Diritto del lavoro attuale e rapporto tra politica, imprese e lavoratori

Diritto del lavoro attuale e rapporto tra politica, imprese e lavoratori

Il lavoro è al centro della persona e dell’economia e necessita di una regolamentazione dettagliata che tenga conto di entrambe le parti del rapporto lavorativo: le imprese e i lavoratori. Il problema si colloca, dunque, nel difficile compito di trovare il giusto equilibrio tra esigenze delle imprese ed esigenze dei lavoratori.

Il tentativo di trovare un giusto equilibrio, a parere dello scrivente, sembrava esser ben riuscito al momento della redazione della Costituzione; in tale momento storico il lavoro viene considerato (forse per la prima volta nell’epoca contemporanea) un valore che consente la realizzazione della persona umana e ciò in netto contrasto con l’idea di stampo liberale laddove in via principale, se non esclusiva, veniva esaltata la ricchezza individuale.

 Da ciò una serie di disposizioni normative volte a valorizzare tale “nuova” concezione.

L’art. 4 Cost. afferma l’esistenza di un diritto al lavoro. Tale diritto implica altresì un obbligo dello Stato (che diventa Stato sociale) ad intervenire nell’assetto economico-produttivo del paese per offrire possibilità di lavoro per i cittadini.

La Costituzione poi, agli articoli da 35 a 40, ha assegnato allo Stato, e dunque alla politica che se ne assume la responsabilità, il compito di tutelare il lavoro in tutte le sue forme (sia subordinato che autonomo); ciò in considerazione anche della circostanza il lavoratore viene considerato lato debole del rapporto lavorativo.

Relativamente al rapporto di lavoro subordinato, vengono affermati una serie di diritti in favore dei lavoratori, tra questi ad esempio il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e in grado di permettere al lavoratore, e alla sua famiglia, una esistenza dignitosa e libera.

Viene riconosciuta, altresì, la parità uomo-donna anche in campo lavorativo (ribadita con la legge 9 dicembre 1977, n. 903) e, al contempo, vengono tutelate le funzioni familiari svolte dalle lavoratrici.

Tale sistema, sopra brevemente accennato, è stato perfezionato al momento delle rivendicazioni degli anni Sessanta che sfociarono nella redazione del c.d. Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300).

Negli ultimi anni a seguito di un’evoluzione del mondo del lavoro e della globalizzazione dell’attività produttiva, dopo la Riforma “Fornero” durante il Governo Monti (legge 28 giugno 2012, n. 92), con modifiche e integrazioni operate dal Ministro Giovannini sotto il Governo Letta, anche il Governo Renzi, da poco terminato, si è occupato della materia attraverso l’ormai noto Jobs act.

Il Jobs act è composto da più decreti legislativi ed ha l’obiettivo di riformare completamente il mondo del lavoro[1].

Tale riforma si è mossa su più fronti. Gli obiettivi principali sono: razionalizzare il diritto del lavoro (in particolar modo le varie forme contrattuali preesistenti), garantire maggiore competitività alle aziende italiane e diminuire la disoccupazione. Un’operazione senz’altro lodevole del Governo Renzi che rischia, tuttavia, di creare non pochi problemi sul piano attuativo, complice forse anche la recente caduta del Governo.

Tali obiettivi, certamente ambiziosi, sembrano infatti, a poco più di un anno dall’entrata in vigore dell’ultimo decreto attuativo, soltanto in parte realizzati.

La razionalizzazione delle forme contrattuali preesistenti è sicuramente un obiettivo che, alla scadenza delle forme contrattuali ancora validamente in corso e formatesi prima dell’entrata in vigore della riforma, potrà con ogni probabilità esser realizzato: ovviamente nel momento attuale vi è ancora una sovrapposizione di più forme contrattuali.

Gli altri obiettivi principali, ovvero garantire maggiore competitività alle aziende italiane e diminuire la disoccupazione, sembrano ancora molto lontani.

Sicuramente, almeno in tale fase di copertura delle agevolazioni fiscali alle nuove assunzioni, sono state effettuate nuove assunzioni. È altrettanto vero, che al termine delle agevolazioni fiscali, non è da escludersi che molte aziende si troveranno in difficoltà.

Tale nuova normativa, senza entrare troppo nel tecnicismo, amplia inoltre le possibilità di licenziamento dei dipendenti consentendo la reintegra del lavoratore solamente in pochissimi casi residuali e colloca, dunque, l’azienda su un piano di forza.

Tale eccessivo squilibrio delle parti contrattuali garantisce realmente la produttività alle aziende?

È evidente, infatti, che un’azienda ha come obiettivo principale il guadagno e, di riflesso, anche la riduzione dei costi.

La riduzione del costo del lavoro (solamente per le assunzioni coperte dai primi anni di benefici) ad oggi è garantita temporaneamente. Le aziende, dunque, si troveranno al termine di tali benefici (se non ci si trovano già e le recenti chiusure e/o delocalizzazioni all’estero ne sono una prova) ad affrontare numerosi costi di produzione con la conseguenza di optare per la chiusura dell’attività o per il trasferimento della propria attività in altri territori che garantiscono una tassazione inferiore.

In tale situazione, a dir poco seria, si inseriscono le recenti richieste referendarie.

Tali quesiti referendari, c.d. referendum sul Jobs act ma che in realtà colpisce solo una parte della riforma ovvero quella sul reintegro nei licenziamenti illegittimi, sulla disciplina sui voucher “abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)” e sulla responsabilità solidale degli appalti “abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” sono stati promossi dalla CGIL raccogliendo 3,3 milioni di firme.

Il quesito referendario sull’articolo 18 Statuto dei lavoratori è stato recentemente dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale; gli altri due – quello sui voucher e quello sulla responsabilità solidale in materia di appalti – al contrario sono stati dichiarati ammissibili e gli aventi diritto al voto saranno chiamati nei prossimi mesi ad esprimersi.

Al di là dell’esito di tali quesiti referendari un dato è chiaro: l’opera della CGIL, che ha raccolto 3.3. milioni di firme, è un ulteriore segnale – oltre  che tale disciplina non ha realmente cambiato il mondo del lavoro in positivo né per le aziende (le continue delocalizzazioni e/o chiusure di attività produttive ne sono una conferma) né per i lavoratori.

Non sarebbe stato più opportuno valutare una reale diminuzione della tassazione nazionale alle imprese, cosa peraltro chiesta dai rappresentati di quest’ultime, invece che demolire le tutele garantite ai lavoratori faticosamente raggiunte negli ultimi 50 anni?

[1] I primi due decreti attuativi del Jobs Act (legge delega n. 183/2014) sono stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 6 marzo 2015, con entrata in vigore dal giorno successivo. Essi sono: il d.lgs. n. 23/2015, che disciplina il nuovo contratto a tutele crescenti, e il d.lgs. n. 22/2015, che riforma gli ammortizzatori sociali introducendo, per gli eventi di disoccupazione involontaria verificatisi a partire dal 1° maggio 2015, la NASpI (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego). Il percorso è terminato nel mese di settembre 2015 con il Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148 (relativo agli  ammortizzatoti sociali, il Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 149 (relativo all’attività ispettiva), il Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150 (relativo ai servizi per il lavoro e politiche attive) e il Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151 (relativo ai rapporti di lavoro e pari opportunità).

 

2 Commenti

  1. Fabrizio ha detto:

    Ottima disamina.