Il Seminario di Todi. Perplessità e prospettive

Su gentile autorizzazione dell’autore, pubblichiamo questo articolo di Padre Bartolomeo Sorge S.J. estratto dal numero di febbraio 2012 di Aggiornamenti Sociali.

L’interesse suscitato dal Seminario di Todi non deve destare meraviglia, giacche si e svolto nel mezzo della grave emergenza del Paese e in vista della fine imminente del berlusconismo.

Sono circolate, perciò, le ipotesi più disparate sulla finalità del Seminario: chi vi ha scorto un malcelato desiderio di dare vita a qualcosa di simile alla vecchia ≪Opera dei Congressi≫ o ai ≪Comitati Civici≫ o alla Democrazia cristiana (DC); chi, invece, ha interpretato la convocazione di Todi come il tentativo della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) di ricompattare i cattolici per mettere fine alla loro diaspora e alla conseguente loro insignificanza nella vita politica e sociale del Paese. In ogni caso, anche a causa dell’insistenza dei mass media, l’evento e rimasto – per l’immaginario collettivo – il primo serio sforzo, dopo tanti anni d’immobilismo, di rilanciare il protagonismo dei cattolici, senza escludere una loro futura riaggregazione partitica, sebbene a Todi tutti abbiano dichiarato di escluderla.

I lavori si sono svolti a porte chiuse, riservati a un numero limitato di associazioni e movimenti di ispirazione cristiana, operanti nel mondo del lavoro: ACLI, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato, Coldiretti, CISL e MCL. Tuttavia, sono stati invitati anche i rappresentanti di altri movimenti e associazioni del laicato cattolico organizzato: ACI (Azione cattolica), AGESCI, CL, Focolarini, Rinnovamento nello Spirito, Scienza e vita, Forum delle associazioni familiari, Retinopera, nonche una cinquantina di personalità, tra cui il prof. Andrea Riccardi della Comunità di sant’Egidio, il prof. Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica, il prof. Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia del terzo settore, il dott. Giuseppe De Rita, presidente del CENSIS, il dott. Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo.

Per prevenire ogni possibile ambiguità, il card. Angelo Bagnasco, aprendo i lavori, ha detto con chiarezza che la finalità del Seminario non era quella di fare un partito, ma di stimolare i cattolici a prendere coscienza del dovere di contribuire a superare la drammatica emergenza in cui versa il Paese. ≪Se per nessuno e possibile l’assenteismo sociale – ha ribadito il Cardinale –, per i cristiani è un peccato di omissione≫; infatti, la comunità cristiana ha qualcosa di proprio e di decisivo da dire per il bene di tutti; pertanto i cattolici, più che pensare a formare un partito, oggi con il loro patrimonio universale di valori sono chiamati ad ≪animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica≫ (nn. 1, 2, 3). E molto importante che la nuova forma di presenza dei cattolici in Italia sia stata indicata autorevolmente non più come unita partitica, ma come forma di cittadinanza attiva e di partecipazione responsabile al dibattito culturale, etico e sociale per far progredire il Paese verso un umanesimo integrale.

Sulla medesima lunghezza d’onda si e espresso il dott. Natale Forlani, portavoce del Forum e direttore generale per l’immigrazione del Ministero del Lavoro: ≪Non vogliamo fare un partito, non siamo costruttori di partiti. Dobbiamo interagire con un processo politico composto da diverse fasi: la condivisione dei valori e la formazione dei programmi, l’espressione della rappresentanza politica, la presenza nelle istituzioni, la governabilità. E per influenzare l’insieme del processo politico e necessario organizzarci. Questo è lo scopo del Seminario di Todi≫. Tuttavia, nonostante queste autorevoli precisazioni, il Seminario di Todi non ha mancato di suscitare nell’opinione pubblica una serie di perplessità, che andremo a esaminare, e che e necessario chiarire per evitare che compromettano le nuove prospettive che l’avvenimento ha aperto. In secondo luogo cercheremo di cogliere le prospettive nuove che oggi si aprono all’impegno dei cattolici, in seguito alle indicazioni del Seminario di Todi.

Le perplessità

Una prima perplessità riguarda la ragione stessa per cui e stato convocato e organizzato il Seminario. Infatti, valutando il dibattito cosi come e stato possibile seguirlo dall’esterno, si è avuta la chiara percezione che a Todi abbia prevalso un discorso tendenzialmente “moderato” e “conservatore”, sulla falsariga – tanto per intenderci – di quello che fanno i cattolici attualmente militanti nel Partito popolare europeo (PPE). Ora, il PPE mostra di avere una chiara connotazione conservatrice e neoliberista, molto distante dal popolarismo sturziano originario, al quale dice di volersi ispirare. L’Appello di don Sturzo – lo sappiamo – fu rivolto non ai cattolici in quanto tali, ma a tutti i ≪liberi e forti≫ (credenti e non credenti) e poneva come condizione che gli aderenti fossero “riformisti” convinti, escludendo rigorosamente i “conservatori”. Infatti, Sturzo era persuaso che l’ispirazione cristiana non possa portare al moderatismo in politica, ma sia molto esigente e coraggiosamente riformista.

Lo disse a chiare lettere nel famoso discorso di Caltagirone del 1905, che costituisce in certo senso il suo manifesto politico: ≪I conservatori sono dei fossili, per noi, siano pure dei cattolici: non possiamo assumerne alcuna responsabilità. Ci si dirà: ciò scinderà le forze cattoliche. Se e cosi, che avvenga. […] Due forze contrarie che si elidono arrestano il movimento e paralizzano la vita≫.

Ebbene, non si può dire che il discorso di Todi sia stato coraggiosamente riformista come quello del popolarismo sturziano.

Del resto, non avrebbe potuto nemmeno esserlo, se si tiene conto che le sigle invitate al Seminario divergevano notoriamente, e tuttora divergono, sul giudizio da dare a proposito del berlusconismo e della responsabilità morale di quei cattolici che l’hanno sostenuto. Un secondo motivo di perplessità e il fatto che la prolusione sia stata tenuta dal card. Angelo Bagnasco. Era facile prevedere che la sua partecipazione avrebbe alimentato quanto meno il sospetto di un nuovo collateralismo, sul tipo del vecchio legame tra la Chiesa e la DC. Era da aspettarsi, cioè, che la presenza a Todi del presidente della CEI sarebbe stata interpretata come un’ipoteca clericale, l’ennesimo tentativo dei vescovi di mettere la firma su un’iniziativa di natura propriamente laicale. Perche – si sono chiesti molti osservatori – non rispettare la legittima autonomia dei fedeli laici, lasciando che siano essi stessi a discutere e a decidere le scelte temporali da compiere, come richiedono la loro vocazione e la loro missione? In questo senso, e stato da alcuni opportunamente rispolverato un testo molto noto del Concilio Vaticano II, tratto dalla costituzione pastorale Gaudium et spes (1965): ≪Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino pero che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che a ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero≫ (n. 43).

Dunque, dal punto di vista dell’opportunità, bisogna ammettere che l’aver affidato la prolusione al card. Bagnasco si prestava alle critiche che poi sono puntualmente seguite. Detto questo, però, e onesto riconoscere che il presidente della CEI, con il suo intervento di alta qualità, ha fugato ogni possibile sospetto. Infatti, mantenendosi rigorosamente sul piano etico e culturale proprio del magistero, il Cardinale si e preoccupato d’insistere sulla necessita di restituire un’anima alla politica, indicando ai cattolici il percorso da seguire per ≪costruire l’anima dell’Italia prima ancora che l’Italia politica≫. Ha ribadito, perciò, il primato degli ideali e della spiritualità, quale compito specifico dei cattolici: ≪L’esperienza insegna da sempre – ha detto – che, in ogni campo, non sono l’organizzazione efficiente o il coagulo di interessi materiali o ideologici che reggono gli urti della storia e degli egoismi di singoli o di parti, ma la consonanza delle anime e dei cuori, la verità e la forza degli ideali≫ (n. 2).Pertanto, poiché la gravissima crisi che l’Italia attraversa e di natura culturale e spirituale, prima che economica e p olitica, bene ha fatto il Cardinale a insistere sul ricupero del “primato dello spirituale” e dei valori fondamentali della persona e del bene comune, sui quali poggia la convivenza civile. Opportunamente egli ha insistito sull’urgenza e sulla necessita che i cattolici si impegnino a creare luoghi d’incontro e di formazione sul piano prepolitico, dove affinare le loro competenze specifiche (culturali, sociali e politiche) e, nello stesso tempo, maturare nella fede e divenire cristiani adulti.

Infatti, solo se saranno formati professionalmente e spiritualmente, i fedeli laici potranno compiere in modo responsabile e coerente le scelte politiche necessarie al bene comune, in collaborazione con tutti i cittadini di buona volonta e senza cedere all’illusione che possa esistere un partito totalmente conforme ai propri ideali. ≪Il cristiano – avverte il Compendio della dottrina sociale della Chiesa – non può trovare un partito pienamente rispondente alle esigenze etiche che nascono dalla fede e dall’appartenenza alla Chiesa: la sua adesione a uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica≫ (n. 573). Il discorso del card. Bagnasco, dunque, rimane la conferma più autorevole che il Seminario si proponeva non di creare un nuovo partito cattolico, ma di costituire un punto di riferimento unitario sul piano culturale ed etico, volto a ispirare una nuova cittadinanza attiva dei cattolici sul piano sociale e politico.

Vi e infine una terza perplessità, non meno rilevante delle precedenti. Essa riguarda l’effettivo valore rappresentativo del Seminario.

Di quale legittimazione godevano i partecipanti? In base a quale mandato erano autorizzati a esprimere il consenso delle rispettive associazioni circa le conclusioni che sarebbero state prese in tema di riaggregazione politica? In che misura una decina di sigle associative – per quanto significative – può considerarsi rappresentativa del “mondo cattolico”? Tanto più che i movimenti che hanno preso parte all’evento erano, e rimangono, molto diversi tra di loro: alcuni hanno chiare finalità “spirituali”, altri sono di natura “ecclesiale” in senso proprio, altri infine perseguono scopi tipicamente “laici”, quali la difesa di interessi sindacali, economici o cooperativi.

Ecco, dunque, alcune significative perplessità non del tutto chiarite e che e necessario dissipare completamente, per impedire che gettino un’ombra sulle nuove prospettive aperte dall’incontro di Todi.

 

Le prospettive

Il Concilio Vaticano II e il successivo magistero sociale della Chiesa hanno chiarito da tempo che l’impegno politico dei cattolici in via di principio e un dovere, ma che la forma concreta in cui realizzarlo dipende da un ≪prudenziale giudizio storico≫. La stessa unita dei cattolici nella DC, durata quasi un cinquantennio, non fu dedotta da premesse di natura confessionale, ma formulata in risposta alla duplice urgenza del secondo dopoguerra: far fronte al pericolo comunista e impiantare la democrazia nel Paese dopo la fine della dittatura fascista. De Gasperi, da parte sua, prevedeva – anzi auspicava – che, una volta superate quelle necessita storiche, sarebbe finita anche l’unita politica dei cattolici nella DC. Come poi avvenne.

Perciò, l’indicazione più significativa del Seminario di Todi per una nuova forma di presenza dei cattolici nel Paese e proprio il giudizio storico espresso sull’attuale situazione politica. Infatti, nonostante le loro legittime differenti sensibilità sociali e culturali, i partecipanti si sono trovati d’accordo nel denunciare le conseguenze funeste che la commistione quasi ventennale tra berlusconismo e leghismo ha prodotto in Italia, come abbiamo notato altre volte: l’intolleranza spinta fino al punto di generare forme di odio anche violento nei confronti dei “diversi”, l’esaltazione dell’interesse privato su quello pubblico e sul bene comune, la negazione nei fatti dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, il diffondersi dell’illegalità e dell’impunità. Nello stesso tempo, era impossibile che gli invitati all’incontro non tenessero presente la forte domanda di cambiamento venuta dalle consultazioni referendarie e amministrative del 2011. Le urne, infatti, hanno rivelato il grande bisogno che c’e nel Paese di reagire alla rassegnazione che per troppo tempo ha frenato tanti cittadini. Un grande numero di essi ha votato unanimemente al di la delle logiche partitiche, in difesa di valori come l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la gestione di beni comuni come l’acqua.

In base, quindi, a un comune ≪prudenziale giudizio storico≫, il Seminario di Todi ha proposto di riaggregare i cattolici sul piano culturale, etico e prepartitico, accantonando l’idea di rifondare la vecchia DC o di creare un collegamento “trasversale” tra i parlamentari cattolici presenti nei diversi schieramenti. Parimenti, e apparso chiaro a tutti che per cambiare le cose non possono bastare l’affermazione o la testimonianza, per quanto preziosa, di singole personalità cattoliche, ma e necessario organizzarsi. E prevalsa cosi la prospettiva nuova di una forma di organizzazione prepartitica, che escludesse la creazione di una “struttura” cattolica, distinta e contrapposta a quella di altri soggetti politici. Si e compreso cioè che, all’interno dei processi di globalizzazione economica, culturale e sociopolitica in atto, un’organizzazione politica di cattolici – ma questo vale anche per quanti si ispirano a culture politiche diverse – non può più essere pensata in forma chiusa, ma aperta e disponibile a favorire l’unita nella diversità intorno a un programma comune di cose da fare, in coerenza con i principi e con i valori della nostra Costituzione (che coincidono con quelli della dottrina sociale della Chiesa). La condivisione di un ethos comune – che solo si può ottenere sulla base di una più matura “laicità positiva” – e la premessa necessaria per restituire un’anima ideale alla politica nell’attuale contesto storico di una società multiculturale, multietnica e multireligiosa. Tuttavia, la difficoltà principale nella realizzazione di questa nuova forma di presenza prepartitica e che mancano modelli a cui ispirarsi: quelli di ieri non servono, quelli di domani non ci sono ancora. Si deve perciò avere il coraggio di tentare strade nuove. Per i cattolici si tratta di fare un passo in avanti e abbandonare definitivamente anche gli ultimi residui della vecchia concezione di cristianità, senza per questo rinnegare la propria identità e la propria storia. Occorre, cioè, che i cattolici italiani imparino a vivere uniti con tutti, rispettandosi diversi, sulla base dei principi laici della prima parte della Costituzione, i quali – giova ripeterlo – sono anche i valori fondamentali della dottrina sociale della Chiesa. Concretamente – per dirlo in forma più incisiva – il Seminario di Todi ha ribadito la necessita di dare la priorità ai contenuti rispetto al “contenitore”. Certo, non si può escludere che la convergenza sui contenuti dia vita, prima o poi, anche a un nuovo “contenitore”; ma, in ogni caso, questo potrà essere il punto d’arrivo, non quello di partenza. Ecco perche il richiamo a partire dai contenuti, rivolto da Todi indistintamente a tutti i cattolici, interpella in primo luogo quelli che già militano all’interno dei diversi “contenitori” politici. In particolare, dovrebbero sentirsi interpellati i cattolici democratici – eredi diretti (ma non unici) del popolarismo sturziano – oggi confluiti nel Partito democratico (PD). Infatti, proprio essi hanno commesso l’errore di dare la precedenza al “contenitore” sui contenuti. E una sorta di “peccato originale” che il PD si porta dietro e di cui sta pagando ancora le conseguenze. Di per se il tentativo di dare la precedenza ai contenuti era stato compiuto con la stesura del Manifesto del PD, approvato prima delle primarie del 2007; ma quel documento e finito nel cassetto. Era un bel testo, che poteva veramente costituire la piattaforma ideale e culturale del nuovo soggetto politico. Infatti, in esso si dava la priorità ai valori su cui fondare la nuova struttura organizzativa del PD. I nostri valori – vi si legge – ≪discendono dai molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico. Sono maturati nella dialettica tra queste diverse tradizioni e dal confronto con le sfide proposte dalle culture ambientalista, dei diritti civili e della libertà femminile, oltre che nella condanna delle ideologie e dei regimi totalitari del Novecento. […] sono i valori che ci uniscono e gli obiettivi comuni che intendiamo realizzare a definire la nostra identità politica≫. E concludeva: ≪Per noi, i democratici, la politica e prima di tutto servizio, e una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro Paese≫.

Purtroppo è mancata la fase costituente, durante la quale sarebbe stato necessario girare per le città, per portare il Manifesto del PD a conoscenza della gente, dei giovani, dei movimenti, spiegando le ragioni ideali e la comune cultura politica che stavano alla base del nuovo partito. Forse ne e mancato il tempo, a causa delle imminenti elezioni politiche del 2008. L’effetto però è stato che è prevalsa la preoccupazione per il “contenitore”. Questo è stato definito a Roma, dalle segreterie dei Democratici di Sinistra e dei Popolari, secondo la vecchia logica partitocratica, anziché partire dalla società civile e dai contenuti, come era stato giustamente progettato. Riuscirà oggi il PD, sotto la spinta che viene da Todi, a riparare l’errore commesso e a restituire la dovuta priorità al suo Manifesto e al suo statuto ideale?

Una cosa e certa: i cattolici, anche quelli che operano al di fuori dei partiti, non possono lasciar cadere nel nulla la spinta all’unità nella diversità, venuta dalle consultazioni popolari del 2011, ribadita dal Seminario di Todi e che successivamente il Governo Monti ha fatto sua.

Pertanto, anziché una nuova forma di struttura politica dei cattolici a se stante, che sarebbe anacronistica, e necessaria una nuova forma di cittadinanza attiva, che renda presenti i cattolici sul territorio a iniziare dai quartieri urbani, fino ai livelli cittadino, regionale, nazionale ed europeo.

Ciò suppone che ai cattolici sia offerta la possibilità di formarsi sul piano sociale, culturale e politico. E la prospettiva emersa a Todi: dare vita a luoghi di incontro e confronto, a livello prepartitico, nei quali crescere nella conoscenza e nella coscienza delle proprie  responsabilità al servizio del bene comune. Occorre, in una parola, formare cristiani adulti: spiritualmente motivati nel difendere e nel testimoniare i principi universali irrinunciabili, e professionalmente all’altezza per promuoverli, attraverso il dialogo, le necessarie mediazioni politiche e tenendo conto della gradualità del consenso, cioè in fedele osservanza delle regole laiche della democrazia. Cosi facendo i cattolici, operando insieme a tutti i cittadini di buona volontà, agiranno da fermento e contribuiranno attivamente ad aprire ai valori trascendenti la coscienza civile e, nella misura del possibile, la stessa legislazione.

E interessante notare che questa indicazione, alla quale si e pervenuti a Todi, e perfettamente in linea con quanto suggerisce, parlando in generale, il Compendio della dottrina sociale della Chiesa:

≪Il fedele laico e chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale. […] la fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti sociopolitici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli≫ (n. 568). Occorre dunque dissipare quanto prima le perplessità suscitate dal Seminario di Todi, perche non ne rimangano offuscate le nuove e importanti prospettive.



  1. Marco Caglini martedì 28 febbraio, 2012 - 14:59

    Condivido largamente quanto scritto da Padre Sorge.
    Mi permetterei però di sottolineare un aspetto.
    Dalla comunione ecclesiale dei cattolici impegnati in politica deriva un obbligo di amore reciproco che si deve perlomeno concretizzare in un comportamento di rispetto e di ascolto l’uno delle ragioni dell’altro.
    Ma forse deriva anche, se non sicuramente l’obbligo dell’unità in un solo partito, almeno l’obbligo di ricercare tutti gli strumenti concreti esistenti per trovare la maggiore unità possibile anche in politica.
    Che ne dite?