuoi articoli come sempre puntuali e “illuminati”!
    condivido con te quanto scritto, mi permetto solo di aggiungerre qualche altra riflessione.
    Il nuovo millennio da poco iniziato pare caratterizzato da una forma sempre più crescente di “egoismo sociale”.
    L’uomo si rifugia in un isolamento sociale e non percepisce la esigenza di un vivere collegiale.
    Ciascuno pensa esclusivamente a sé in curante dell’altro, come se egli fosse il perno centrale dell’intera società, escludendo ogni forma di apertura all’altro e quindi di ascolto e dialogo. Ascolto vuol dire capire le esigenze, i bisogni e le aspettative altrui, vuol dire aprirsi in maniera totale e incondizionata agli altri per farsi interprete dei loro problemi, condividendo un percorso di vita e di crescita umana e spirituale.
    L’incapacità dell’uomo moderno all’ascolto preclude, perciò, ogni forma di dialogo. Ascolto e dialogo sono, infatti, le 2 facce di una stessa medaglia. Non può esserci dialogo senza ascolto. Il dialogo suppone la ricerca solidale di ciò che è vero e buono per ogni uomo; il dialogo esige che ciascuno accetti la diversità e la unicità dall’altro riconoscendolo come proprio prossimo.

  9. Alex giovedì 18 febbraio, 2010 - 09:07

    Buogiorno a tutti,
    concordo con quanto asserito da Parisi…
    nel mio precedente intervento facevo riferimento alla fondamentale condizione che e’ quella
    dell’ “essere accettati ” dal nostro/i interlocutore/i .Lo ribadisco e aggiungo che siamo sempre
    molto condizionati dalla simpatia o dall’antipatia verso il prossimo e questo inficia il concetto
    di cui sopra con la conseguente piu’ o meno ampia riflessione/partecipazione nella comunicazione.
    il messaggio comunicativo e’ sempre a due vie (altrimenti diventa un monologo (vedi commenti di A. Petrisi) e le frasi ( in/out) vengono filtrate sempre dai nostri paradigmi per cui non sempre cio’ che si dice viene recepito con lo stesso significato.

    E allora come ci possiamo aiutare per svolgere una sana comunicazione?

    Come si sa oltre alla simpatia e antipatia esiste anche l’ EMPATIA, cioe’ mettersi nei panni dell’interlocutore, capire come pensa, come agisce/reagisce ..e, pur non essendo la panacea di tutti i mali, aiuta molto il sano processo comunicativo (che prevede il rispetto di tante altre condizioni), ma agire cosi’ (..mettersi nei panni dell’altro..) significa essere sempre molto attenti e costanti nella sua applicazione e cio’ COSTA molto, ma andrebbe adottata quotidianamente nel nostro modo di condurci nella comunicazione fintanto che il suo ripetersi nel tempo diventi una sana abitudine e,pertanto, a “costo zero” etc etc etc….

  10. Amelia Ciampa lunedì 22 febbraio, 2010 - 18:37

    Affettività relazionale

    Prendo spunto da quanto scritto da Giuseppe Sbardella nel “dialogo, parte dell’ascolto attivo” per formulare alcune considerazioni relative alla famiglia, ” luogo” di relazione.

    L’amore è infatti necessariamente autentica relazione. Penso, infatti, che la forza di due fidanzati, di due sposi non sia solo nel fatto che stiano insieme, ma nella relazione che si costruisce e si instaura tra di loro. Più ciascuno di loro è se stesso (persona), più c’è profondità, scambio, apertura all’altro e più c’è amore (spirito), più c’è complicità, confidenza, fiducia.
    L’amore è unità, ma non fusione. E’ importante rimanere uniti senza uniformarci e divisi senza essere separati. L’amore vero è così: unito ma non uniforme, separato ma non diviso. Le coppie che fanno tutto e sempre insieme nascondono spesso la paura dell’individualità, del rimanere da soli. Sembrano coppie romantiche, di grande amore, ma secondo me, c’è invece molta paura .

    E’ il noi la vera unità, la vera forza. E’ quello che costruiamo fra me e te, la nostra “connessione” E’ il noi che dice quanto ci amiamo. E’ lo spirito che c’è fra me e te che dice com’è il nostro rapporto.
    L’intensità di un rapporto è infatti data dalla capacità che due persone hanno di uscire da sé (senza perdersi) e di creare un “noi”, uno spazio dove ci si può esprimere e dove accogliere. In questo senso i figli possono contribuire ad essere il “noi” della coppia: espressione di creatività, amore che si espande, e così tanto, che esce dal noi e crea.

    A volte le persone si lamentano e dicono: “Nessuno mi ama, sono solo/a!”. A volte questo è vero, ma non solo ciascuno ha il diritto di essere amato, ma anche il dovere di di rendersi amabile.
    Anche se tante persone parlano, molti discorsi rimangono in superficie, non scendono mai nell’intimo. Non si danno ciò che hanno dentro, non si raccontano la fatica del vivere, l’emozione di ciò che vivono, ciò che ci fa toccare il cielo con un dito, non si dicono e non esprimono il loro amore. Allora: “Sì, parlami del lavoro, di quello che hai sentito in tv, del tuo collega, della partita a pallone, ma parlami soprattutto di te, di ciò che hai dentro, di quello che tu sei”.
    Relazionarsi vuol dire sentire, ascoltare l’altro, cercare di capire chi è, cosa gli piace, cosa desidera, considerarlo “soggetto” di amore.

  11. Salvatore Scargiali domenica 14 marzo, 2010 - 09:55

    Condivido in pieno quanto scritto. La comunicazione, le relazioni e la capacità di ascolto necessaria perchè queste siano efficaci, sono materia di fondamentale importanza. Ho parlato con personale docente di vari istituti sottolineando l’importnaza del problema, auspicherei che quanto di definito ad oggi sulle tecniche di comunicazione fosse materia di studio nelle scuole sin da quella elementare. Per i giovani la cura della relazione, i rapporti tra coetanei sono il problema fondamentale. E’ stupido che l’esigenza primaria non venga indirizzata da uno studio mirato. Si parla male e non si dialoga anche perchè la maggioranza non lo sa fare, si discute per avere ragione, per difendere le proprie posizioni, ha prevalenza la paura di perdere qualcosa, si finisce nella rissa verbale, si rimane nelle proprie posizioni, si cerca di prendere “in castagna” l’interlocutore, invece di cogliere l’occasione di uno scambio verbale per arricchire le proprie informazioni e maturare i propri convicimenti, In politica si fa lo stesso perchè questo è lo stile dominante. Per cambiare lo stile il problema va affrontato sia alla base che a tutti i livelli. Congratulazioni Giuseppe, bell’articolo! Spero di incontrarti a Roma, se puoi tienimi aggiornato sulle iniziative di Persona e Futuro. Ciao Salvatore