Ecologia e Umanesimo integrali: oltre la cultura dello scarto

Ecologia e Umanesimo integrali: oltre la cultura dello scarto

A circa due anni di distanza la lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ continua a suscitare interesse e dibattito. Può essere questa pertanto la circostanza per rimettere a fuoco quanto ci suggerisce e allargare l’orizzonte secondo lo spirito stesso che la anima. Papa Francesco con questo documento non solo ha fatto intravedere la necessità, nell’attuale contesto socio-economico, di passare da una ecologia – per così dire – in bianco e nero ad una ecologia integrale «che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali» (LS 137), ma anche l’esigenza di un mutamento del nostro modo di relazionarci alla realtà. Cerchiamo qui di seguito di enucleare sinteticamente, senza la pretesa di essere esaustivi, i cardini tematici di quella autentica ecologia integrale che muove da un umanesimo relazionale che la sorregge e la anima dal di dentro.

1.     In crisi è la nostra relazione con il reale

Come già osservava la filosofa spagnola María Zambrano nel secolo scorso, il nostro tempo è caratterizzato dalla crisi della relazione che l’uomo ha con il reale, cedendo a visioni ideologiche o idealistiche e disincarnate dalla natura stessa[1]. Il mondo che ci sta di fronte, infatti, non è soltanto un oggetto da studiare e sfruttare per capitalizzare il massimo profitto possibile attraverso il depauperamento delle sue risorse o un orizzonte che possiamo trasformare a nostro gusto e piacimento prescindendo dal suo elemento identitario. Il mondo si offre a noi come uno spazio intersoggettivo (casa comune) nel quale incontriamo altri soggetti che non possiamo ridurre, a loro volta,  in oggetti e in un ultima istanza a scarti sociali allorquando essi non sono più ‘utili’ al soddisfacimento del fine utilitaristico per il quale ogni attività viene ad essere intrapresa. La conversione ecologica non è pertanto una qualche presunta ‘conversione scientifica’ o la presa d’atto di alcuni processi ambientali, quanto conversione dello sguardo e dell’azione, capacità di intrattenere con la realtà una relazione di in-abitazione, innestandola in quella singolare capacità umana dell’autotrascendimento di sé verso l’Altro, capacità che realizza un autentico progresso, poiché riesce a tenere insieme il senso individuale e il legame sociale (cf. LS 208).

2.     Ecologia integrale e prossimità sostenibile

È in questa prospettiva che Francesco mette in luce che l’attuale crisi non è semplicemente una crisi ecologica né una crisi meramente sociale, ma una inedita crisi socio-ambientale (LS 139), nella quale a essere stato ridotto nel suo portato umanizzante è il costitutivo specifico di ogni agire umano: la relazione. Senza relazione innestata nella tensionalità alla cura dell’Altro, inscritta nell’umano, non ci può essere autentico progresso. La decrescita da sola non basta a garantire un futuro, né l’illusorio affermarsi di un sviluppo infinito che non tenga conto anche degli altri attori degli scenario globale. Si rende necessaria accanto alla ricerca di uno sviluppo sostenibile anche il dispiegarsi di una prossimità sostenibile. L’altro-da-me, la natura stessa, generano un attrito e una resistenza non per la loro forza ma per la loro costitutiva fragilità che può essere affrontata prendendosene cura.

Nello spazio intersoggettivo della realtà, infatti, «tutto è in relazione» (LS 92)  e la stessa capacità che ha il singolo di trascendersi verso l’Altro risiede in questa trama relazionale che non solo caratterizza l’ecosistema ma anche la socialità umana, precedendoli. Si potrebbe dire che la riscoperta della dimensione trinitaria dell’esistenza umana costituisca la radice di un dialogo attento che nasce dall’ascolto e che sa trovare nella crisi l’opportunità di reimpostare il vissuto collettivo secondo modalità di gratuità, sobrietà e reciprocità (cf. LS 228). Gratuità, come capacità di passare dal regime del possesso autoreferenziale alla capacità di condivisione. Sobrietà, come quel senso della misura che pone enfasi sulla coscienza prima che sulla legge, rinviando alla costruzione di una realtà fraterna muovendo dal valore della persona. Reciprocità che non si dona come punto di partenza dato da un accordo o dall’imposizione di un io su un tu, ma come il frutto maturo di una relazione in cui l’io e il tu si aprono su orizzonte di senso più ampio e profondo, dato dalla ricerca del bene comune e dalla sorgente da cui scaturisce.

3. L’individuo come essere nascente

Occorre ripartire dal vedere l’uomo non come un essere già fatto, ma come esso davvero è: essere nascente, innestato costitutivamente in un tessuto relazionale che lo interpella e nel quale trova il suo io nella misura in cui è capace di dire tu, uscendo da se stesso e da un angusto individualismo autoreferenziale. L’uomo, pertanto, non semplicemente come individuo posto accanto ad altri individui, con il rischio di una conflittualità dirompente e respingente, quanto individuo che matura sino alla pienezza della persona quanto più riesce a ritrovare un senso al proprio vivere e realizzare relazioni lunghe non narcotizzate nella pura immanenza. Ciò richiede un relazionarsi alla realtà nella sua complessità, senza ridurla semplicisticamente a un ammasso di criticità. Affrontare la complessità richiede uno sguardo sul reale nel quale gli scarti strutturali non siano visti come limiti da esecrare ma come possibilità di trascendimento di sé, oltre e verso l’Altro. Questo vuol dire passare da una logica esclusiva in cui gli scarti si generano per esclusione sociale, intolleranza, sfruttamento delle risorse a discapito di altri, rapporti di forza; ad una logica inclusiva in cui gli scarti strutturali del reale interpellano su una diversa modalità di relazione secondo reciprocità nelle differenze, apertura alla ricerca di soluzioni condivise, relativizzazione dell’immediato e apertura su prospettive temporali più lunghe che sappiano far recuperare il legame intergenerazionale. Ecco perché, scrive papa Francesco, «non basta conciliare in un via di mezzo la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore non può considerarsi  progresso. D’altra parte, molte volte, la qualità reale della vita delle persone diminuisce – per il deteriorarsi dell’ambiente, la bassa qualità dei prodotti alimentari o l’esaurimento di alcune risorse – nel contesto di una crescita dell’economia» (LS, 194). L’alternativa può dunque essere quella di evolvere i dinamismi socio-economici attraverso il recupero di quel legame solidale che caratterizza l’umano.

3.     Dal paradigma tecnocratico a un nuovo paradigma di prossimità

Il poeta Mario Luzi in un suo componimento si chiedeva: «Può esserci vita/e non il suo messaggio?/salvezza/e non il suo/ ultratrepidante annuncio?», ricordando come nella relazionalità che intesse il reale e che interpella l’umano a farsi carico dei problemi, con la lunghezza d’animo di chi pensa alle generazioni future,  vi sia già l’annuncio di una vocazione impressa nell’individuo: il suo essere capace di costruire comunità ideali, nelle quali il movente dell’azione non è più solo il profitto ma un bene condiviso che è più della sommatoria degli interessi di ciascuno. Successivamente il poeta ammoniva: «O sei tu sequestrato/ancora dalla tua ombra/e non ti arriva né suono/ né vibrazione di esso/ nessun segnale, nessun commento?»[2] e, qui, ritorna il richiamo di Francesco sulle conseguenze di un paradigma tecnocratico (cf. LS 107ss) che ha generato un riduzionismo antropologico in cui la persona ha sacrificato se stessa alla tecnica sino a rinunciare alla sua capacità di farsi carico della cura dell’Altro e quindi anche del pianeta, poiché i mezzi tecnici non sono neutri (LS 114),  ma spesso cambiano anche la nostra maniera di relazionarci. Occorrerebbe recuperare una visione umanizzante anche della tecnica, nella quale a prevalere non sia l’emozionalità fredda che non analizza criticamente la complessità, ma la capacità di condivisione del positivo attraverso anche un interesse sincero ad una comprensione della storia nella sua profondità. Si comprende che senza la riscoperta della tensione relazionale al bene che abita l’individuo non può darsi questo superamento, rilevando come nel contesto contemporaneo ci siano «troppi mezzi per pochi fini» (LS 203).

La Laudato si’ offre, quindi, spunti per un umanesimo integrale al fine di una autentica cura della casa comune, formulando una interpellanza a partire da una base antropologica su cui può poggiare una autentica ecologia animata da un nuovo approccio culturale e da un’etica della condivisione (LS 53,105, 111, 143ss., 231), vedendo la persona nella sua totalità e non solo attraverso singole regioni dell’umano slegate fra loro, poiché dietro ogni sistema economico e approccio vi è sempre una visione antropologica che lo guida. Spesso, tuttavia, capita che tali visioni antropologiche siano parziali, vere e proprie antropologie regionali che si interessano cioè solo di una regione dell’umano, perdendo di vista l’unità relazionale e l’orizzonte di senso complessivo e generando gli scarti esistenziali poc’anzi evidenziati, perdendo così per strada anche la capacità umanizzante in ogni strutturazione economica e sociale del vissuto.

La Laudato si’ propone, in tal modo, un triplice superamento come compito: da uno sguardo riduzionistico a un’ermeneutica complessiva del reale; da antropologie regionali a un’antropologia integrale e ad un conseguente umanesimo; da un paradigma tecnocratico a un paradigma personalista della reciprocità.

 

Antonio Bergamo 

(Docente incaricato di antropologia teologica Facoltà Teologica Pugliese)

[1] M. Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione, Marietti 1820, Genova-Milano 2008, 146.
[2] M. Luzi, Le poesie, vol.I, Garzanti, Milano 2014, 609.

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