Non scholae sed vitae discimur (non per la scuola ma per la vita studiamo)

Non sono stato mai un esperto di problemi della scuola, ma da otto anni sono sposato con una insegnante, ho amici insegnanti e ho conosciuto tanti docenti. Così ho voluto scrivere questo articolo volutamente un po’ provocatorio. Aspetto commenti.

Sul portone dell’Istituto scolastico romano da me frequentato in gioventù campeggiava il motto “Non scholae sed vitae discimur” ovvero, in una traduzione non letterale ma comunque fedele, “non studiamo soltanto per ottenere un diploma, ma per diventare persone e cittadini consapevoli, informati, attivi”.

Quel motto esprimeva in latino quelli che, a mio parere dovrebbero essere le due funzioni essenziali e imperiture di una scuola.

In primo luogo, dare informazioni valide e aggiornate per poter mettere gli studenti in condizioni di avere strumenti di conoscenza e di approfondimento della realtà, nonché per poter svolgere una attività lavorativa al servizio della propria famiglia e del bene comune.

Contemporaneamente, formare cittadini consapevoli dei propri doveri e diritti, fieri di far parte di una comunità locale e nazionale, abituati a concorrere con metodo democratico a determinare le scelte collettive.

La scuola si poneva essenzialmente come una comunità guidata dal preside e dai docenti in cui gli studenti venivano abituati, oltre che a studiare, ad avere rapporti positivi e civili fra di loro, nonché a rispettare le persone preposte alla loro formazione, fermo restando il rispetto dei loro diritti inalienabili di giovani persone umane.

La meritocrazia era l’unico metodo per verificare il profitto degli alunni, i migliori venivano promossi, quelli bisognosi di approfondimenti venivano rimandati a successivi esami, i meno meritevoli venivano bocciati.

In questo contesto, scuola e famiglia erano pienamente alleate nella formazione dei giovani.

Sembrava un modello perfetto ma conteneva, nella sua presunzione virtuale, un difetto essenziale, quello di ritenere tutti gli studenti pienamente uguali ai punti di partenza, a prescindere sia dalle capacità individuali sia dal contributo formativo e informativo che avrebbero potuto ricevere dalle famiglia di origine. In effetti ognuno di noi ha caratteristiche, peculiarità culturali, attitudini personali specifiche e può godere o meno di aiuti per il proprio studio in famiglia, sia in termini finanziari sia in termini più pratici di nozioni ricevute o per osmosi culturale o per impegno specifico di genitori e altri parenti.

Questa corretta obiezione ha eroso profondamente, negli anni ’70 e successivi, il principio della meritocrazia, arrivando a proporre strumenti specifici di sostegno agli studenti volenterosi ma meno capaci, ma anche pervenendo, al limite, ad abbassare i livelli di istruzione pur di ampliare il numero degli studenti promossi o diplomati (magari con l’attribuzione dei 6 o dei 18 politici).

A mio parere non esiste persona ragionevole che non possa accorgersi come, mentre sia giusta l’ipotesi di forme di sostegno ai meno capaci, sia socialmente devastante l’abbassamento del livelli di istruzione che porta, in prospettiva, ad una diminuzione della capacità professionale globale nazionale (sia dei lavoratori manuali e di quelli professionali, che delle figure manageriali e imprenditoriali, per non parlare di quelle intellettuali e politiche).

Ad una normativa legislativa che poneva forti limiti ad una meritocrazia spinta si è andata aggiungendo una visione della scuola come istituzione più o meno gerarchica, quella di una comunità cogestita in maniera praticamente paritaria da docenti, famiglie e studenti, in cui fra l’altro si andava sempre più allentando il controllo su un aumento dei costi (anche per iniziative futili) a scapito della necessaria oculatezza finanziaria.

I Consigli (di Istituto, di Classe), i Collegi (di docenti), le Assemblee, gradualmente, da sani strumenti di formazione alla partecipazione democratica, sono diventati sempre più strumenti per imporre un astratto e astruso egualitarismo giungendo, in alcuni casi, a scambiare la democrazia con l’anarchia.

D’altra parte la cultura dominante in Italia, dagli anni ’90 sino ad oggi, ha lentamente, ma progressivamente, enfatizzato l’importanza della astuzia e della capacità non “manageriale” ma “maneggiona” nel raggiungimento dei risultati, riportando in auge il pensiero machiavellico del fine che giustifica i mezzi. Fra i ragazzi ormai è maggioritario il pensiero di ritenere “figo” chi riesce ad essere promosso a conseguire il diploma studiando il meno possibile.

I modelli di successo e di guadagno proposti ai giovani (e ai loro genitori) sono i giocatori di successo, i vincitori di competizioni canore, le veline e le modelle, per finire con i vincitori di migliaia di euro ai giochi televisivi sulla base della fortuna e a prescindere completamente dalla cultura personale. In pratica tutti modelli di persone che pervengono ad un successo (prevalentemente finanziario) a prescindere dalla fatica dello studio e del lavoro.

Questa cultura, invadente la maggior parte della società italiana ha portato nella scuola ad una inedita alleanza tra famiglie e studenti nel ritenere sempre la classe docente come responsabile del cattivo profitto e della indisciplina degli alunni e nel considerare la promozione o il diploma come diritti inalienabili da conseguire.

Questo delle mancate bocciature è un altro cancro da denunciare.

Di fronte all’esigenza di limitare la spesa pubblica per l’istruzione si è instaurato un modello dove la scuola viene prefigurata soprattutto come una azienda laddove il vecchio Preside (il primo e più importante dei docenti) si è trasformato in un Dirigente scolastico, i docenti come suoi collaboratori e gli studenti (con le rispettive famiglie) come clienti. In tale modello, assimilabile a tutti quelli aziendali, il primato spetta chiaramente alla soddisfazione del clienti, in pratica garantendo agli studenti una sicura promozione (salvo casi veramente eccezionali).

La promozione è in pratica una garanzia anche di natura economica per la scuola in quanto le consente di avere una base sicura di studenti anche per l’anno successivo. Un eccessivo (??!!) uso di bocciature porta ad una diminuzione del numero di studenti, ad una conseguente diminuzione delle classi e al rischio di perdita di posto di lavoro per i docenti.

Chi scrive ha notizia di Dirigenti scolastici (i vecchi Presidi) che iniziano alcuni Consigli di classe (particolarmente turbolente in termini di disciplina e di profitto) ammonendo i docenti ad essere molto sobri nelle bocciature perché, in tal caso potrebbero trovarsi nella situazione di doversi trovare un altri posto di lavoro. Esecrabile, distruttivo, vergognoso, devastante sotto il punto di vista etico e culturale.

Forse non sarebbe sbagliato tornare al vecchio modello del “Non scholae sed vitae discimur” opportunamente aggiornato.

Sui seguenti punti andrebbe forse aperta una riflessione in chiave autocritica per evitare un ulteriore peggioramento di quella che è stata definita l’emergenza educativa:

  1. ripristino di una sana meritocrazia, temperata dall’impiego di adeguati (e se necessario, anche robusti) interventi di sostegno agli studenti volenterosi ma in difficoltà;
  2. restituzione ai docenti della necessaria autorevolezza nei confronti sia degli studenti che delle relative famiglie;
  3. instaurazione di un sistema di reclutamento docenti sulla base del reale fabbisogno del territorio a prescindere dal livello di bocciature e di promozioni;
  4. ripristino di una alleanza fra famiglia e scuola nel rispetto dell’autonomia dei rispettivi ambiti formativi;
  5. abbandono sia di una visione meramente aziendalistica della scuola che di quella antagonista di una istituzione autoreferenziali senza controllo sui costi;
  6. riscrittura dello “statuto degli studenti” accompagnando ai diritti anche l’elenco dei relativi doveri con le rispettive sanzioni.
  7. revisione dei momenti consiliari e assembleari per restituire loro una funzionalità democratica.

Sul tema in generale (affrontato in modo volutamente provocatorio) e sulle proposte formulate sarei lieto se si aprisse un confronto.



  1. Alessandro Pinna lunedì 12 aprile, 2010 - 11:40

    Una riflessione articolata Giuseppe, che ci riporta la necessità di rifondare il nostro quotidiano dalla scuola, ossia dalle basi, se si vuole sperare in un positivo miglioramento.
    Concordo in pieno sui tuoi 7 punti finali che, se applicati, potrebbero portare davvero a qualcosa di nuovo, a qualcosa di buono.
    Mi piace sottolineare solamente una banalità: ossia come davvero la scuola debba trasmettere la curiosità, la capacità di osservare ed analizzare, in modo da far crescere menti pensanti e libere.

  2. stefano lunedì 12 aprile, 2010 - 12:04

    Giuseppe,
    HAI PERFETTAMENTE RAGIONE.
    Ho due figli, ormai grandi, una ex moglie insegnante e tanti tanti amici che insegnano.
    Qullo che hai avuto il coraggio di scrivere è verissimo: come il non bocciare per trovarsi un numero di studenti tali da mantenere il numero delle classi, come si dice, di fatto e non entrare nel girone infernale della copertura delle ore contrattuali con giuochi veramente di prestigio e, almento pr gli inseganti che conosco, con grande proessionalità e adattamento e sacrifici.
    Concordo non solo da genitore, ma anche da Presidente del Consiglio di Circolo (elementari) e presidente del Consiglio di Istituto (Liceo) delle scuole dei miei figli,visto sempre come persona atipica : ma come non sei di sinistra? e prendi queste posizioni ? sei contrario alle occupazioni? Ti assicuro che non ero amato …
    Ti assicuro anche, e puoi chiedere conferma ai miei figli che sono su FB, che ho SEMPRE DETTO LORO che non studiavano per la scuola ma per la vita.
    Giuseppe ma perchè hai votato a destra (Polverini UGL appoggiata da Storace) se la pensi in questo modo giusto, dinamico NON RIESCO A FARMENE UNA RAGIONE.
    Ciao Giuseppe. STF

  3. vittorio lunedì 12 aprile, 2010 - 16:51

    …SONO D’ACCORDO SU CIÒ CHE ESPRIMI ED ESPRIMI SULLA SCUOLA….SE È UN LUOGO DI FORMAZIONE DI UOMINI BISOGNEREBBE GUARDARE LA STORIA DELLA SCUOLA, E CERTAMENTE TOGLIERE CIÒ CHE VI È STATO DI NEGATIVO, MA ANCHE APPREZZARE GLI EDUCATORI DI UN TEMPO PASSATO, MA CHE È PARTE DEL NOSTRO VIVERE ODIERNO…NON È PIÙ LA SCUOLA IN CUI SI EDUCA LE PERSONE A UN LIBERO PENSARE NELL’ORDINE E NELLA DISCIPLINA PER FORMARE UOMINI EDUCATI AL RISPETTO E HAI VALORI CIVICI DI UN POPOLO CON LE SUE RADICI….NO.. IDEOLOGIE DI OGNI TIPO DA METTERE CON OGNI MEZZO NELLA TESTA DI CHI AVRÀ COME DICEVA SOCRATE LA SUA VERITÀ…,MA CI SONO ANCORA GLI EDUCATORI…?CREDO UNA MINORANZA….MA NON VEDIAMO CHE LE SCUOLE SONO DA TEMPO I LUOGHI PIÙ BRUTTI E SPORCHI DI SCRITTE E DIPINTI…,MA DI COSA….FRAMMENTI E ANARCHIA STA DIVENTANDO QUESTA SOCIETÀ….,I SPARTANI IN QUESTI CASI DI CRISI DELLA DEMOCRAZIA, INSTAURAVANO LA DITTATURA…ORA DITEMI CHE SONO UN FASCISTA….SIETE LIBERI DI FARLO, MA LA REALTÀ RESTA LI A DIRCI….

  4. Giuseppe Sbardella lunedì 12 aprile, 2010 - 20:04

    Vittorio,
    posso garantire per te. Ti conosco personalmente e non mi pari proprio un fascista. Tutt’altro.
    Un caro saluto.

  5. Moratti Giorgio lunedì 12 aprile, 2010 - 22:19

    Sono convinto anch’io che tutto quello che hai scritto è apprezzabile e condivisibile, quello che manca è che la scuola è in qualche modo la rappresentazione della società che la frequenta e la usa. Il mio non vuol essere un pistolotto sull’educazione che oggi si pratica in famiglia, ma penso e l’ho scoperto qualche vent’anni fa quando mi occupavo di alimenti per l’infanzia, che i bambini non sono più bambini. In gran parte oggi un figlio non è più il continuare la famiglia ma quasi uno status simbol, fanno figli solo quelli che possono permetterselo, e vogliono un figlio bello, competitivo, sportivo, e alla moda. I genitori non si preoccupano più di educare (dal latino educere, tirare fuori il meglio, e non mettere dentro) ma rappresentare se stessi , la propria possibilità, la propria forza, la propria indipendenza dagli altri, dalla legge(molto spesso) e dal vivere in armonia. Il numero dei divorzi e delle separazioni, degli aborti e delle fughe, ne è la prova tangibile. Ho anche insegnato per due anni e debbo dire che quella è stata una grande esperienza, riuscivo a parlare con i ragazzi e fare lezione, oggi nelle scuole non si parla ed i genitori sanno solo difendere i diritti dei figli e della “cultura” se ne fregano. Forse i genitori si sono dimenticati il rispetto tra di loro e così non lo insegnano neanche ai figli. I genitori che non pagano le tasse come insegnano ai figli ad essere buoni cittadini? Conosco anche tante famiglie belle, ce ne sono ancora, ma sono sempre meno, e quanti sono oggi quelli che si ricordano con affetto dei propri insegnanti ? Forse solo i vecchio come me che a scuola erano andati orgogliosi di poter fare le medie, il ginnasio e il liceo, ma già ai miei tempi (gli anni cinquanta e sessanta) gli insegnanti buoni facevano fatica a rapportarsi con gli studenti del liceo a Roma in periferia dove andavo io.
    E, permettimi ancora, quanti insegnanti oggi lo fanno per vocazione? Vocazione, parola ormai dimenticata, come l’amore che tantissimi è solo sesso, mentre per me rimane un atto di volontà. Ora mi occupo di malati di Alzheimer, e mi rendo conto di quanto una persona può perdere di se stesso, e tutti quelli cui non è mai stato insegnato a cercare se stesso?

  6. Salvatore Scargiali martedì 13 aprile, 2010 - 11:06

    Sono pienamente d’accordo su quanto scrive l’articolo, in particolare i punti di riflessione 1 ripristino di una sana meritocrazia… 2 restituzione ai docenti della necessaria autorevolezza … e 6 riscrittura dello “statuto degli studenti” accompagnando ai diritti anche l’elenco dei relativi doveri con le rispettive sanzioni… mi sembrano fondamentali. Purtroppo quanto accaduto negli anni 70 e successivi, anche se fondato su basi che avevano ampie giustificazioni, ha dato spazio alla convinzione che le cose, i risultati, fossero dovuti per diritto, sviluppando quella cultura del tutto e subito, senza faticare , che bene descrive l’articolo. Faccio una riflessione e una sollecitazione: In questo periodo di crisi impegnarsi è un dovere. Farlo bene con cura e attenzione, cercando di trovare nella perfezione stessa dello svolgimento dei propri compiti, oltre che il giusto compenso anche la soddisfazione di avere fatto bene ogni cosa, è un piacere che tutti dovremmo sentire. Prima di reclamare il lavoro o lo studio come diritto dovremmo ricordarci che esso è un dovere. Mettere cura estrema anche nei particolari più minuti, i doveri di ogni giorno è un modo per affermare anche la propria personalità e ottenere realmente le proprie soddisfazioni. La scuola, maestra di vita, dovrebbe per prima cosa definire questi principi e lo scopo per cui essa esiste. E’ un peccato che principi e obiettivi non siano magari chiaramente affissi in un manifesto all’ingresso di ogni scuola, che non ci sia un impegno formale a seguirli all’atto delle iscrizioni, magari in una manifestazione pubblica che dovrebbe sancire lo spirito e lo stile di ogni precipua scuola. Sarebbe una bella manifestazione di apertura con la condivisione comune di doveri e obiettivi da parte di scolari docenti e familiari.

  7. Ofelia mercoledì 14 aprile, 2010 - 09:37

    parole sacrosante!! Devo dire che anche molti professori sono entrati con disinvoltura in questa logica (“non possiamo bocciare, dal momento che la classe ha già pochi alunni”…oppure”chi me lo fa fare, alcuni colleghi hanno avuto delle rogne per aver bocciato”…). Glli alunni, che già sono animati da quella voglia di studiare che ben conosciamo, vedono il risultato finale: o si studia o non si studia, alla fine dell’anno “passiamo” tutti. Con la benedizione degli insegnanti e la soddisfazione dei genitori-clienti

  8. giuseppe cerasaro sabato 17 aprile, 2010 - 15:09

    Scusa l’estrema sintesi,Giuseppe,ma il tuo discorso non farebbe una grinza se fosse abolito il valore legale del titolo di studio.In questa situazione,nella quale il diploma sostituisce la vecchia licenza media,e la laurea il diploma,(nel migliore dei casi) una selezione più accentuata equivarrebbe ad una discriminazione. Chi è che non sa fare l’impiegato dell’anagrafe,anche se non prende il diploma.Eppure è richiesto. Chi è che non sa fare l’infermiere,anche senza laurea. Un tempo non avevano nemmeno il diploma. Eccoci dunque arrivati al punto che il diploma è solo un pezzo di carta,ma che non si può negare a nessuno,se no quel poveretto non può fare nenche lo spazzino.

  9. Giuseppe Sbardella sabato 17 aprile, 2010 - 15:43

    Ciao Giuseppe.
    Si, sulla necessità del valore legale del titolo se ne parla sin dalla Costituente. Il buon on. Marchesi (se non sbaglio docente universitario di latino) chiuse pragmaticamente il discorso affermando che, in un società come quella italiana, senza il vincolo del titolo legale, avremmo avuto milioni di concorrenti per ogni concorso pubblico.
    Concordo con te che, anche in questo campo, una liberalizzazione (anche se non totale) ci vuole. Occorrerà approfondire e ben venga chi lo voglia fare.
    Il mio timore è che, in una Nazione allergica alla meritocrazia e al mercato come purtroppo la nostra, in assenza del valore legale del titolo di studio, l’unico elemento di valutazione potrebbe divenire l’essere amico di amici o di qualcuno potente.
    Comunque nel mio articolo metto in evidenza l’importanza di un sostegno forte a chiunque, seppur meritevole, non goda di appoggi culturali o finanziari da parte della famiglia.
    Dobbiamo tornare a scoprire la linea Einaudiana del principio della reale uguaglianza dei punti di partenza, principio ripreso più recentemente da quell’altro grande liberale di R. Darhendorf.
    Grazie del contributo Giuseppe

  10. Giuseppe Sbardella sabato 17 aprile, 2010 - 15:47

    Ciao Salvatore,
    concordo su quello che scrivi.
    Vorrei ricordare a tutti che sulla cultura dei doveri insiste molto Benefetto XVI nella sua ultima enciclica “Caritas in veritate”.
    Cari saluti

  11. anna petrisi domenica 18 aprile, 2010 - 16:58

    Giuseppe, come non essere d’accordo con la tua analisi? ho avuto una breve esperienza di insegnamento e posso dire che il processo di educazione va rivolto non solo ai ragazzi, ma anche alle famiglie. Oggi se dici ad un genitore qualcosa di sgradevole sul figlio, come minimo ti arriva una denuncia. Quanto all’autorevolezza degli insegnanti, è una cosa che devono conquistarsi da sè. Io ricordo ancora la mia insegnante di italiano delle medie, o il prof di storia del liceo: devo a loro la mia apertura mentale, la mia curiosità ad approfondire gli argomenti. Quando un docente ci mette l’anima nella professione i ragazzi lo sentono.
    Vorrei aggiungere qualcosa ai punti finali indicati da te: la creazione di una materia nuova, “Storia dell’Italia moderna”, che parta dall’unità d’Italia fino ai giorni nostri, perchè è una parte di storia importante per capire la politica attuale e si arriva a farla sempre male a fine programma; la seconda è la valorizzazione dell’Educazione Civica, necessaria a creare nei giovani la consapevolezza dell’appartenenza ad una comunità statale unica, pure nell’eterogeneità della storia di ogni regione.

  12. emanuela manciati martedì 11 maggio, 2010 - 13:17

    ho insegnato per 36 anni, ho visto promuovere ragazzi che avevano solo la sufficienza in educazione fisica, religione e musica perchè la preside si impuntava e alla fine riusciva sempre a far votare alcuni colleghi come voleva lei. Ho avuto dei genitori che sono venuti dicendomi “lei non sa chi sono io” perchè io avevo rimproverato il figlio che, pur essendo stato promosso a calcioni, si era ben guardato dal fare i compiti per le vacanze. Ho avuto classi dove gli interessi di figli e genitori erano il calcio, le veline e il grande fratello la scuola veniva considerata più come parcheggio che luogo di formazione per cui non era importante l’apprendere. La massima aspirazione dei ragazzi era poter diventare calciatore e delle ragazze o velina ,o miss Italia. Considerando che con una laurea i giovani oggi, quando riescono a trovare un’occupazione ,guadagnano 800 euro, forse fanno anche bene! Comunque io ero arrivata al punto che , talvolta, in classe mi mancava il respiro per la rabbia , l’impotenza di fronte a questo stato di cose. Non sono mai stata tanto felice come quando sono andata in pensione.!!!

  13. Giuseppe Sbardella martedì 11 maggio, 2010 - 13:24

    Emanuela, mia moglie accanto a me ha letto e condivide appieno. Solo che a lei manca una decina di anni per andare in pensione ed è disperata.

    Grazie del tuo commento. Spero di vederne altri sul nostro sito.