La Dichiarazione di Roma e l’UE

Lo scorso 25 marzo i leader di 27 degli (ancora per poco) 28 Paesi membri dell’Unione Europea e i leader delle principali istituzioni comunitarie si sono riuniti a Roma in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma.

Come ai più è noto, con l’espressione “Trattati di Roma” si fa riferimento al Trattato che istituisce la Comunità Economica Europea (CEE) e al Trattato che istituisce la Comunità Europea dell’Energia Atomica, entrambi firmati a Roma il 25 marzo 1957 dai rappresentanti di sei Paesi: Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Insieme al Trattato che istituisce la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), i Trattati di Roma rappresentano, quindi, i primi mattoni della Europa unita, ovvero le basi sulle quali, negli anni a seguire, si è sviluppato il processo di integrazione europea.

La cerimonia dello scorso sabato si è tenuta in Campidoglio, nella stessa sala in cui, 60 anni fa, vennero firmati i Trattati di Roma e dove, più recentemente, il 29 ottobre 2004, i rappresentanti dei 25 Paesi membri dell’Unione europea firmarono la meno fortunata Costituzione per l’Europa.

Il 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma ha rappresentato, però, non solo la celebrazione di un evento fondante l’attuale Unione Europa, ma anche l’occasione per i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’UE di sottoscrivere un nuovo (e speriamo altrettanto longevo) documento, la c.d. Dichiarazione di Roma, con l’auspicio di dare nuovo slancio ad un’Europa ormai (a torto e a ragione) bersaglio di continui e sferzanti attacchi. Il tutto a pochi giorni dalla data (anch’essa destinata ad entrare nella storia, per lo meno europea) in cui il Regno Unito avrebbe ufficializzato l’avvio della procedura di uscita dall’Unione Europea.

Ma quali sono i punti principali della Dichiarazione di Roma nella sua edizione 2017?

La Dichiarazione si apre con un moto di orgoglio per i risultati (innegabili, ma alcuni forse discutibili nel loro esatto contenuto) raggiunti negli ultimi 60 anni e con la consapevolezza delle grandi sfide mondiali che l’Unione Europea e i singoli Paesi membri si trovano ad affrontare (terrorismo, migrazioni, conflitti e disuguaglianze sociali ed economiche).

La Dichiarazione prosegue poi con un’elencazione, secondo molti frutto di un eccessivo equilibrismo, di nuovi principi chiave quali l’unità dell’Europa e la sua indivisibilità, ma anche con la previsione della possibilità per alcuni Paesi di procedere più speditamente di altri in determinati settori (c.d. Europa a due o più velocità).

Si parla anche di un’Europa più sicura, più forte nel contrasto del terrorismo e della criminalità organizzata e impegnata in politiche migratorie responsabili e sostenibili. Si parla di investimenti, riforme strutturali, crescita economica, innovazione e lotta alla disoccupazione. Si parla di un’Europa consapevole del ruolo che può e dovrebbe avere (e che invece evidentemente non ha) sul piano internazionale. Si parla, infine, di un’Europa promotrice, al suo interno, di “un processo decisionale democratico, efficace e trasparente”.

Insomma, gli obiettivi, vecchi e nuovi, che i leader firmatari della Dichiarazione hanno voluto porsi sono importanti e significativi. Un testo forse un po’ troppo diplomatico e di principio, frutto di una contrattazione non proprio facilissima, ma che ha il pregio di ribadire concetti e principi che già in gran parte erano ricavabili dai Trattati europei ma che forse necessitavano di essere nuovamente portati in evidenza.

Il progetto europeo è ormai irrinunciabile ma è necessario che si dia seria attuazione ai principi che lo ispirano, primo fra tutti quello che mette al centro dell’azione politica la persona. Occorre infatti tener presente, per dirlo con le parole di Papa Francesco rivolte ai leader europei il giorno prima delle celebrazioni, che l’Europa non è un mero “insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire” ma “è una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile”, uomo che deve essere “cuore pulsante del progetto politico europeo”.

“La centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro” queste sono le risposte che l’Europa deve dare a se stessa e al mondo in questo tempo “dominato dal concetto di crisi”.

Non resta quindi che augurare a questa Europa unita di arrivare veramente a festeggiare il 100° anniversario dei Trattati di Roma e di vivere questi anni come una “nuova giovinezza” che metta al centro, prima di tutto, la persona umana.

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