Regole da rispettare e valutazioni politiche

Il seguente articolo rappresenta solo l’opinione personale dell’autore, e non necessariamente il pensiero comune del Laboratorio “Persona è futuro”.

Le regole, poste dall’ordinamento giuridico a fondamento dell’ordinato sviluppo di una comunità civile, vanno sempre rispettate, con la eccezione del diritto di obiezione di coscienza per quelle regole che sono percepite come gravemente illegittime in quanto lesive della vita o della dignità personale di un essere umano.

Il rispetto delle regole costituisce la prima norma di quell’ etica sociale condivisa che è a fondamento della stessa possibilità di esistenza di un qualsiasi gruppo sociale, a maggior titolo di una Nazione che voglia considerarsi tale.

Il vero cancro che sta corrodendo il sistema politico, economico, sociale e civile della nostra Italia è la pratica soppressione di questa norma fondamentale.

Non solo il trasgredire (o per usare un termine di moda, il bypassare) le regole è diventato un costume diffuso ma, e questo è ancora più grave, viene considerato bravo (o per dirla con i giovani “fico”) chi riesce a raggiungere un obiettivo personale, a scapito del bene comune, trasgredendo le regole e restando impunito.

Questo accade dagli illeciti più piccoli (come quelli relativi alle regole per salire e scendere negli autobus, o ai divieti di sosta) a quelli più gravi concernenti gli illeciti fiscali o i reati. Non basta aumentare le norme che stabiliscono illeciti, o incrementare multe o pene quando è opinione diffusa che quelle multe e quelle pene non verranno applicate e che i comportamenti illeciti non saranno sanzionati ma, in qualche modo (amnistia, condono, prescrizione…) sanati.

Il primo compito fondamentale dei cittadini onesti e competenti, che ancora tengono alla dignità nazionale, è lottare per ripristinare, nelle coscienze prima ancora che nel diritto, l’obbligo del rispetto delle regole poste a difesa del bene comune.

Persona è futuro dovrà essere in prima linea in questa lotta di carattere fondamentalmente etico.

Sottolineato questo con estrema chiarezza (e anche amarezza) non si può prescindere anche dal dire che le conseguenze del rispetto delle regole possono (in qualche caso, devono) essere oggetto di valutazioni politiche.

In tal senso sono pienamente d’accordo con il comportamento del nostro Capo dello Stato nel recente caso relativo al salvataggio di alcune liste elettorali del Centro destra.

Pochi (fra i quali uno dei pochi italiani ben valutati, guarda caso, più all’estero che in Italia, Giuliano Amato, politico ma anche costituzionalista di levatura internazionale) hanno osservato che, in assenza del salvataggio di quelle liste, si rischiava una assenza di rappresentatività democratica, dei Governatori e Consiglieri regionali eletti nel Lazio e in Lombardia.

Mi piace ricordare che non avrebbe potuto esprimere liberamente il proprio voto una grande parte del corpo elettorale, pari a circa il 40% nel Lazio e a forse più del 50% in Lombardia.

Il rispetto formale delle regole (compito ineludibile e non forzabile della Magistratura indipendente) avrebbe condotto ad una situazione politica in contrasto sostanziale con la volontà degli elettori. Questa è stata sicuramente la valutazione politica che ha spinto il Capo dello Stato a controfirmare il Decreto di legge “interpretativo” predisposto dal Governo.

Sicuramente avrà anche pesato sul comportamento di Giorgio Napolitano la riflessione che l’assenza di uno sbocco elettorale a legittime opinioni politiche avrebbe potuto portare, specialmente in Lombardia (dove sarebbe stata esclusa una gran fetta dell’elettorato con una forte connotazione territoriale) a sbocchi diversi e pericolosi come potenziali tumulti di piazza.

In un momento delicato come questo, quando non siamo ancora usciti da una pesantissima crisi economica e la nostra Nazione, specialmente dopo l’insorgere delle gravi difficoltà finanziarie in Grecia e in Spagna, è sotto l’occhio attento dei mercati internazionali e delle agenzia di rating, appare saggio ogni comportamento tendente a rassicurare gli animi, sia all’interno che all’estero, circa la permanenza di una salda coesione sociale.

Sotto questo punto di vista viene spontaneo rammaricarsi delle mancata scuse all’elettorato presentare dal partito di maggioranza relativo, come la scarsa chiarezza dell’opposizione moderata nel trovare una soluzione politica al “pasticcio”.

A prescindere da quanto successo, rimane ferma e improrogabile l’esigenza di un grande sforzo educativo nazionale nel ripristinare la condivisione di una forte etica sociale a partire dal principio fondamentale del rispetto delle regole e della conseguente punizione per chi le trasgredisce.

Un grande sforzo che, oltre a esprimersi attraverso le “agenzie” a questo preposte (famiglia, scuola, comunità religiose) dovrà coinvolgere personalmente tutti i cittadini onesti e competenti.

Si tratta di una immane fatica controcorrente ma una fatica inderogabile se si vuole far uscire l’Italia dal un disgraziato circuito vizioso che ci sta portando al sottosviluppo culturale ed economico.

Roma 8 marzo 2010



  1. Alessandra lunedì 8 marzo, 2010 - 14:37

    ciao Giuseppe,
    bell’articolo che nel merito condivido. Aggiungo però un “passaggio” chiave a mio dire mancante sul fatto che certe procedure non si riescono mai ad “aggirare” veramente (vedremo a cosa porteranno tutti i ricorsi già pendenti!) e che esistono anche diritti c.d. “indisponibili” (e il difficile é anche “sapere” quali sono!).
    Ciò fa sì che, al di là del merito sul quale potremmo passare la vita a discutere, la soluzione adottata rischia di essere un boomerang ancora più grosso del pasticcio iniziale.
    Certamente, in generale, occorrerebbe prevenzione e preparazione, ma nessuno dei nostri politici é “fit” in questo…

  2. Fattoruso Francescoi lunedì 8 marzo, 2010 - 14:43

    Condivido gran parte dell’analisi fatta da questo articolo sulla decadenza sociale del nostro paese, e condivido pure il parere positivo sulla soluzione trovata per riammettere le liste escluse in regione Lazio e lombardia ed è giusta e sopratutto di buon senso la soluzione individuata e supportata dall presidente della republica. Quello che non è più accettabile in questo paese è il fatto che il buon senso ormai non è piu una caratteristica peculiare di tanta gente e sopratutto personaggi di cultura dell’informazione e anche delle istituzioni, sono ormai tutti divisi o di qua o di là a prescindere il buon senso l’onestà o il rispetto delle regole.

  3. Domenico Savino lunedì 8 marzo, 2010 - 16:37

    Caro Giuseppe il Capo dello Stato per firmare il Decreto è stato sorretto da pareri di tecnici e consulenti quindi dal punto di vista formale e sostanziale giuridico NULLA OSTA.
    Se la sua invece come tu sostieni dovesse essere una VALUTAZIONE POLITICA allora io sarei preoccupato perchè quelle poche nozioni di diritto costituzionale che ho mi ricordano che il CAPO DELLO STATO è ARBITRO quindi SUPER PARTES, in poche parole un NOTAIO.
    Non sono un DIPIETRISTA ne tanto meno un BONINIANO ma si è creato un pericoloso precedente che davvero non so a cosa porterà.
    Sintomo di come è ridotta la democrazia italiana e di come davvero non se ne può più.
    Oltre all’arroganza e alla presunzione è manifesta l’IGNORANZA dell’attuale classe politica.
    Questo il mio discreto parere. Un caro saluto.

  4. Piero Doria lunedì 8 marzo, 2010 - 18:06

    Caro Giuseppe,

    Vorrei iniziare così: In Italia non ci sono più statisti!

    Il recente noto fattaccio delle liste nel Lazio e in Lombardia ha, purtroppo, confermato un dato già noto: in Italia non ci sono più statisti!

    Secondo la definizione classica lo statista è «Uomo di Stato. Colui che conosce la scienza di reggere e governare uno Stato». Colui, insomma, che antepone il bene comune all’interesse di parte. È un fatto di sensibilità, ma è soprattutto un fatto di etica pubblica. E purtroppo tutte queste componenti recentemente sono mancate o, per meglio dire, mancano da un pò di tempo in Italia.

    Personalmente non mi piace l’idea che una parte più o meno grande di elettori, per l’errore di qualcuno (ma è proprio così?), resti esclusa dal diritto di voto. Ma non mi piace neppure che chi commette degli errori invece di assumersene per intero la responsabilità di fronte al Paese, scagli anatemi contro chi ha avuto solo il dovere di applicare la legge.

    Credo, e lo dico con tutta la convinzione che possiedo, che sia arrivato il momento di mettere un punto a tutto questo!

    Giocare allo sfascio non conviene a nessuno, soprattutto a chi ha messo in atto questo gioco. Una Nazione non è un giocattolo di cui si possa disporre liberamente e nessuno può pensare che certe cose possano ritornare al loro posto «sic et simpliciter».

    Oggi ci sono molti, troppi, che fanno finta di non vedere o che per qualche ragione pensano che non sia il caso di assumersi le proprie responsabilità. Ebbene a tutti questi voglio dire che le colpe non sono solo di coloro che agiscono, ma anche e soprattutto di coloro che potendo evitare certe derive girano la testa dall’altra parte.

    Ritornando al fattaccio delle liste mi sarei aspettato un comportamento conforme ad uno stato civile e ad una classe politica civile. Innanzitutto il riconoscimento dell’errore; quindi pubbliche scuse agli elettori per l’errore; infine attesa serena e fiduciosa nelle decisioni degli organi competenti.

    Nel Paese in cui mi piacerebbe vivere un vero STATISTA si sarebbe comportato così!

  5. Marco Comandini lunedì 8 marzo, 2010 - 22:40

    Caro Giuseppe
    Le regole vanno rispettate e non aggirate in particolare quelle costituzionali.
    Il Decreto Legge che il Governo dice “interpretativo” ma che di fatto nel Lazio è “innovativo” in quanto la Regione L. è dotata dal 2005 di propria legge regionale che disciplina la materia elettorale.
    Quindi per il titolo V della Costituzione la piena potestà su tale materia è prettamente ed esclusivamente regionale, e probabilmente, ma il dispositivo della sentenza si potrà leggere solo domani, proprio per tale motivo ha respinto il ricorso della PdL.
    C’è poi una questione morale: si può fare un alleanza con chi cerca di “truccare” le regole del gioco democratico? Con chi non ammette i propri errori difronte l’evidenza?

    Ciao Marco

  6. Chiara Negrini martedì 9 marzo, 2010 - 08:05

    La legge è uguale per tutti.Le regole vanno rispettate, senza se e senza ma. Un cittadino che presenta una domanda per un concorso fuori termine, non viene ammesso. Del resto le liste non sono state presentate in tempo per faide interne allo schieramento di maggioranza. Mi sembra che non ci sia altro da aggiungere

  7. Giuseppe Di Pietro martedì 9 marzo, 2010 - 08:06

    bellissimo art pultroppo oggi non ho tempo per commentarlo, su quanto detto sono pienamente d’accordo.

  8. Chiara Mascellani martedì 9 marzo, 2010 - 08:10

    Non sono d’accordo, ma purtroppo non ho il tempo di spiegare perchè…

  9. Livio Moreno martedì 9 marzo, 2010 - 08:11

    Condivido in pieno!

  10. Roberto Cambiaggio martedì 9 marzo, 2010 - 08:27

    Vorrei aprire una ampia riflessione sul “famigerato” decreto a partire dal ricordo di una frase attribuita a san Tommaso Moro che lessi ai tempi dei miei studi universitari che suona, nei miei ricordi, più o meno così: La legge è la difesa dei deboli, i forti non ne hanno bisogno, hanno già la forza.
    Certamente non è una considerazione esaustiva, ma fissa un punto importante, forse il più importante.
    Una delle sensazioni più irritanti, fastidiosa fin quasi a suscitar la rabbia, prodotta dall’emanazione di questo decreto è che si tratti, ancora una volta, di una sanatoria per permettere al “forte” di non dover rispettare la legge a cui tutti dovrebbero essere sottoposti, trasformando la legge in un “orpello” a cui solo i deboli sono soggetti.
    Comprendendo questi sentimenti, che sono anche, emozionalmente, i miei, mi vien da fare una prima riflessione: forse nessuno dovrebbe essere “sottoposto” ad una legge (è la legge per l’uomo, non l’uomo per la legge, lo sappiamo bene), la legge, strumento di relazione tra gli uomini che nasce per regolare ed impedire possibili conflitti tra le persone e le comunità umane, piuttosto che esser vista come qualcosa che limita l’agire, andrebbe vista come qualcosa che libera e potenzia l’espressione e le relazioni umane, un’occasione, non un limite, come, perdonatemi la similitudine un po’ forte, la fertilità sessuale è anche occasione, che può esser colta o meno, per generare nuova vita che diventerà relazione, persone, comunità e popoli, non solo un limite frustante per un desiderio, anche buono, ma che può anche essere solo una pulsione momentanea.
    Tutte le leggi, quindi, anche quelle che sembrano riguardare pochi individui, dovrebbero tendere al bene comune dove la singola persona non si senta oppressa ma realizzata. Questo in un mondo ideale, nel mondo reale in cui viviamo, andando come a tentoni, attraverso continue correzioni, si dovrebbe fare quel che si può, cercando di massimizzare il “profitto” di tutti anziché quello di alcuni, fossero anche la maggioranza, e quale sia questo profitto deriva dall’idea di uomo, di persona che si ha.
    Lasciando i massimi sistemi ed immergendosi nella questione degli adempimenti richiesti per la presentazione delle liste elettorali, ci si deve chiedere a che fine questi vengono richiesti, e quanto bene comune e libertà delle persone si sviluppino attraverso di essi.
    È evidente che questi adempimenti sono finalizzati a evitare che vengano presentate impunemente liste senza nessun seguito reale nella società, aumentando oltre misura i costi che la pratica democratica richiede, rischiando una frammentazione del voto che potrebbe tradursi in dispersione a vantaggio di minoranze organizzate, oppure ancora liste che rappresentano sì forze presenti nella società, ma forze nemiche della società stessa (delinquenza organizzata), gli adempimenti richiesti sono una forma di garanzia in difesa del bene comune (rappresentatività democratica) e dell’efficacia del funzionamento delle istituzioni.
    Quindi certamente sarebbero da evitare tutti gli “orpelli” esclusivamente burocratici a favore di un’efficace possibilità di verifica della reale rappresentanza significativa delle singole liste, per questo le leggi andrebbero costantemente aggiornate per essere rese adatte ai tempi, e quindi sono certamente ingenerose verso il legislatore le parole del presidente Formigoni, avendo egli avuto circa dieci anni di tempo per attuare quanto previsto dal legislatore stesso, cioè l’adattamento, se ritenuto necessario, della legge elettorale regionale alle esigenze del tempo e della realtà regionale: verrebbe da dire “chi è causa del suo mal…”.
    Ma sopra di queste responsabilità stanno le giuste considerazioni del presidente Napolitano, in quanto per punire le incapacità, i ritardi ed le inadempienze dei rappresentanti della maggioranza che ha governato negli scorsi anni la regione Lombardia (o quelli della principale forza di opposizione in Lazio), si rischierebbe di punire gli elettori di quelle stesse liste, che noi tutti sappiamo avere tutte le caratteristiche sostanziali richieste per aver la possibilità di correre nella competizione elettorale: sono certamente partiti e liste vere.
    Resta l’obiezione che in passato simile attenzione non è stata tenuta verso partiti più piccoli ma sicuramente “veri”, il caso più recente l’esclusione dell’UdC dalle elezioni trentine: si torna al punto iniziale, la legge, anziché difesa del debole sembra esser strumento di prevaricazione del forte, da uguale per tutti, sembra diventare più “elastica” per chi è più potente.
    Ma chi è il vero “debole” in questa storia? È il popolo, la sua sovranità minacciata da leggi forse complicate ed ottuse e dalla stupidità e dalla arroganza di alcuni uomini che solo loro, i cittadini che costituiscono il popolo, hanno diritto di giudicare.
    Si può obiettare che comunque questo crea disparità rispetto a chi, in passato ha dovuto soggiacere a queste leggi, e pagare un prezzo oltremodo grave alla stupidità di altri uomini: il diritto che ora si vuol garantire ad un numero notevole di cittadini (in Lombardia è certamente la maggioranza di quelli che poche settimane fa avevano intenzione di votare, ora si vedrà: tutto ha un peso), non è stato garantito in Trentino ad un numero meno significativo di cittadini, ma certamente aventi diritto ad essere rappresentati come il gran numero di lombardi o laziali.
    Questa obiezione in realtà è emotivamente fondata ma priva di senso: Clodoveo re dei Franchi non avrebbe dovuto abolire la schiavitù per rispetto dovuto ai famigliari dell’ultimo schiavo ucciso da un padrone indegno e perverso? Oppure, in anni a noi più prossimi, il presidente Mitterand, quando abolì la pena di morte (1981) avrebbe dovuto dar disposizioni che le condanne già comminate fossero eseguite per rispetto di chi aveva in precedenza subito quella pena? Appare evidente che se una legge è ritenuta giusta nei confronti di una vecchia legge che è riconosciuto provochi ingiustizia, essa va posta in vigore immediatamente.
    Però sembrerebbe apparire evidente un fatto: questo decreto non sarebbe un decreto attuativo della legge in vigore, ma, (ed in questo avrebbe ragione Di Pietro) modificativo, perché se così non fosse allora i casi precedenti sarebbero viziati di illegittimità, e quindi, ad esempio, l’UdC dovrebbe poter ricorrere contro la sua esclusione e chiedere la ripetizione delle elezioni trentine…
    Ma, come recita il “Liber Paradisus” (l’atto con cui, nel 1257 il Comune di Bologna liberò tutti i servi della gleba del suo contado): “Pertanto si opera per il bene quando, con il beneficio dell’affrancazione, si restituiscono gli uomini, che la natura prima generò liberi e il diritto sottopose poi a servitù, a quella libertà in cui erano nati” – (dalla traduzione ufficiale dal latino del Comune di Bologna).
    Non siamo più servi, ma ogni atto teso, ove è possibile, a restituire libertà che il diritto ha limitata è giusto e doveroso, e la riconsegna della sovranità nelle mani dei cittadini è attuazione della Costituzione che deve prevalere su qualsiasi apparente violazione di parti formali della stessa.
    Il primo articolo della nostra Costituzione prevale sugli altri, perché in sua assenza gli altri perderebbero di senso.
    Questa potrebbe essere la grande occasione per porre un’altra pietra alla costruzione della Costituzione “reale”, se i principi contenuti in questo decreto fossero generalizzati, con altri atti di legge, potrebbe essere l’occasione di rivoluzionare, con le dovute cautele, ma con spirito nuovo, che, come ho mostrato, ha radici antiche, tutti i rapporti tra i cittadini, il “Popolo”, e la pubblica amministrazione, lo “Stato”, la “Repubblica”, tornata ad essere “Res Publica”, e questo momento apparentemente infelice potrebbe diventare l’opportunità insperata per ristabilire quel patto tra cittadini ed istituzioni che sembra oramai si sia perso.

  11. Carlo martedì 9 marzo, 2010 - 10:28

    Giuseppe,
    sulla necessità di ricostruire un’etica sociale come passo indispensabile per sperare di raddrizzare le sorti di questo paese credo che sia una cosa lampante a tutti quelli che non hanno la mente annebbiata dalla faziosità politica.
    A riguardo consiglio anche di andarsi a riascoltare l’intervista al magistrato Pietro Grasso intervistato da Lucia Annunziata (il punto in questione è verso il 25 minuto).
    Aggiungo solo che l’etica sociale rappresenta solo una delle gambe necessarie per far riprendere a camminare questo paese. Occorre anche che, parallelamente, la società si impegni per ricostruire il rispetto delle Autorità e riconoscere le Competenze come valore positivo da stimolare e da richiedere necessariamente a tutti i ruoli tecnici ma anche politici.

    Dei consiglieri “competenti” avrebbe potuto, ad esempio, avvisare il governo che la via del decreto “interpretativo” in materia elettorale non era impercorribile sia perchè materia di pertinenza delle regioni - come ha fatto notare il TAR - sia perchè la decretazione d’urgenza non è ammessa su materie elettorali.

    E se si riconoscesse l’Autorità delle diverse Istituzioni, a cominciare dal Capo dello Stato, non assisteremmo agli scontri attuali che stanno dilaniando il nostro paese e bloccando di fatto qualsiasi iniziativa per affrontare i problemi ben più gravi ed urgenti che la crisi economica mondiale sta portando con sè.
    Per questo credo che il nostro impegno come associazione vada esteso anche alle questioni suddette.
    Carlo

  12. Luciano Giustini giovedì 11 marzo, 2010 - 15:33

    Caro Giuseppe,
    sono completamente d’accordo con te e con l’impostazione da te data nell’articolo.
    Credo che la questione delle scuse, sicuramente valida e necessaria, nel momento in cui la si pone nel suo giusto contesto e cioè formale sia da non anteporre alla sostanza, cooè il fatto che è assurdo tenere fuori il maggor partito dalla competizione elettorale, come invece si sta rischiando.
    un caro saluto.

  13. giuseppe di pietro sabato 13 marzo, 2010 - 14:06

    Finalmente trovo il tempo per commentare il suo articolo che trovo molto significativo soprattrattuto per le conclusioni messe in luce, mi sono permesso nel mio commento di riprendere alcune parti dell’articolo che reputo fondamentali:
    Il rispetto delle regole costituisce la prima norma di quella condotta sociale che è a fondamento della stessa possibilità di esistenza di uno Stato che si fonda sulla teoria di Kelsen secondo la quale la struttura complessiva dell’ ordinamento giuridico è a piramide rovesciata, basandosi l’intero sistema su un’unica norma fondamentale (Grundnorm) che negli ordinamenti giuridici democratici dovrebbe essere rappresentata dalla Costituzione. La riflessione semmai deve essere spostata su altre vie aprendo la discussione su altri punti fondamentali ovvero: sulla responsabilità di chi rappresenta una lista di rispettare i modi e i sistemi di presentazione della stessa, le mancate scuse all’elettorato dal partito di maggioranza relativo, la scarsa chiarezza dell’opposizione nel trovare una soluzione politica, che andasse oltre la circostanza “non hanno rispettato le regole”, che avrebbe evitato da leader della maggioranza di tenere una conferenza stampa dal sapore inquisitorio per giustificare l’ errore commesso o presunto tale. Dall’altro occorrerebbe da parte dei giudici delle corti d’appello un richiamo al principio di applicazione della norma in modo estensivo che doveva portare all’ammissione del partito di maggioranza relativa, espressione della volontà popolare, senza se e senza ma , perché, parliamoci chiaro, dopo il ricorso rigettato e la mancata ammissione del Pdl il responso che si deve andare a leggere è questo: l’ ingovernabilità della Regione Lazio, la conseguente impossibilità di creare situazioni di sviluppo che possano interessare il territorio, il cui prologo inevitabile non sarà altro che il ritorno alle urne. sono d’accordo con lei quando afferma l’ impellente l’esigenza di un abbondante sacrificio formativo nazionalista volto a ripristinare la condivisione di una forte etica sociale a partire dal principio del rispetto delle regole e l’irrogazione delle sanzioni. Si tratta di uno sforzo a cui tutti noi siamo chiamati a compiere, se si vuole far uscire l’Italia dal circuito vizioso dell’affermazione di un potere su un altro. Altrimenti siamo sull’orlo di un futuro, ignoto e imprevedibile.