Cercando il senso di una sfida inutile

Una sfida tivvù… della Boschi a Di Maio; no, di Di Maio a Renzi; no, del Pd e quindi di Renzi al partito M5S e quindi a Di Maio.
Pensavamo di averle viste tutte dopo lo streaming, il non-streaming, il blog e il sistema di voto elettronico detto Rousseau (povero Rousseau, quello vero!).
Invece siamo alla sfida televisiva tra due capi-partito in un momento formalmente molto lontano dalle elezioni nazionali.

Intendiamoci, io sono il primo ad appassionarmi a queste messe in scena, perché ne apprezzo la portata artistica, il senso dell’umorismo. Come a loro piace fare la parte degli sfidanti “americani” che hanno visto in tivvù quando si stavano formando negli anni ’80, ’90; così a me piace fare la parte dello spettatore coinvolto, proprio come anche io ho visto mentre, leggermente più giovane, guardavo più o meno lo stesso palinsesto.

Mentre la legislatura sta volgendo al termine ma non è ancora finita, a Palazzo Chigi “si appoggia” Paolo Gentiloni, bravissimo presidente del Consiglio con una agenda molto fitta sul piano internazionale in questo autunno decisivo per la ripresa economica; mentre si devono approvare la manovra e tutti i correttivi e ci sono questioni gravi da risolvere politicamente (disoccupazione, immigrazione di massa illegale, riforma della cittadinanza); in tutto questo i capi dei due partiti più in difficoltà elettorale trovano il tempo di una tale messa in scena, adesso?

Scrivo “in difficoltà” perché il partito di Grillo è ostaggio dei propri toni violenti, che inevitabilmente costringono i suoi esponenti a restare a un certo livello di “chiasso” e “spettacolo”. Gli argomenti ragionevoli sono pochi e comunque non applicabili senza la leale collaborazione con gli altri partiti, che loro però devono sempre rigettare perché fin da subito l’hanno definita un “inciucio”, “compromesso” in senso negativo.
Il partito renziano invece è in difficoltà perché è al tempo stesso al governo e all’opposizione del proprio governo. Più in dettaglio, ci sono diverse cause di difficoltà. La prima è l’autonomia politica di Gentiloni, gradito dal Presidente della Repubblica e dal popolo e perciò inviso al segretario Renzi (che, come da statuto pd, aspira ad essere lui il soggetto consigliato per la nomina al Presidente della Repubblica); la seconda è la necessità (ontologica, continua ed ineliminabile perché “pecca” originale del segretario fiorentino) che Renzi ha di affermarsi come capo “nuovo”, cioè discontinuo al proprio governo e al proprio passato (auguri!), per cercare di non perdere i consensi che inevitabilmente il partito di governo cede in virtù della propria responsabilità; la terza è la carenza di idee che il Pd dimostra di avere. L’unica “politica” proposta è davvero la riforma della cittadinanza!? Suggerirei: lavoro, lavoro, lavoro, scuola/università e un po’ di ordine pubblico.

Berlusconi, inguaribile vegliardo della politica e dello spettacolo italiano, ha colto un fatto: le persone non vogliono spettacolini, cabaret, ma risposte. Non è un caso che la sua recente ridiscesa in campo sia basata su alcune parole emblematiche: sicurezza, esperienza, moderato, cristiano.
Il partito democratico renziano sembra senza identità in mezzo a due fortissimi caratteristi: da una parte il violento teppista che straparla di meritocrazia, onestà, eguaglianza e sbaglia sempre quando messo alla prova; dall’altra il “grande vecchio”, furbacchione, che conosce benissimo la differenza tra spettacolo e avanspettacolo, show-business e “p.r.” da serate estive, ed in fondo è colui che ha reinventato la comunicazione politica in Italia, è l’esempio da cui lo stesso Renzi attinge.

Consiglio a Renzi questo: non imiti gli altri, riparta dalle idee che gli consegnano i tanto decantati ambiti della società civile, da ciò che il popolo chiede (sicurezza pubblica, identità culturale, lavoro e sicurezza sociale). Questo non è populismo si badi bene: il populismo è esasperare le pretese e le emozioni del popolo, sospingendolo verso una deriva violenta che non potrà mai portare risposte vere (sono populisti Carles Puigdemont, David Cameron, Donald Trump). Ascoltare il popolo e produrre soluzioni per questi bisogni è Politica, al limite popolarismo.

Ha sbagliato Maria Elena Boschi a proporre per prima la “sfida”, in quanto lei non gode del consenso popolare necessario a sfidare alcuno, e soprattutto non è affatto opportuno impersonare/incorporare in due soggetti una campagna elettorale adesso. Ha sbagliato Matteo Renzi a surrogarsi a lei, confermandone peraltro la scarsissima autonoma personalità politica: il messaggio che arriva è che ciò che dice lei lo pensa lui; lei lancia il sasso e lui sbuca dal cespuglio a raccogliere la “contro sfida” di chi emerge dallo stagno.
Insomma, la vicenda del confronto televisivo fa emergere ancora una volta la mediocrità della politica italiana. Una nuova generazione, quando questa sarà trascorsa con il proprio chiasso mediatico, dovrà occuparsi di ricostruire l’autorevolezza della politica, selezionando attentamente chi ammettere tra le fila dei partiti.
In un’ottica pessimista, tuttavia, si potrebbe dire che la politica-show di stampo americano in Italia è come l’ultimo pezzo di una candela, l’ultimo stato di un regime. Una volta consumata, è necessario cambiare l’intera candela, non solo provare a riaccendere la fiamma.

Forse il senso della sfida è questo: tentare di legittimare gli sfidanti agli occhi degli elettori come uniche alternative. Questo spiega la surroga di Renzi rispetto a Boschi, che per prima si proponeva forse proprio per acquisire quella personalità/autonomia che le manca, ma che è assai pericolosa per Renzi. Spiega anche il tempismo: si cominci la campagna elettorale con l’idea ben chiara che gli sfidanti sono due, Renzi e Di Maio e dietro tutti quanti. Ciò proprio per oscurare il “grande vecchio” che in Sicilia rischia di dimostrare a tutti di essere ancora un passo concreto avanti.

Ciò detto, aspettiamo il 7 per goderci quello che si annuncia un bello spettacolo in prima serata.

 

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