La diversificazione delle pene principali e i suoi effetti

La diversificazione delle pene principali e i suoi effetti

La necessaria diversificazione delle pene principali come garanzia di equilibrio tra effettività della pena ed esigenze deflattve.

L’art. 3 della Convenzione E.D.U. afferma che “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. I giudici di Strasburgo avevano già accertato, per la prima volta, nel 2009 la violazione da parte dell’Italia del principio enunciato nel procedimento azionato da Sulejmanovic (Corte E.D.U. Sezione II, Causa Suljemanovic c. altri). A distanza di quattro anni la Corte ritornava sulla grave situazione di sovraffollamento che tutt’ora affligge il sistema carcerario italiano con la sentenza Torreggiani. I giudici di Strasburgo invitavano lo Stato Italiano ad intervenire in maniera strutturale sulle politiche penali e sull’organizzazione del sistema penitenziario al fine di garantire a ciascun detenuto i diritti  riconosciuti dall’art. 3 della Convenzione E.D.U.

Dando attuazione alle prescrizioni contenute nella sentenza Torreggiani il Parlamento italiano, con la legge delega n. 67 del 28 aprile del 2014, indicava al legislatore delegato una serie di interventi volti alla riduzione della popolazione carceraria.

Il provvedimento in parola prevedeva varie misure finalizzate ad incidere fortemente sul sistema sanzionatorio. Tra gli altri interventi il legislatore delegante aveva espresso la necessità di un ampliamento delle specie delle pene principali, affiancando alle pene tradizionali misure paradetentive non inframurarie.

Pertanto lo schema della detenzione domiciliare, già presente nell’ordinamento vigente sub specie di misura alternativa alla detenzione e sanzione sostitutiva irrogabile dal giudice di pace, avrebbe dovuto assurgere a rango di sanzione puramente edittale da comminare sin dalla fase di cognizione.

Tuttavia in data 17 gennaio 2015 scadeva il termine ultimo contenuto nella legge delega per l’introduzione della detenzione domiciliare tra le pene principali. La riforma dell’art. 17 c.p. rimaneva lettera morta. Veniva cancellata, pertanto, la linea di sviluppo più marcata ed innovativa della riforma, lasciando un disegno limitato al ricalco di vecchi solchi i quali costituivano la traccia di un disegno tristemente profetico.

Fuor di metafora, occorre specificare che il legislatore contemporaneo ha provveduto, a seguito della sentenza Torreggiani, a selezionare gli strumenti deflattivi che tradizionalmente si sono dimostrati più inadeguati ai fini di una risoluzione radicale del problema, stralciando dalla riforma  l’unica misura in grado di risolvere strutturalmente i problemi.

Sin dagli anni ’70, il “tripudio delle sanzioni virtuali e della sospensione condizionale”, l’indulgenzialismo giudiziale e la prassi applicativa volta a rendere automatica l’applicazione delle misure alternative cagionavano la perdita progressiva dei caratteri di legalità, predeterminazione, tassatività ed inderogabilità della pena.

Le misure di definizione anticipata del processo (ovverosia il nuovo istituto della “messa alla prova”) ed i provvedimenti di depenalizzazione palese o larvata (ci si riferisce al nuovo art. 131 bis c.p.) si sono inseriti nel solco tracciato dei molteplici provvedimenti di stampo emergenziale. Tali misure  hanno dimostrato, nel tempo, una scarsa funzione deflattiva al pari dei provvedimenti generali di  clemenza sovrana.  Tale costatazione, che viene attualmente corroborata dalla semplice lettura dei dati di cui si darà conto in seguito, trova il suo fondamento in due ordini di valutazioni critiche. In primo luogo, per quanto riguarda i provvedimenti di depenalizzazione, essi riguardano “fatti che, avendo già perduto ogni sostanziale rilevanza sociale, sono ridotti a fantasmi normativi privi di concreta rilevanza”. A fortiori, si consideri che calando la misura in questione nel contesto della concreta comminazione della sanzione, la depenalizzazione interviene laddove altri istituti (come ad esempio la sospensione condizionale, l’applicazione di pene sostitutive o sanzioni alternative) già rendono il fatto potenzialmente non punibile con misura inframuraria. Più in generale il fenomeno della “fuga dalla sanzione” ha condotto tradizionalmente la magistratura ad adottare una prassi correttiva volta a trasformare le misure cautelari in espiazione preventiva  ovverosia in  “strumento di punizione anticipata e di diretto ed autonomo controllo sociale” o, più precipuamente, in simulacro di efficacia ed efficienza da trasmettere all’opinione pubblica nell’immediatezza dei fatti di reato. Tale meccanismo ha generato un pericoloso cortocircuito: con l’espediente della carcerazione preventiva l’ordinamento ha cercato di autocorreggere le sue distorsioni ottenendo come risultato l’aggravamento del  fenomeno del sovraffollamento carcerario.

Come accennato, i dati relativi all’anno solare appena trascorso confermano le previsioni formulate da una parte della dottrina in relazione all’efficacia degli interventi succitati. La politica legislativa adottata negli anni 2013-2014, sebbene abbia avuto immediati riscontri in termini riduzione della popolazione carceraria, si sta progressivamente dimostrando inefficace.  Nonostante il numero dei detenuti dal 2010 al 2015 sia diminuito in modo notevole, si è riscontrata una pericolosa inversione di tendenza consistente nell’aumento tra il 31 dicembre 2015 ed il 31 dicembre 2016 di ben  2.489 unità per un totale di 54.653 detenuti presenti attualmente negli istituti italiani (a fronte di infrastrutture e personale che garantiscono al massimo una disponibilità di 50.228 posti).

La strada indicata dalla dottrina più illuminata conduce univocamente verso l’ampliamento del catalogo delle pene principali. La consacrazione di un sistema puramente differenziato si pone come soluzione sia al  problema del sovraffollamento delle carceri sia alle aporie relative al principio di effettività e legalità della pena. Si tratterebbe, infatti, di interventi che, in contrapposizione con i fenomeni di “fuga dalla sanzione” inciderebbero sulla pena astrattamente considerata limitando fortemente l’arbitrio del giudice e garantendo una “prevenzione generale integratrice”: ovverosia un sistema in grado di assicurare l’equilibrio tra funzione preventiva e funzione rieducativa. Inoltre, dopo ottantaquattro anni, verrebbe a consacrarsi quel principio di pena detentiva come  extrema ratio con il conseguente dissolvimento del sistema carcerocentrico.

L’introduzione della detenzione domiciliare avrebbe potuto costituire un punto di partenza dal quale strutturare un nuovo sistema sanzionatorio. Tuttavia la necessità di invertire la tendenza dell’ultimo cinquantennio, contemperando il principio dell’effettività della pena con il rispetto della dignità umana, non avrebbe potuto (e non potrebbe) essere soddisfatta dalla semplice introduzione della misura in commento.

Urgono interventi volti a ricondurre il nostro ordinamento tra i sistemi occidentali più avanzati. In primo luogo occorre un riordino delle pene principali già esistenti. È auspicabile la razionalizzazione del sistema delle pene pecuniarie con la consacrazione della cd “pena per tassi”. Essa, realizzando il progetto più volte disegnato delle varie commissioni (per poi essere accantonato dal legislatore), avrebbe il pregio di garantire un’effettiva afflittività delle pene pecuniarie preservando il principio di uguaglianza.

Per quanto riguarda l’ampliamento delle specie di pene, sono condivisibili le istanze provenienti da autorevoli autori i quali richiedono l’introduzione di meccanismi volti alla ricomposizione post delictum del tessuto fiduciario sia dal punto di vista istituzionale che da una prospettiva interpersonale. Ci si riferisce a quella parte di dottrina che ha rivolto l’attenzione verso la costruzione di un modello consensuale-dialogico-riparativo, il quale costituirebbe una reale alternativa al tradizionale modello repressivo-sanzionatorio. Non sono mancate, infatti, correnti interne alle varie commissioni che hanno richiesto l’elaborazione di pene principali di tipologia riparativa. Sono state più volte prese in considerazione modalità afflittive che comportassero l’onere di assunzione di determinate responsabilità sia verso la collettività (si pensi ai lavori socialmente utili), sia verso la persona offesa (ad esempio attività riparatorie e/o risarcitorie a favore della vittima del reato).

Le intuizioni della dottrina sono state in parte recuperate da un recente disegno di legge in discussione al senato. Il provvedimento in parola, sebbene non preveda l’introduzione di pene principali, potrebbe introdurre una causa di estinzione del reato consistente nella riparazione del danno. L’istituto in questione avrebbe una funzione satisfattiva della vittima e della coscienza sociale garantendo, al contempo, le esigenze specialpreventive del sistema in contrapposizione alla politica della depenalizzazione.

Tuttavia il provvedimento in commento contiene una sorta di “bilanciamento simbolico” di chiara valenza politica. Accanto alla nuova causa di estinzione del reato si prevede l’inasprimento delle pene per una serie di reati.

I tempi sono maturi per invertire tali tendenze e, per l’effetto, inaugurare una politica di riduzione dei limiti edittali, in particolare dei limiti massimi in modo tale da circoscrivere l’utilizzo della carcerazione preventiva e delle misure coercitive in generale.

Nell’ottica di una razionalizzazione dell’intero sistema la rimodulazione dei limiti edittali e l’introduzione di nuove pene principali sarebbe pregevole sotto un altro profilo. La categoria delle misure alternative alla detenzione verrebbe restituita alla sfera di finalità che le è propria ovverosia quella di strumento da utilizzare allorquando la pena detentiva non risulti più compatibile con le esigenze rieducative del condannato, eliminando, pertanto, la possibilità di comminazione ab initio.

1 Commento

  1. Franco Castellano ha detto:

    Un articolo che suggerisce scelte benefiche nell’ottica dell’attuale momento storico.

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