L’enfasi posta nell’ultimo ventennio sulla economia di mercato e, in particolare, su quest’ultimo termine, si sta quasi trasformando in un’ossessione ed in un pensiero unico, con tutte le opportunità ma anche i rischi conseguenti.
Forse può essere utile delineare alcune considerazioni, con uno stile semplice (ma non semplicistico), sul mercato ed il suo funzionamento. Partiamo da una domanda preliminare: cos’è il mercato?
Esso può definirsi sotto due aspetti.
In primo e più immediato luogo, esso può essere considerato il posto fisico dove i soggetti economici (esseri umani o organizzazioni) si scambiano i beni e i servivi, tramite una permuta (scambio diretto) o per mezzo di una moneta. Sotto questo aspetto la mente corre subito al mercatino di quartiere.
Sotto un secondo, e forse più adeguato punto di vista, esso può essere considerato uno strumento di allocazione delle risorse (beni e/o servizi) per il tramite del rapporto tra domanda e offerta di quest’ultime. Il prezzo di una risorsa tende a crescere o decrescere in funzione diretta dell’aumento o della diminuzione della domanda e in funzione inversa all’aumento o alla diminuzione dell’offerta. In altre parole il prezzo deriva dal numero di persone che richiede o offre un determinato bene o servizio. Dicono gli economisti, nel loro linguaggio, che il prezzo viene fissato nel punto in cui si incontrano le curve della domanda e dell’offerta.
Aspetto non secondario (tutt’altro!!) di questo fenomeno è che i beni e servizi presenti sul mercato vengono determinati dalla domanda degli stessi da parte dei soggetti economici; avviene, afferma la maggior parte egli economisti, una allocazione delle risorse sulla base della libera scelta dei soggetti economici.
E’ quest’ultima la base più importante della ragione per cui l’economia di mercato viene vista come inscindibile da una organizzazione democratica della società. Una economia di mercato non potrebbe sopravvivere in una società totalitaria e una società democratica non potrebbe esistere se non fondata su una economia di mercato.
E’ vero tutto questo, o è parzialmente vero, o è completamente falso?
La posizione che si cercherà di dimostrare in questo scritto è che la necessità di una relazione fra democrazia e mercato è fondamentalmente vera a condizione che si verifichino alcune caratteristiche nel funzionamento del mercato.
Innanzitutto è sicuramente corretto dire che il mercato determina con sicurezza il valore materiale dei beni e lo esprime in prezzo, ma non determina il valore spirituale dei beni.
Quale prezzo può avere ad esempio il valore di una persona umana. Forse il valore di un vecchio è minore di quello di un bambino? Il valore di una donna è minore o maggiore di quello di un uomo?
La dignità della persona umana ha comunque un prezzo?
Tutte queste domande hanno una forte rilevanza, ad esempio, sul mercato del lavoro. Il salario deve essere determinato solo sulla base del valore della merce prodotta da una persona o anche dal riflesso della sua dignità? E’ giusto che il lavoro intellettuale venga considerato di maggior rilievo di quello materiale?
Le risposte a queste domande non sono semplici ma necessariamente articolate. E’ evidente che non si può prescindere dalla profittabilità e dalla produttività del lavoro, ma è altrettanto chiaro che non si può trattare il lavoro umano come una merce qualsiasi. Se la persona umana viene trattata al pari di una merce siamo ben lontani da una società democratica!
Assimilabile a questa problematica è quella relativa all’acquisizione dei beni relazionali, ossia di quei beni la cui acquisizione non permette di accedere ad una posizione sociale o al possesso di una cosa magari a discapito di qualcun altro (si parla in questo caso di beni posizionali), ma porta invece di soddisfare alcuni interessi primari, quali quelli derivante dalla serenità familiare, dal piacere di una amicizia, da un servizio personale di tipo volontario, e così via.
Come calcolare il valore di questi beni? con la dimensione del rapporto fra domanda ed offerta? Anche questa volta la risposta non è semplice e potrebbe giungere al punto di ipotizzare di espungere questi beni dall’ambito del mercato.
Un altro aspetto da considerare riguarda l’accesso al mercato. Quest’ultimo è fonte di sviluppo economico per i soggetti (persone e organizzazioni) che riescono ad accedervi per vendere o acquistare beni.
Dal punto di vista della domanda, ci sono soggetti talmente poveri che non hanno le risorse finanziarie (più semplicemente “i soldi”) per comprare i beni necessari o le risorse fisiche e tecnologiche per produrre e vendere i loro beni e servizi.
Dal punto di vista dell’offerta ci sono beni e servizi, che potrebbero essere utili a poche persone, ma che comportano onerosi investimenti necessari alle aziende che potrebbero produrli. La conseguenza è che questi beni non vengono prodotti o che il loro prezzo è altissimo.
Un esempio classico è quello delle medicine per le cosiddette “malattie rare”, morbi spesso molto pericolosi ma di scarsa diffusione. La bassa domanda di queste medicine, correlata al forte investimento scientifico e finanziario per produrle, comporta la fissazione di prezzi abnormi rispetto alle possibilità monetarie dei potenziali fruitori.
Un caso assimilabile alla tematica delle disfunzioni del mercato dal lato dell’offerta è quello che riguarda i beni pubblici (come la sanità, la scuola, l’acqua, l’energia, i trasporti) la cui facile acquisizione rappresenta un interesse primario di tutte le persone.
Questi beni possono essere offerti sia da soggetti pubblici che da soggetti privati.
Nel primo caso è abbastanza corrente il fenomeno che il prezzo non sia derivato dalla legge dalla domanda e dall’offerta, ma che si tratti di un prezzo “politico” (inferiore a quello di mercato) derivante dalla necessità di far fruire del bene il maggior numero possibile di persona. E’ chiaro come, in questo caso, si sia completamente fuori della legge e della logica di mercato con tutto quello che comporta in termini di inefficienza dello scambio e di insostenibilità dei costi di produzione e di fornitura del bene..
L’alternativa consiste nell’offerta di tali beni da parte di privati in regime di concorrenza. Il rischio che si corre è che il prezzo sia più basso ma che il servizio non copra la maggioranza dei potenziali utenti. I privati, ad esempio, mossi dall’esigenza primaria del profitto, potrebbero non coprire con il loro servizio di beni pubblici l’intero territorio nazionale perché l’investimento in alcune zone non sarebbe ricompensato in termine di ritorno di guadagno (pensiamo, ad esempio, alle zone montane, e ad alcune insulari, scarsamente popolate).
Ma esiste un’altra disfunzione alla logica virtuale del mercato così importante e rilevante da poterla considerare addirittura distorsiva di questa logica.
Il riferimento è alla forza e alla influenza della pubblicità sulla psicologia e sulle scelte del consumatore.
Occorre, per precisione distinguere, le azioni di propaganda dei prodotti messe in atto da singole aziende nel loro interesse, dalle vere e proprie strategie di influsso sullo stile di vita dei cittadini sulla base di azioni mirate, sviluppate tramite l’uso dei media e contando su ingenti investimenti finanziari.
Non si può non vedere come certe azioni, al di là della spinta ad acquistare determinati prodotti, nell’interesse di specifiche aziende, si propongano il fine di determinare dall’esterno gli stili di vita dei consumatori, indirizzandoli su prodotti spesso non necessari, possibilmente “usa e getta”, incentivando un consumo basato non sulla esigenza o sul sano desiderio, ma sulla moda o sulla logica dell’ “apparire” al passo dei tempi.
Potrebbero essere assunti ad esempio le spese per gli acquisti delle ultime novità sui prodotti di informatica e di comunicazione, laddove il ciclo “di moda” di un prodotto non supera spesso i 6 mesi. Non comporta più sorpresa il fatto di vedere famiglie che si privano talvolta del necessario per avere l’ultimo modello di televisione o “tablet” in particolare per i figli.
Industrie nel settore dei media perseguono questa strategia non tanto con spot o con inserzioni pubblicitarie quanto piuttosto con messaggi subliminali o di costume inseriti nei programmi di intrattenimento, nelle fictions e persino nei telegiornali.
La situazione diventa tragica nel caso in cui queste imprese siano anche nel contempo produttrici e/o fornitrici sul mercato dei beni riconducibili allo stile di vita propugnato nei loro programmi mediatici, creando un collegamento circolare micidiale (i programmi di lancio dei beni vengono finanziati con i proventi parziali della vendita di questi beni).
Viene da ripensare quanto sia valida in questi casi l’affermazione fatta nell’800 dall’economista francese Say “l’offerta genera la domanda”.
Non si può che essere d’accordo che le disfunzioni della legge di mercato indicate nei paragrafi precedenti portano inevitabilmente alla conclusione che vi sono settori economici consistenti nei quali la legge di mercato non funzione e non può funzionare se non si pone mano ad azioni correttive.
Quest’ultime possono essere di due tipo, riconducibili a logiche completamente differenti.
La prima logica, di tipo dirigistico, implica l’espunzione dal mercato di alcuni settori e l’ingresso negli stessi dello Stato come attore economico.
Di qui l’intervento dello Stato come proprietario o comproprietario di aziende produttrici o fornitrici di beni pubblici (o anche privati ripensando al caso dei farmaci per le malattie rare) da mettere a disposizioni a prezzi “politici” inferiori ai costi di produzione.
E’ una esperienza già fatta nel nostro Paese e che non ha dato esiti positivi.
L’altra logica, di tipo liberale, implica la volontà di rispettare il mercato come strumento più efficace e veloce nella allocazione di risorse e determinazione del prezzo corretto, ma anche l’intenzione di operare interventi indirizzati a correggerne le disfunzioni (e le distorsioni) permettendone un adeguato e corretto funzionamento.
E’ una logica che si muove nell’ambito di quella che viene comunemente chiamata “economia sociale di mercato”, teoria di politica economica elaborata nello scorso secolo e che ha avuto e sta avendo continui aggiornamenti teorici a quello che può essere considerato il suo assunto di base “il mercato sia al centro dell’attività economica, lo Stato operi interventi per facilitare il pieno funzionamento del mercato (cosiddetti interventi conformi)”.
In tale ottica viene normale pensare ad azioni quali:
- la legiferazione di normative e la costituzione di organismi atti a combattere sia la creazione di monopoli o oligopoli, sia il nascere e il consolidarsi di conflitti di interesse fra la propaganda, diretta o indiretta, di determinati stili di vita e la produzione di beni e servizi riconducibili agli stessi stili di vita;
- la possibilità di detrazioni fiscali per le spese sostenute per l’acquisto di beni ad alta rilevanza sociale (il pensiero corre ancora ai farmaci per malattie rare);
- la predisposizione, a tutela dell’interesse pubblico, di seri capitolati d’appalto, di stringenti e chiari contratti di servizio, di controlli efficaci e rapidi, per le aziende private produttrici e fornitrici di beni o servizi pubblici;
- l’attivazione di stimoli e incentivi per la creazione di start-up, inclusa una profonda opera di semplificazione delle attività amministrative pubbliche;
- l’attenzione, specialmente da parte della scuola, al rilancio di una cultura (ivi compresa la propensione all’acquisto) che si ricolleghi ai principi generali della nostra Costituzione.
Si tratta di azioni (e molte altre se ne potrebbero aggiungere) nel quale lo Stato non si sostituisce al mercato, ma anzi lo potenzia e ne facilità il funzionamento, permettendone l’accesso al maggior numero possibile di consumatori, stimolando la concorrenza, combattendo i conflitti di interessi, inserendo elementi di equità sociale senza alterarne le caratteristiche.
E’ possibile concludere questo articolo condividendo quanto scritto da Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: “Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiamo beni e servizi tra di loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri… (…).
Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui ha bisogno per poter funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di coesione reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”.
Non si può non evidenziare, con riferimento al nome della nostra associazione “Persona è futuro”, come il Papa utilizzi il termine “persone” per riferirsi ai soggetti economici, non agenti nel loro esclusivo interesse, operanti in un mercato correttamente inteso. Non è un caso che per questo tipo di economia sociale di mercato, una economia centrata sul primato della “persona”, la nostra associazione sia in prima linea nell’impegno.




