Brexit, armonia normativa e diritto privato europeo

Brexit, armonia normativa e diritto privato europeo

Alla luce del referendum britannico, vorrei svolgere delle brevi riflessioni sul significato giuridico, politico e sociale di una tale decisione popolare, per cercare di comprendere a che punto si trova oggi il cammino dell’Europa.

Il progetto europeo è un progetto ambizioso dalle grandi potenzialità ma che sembra non superare la miopia degli Stati membri, il cui agire sembra mostrare una implicita volontà a non unirsi ma a rimanere una semplice comunità volta alla mera cooperazione.

Il primo passo da fare, quando si vuole navigare verso porti sicuri è uniformare le regole di convivenza civile. L’Unione europea nasce da un’idea di mercato unico, libero e concorrenziale volto a creare un’unica piazza affari. Tuttavia, ancora, non abbiamo un unico diritto privato europeo, nonostante i diversi tentativi compiuti negli anni., unico strumento tecnico che permette l’uniformità di azione da parte dei cittadini.

Infatti quando si parla di Europa e, soprattutto, di diritto civile europeo sembra venire colpiti da un senso di smarrimento, che ricorda la condizione esistenziale del protagonista del romanzo di Saul Bellow, Dangling Man: «un uomo in bilico, che oscilla tra l’essere e il non essere, che non sa se sta per davvero vivendo la sua vita oppure se la sua esistenza abbia la consistenza di un’ombra o di un desiderio».

Si intende il diritto privato europeo come un diritto positivo che sia ulteriore e diverso rispetto ai diritti degli Stati membri, un diritto civile appunto europeo.

«È in questa ipotesi che non sembra facile capire se siamo, e in caso affermativo in che misura e in che modo, nella sfera dell’essere oppure ancora in quella del non essere».

Anzi tra l’essere e il non essere sembra intravedersi una vasta area di wishful thinking, in cui il desiderio, la speranza e la volontà che esista un diritto civile europeo ricopre e nasconde l’amara verità del contrario.

Del resto anche sotto i profili pubblicistici il senso europeo sembra vacillare. Basti solo notare che non esiste una vera e propria Costituzione europea di uno Stato europeo, ma solo Trattati tra gli storici Stati europei che hanno dato vita a istituzioni poco lineari, frutto di un’ingegneria costituzionale «per certi aspetti bislacca».

È vero che esiste una bandiera europea e anche un inno europeo (l’Inno alla gioia dalla IX sinfonia di Beethoven) e soprattutto una moneta unica: un passo molto importante, quest’ultimo, verso l’integrazione e il superamento della diversità. Ma non tutti i Paesi europei hanno adottato la moneta unica, proprio come la Gran Bretagna che, forte del fatto che la City costituisce il principale punto di riferimento della finanza mondiale, compresa quella cinese e araba in particolare, ha preferito conservare la propria moneta e avviare di recente un processo di «distacco» dal resto di Europa.

Del resto il diritto non vive in una sfera di cristallo distinta e separata dalla economia o dalla società o in una enclave impermeabile alla politica. Allora è facile osservare troppi eventi orientati in una direzione diversa da quella dell’unità o della coesione. La drammatica crisi della Grecia non è stata affrontata dalla Europa (cioè dai suoi organismi rappresentativi), bensì da un paio di Stati membri che hanno agito come se la vicenda del debito greco fosse una vicenda privata. «Ancora una volta davanti a una difficoltà ha prevalso la logica economica e politica dei singoli Stati e non dell’Europa, con ciò rafforzando il dubbio che l’Europa non sia quello che molti vorrebbero che fosse».

Se poi si guarda al triste e inarrestabile fenomeno delle migrazioni dal continente africano, o dal medio o estremo oriente, «lo spettacolo appare ancora più desolante». L’Italia ha una reazione nei confronti del drammatico e inquietante fenomeno migratorio ben diversa da quella della Francia o dell’Ungheria o dei Paesi Baltici o della Gran Bretagna.

L’Europa dove è?

Bisogna ammettere che non c’è o che comunque non è visibile una politica riferibile all’Europa in quanto tale. Ogni Stato conserva gelosamente la sua struttura costituzionale, il suo sistema giuridico civile e penale, il suo esercito, la sua marina e la sua aviazione, la sua economia e la sua visione politica, anche estera. Si ha la sensazione che «la storia non abbia ancora traghettato gli Stati della carta geografica di Westfalia a una nuova carta geopolitica europea».

Tuttavia si devono riconoscere alcuni successi compiuti dalle istituzioni europee che, attraverso trattati, regolamenti e direttive, hanno dato vita alla creazione della c.d. economia sociale di mercato su tutto il territorio dei paesi membri. È stata favorita in tutti i modi la circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali, fornendo un’efficace regolamentazione sia in senso orizzontale (tutela dei concorrenza) sia in senso verticale (tutela dei consumatori). Ma anche in questo campo si ha la percezione che i regolamenti, le direttive e la giurisprudenza comunitaria abbiano creato una «regolamentazione a macchia di leopardo». Ad esempio, la disciplina della moneta unica non è stata seguita da una non meno essenziale uniformazione della fiscalità.

Si ha la sensazione che ognuno tiri per la sua strada.

La costruzione di un mercato comune e la tensione ideale dell’Unione verso una maggiore integrazione politica e sociale dei diversi sistemi nazionali, rendono evidente la necessità di giungere a regole comuni. «La apparente Babele delle diverse tradizioni giuridiche deve potere essere illuminata e guidata da un vero e proprio diritto privato europeo, le cui categorie ordinanti abbraccino davvero la complessità delle relazioni economiche e commerciali».

Un tale nobile obiettivo sembra non potere essere perseguito attraverso una codificazione comune dei rapporti patrimoniali.

In primo luogo perché, allo stato attuale, «manca un legislatore comunitario in grado di porre e imporre proprie opzioni normative di sistema». Manca un legislatore sovrano dotato di quella forza e di quella autorevolezza proprie dei grandi codificatori della Storia.

In secondo luogo, tutt’altro che scontate appaiono la stessa attualità, praticabilità e utilità di un intervento normativo, addirittura su scala comunitaria, ispirato alla tradizione dei codici.

A tal proposito è eloquente il destino dei codici nazionali che, alle prese con la crescente complessità delle contemporanee economie sociali di mercato e con la mutevole, incessante novità delle esigenze normative cha da essa derivano, hanno finito con il mutare il volto e con l’assomigliare sempre meno al modello del Code Napoléon. Le svariate novelle, integrazioni e correzioni, spesso proprio determinate da direttive comunitarie miranti all’armonizzazione degli ordinamenti nazionali, ne hanno in larga misura tradito lo stile e la stessa «filosofia». L’infittirsi della giungla delle fonti e della legislazione speciale, consente di affermare che un codice, nel senso classico, appare per molti versi la forma meno adatta ad inseguire e riflettere la complessità delle relazioni interprivate nel nostro tempo. Proprio questa complessità ha progressivamente condotto all’indebolimento della stessa funzione di fonte principale del diritto privato, tradizionalmente propria del codice civile. L’adozione di un unico codice, al posto di quelli municipali, non appare di per sé condizione necessaria per la definizione di una comune patrimonial law. La validità di questo assunto, in modo solo apparentemente paradossale, è dimostrata dai risultati raggiunti da iniziative europee in funzione di una armonizzazione normativa.

In particolare si vedano i lavori della Commission on European Concract Law, conclusi con la pubblicazione dei Principles of European Concract Law, conosciuti meglio come Princìpi Lando (dal nome del Presidente). Si tratta di un complesso di regole sotto forma di articolato, ciascuno dei quali accompagnato da un commento, che ne offre una illustrazione sistematica, e da una serie di note, dedicate ai singoli ordinamenti nazionali.

Tali lavori di ricognizione, comparazione, ricerca e analisi dei diversi ordinamenti giuridici municipali ha fatto emergere non solo divergenze, ma soprattutto antiche consonanze e sintonie:«sotto la crosta dei codici nazionali si sono scoperte regole comuni, prezioso lascito della secolare tradizione dello ius commune».

Si tratta di un lavoro enorme compiuto dalla dottrina risultato, con amarezza e rammarico, un fallimento. Non per colpa dei contenuti del lavoro compiuto, ma proprio per l’assenza dell’Europa, o se si vuole per la latitanza, o la pochezza, di un vero legislatore europeo all’altezza del suo compito di dare anche un ordine giuridico al disordine economico del mercato comune.

Sono quindi gli Scholars, per ora, i veri protagonisti e gli artefici di un «diritto privato europeo» unico che resta prevalentemente dottrinale. Manca il formante della fattispecie legale, della legalità formale. Ed è difficile prevedere se e quando questa verrà, in maniera adeguata e comunque tale da abbracciare i principali aspetti del mercato europeo.

Del resto anche i più ottimisti filoeuropei giuridici (si v. Il Manuale di diritto privato europeo, a cura di C. Castronovo e S. Mazzamuto) molto onestamente scrivono che «se pretendessimo di parlare di diritto comune europeo come diritto vigente negli Stati dell’Unione Europea, diremmo cosa non vera. In questi termini, a rigore, nemmeno il diritto delle direttive, cuore del diritto europeo avente matrice unitaria analoga a quella della legislazione dei singoli Stati, può dirsi comune, dato che le norme che le compongono non entrano in vigore tutte insieme né tutte uguali negli ordinamenti di riferimento».

Questo non significa che l’Unione Europea sia un gigantesco «fiasco», ma che occorre rivisitare, cum grano salis, la strada delle integrazione e del dialogo costruttivo tra gli Stati membri, volto a fare nascere una coscienza europea, senza essere coperti da una inutile coltre di finto perbenismo e buonismo che ha reso cechi comandanti e marinai, rischiando di fare sbattere sugli scogli la nave del vecchio continente.

Citazioni da Atti del Convegno “I nuovi confini del diritto privato europeo”, tenuto in Roma il 5 e 6 giugno 2015, presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza”.

1 Commento

  1. Paolo Bonini ha detto:

    Sono molto d’accordo con Ettore.
    Penso che l’Unione europea sia l’organizzazione istituzionale che ha consentito lo sviluppo degli Stati europei e dei popoli europei. Parlare di un unico popolo europeo sarebbe ipocrita (almeno in questo decennio), così come forzare la prospettiva in un fittizio Stato europeo che non esiste.

    In effetti l’Ue non è più quella di 10 anni fa (2006), sull’orlo di uno slancio costituente e costituzionale verso quel super-Stato!
    Oggi l’Ue è quella che ha fallito l’appuntamento costituzionale, ha affrontato la crisi economica in modo disomogeneo e procede in ordine sparso sulla crisi dell’immigrazione… e perde un importante Stato membro.

    Ciò non significa che l’Ue sia fallita, concordo con Ettore! Non significa nemmeno che sia da abbandonare, da rimuovere.

    Penso che le nostre generazioni, i 20enni e i 30enni, guardino con grande franchezza alla riforma dell’Ue.
    Pensare di sostenere l’Unione “a ogni costo” o in modo acritico e fondamentalista è un retaggio di vecchie prospettive che vedono ancora la Ue come un punto di arrivo!

    Penso che per la maggioranza dei miei coetanei, invece, l’Ue sia un punto di partenza, un dato assodato.

    Per questo è corretto discutere delle sue criticità e ragionare su ipotesi di riforma, proprio per continuare a investire nell’Unione degli Europei.
    Con questo sguardo realistico si possono imbarcare le opinioni persino dei c.d. euro-scettici, ma volgendole ad un fine più alto, migliore, rispetto al mero e antistorico distruttivismo!

    Oggi penso che l’alternativa reale, nel mondo globalizzato, sia tra UE riformata o disgregazione. La disgregazione non conviene a nessuno. tanto meno agli Italiani, che di certo non hanno la City e una classe politica internazionalista.