Riceviamo dal socio Dott. Piero Doria e volentieri pubblichiamo questo articolo, anche se non riflette la posizione unanime di Persona è futuro.
Sarà molto gradita un’ampia discussione.
************************************************************************************
Secondo quanto denunciato recentemente in televisione da numerosi operai della Fiat di Pomigliano, il Gruppo torinese avrebbe esercitato nei loro confronti, già da qualche tempo, alcune gravi forme di intimidazioni.
Un fatto questo che, se accertato, porrebbe senza esitazioni la stessa Fiat ed il suo gruppo dirigente fuori dalla legalità costituzionale.
Infatti uno stato democratico come l’Italia che ritrova il suo fondamento giuridico nella Costituzione democratica, non può assolutamente tollerare che al suo seno, nelle istituzioni pubbliche e private, nelle aziende, ecc., si affermino azioni in palese contrasto con i dettami della Legge Fondamentale.
Ma ancora più grave è apparsa, questa volta palese (referendum), la forma di ricatto esercitata nei confronti degli operai di Pomigliano, già stretti da una condizione ambientale poco favorevole, i quali, dopo aver investito tutto sul loro lavoro (mutuo, famiglia, ecc.), si sono trovati costretti a dover decidere se perdere tutto o accettare condizioni lavorative in palese violazione dei diritti fondamentali della persona.
E tutto ciò è avvenuto, è bene non dimenticarlo, con la piena solidarietà dei vertici di Confindustria alla Fiat, con il silenzio colpevole del Governo (il che dimostra da quale parte batta sempre il cuore) e l’incapacità ormai cronica del sindacato, sempre più diviso, di difendere i diritti dei lavoratori.
Questa triste vicenda ha mostrato al mondo intero il volto brutto della Fiat. Quello che, in poche parole, possiamo così sintetizzare: «Cari operai di Pomigliano o accettate di essere sfruttati, o andiamo a sfruttare i polacchi!».
Eppure il Gruppo torinese avrebbe dovuto dimostrare un pò di riconoscenza nei confronti di un Paese e di un Popolo che tanto ha dato alla Fiat, a partire dai finanziamenti di nuovi stabilimenti nel Sud (Lecce, Avellino, Melfi, ecc.), ai continui incentivi e rottamazioni, all’acquisto di auto statali (Polizia, Carabinieri, ecc.), al mantenimento del monopolio dell’auto in Italia, al pagamento della cassa integrazione anche quando venivano redistribuiti i dividendi tra gli azionisti, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Oggi, però, la Fiat ha la possibilità di cancellare dalla sua storia questa brutta pagina. Chieda scusa agli operai di Pomigliano e all’Italia ed avvii finalmente nuove trattative ponendo al centro della sua azione, come insegna la «Caritas in veritate», la persona umana e non il profitto a tutti i costi e senza condizioni.





Ringrazio Piero per aver sollevato un problema molto importante e che turba le coscienze di molti.
L’accordo firmato per Pomigliano tra Fiat e i Sindacati di categoria della CISL e della UIL presenta sicuramente dei dubbi fondati in tema di legittimità costituzionale.
La normativa dell’accordo infatti attribuisce in ultima istanza all’azienda (seppure dopo un percorso conciliativo) la possibilità di sanzionare i lavoratori al superamento di un numero di giorni di assenze per motivi che non escludono lo sciopero, limitando di fatto un diritto che, secondo la Costituzione (art. 39) può essere limitato solo per legge.
Sicuramente i Sindacati non avrebbero accettato tali condizioni se non di fronte al rischio, invero molto alto, che l’azienda decidesse di dismettere lo stabilimento e di spostare altrove (forse all’estero) la produzione.
In questo senso la posizione della Fiat può essere anche interpretata in un’ ottica assimilabile all’ultimatum e, per chi la vive dalla parte dei lavoratori, ad una sorta di ricatto. E in termini più ideali come un attacco alla dignità della persona dei lavoratori.
Detto questo non si possono peraltro sottacere altri elementi di valutazione.
Lo stabilimento di Pomigliano ha (e speriamo di poter usar quanto prima l’imperfetto “aveva”) dei livelli di produttività molto bassi, incompatibili (diciamolo pure) con le esigenze competitive dell’attuale mondo globale.
La dottrina economica assume che la produttività di una fabbrica dipende da tre fattori essenziali, gli investimenti dell’azienda in termini di macchinario, le infrastrutture e il contesto sociale locale, la produttività dei dipendenti.
Per quanto riguarda il primo aspetto, mi risulta che la Fiat ha fatto quanto possibile per migliorare la qualità dei macchinari impiegati nello stabilimento, pur avendo da superare alcuni problemi legati alle difficoltà opposte dai sindacati che temevano una diminuzione delle persone impiegate a fronte della introduzione di tali nuovi macchinari.
Nulla di nuovo si dice rispetto all’aspetto delle infrastrutture logistiche e comunicative nonché del contributo positivo del contesto sociale se solo si fa un riferimento (anche per accenno) alla camorra imperante nel territorio ed ad una mentalità assistenzialistica piuttosto che industriale. E’ questo il vero cancro, sotto varie forme, di tutto il nostro meridione (salvo poche “isole” felici), cancro che richiederebbe un intervento diretto, determinato e forte delle Istituzioni dello Stato centrale (altro che federalismo per le Regioni del Sud!… ma questo è un discorso che andrebbe affrontato in altra sede).
Chiudiamo questa riflessione sulle cause della insufficienza di produttività facendo riferimento al terzo elemento, quello relativo al livello di assenteismo che tutte le fonti (anche sindacali) considerano di eccezionale gravità.
L’impiego mensile dei 3 giorni di permesso attribuiti dalla legge 104 per far fronte ad eventuale assistenza a parenti invalidi viene considerato come “diritto” a 3 giorni di permesso mensile, il tasso di malattia (certificato da medici compiacenti, anche vessati dal contesto camorristico locale) è molto più elevato che in altre zone del Paese ed è risaputo come molti “malati” siano regolarmente all’opera per la raccolta della propria uva e dei propri pomodori, il livello di scioperi anche bianchi (ovvero senza detrazione dello stipendio) spesso giustificati con motivi pretestuosi (o non giustificati affatto) è ben al di sopra dell’accettabile.
E’ con rammarico da rilevare come ben poco i sindacati abbiano fatto su questo terzo fronte della insufficienza di produttività, restando di fatto al fianco dei lavoratori negligenti anche quando sarebbe stata opportuna una diversa azione.
Non si possono sottolineare le responsabilità della Fiat senza evidenziare anche quelle delle Istituzioni centrali e locali della Repubblica (quasi completamente assenti), dei Sindacati (mossisi in maniera maldestra e forse anche sotto la pressione della cultura sociale assistenzialistica e camorristica), del lavoratori (che vogliono giustamente essere rispettati nella loro dignità di persone ma spesso hanno dimenticato i loro obblighi, anche giuridici, di lavorare in buona fede e con diligenza).
Non si poteva chiedere alla Fiat di continuare a produrre a Pomigliano con un tasso di produttività incompatibile con le esigenze globali. Senza accordo lo stabilimento sarebbe stato chiuso in breve tempo e i lavoratori sarebbero rimasti disoccupati.
Resta da chiarire un grande punto interrogativo. Condividendo il primato etico del rispetto della dignità di ogni persona umana, ci si deve chiedere come sia possibile, nell’attuale contesto economico globale, ribadire tale principio rispetto a quello concorrenziale della massimizzazione del profitto.
A mio parere la battagli è culturale prima che politica. Anche per questo è nato Persona è futuro.
Per restare in Italia, sarà ora necessario evitare che l’accordo di Pomigliano diventi paradigmatico per altri accordi, intervenendo preventivamente ciascuno (azienda, sindacati, Stato) nel rispettivo campo di competenza sugli aspetti relativi alla produttività.
Data l’importanza e la delicatezza dell’argomento, confido che altri commenti si aggiungano al presente.
Egregio sig. Doria, leggo qui come in altre fonti, soprattutto da quelle vicine alla CGIL, che la FIAT avrebbe proposto un accordo in violazione della Costituzione, accordo peraltro controfirmato da molte organizzazioni sindacali nelle quali militano eminenti giuslavoristi (penso ad es. all’ex ministro del lavoro Treu).
La cosa mi sembra poco verosimile ma ho sempre apprezzato questo sito per l’equilibrio dimostrato per cui le vorrei chiedere di integrare il suo articolo spiegandoci quali sono i punti dell’accordo che violano la costituzione.
Cordialmente
…il fatto e che il signore che scrive parla come tutti da una posizione di privilegio e parla di sfruttamento e altro…,ma il mondo delle idee pensate non ha mai funzionato, conosce il mondo del lavoro, e sa come sono manipolati gli operai per fini sempre diversi, ma ci rendiamo conto come operano i giapponesi, i coreani, i cinesi, ecc…tutta la crisi che è venuta è che si produce a costi alti non sopportabili per il mercato globale…vi è la concorrenza…,e allora se i polacchi producono di più e a costi diversi con chi prendersela…fate un referendum con gli operai e chiedete chi si vuole prendere in base a gli utili lo stipendio e diranno sempre no…in jugoslavia vi era la cogestione degli operai…come è finita…come mai la sanità pubblica ha debiti a non finire…e quella privata a pari costi funziona meglio…forse nel rapporto imprenditore e coloro che lavorano bisognerebbe costruire relazioni non di lotta ma di fiducia…sapendo che l’uomo lo si deve rendere socialmente partecipe…no certi sindacati ideologizzati che pensano solo la vita come conflitto di classe…gente in ritardo con la storia che verrà…quello che dice il Papa si presuppone come futuro da costruire, costruendo nell’uomo una cultura, e una coscienza nuova…nessuna norma e legge funziona se non si cambia la coscienza dell’uomo…tutti….viviamo in una cultura individualista, notturna e morente…che fare?…L’UNICA COSA CHE LA MAGGIOR PARTE DI QUELLI CHE FANNO CULTURA DICONO ORA..È COLPA DI BERLUSCONI….UN UOMO PUÒ ESSERE COLPEVOLE DI TUTTI..OPPURE SONO UN CARRO DI MEDIOCRI CHE ASPIRANO LORO AD AVERE UN RUOLO PER RIMANERE NELLA STORIA….CHI VIVE COSI È SEMPLICEMENTE UN UOMO INFORMATO..MA UMANAMENTE MEDIOCRE….
Giuseppe,
grazie per avermi indicato questo articolo.
Condivido in tutto e pertutto il tuo commento.
Una cosa ” Persona è futuro” : Laboratorio per la Costituente di centro.
Ma perchè il centro non deve avere una identità LAICA ? Perchè deve avere una connotazione ecumenica? (mi riferisco anche all’articolo di Pezzotta di ieri, mi sembra, che condivido ma non poi la conseguenza logica, non di fede, ma palesemente , semplificando, “catechistica, vaticanista”).
Sono convinto che la Costituente di Cernro possa essere una validissima prospettiva per una nazione con specifiche problematiche come l’Italia, ma sono, con presunzione, convinto che debba avere una connotazione LAICA.
Grazie e Buona Giornata
Stefano
Doria ha letto l’accordo di Pomigliano?
perchè una CGIL che sempre ha fatto del Referendum un arma di battaglia si è rifiutata di utilizzarlo?
mi farebbe piacere conoscere quale articolo della Costituzione viene intaccato, e se è vero perchè a Pomigliano si intacca la costituzione e per un addetto alle pulizie in una scuola o in ospedale il diritto di sciopero possa essere sercitato solo dopo venti giorni dalla proclamazione e perchè i primi tre giorni di malattia di un operaio che lava le pentole in una cucina sono pagati solo se il certificato medico copre sette giorni di malattia?
Oggi,purtroppo,la produzione della Panda che dovrebbe essere spostata su Pomigliano viene già prodotta in Polonia,a Pomigliano i lavoratori bivaccano in CIGS,mi domando e domando è meglio un sano lassismo ed un libero assistenzialismo o un lavoro che esprima; dignità alla persona e azzeri quegli abusi che per anni sono lievitati grazie anche a chi ha cavalcato la tigre dello scontento.
Gli accordi tra le parti sociali si firmano nel momento in cui si trova il giusto equilibrio nel do ut des,senza dover essere trascinati da interessi diversi,quali quelli rappresentati dalla politica.
Caro Giuseppe condivido appieno il tuo commento piuttosto che l’articolo, perchè le cose a Pomigliano stanno proprio nella maniera da te descritta. L’assenteismo acceso, l’eccessiva frammentazione delle sigle sindacali nonchè, il forte condizionamento della politica, da quella estrema a quella di potere, ha fatto sì che sin dallla sua nascita in quella fabbrica ce sempre stato un livello di conflitto eccessivo. E mai nessuno ha tentato di porre qualche rimedio per cui gli aspetti negativi narrati nel tuo commento si sono sempre piu incancreniti, oggi purtroppo la FIAT e tutta l’industria automobilistica deve far i conti con un con mercato dell’auto sempre piu inondato da prodotti di buona qualità proveniente da paesi con bassi costi di produzione, e siccome lo stato non è piu in grado di sonvenzionare in maniera indiretta le aziende e sopratutto la FIAT, oggi i nodi vengono al pettine, tutte le cattive abbitudini delle azinede ma anche dei lavoratori e del sindacato non sono più sostenibbili, purtroppo il rischio che si finisce per cedere anche su diritti acqusiti negli anni, soltanto per il fine ultimo di raddrizzare un po la situazione.
Ecco perche fondamentale per il futuro sopratutto una unità sindacale innanzitutto, una coesione sociale, perche il cambiamento deve essere sopratutto culturale e perche ciò avvenga bisogna riprendere il ragionamento dell’etica a tutti i livelli.
Perche se salvaguardiamo i diritti senza le fabbriche non abbiamo piu il luogo dove poter esercitare i diritti. se preserviamo le fabbriche assumendoci la responsabbilità tutti i soggetti in causa di avere una etica comportamentale abbiamo anche il diritto di pretendere il rispetto di quei “diritti” che oggi siamo costretti ad alienare……………..
Per prima cosa desidero davvero ringraziare tutti per gli interventi interessanti ed appassionati finora pervenuti e spero che altri ne giungano. Quindi, voglio rassicurare tutti che l’accordo l’ho letto.
E, però, forse mi sono spiegato male, ma non ho scritto che l’accordo violi la Costituzione anche se in un punto, vedi diritto allo sciopero, ciò può verificarsi, come ha ben spiegato Giuseppe Sbardella, alle cui considerazioni rinvio.
Per quanto mi riguarda mi sono fermato al prima dell’accordo: vale a dire alle intimidazioni, se ci sono state, e ai ricatti, alle quali avrebbe dovuto prestare ascolto innanzitutto il Governo e quindi, per completezza, anche l’opposizione che, a dire il vero, non è lontana dalle posizioni dell’Esecutivo.
In una Repubblica come l’Italia con Costituzione democratica fondata sul lavoro non possono e non devono esistere aziende che intimidiscono gli operai. Perchè sarebbero fuori dalla legalità e dalla legge come la MAFIA
e la CAMORRA.
Né si può accettare che una azienda dica: o accettate queste condizioni o vado fuori a produrre. Perchè oggi si limita il diritto allo sciopero, e domani cosa si limiterà?
Vogliamo tornare alle sedici ore di lavoro dei cinesi di oggi? o a quelle della rivoluzione industriale europea? Quella, per intenderci, che ha generato la peste del XX secolo e che prende il nome di comunismo!
Già, ma noi lo sappiamo, la Storia non torna mai come prima. Ma a volte si può anche presentare in forme peggiori di quelle già conosciute. Spero che almeno su questo siamo d’accordo.
Non sono in grado di giudicare con provati elementi la questione, vorrei essere un operaio di Pomigliano per esprimere un giudizio. Sono però molto sensibile a recepire le sensazioni collettive che ha il cittadino medio, l’opinione dell’immaginario collettivo sempre più trasversale nelle classi sociali. E’ opinione comune, anche se il trend fortunatamente sta cambiando, che l’imprenditore o i manager siano sempre degli sfruttatori e che operai e impiegati siano sempre sfruttati. I ricchi sono dei ladri, i meno abbienti degli sfruttati da difendere. Nella storia lo sfruttamento è stato un male che ha creato sofferenza e giusta, sacrosanta ribellione e, conseguente, evoluzione di cui tutti dobbiamo essere grati. Ma c’è anche da dire che il lavoro lo crea l’impresa, se non c’è un impresa e un processo produttivo non c’è lavoro. Se non ci fossero uomini capaci di produrre idee e trasformarle in processi produttivi e in imprese, non ci sarebbe lavoro, non ci sarebbe benessere. Se questi uomini non trovassero soddisfazione nella loro impresa sarebbero mortificati, se tutto fosse gestito dallo Stato senza un diretto controllo degli uomini capaci di far produrre le proprie idee, il tutto sarebbe contro natura come lo è stato il comunismo. Anche in Italia dove l’intervento dello Stato a volte è stato esagerato si è visto costruire al sud cattedrali nel deserto, imprese non nate da imprenditori ma solo per creare posti di lavoro, ma non c’erano giuste idee dietro, ne voglia di rischiare, ne prudenza imprenditoriale e si sono visti grandi fallimenti. Forse bisognava agevolare l’impresa locale piccola che era. Dobbiamo allora riconoscere agli uomini imprenditori e manager dei meriti e ringraziarli delle loro capacità. Essi hanno necessità di chi sa operare con capacità specifiche, di chi sa, senza propensione al rischio, fare le cose…. impiegati e operai. Senza operai e impiegati non c’è impresa, un bravo imprenditore lo sa, come sa che deve avere cura dei conti, del mercato, dei fornitori, insomma di tutto il sistema integrato. L’impresa vive per il bene di tutti se tutto il sistema funziona. Ogni uomo ha un carisma e deve metterlo in pratica. Ogni uomo dovrebbe ricercare il proprio carisma dal più semplice al più complesso e dovrebbe cercare di metterlo in pratica per la propria soddisfazione e quella degli altri. Prima di pensare alla lotta, oggi ancora sembra che tutto debba trasformarsi in lotta, si dovrebbe cercare di far bene le cose di cui si è responsabili per il piacere di farle bene, e poi secondariamente per il tornaconto che danno. Questo è rispetto della persona umana. Dobbiamo cominciare a rispettare per primi noi stessi facendo bene ogni cosa, poi rispettare il lavoro degli altri e poi pensare se gli altri rispettano il nostro, questo è un modo cristiano di affrontare le cose.
Vorrei raccontare brevemente l’esperienza di mio marito che avendo una ditta di Produzione di scaffalatura, aveva dovuto attingere alle liste del collocamento per assumere del personale operaio: all’epoca (anni Ottanta) era costretto a lavorare anche di domenica perché gli operai erano continuamente assenti per “malattia”, mentre andavano risaputamente ….. a raccogliere lumache ……. o a curare i propri “affari”, mentre una onesta piccola ditta artigianale doveva essere portata avanti dal lavoro disperato del titolare per non andare a rotoli. La soluzione? Solo da quando ha deciso di lavorare senza dipendenti, mio marito ha iniziato ad avere degli utili.
La ditta è sopravvissuta con enormi sacrifici, ma lui non lavora più per pagare chi non lavora. Non sarebbe stato meglio per tutti se ognuno avesse agito onestamente?
Concordo con Giuseppe nel ritenere indispensabile che venga comunque salvaguardata la produttività della FIat di Pomigliano. Non mi sembra che una ditta per quanto abbia potuto utilizzare supporti Statali debba fare “beneficenza” a chi non ha voglia di lavorare.
Purtroppo avete ragione tutti. La Fiat, per poter sopravvivere, non può guardare in faccia a nessuno. Gli operai, che pure avranno le loro pecche, sono dei poveri disgraziatià. Retrocessi, a cominciare dagli anni ’80, da una condizione sociale ed economica accettabile, ad una emarginazione umiliante. Poca produttività? Vero. Ma in Germania sono pagati il doppio. E poi, per quanto poco possiate immaginare che lavorino, pensate che si sbattono oltre duemila ore all’anno, di notte, la mattina presto. Contro le mille (se va bene) degli impiegati, le sei settecento dei professori? Ma le avete viste le facce degli operai, che a cinquant’anni sembrano vostro nonno? Il contrario di quelle facce riposate dei poliziotti, dei carabinieri, dei finanzieri, tanto per dire. Devono lavorare di più, perché è una triste necessità. Il mondo purtroppo è fatto alla rovescia. Ma rispettiamoli, perché si guadagnano il pane per .loro e anche per molti di noi.
Citando l’enciclica «Rerum novarum» di Leone XIII del 15 maggio 1891, Giovanni Paolo II ha scritto nella enciclica «Centesimus annus» del 1° maggio 1991:
«Il salario deve essere sufficiente a mantenere l’operaio e la sua famiglia. Se il lavoratore, “costretto dalla necessità, o per timore del peggio, accetta patti più duri perchè imposti dal proprietario o dall’imprenditore, e che volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza contro la quale la giustizia protesta”».