L’attenzione della società civile in Italia è, in queste settimane estive, particolarmente attirata dai movimenti in corso nei partiti (rottura fra Berlusconi e Fini, nascita di “Futuro e Libertà”, costituzione di un’area di “responsabilità istituzionale” tra alcune forse moderate).
Senza voler apparire disattenti a ciò che sta avvenendo in politica, forse occorrerebbe che altrettanta, se non maggiore, attenzione fosse posta a ciò che si sta verificando nel campo delle relazioni industriali in Italia, soprattutto per iniziativa della nostra più grande industria, la FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino).
Si può tentare a grandi linee un riepilogo di quanto è avvenuto.
La FIAT ha praticamene imposto, nello stabilimento di Pomigliano (storicamente affetto da un inadeguato livello di produttività) un accordo sindacale molto innovativo (rispetto alla consueta normativa dei contratti collettivi di lavoro) particolarmente in termini di flessibilità e di controllo della produttività.
Le organizzazioni sindacali (ad eccezione della CGIL/FIOM che ha anche sollevato dubbi non completamente infondati di legittimità costituzionale) hanno sottoscritto l’accordo come male minore e con l’obiettivo di salvare comunque lo stabilimento le cui attività sarebbero state altrimenti dismesse dalla FIAT e delocalizzate altrove (probabilmente al di là delle nostre frontiere). Tale atteggiamento favorevole è stato anche determinato dall’essersi trovate in una posizione svantaggiosa nelle trattative a causa dell’impossibilità di sostenere un atteggiamento dei lavoratori non certo improntato agli obblighi di buona fede e di diligenza nel rapporto di lavoro (vedi i famigerati PRO, ovvero permessi per raccolta di olive o lo spropositato numero di permessi per attività di scrutatore durante l’orario di lavoro.
L’accordo in questione soggetto a referendum fra i lavoratori è stato poi approvato con una maggioranza del 62%, largamente inferiore alle attese.
Si pensava che la storia si fosse così conclusa e che comunque si riuscisse a circoscrivere il caso Pomigliano ed evitare che l’accordo sottoscritto divenisse un precedente per i successivi a livello nazionale.
Sembra che ciò non stia per verificarsi.
La FIAT, preso atto che la stretta maggioranza con la quale era stato approvato il referendum non l’avrebbe garantita da diffuse azioni di rivendicazione da parte della ampia minoranza (1/3 dei lavoratori), con conseguenti disagi sulla continuità della produzione e sul livello di produttività, ha deciso autonomamente una strategia ancora una volta innovativa, se non eclatante.
In primo luogo è stata costituita la Società “Fabbrica Italia Pomigliano” (la quale già nel nome richiama la possibilità di costituire altre aziende omonime modificando solo il nome della località geografica). Tale società, che non parteciperà alla Federmeccanica (confederazione delle industrie meccaniche aderenti alla Confindustria) provvederà a riassumere i dipendenti di Pomigliano della FIAT appositamente dismessi dalla FIAT stessa.
Essendo Fabbrica Italia Pomigliano non aderente alla Federmeccanica, non si applicheranno a tali dipendenti le norme del contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici, ma solo quelle (meno garantiste) inderogabili delle leggi di Stato e quelle future di un contratto collettivo aziendale che sarà negoziato in posizione di forza da parte aziendale.
E’ prevedibile che il nuovo accordo contenga clausole fortemente limitative dei diritti di lavoratori e un forte ampliamento dei diritti dell’azienda in tema di produttività e di flessibilità, con particolare riferimento allo strumento degli straordinari (magari con un incremento dell’orario di lavoro ordinario) all’utilizzo dei giorni di ferie, alla normativa sulle malattie e indisposizioni, per terminare con le regole su assunzioni, turn over, licenziamenti, mobilità.
Una serie di considerazioni si rendono questo punto necessarie.
In primo luogo ha sicuramente giocato in maniera favorevole alla iniziativa FIAT la assenza pressoché completa di azione della classe politica. Il Governo non procede ormai da mesi alla nomina di un nuovo Ministro dello Sviluppo economico (competente in materia come questa) ed è carente di ogni efficace politica industriale. L’opposizione gioca di rimessa facendo proprie vecchie parole d’ordine sessantottine e continuando a parlare di interventi dello Stato, interventi che presuppongono un aumento della spesa pubblica che, in questo momento di contingenza economica internazionale, non stanno né in cielo né in terra.
E’ inoltre prevedibile che l’esempio della FIAT sarà a breve seguito da una larghissima parte delle aziende italiane e dalla totalità delle aziende multinazionali straniere operanti in Italia. Sarebbe assurdo pensare ad una FIAT le cui aziende “Fabbrica Italia…” potessero in esclusiva godere di una normativa sindacale molto più favorevole di quella vigente nelle altre aziende. E prevedibile che nel breve – medio periodo si perverrà ad una stabilizzazione normativa basata sulla piattaforma concordata per Fabbrica Italia Pomigliano. E’ da rilevare che la Presidente della Confindustria E. Mercegaglia si sta già adoperando per gestire al meglio un futuro che si presenta alquanto turbolento anche per la stessa Confindustria.
C’è ancora da mettere in evidenza che sarebbe assolutamente sbagliato, oltre che razionalmente infondato mettere sul banco degli imputati la FIAT accusandola di muoversi in maniera tracotante senza tener conto della situazione italiana e dei tanti benefici da lei ricevuti in passato da parte dello Stato o, per dirla meglio, dei contribuenti italiani che l’hanno, a vario titolo (Cassa Integrazione, incentivi da rottamazione) aiutata in tempi passati.
La FIAT si sta muovendo in un modo perfettamente conforme alle moderne guidelines industriali in un mondo globale. Per poter reggere la competizione internazionale ha necessità, fra le altre cose, di poter produrre in maniera aderente alle richieste di mercato, con buoni livelli di qualità, a costi bassi. Per fare questo, e reggere pertanto la competitività internazionale, si trovava di fronte due alternative, o delocalizzare le attività produttive oltre frontiera (Est dell’Europa, Estremo Oriente….) o modificare vigorosamente e radicalmente le modalità normative e produttive in Italia.
Sono state seguite entrambe le opzioni e comunque la seconda ha ancora da dispiegare (dopo Pomigliano) a breve altre conseguenze in situazioni analoghe.
Non si può assolutamente imputare alla FIAT (e alle altre aziende che necessariamente la seguiranno) un comportamento in larghissima parte dettato dalla esigenza di mantenersi competitiva nel marcato globale. Sarebbero state forse auspicabili modalità di condotta e di comunicazione più soffici e diplomatiche, ferma restando la sostanza del contenuto.
Certo il modello di sviluppo economico soggiacente alla visione del mondo industriale globale ha fra i suoi principi fondamentali due che meritano particolare attenzione:
- il primato della finanza sull’economia e di quest’ultima sulla politica, e quello conseguente del
- primato della remunerazione del capitale (il profitto) sulla componente umana del lavoro.
Sono due principi che come Persona è futuro non possiamo accettare. La nostra, sulla base del pensiero “Personalistico” e della Dottrina Sociale Cristiana deve essere una precisa scelta di campo che restituisca, nel campo economico-finanziario-industriale, il primo posto alla dignità della persona umana.
Non dobbiamo e non possiamo guardare indietro, dobbiamo affrontare le sfide del mondo globale con occhi nuovi.
Come afferma Benedetto XVI nella Caritas in veritate, la crisi economica deve diventare “occasione di discernimento e di nuova progettualità” (par. 21) , occorrerà procedere ad una “riprogettazione globale dello sviluppo” (par. 23). Sarà richiesta una “nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo per correggerne le disfunzioni e le distorsioni” (par. 32), tenendo sempre presente che “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità, autore, centro e fine di tutta la vita economica e sociale”.
Avanti pertanto con l’ideazione e l’attivazioni di nuovi e più adeguati strumenti contrattuali tendenti a regolamentare i rapporti di lavoro. Andrà bene accettare maggiore flessibilità, forse anche una certa dose di precarietà (se accompagnata da precise e serie modalità di riconversione per i lavoratori, si renderà pure probabilmente necessario acconsentire ad un ampliamento di tipi contrattuali a fronte dell’ampliamento dei modi di lavoro (es: lavoro mobile e lavoro da casa).
L’essenziale è mantenere fermo il primato della dignità della persona umana di fronte a quelle che, pur restando giuste e irrinunciabili, rimangono pur sempre esigenze di secondo ordine, quali la corretta remunerazione del capitale e il conseguimento di un equo profitto.
Dobbiamo conservare quella che il Papa chiama “la decenza” (ovvero la dignità) del lavoro.
Scrive il Papa: “Che cosa significa la parola « decenza » applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa” (par. 63).
E’ sicuramente una sfida dura, impegnativa, difficile, una sfida che, essendo di natura globale, esige, non solo uno sforzo a livello nazionale, ma un impegno rivolto a raggiungere un coordinamento internazionale a livello non solo di sindacato, ma anche di Stati e di Unione di Stati (il pensiero corre in primis all’Unione Europea).
Riprendiamo le parole del Papa “Urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti” (par. 67).





Quanto tu affermi ” il primo posto alla dignità della persona umana”, mi pare sia il nocciolo della questione. Una forma di capitalismo che si è andata sviluppando in Italia è un capitalismo di poche famiglie che pian piano si stanno riposizionando su atteggiamenti capitalistici dei primi anni dell’era industriale dove il famoso “padrone” regnava incontrastato! A questa forma di capitalismo, della dignità della persona poco importa, vanno avanti per la loro strada cercando il profitto in maniera esagerata, spropositata. Che un’azienda cerchi il profitto è nell’ordine normale delle cose ma, un’azienda che cerchi il profitto in maniera esasperata, accumulando ricchezze senza curarsi di chi ha intorno mi pare un atteggiamento suicida per l’azienda stessa perché prima o poi tutte le cose che producono rimarranno invendute se non c’è nessuno che potrà acquistarle. Capisco anche che come dici bene tu l’evoluzione del lavoro deve certamente cercare nuove forme di organizzazione e quindi una certa flessibilità va certamente ricercata ed adottata però tenendo conto che di persone si parla e non di macchine che possono lavorare in condizioni estreme. L’uomo deve essere rispettato nella sua condizione primaria di essere umano con pari dignità, di tutto il resto si può parlare.
Caro Giuseppe il discorso sarebbe molto lungo perché tanti sono i fattori che entrano in gioco come la “moda” di andare ad acquistare aziende all’estero indebitandosi e quindi facendo pagare i debiti dell’acquisto alle aziende italiane. Ed infine la politica completamente assente e non in grado di gestire tute queste situazioni perché chi comanda percorre le stesse strade dei capitalisti rampanti.
Non è un buon momento! Spero che ci sia un ravvedimento ed un ripensamento da parte di tutti prima che la situazione degeneri e le persone incominciano a riprendere in mano i “forconi”!
Sto leggendo un vecchio libro di etica, nel quale c’è un accenno alla stigmatizzazione, da parte di Paolo VI, dell’etica della situazione che nell’immediato dopoguerra aveva iniziato ad influenzare anche i cattolici.
Etica secondo la quale i comandamenti, la morale ecc ecc sono punti fermi, ma in certe situazioni possiamo derogare…
Mi sembra infatti che anche oggi nel mondo del lavoro, con “la situazione” di crisi in cui ci troviamo, si iniziano a giustificare forme contrattutali e atteggiamenti (mobbing) e quant’altro (come denunciato nell’articolo, a sfavore dei lavoratori, magari dichiarando apertamente che sono sbagliate ed ingiuste, ma …è la crisi. Noi cristiani sappiamo che esiste la provvidenza, pertanto non è accettabile derogare alla persona umana, mai. Forse il nostro compito è dare fiducia a chi non conosce questa via della provvidenza (la chiamerei cosi), tentando di fare proposte serie e concrete nell’ottica della “riprogettazione” auspicata da Benedetto XVI.
La dignità della persona umana è il mezzo ed il fine di qualsiasi relazione industriale e di qualsiasi azione umana. Bisognerebbe tener conto però anche che l’imprnditore, ossia colui che rischia in prima persona con i suoi capitali ed i suoi beni, dovrebbe poter essere remunerato qualsiasi attività eserciti, dalla piccola ONLUS alla grande fabbrica. Spesso non è così, anche io ho fatto l’imprenditore, ma come sai bene ci ho rimesso moltissimo per affitto e spese per i dipendenti, oltre a non ricevere la retribuzione per il lavoro prestato, non solo per la Presidenza, ma per le docenze e le direzioni dei Corsi post-laurea. Spesso il lavoratore ha più interesse per i suoi diritti che per i suoi doveri. Che importa se il lavoro non viene svolto e l’azienda fallisce?… l’importante è ricevere lo stipendio e quant’altro gli è dovuto. Forse bisognerebbe iniziare a ragionre di più in un’ottica interdipendente. Se l’azienda fallisce il lavoro sarà precario…oppure il lavoratore verrà licenziato ed altri non potranno essere assunti…
…DICE BERARDO I FORCONI…IO DA BAMBINO CHE STAVO IN COLLEGIO CON I BENEDETTINI LO VISTI USARE CONTRO DI NOI DA CONTADINI DI UNA CERTA PARTE…CARO BERARDO SON PASSATI 60 ANNI E ANCORA SI GUARDA IL MONDO CON LA STESSA LOGICA….CINA, RUSSIA, ECC, DOCET….LA REALTÀ MONDIALE È QUELLA CHE È E BISOGNA PRENDERE COSCIENZA E CONTO CHE SENZA SACRIFICIO NON ESISTE NIENTE….VIVEVAMO SOPRA LE NOTE TUTTI E ORA CHE FACCIAMO…LA CHIESA CI DICE MOLTE COSE COL SUO MAGISTERO…GIUSTO…MA COLORO CHE DICONO, POI VIVONO…SE FACCIAMO UN DISCORSO EVANGELICO …È PRENDI LA TUA CROCE…AMA IL TUO NEMICO…CHI LO FA…I SINDACATI IN QUESTI ANNI SI SONO INTERESSATI DEGLI OPERAI..HO LI HANNO USATI PER FATTORI POLITICI…O PER LORO INTERESSI…NON SONO I SINDACATI UNA STRUTTURA DI POTERE…HANNO MAI CERCATO DI FAR FUNZIONARE L’AZIENDA DIALOGANDO SERENAMENTE TRA LE DIVERSITÀ E I PROBLEMI…O LI ANNO ALIMENTATI…HANNO DATO IL PREMIO LETTERARIO A…CANALE MUSSOLINI A UN CERTO PENNACCHI…CHE HA FATTO SOLO QUESTO QUANDO LAVORAVA…METTERE GLI OPERAI CONTRO…AL PUNTO CHE L’AZIENDA GLI PAGAVA LO STIPENDIO PER TENERLO LONTANO…E LUI SI È LAUREATO…ORA DOPO ANNI QUELL’AZIENDA HA LASCIATO QUESTO PAESE PERCHÈ NON ERA PIÙ COMPETITIVA…MA OGNI PIANTA NON HA LE SUE RADICI…IL MALE DI TUTTO È LA MANCANZA DI DIALOGO E LA RICERCA DI OGNI UNO DI POTERE PERSONALE…I PURI IN QUESTO CAMPO DOVE SONO….VEDO BERARDO CHE ANCHE TU FATICHI A USCIRE DA VECCHIE LOGICHE PER SPOSARNE DI NUOVE..LA RIVOLUZIONE DI GESÙ CHE RISOLVE I PROBLEMI NON BLATERANDO…MA ANDANDO A MORIRE PER AMORE DI OGNI ESSERE…LUI NON HA NEMICI…IO IDEALISTA….IO VIVO DI QUANDO POCO HO…..MA VADO CONTRO CORRENTE RISALENDO CON FATICA LA MONTAGNA….
Come non condividere l’analisi di questo articolo ma ancora di piu vano condivise le parole dl Papa, Un mondo quello attuale dove si aalarga sempre di piu la forbice tra i ricchi sempre piu ricchi e i poveri che aumentano anche in quella che una volta si definiva società industrializzata. da una parte la finanza che considero come il demonio degli del xxi secolo che ha preso il sopravvento sul lavoro la produzione di beni e servizi e finanche sulla politica e dall’alatra parte il mondo del lavoro e dei lavoratori che è costretto ad inseguire;
due cose da fare immediatamente secondo me; 1 un soggetto forte capace di controllare e regolare questa globalizzazione senza regole questa finanza che guarda solo ad un’arricchimento immediato e spregiudicato; 2 e giunto il momento di far partecipare i lavoratori alle logiche di impresa, i padroni non possono più pensare di esercitare questo ruolo senza permettere ai propri lavoratori di avere una partecipazione attiva anche all’interno degli stessi consigli di amministrazione, non si puo chiedere ai lavoratori di derogare su regole e principi in nome della salvaguardia del posto di lavoro senza permettere loro di compredere ed osservare quelle che sono gli andamenti aziendali da altre propsettive, una partecipazione attiva dei lavoratori eviterebbe conflitti sociali cruenti che si possono avere in futuro, un dialogo sociale con la partecipazione a tutti i livelli è essenziale, solo cosi si possono realizzare que concetti, quei principi che si ispirano anche alla dottrina cristiana enunciati dallo stesso Papa….
Caro Giuseppe, rifletti e inviti a riflettere su una questione cruciale per la democrazia. Una di quelle che affrontate seriamente inducono gli interlocutori più smaliziati a rispondere: “ma questi dove vivono?”
Con un piede in macchina per andare in montagna, mi limito ad una breve osservazione.
L’assenza di una politica idustriale è figlia della crisi gravissima della politica. Certo non verranno a dirlo pubblicamente, ma gli industriali italiani hanno mezzi adeguati per capire che l’era berlusconiana ( e dei suoi “servitori”) è utile per appropriazioni varie ( corruzione, evasioni fiscali e contributive, elusione delle regole elementari della produzione, certezza dell’impunità, scudi), ad effetto istantaneo (con vantaggi nel breve periodo) non nella prospettiva di una leale partecipazione alla creazione di ricchezza duratura, per la persona, per la famiglia, per l’ambiente. Sull’altro fronte, il sindacato tiene mano ai poteri forti, almeno nelle componenti alle quali abbiamo tradizionalmente guardato. Gli altri sono la patetica riedizione di un sindacalismo preistorico.
In questa luce, aggiungo due parole sulla Fiat.
E’ chiaro che il modello Marchionne è quello utilizato negli Stati Uniti all’inizio degli anni’80. Arrivo a dire che, applicato seriamente in una cornice adeguata di controlli pubblici e sindacali, sarebbe di utilità immediata per il nostro sistema produttivo e per gli interessi del lavoro. Epperò, il quadro di riferimento dovrebbe essere uno e comprendere tutti. Il nostro quadro di riferimento (un pò tenuto sullo sfondo, a non dar fastidio) è quello costituzionale, e penso agli articoli da 41 a 44.
Come sono conciliabili con i principi da te richiamati dell’equo profitto e della corretta remunerazione del capitale gli immensi arricchimenti dei capitalisti nostrani e le mega retribuzioni del management di vrtice?
Lungi da noi ogni tentazione di tipo socialista (facile a degradarsi in acquiescenza ai fascismi passati e odierni), ci resta l’azione illuminata dalla dottrina sociale. Ci sono in essa (e nei richiami dell’enciclica cui fai riferimento ripetuto) le linee di un modernissimo governo dell’economia. Ma, dimmi, chi le propone al vaglio del consenso popolare? Dove si colloca il fondamento politico della solidarietà attiva? Ventisei anni dopo la loro introduzione nel nostro ordinamento, si sono accorti della modernità dei contratti di solidarietà!
E poi, caro Giuseppe, quanta ignoranza,. A forza di selezionare la classe dirigente solo in vista della fedeltà servile si sono compiute scelte di esclusione dei più verati all’innovazione, e, noi diciamo, con forza, alla responsabilità personale. (Non faccio citazioni evangeliche a te che ne sei maestro).
Ma è possibile dimenticare alcune lezioni recenti e recentissime sperimentate in economie ( e in istituzioni pubbliche) che stanno avanti alle nostre di alcuni anni. Vogliamo ignorare che le delocalizzazioni negli USA sono accompagnate da misure di compensazione e disincentivazione. Vogliamo ignorare che il nostro modello di delocalizzazione ( leggi per il Meridione e Cassa) sono stati prototipi studiati e applicati in giro per il mondo? Vogliamo dire o no che solo la corruzione politica ne ha segnato il destino?
Voglio credere che tutto il nostro riflettere non sia destinato a questo o quel blog, e lì resti. Voglio credere che l’iniziativa di un’area solidale e democratica faccia sprogionare subito energie coraggiose, Proprio nella linea della Caritas in veritate.
Un caro saluto, Sandro