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	<title>Persona è futuro</title>
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	<description> Laboratorio di cultura politica</description>
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		<title>I sette pilastri della saggezza</title>
		<link>http://www.personaefuturo.it/2012/02/04/i-sette-pilastri-della-saggezza.shtml</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 01:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Asor Rosa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Come la tecno-politica e il finanzcapitalismo stanno modificando l'aspetto socio-economico e istituzionale dell'Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il seguente articolo, recentemente pubblicato su &#8220;Repubblica&#8221;  non rappresenta la posizione di &#8220;Persona è futuro&#8221;. Contiene però una diversa visione che può essere di stimolo per un utile pubblico confronto (la Redazione).<br />
</em></p>
<p>E se cercassimo di ricostruire l&#8217;intera vicenda politica italiana recente almeno nei suoi passaggi fondamentali? Il vantaggio sarebbe duplice: potremmo innanzitutto organizzare dei focolai di discussione intorno a ognuno di quei passaggi al fine di decidere più meditatamente se li abbiamo letti bene oppure no (a suo tempo e oggi): e potremmo in secondo luogo arrivare a conclusioni meno precarie e instabili e, se non più tranquillizzanti, almeno dotate di una più ampia prospettiva strategica.</p>
<p>La mia tesi di fondo, che enuncio subito per amor di chiarezza, è che abbiamo assistito a novità molto più straordinarie e profonde di quanto comunemente non si dica. Il carattere davvero insolito del processo che si è dipanato qui da noi nel corso degli ultimi mesi non è però (almeno non del tutto) improvvisato; ossia, più esattamente: dato quel che che si è visto, non può esserlo. Questo rende le (suddette) novità probabilmente più durature di quanto non si pensi, contrapponendosi loro, in caso di fallimento, una crisi verticale di sistema (la quale resta comunque, fin dall&#8217;inizio, una delle principali motivazioni, anzi giustificazioni, anche sul piano etico e locale, di tale esperimento). Ma vediamo.<br />
<strong><br />
1.</strong> Per essere documentali e precisi dovremmo risalire all&#8217;indietro fino, almeno, a vent&#8217;anni fa, e cioè alla genesi e alle fortune, imprevedibili in qualsiasi altro paese europeo che si rispetti, di Silvio Berlusconi e del berlusconismo e alla contemporanea decadenza e frantumazione e impotenza del restante quadro politico italiano. Siccome non lo possiamo fare (ma vorremmo comunque che il lettore con la coda dell&#8217;occhio lo seguisse e lo tenesse presente), fermiamoci al 2011, al progressivo, rapidissimo, sconvolgente degrado della situazione italiana, ai vizi pubblici e privati da ogni parte debordanti, alla perdita clamorosa di ogni credibilità nazionale (inserita bensì, come sappiamo, in una crisi economica globale ed epocale, ma destinata a renderla più catastrofica che altrove), fino alle prime, drammatiche giornate di novembre.<br />
In questa situazione il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appena al di qua del baratro, mette fuori gioco il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, con l&#8217;inedita formula: «prima l&#8217;approvazione in Parlamento della manovra, poi le dimissioni» (dimissioni sulle quali, come recitò un comunicato del Quirinale, non poteva esistere «nessuna incertezza»). Berlusconi dunque non fu sfiduciato (nel senso letterale del termine) dalle Camere: ma indotto alle dimissione da una moral suasion spinta oltre qualsiasi traguardo precedente.<br />
E&#8217; vero: nell&#8217;operazione di avvicendamento non c&#8217;è stata (io penso) una vera e propria forzatura costituzionale. Ma una formidabile pressione politica sì, non mi pare possa essercene alcun ragionevole dubbio. Può dolersene uno come me che era arrivato a richiedere l&#8217;intervento dei carabinieri per liberarci dalla sempre più catastrofica presenza del governo Berlusconi? Evidentemente no. Anzi: chapeau! (potrei, se mai, pretendere che mi sia restituito l&#8217;onore che mi era stato strappato ai tempi della mia sparata: in fondo, gli strumenti, i mezzi, la capacità di manovra, la lungimiranza sono stati ben diversi &#8211; e come avrebbe potuto essere altrimenti? -, ma le intenzioni e soprattutto gli effetti gli stessi).<br />
<strong><br />
2.</strong> Date le premesse, è abbastanza ragionevole che nessun governo &#8220;politico&#8221; fosse in grado di subentrare al governo Berlusconi: ed è perciò che la presidenza del Consiglio è stata affidata dalla presidenza della Repubblica a un &#8220;tecnico&#8221;, il professor Mario Monti, che ha formato intenzionalmente e dichiaratamente un governo di soli &#8220;tecnici&#8221;. Rinuncerei ad entrare nel merito dell&#8217;ormai stucchevole questione se il governo Monti, sia al tempo stesso anche un governo &#8220;politico&#8221;: è chiaro che ogni governo &#8220;tecnico&#8221; è anche &#8220;politico&#8221;, e ogni governo &#8220;politico&#8221; è anche &#8220;tecnico&#8221;, ammesso che voglia governare; ma &#8211; e questo è fondamentale nel mio ragionamento &#8211; un governo &#8220;tecnico&#8221; resta nonostante tutto un governo &#8220;tecnico&#8221;, ben diverso da uno stricto sensu &#8220;politico&#8221;.<br />
E&#8217; la prima volta che questo accade in questa misura estrema in Italia. Gli uomini della Destra storica erano in parte dei tecnici, ma prestati da lungo tempo alla politica (facevano, insomma, &#8220;partito&#8221;). Lo stacco fra &#8220;il governo&#8221; e &#8220;la politica&#8221; si fa dunque attualmente più marcato che in qualsiasi altro momento della storia italiana. Per dirla più semplicemente: per governare non è più necessario essere &#8220;rappresentanti del popolo&#8221;, cioè passati attraverso il filtro del voto. I &#8220;rappresentanti del popolo&#8221; divengono ormai solo l&#8217;interfaccia del potere: colloquiano con il potere e in qualche modo tentano d&#8217;influenzarlo, ma restandone (almeno per ora) totalmente all&#8217;esterno. La meccanica decisionale cambia radicalmente: il &#8220;sistema democratico&#8221; tende a conformarsi come un &#8220;duopolio del potere&#8221;.<br />
La &#8220;tecnicità&#8221; di questo governo potrebbe cioè essere una caratteristica non transeunte della gestione del potere in un paese dalla fragile democrazia e dai non irreprensibili costumi come l&#8217;Italia. Il primo pilastro dell&#8217;esperimento testè iniziato si presenta insomma come uno &#8220;strumento decisionale&#8221; di tipo nuovo, stabilmente e (molti dicono) finalmente sottratto alle fluttuazioni delle interne (ed esterne) contrattazioni e agli interessi di parte continuamente ricorrenti (la violenta campagna in atto da mesi contro la &#8220;casta&#8221;, certo non priva di motivazioni, tuttavia non ha fatto che accentuare questa richiesta di una governance sottratta alla tabe della politica). Insomma: un governo non più &#8220;di parte&#8221;, ma singolarmente &#8220;super partes&#8221;, e quindi autorevole ed efficace non a dispetto ma in considerazione esattamente della sua natura non rappresentativa.<br />
<strong><br />
3.</strong> A garantire la persistenza del rapporto fra le due componenti del duopolio (governo tecnico e rappresentanza politica parlamentare) ci pensa l&#8217;oculata presenza del Presidente della Repubblica, cui non a caso, ovviamente, va ricondotta l&#8217;origine di tutta l&#8217;operazione. Il secondo pilastro &#8211; ma primo in ordine di tempo e d&#8217;importanza &#8211; è dunque la presidenza della Repubblica (non a caso gli editorialisti del Corriere della sera Panebianco e Galli della Loggia pretenderebbero che si dia veste anche formale alla innovazione, transitando dalla Repubblica parlamentare a quella presidenziale).<br />
E&#8217; giocoforza, di conseguenza, osservare che in una situazione del genere il &#8220;duopolio&#8221;, oltre che dal basso verso l&#8217;alto (cioè dal parlamento verso il governo), si genera anche dall&#8217;alto verso il basso, e cioè al vertice del potere. Senza voler togliere niente a nessuno (lo dico con autentico rispetto), è il Presidente della Repubblica che dà la linea e il Presidente del Consiglio la interpreta e realizza (il discorso di fine anno di Napolitano conferma in maniera decisiva questa impressione). Per dirla in modo meno tranchant: fra i due esiste un interscambio continuo, che discende da un&#8217;assoluta uniformità di vedute su questioni di fondo e da una precisa divisione dei compiti e delle funzioni (una cosa così non s&#8217;improvvisa, è evidente che era in gestazione da tempo: altrimenti non avrebbe potuto funzionare così bene).<br />
Come è potuto accadere &#8211; e in Italia, poi &#8211; un mutamento così rapido e profondo? Qui entriamo nel vivo della questione. Il fatto è che, dietro l&#8217;uno come dietro l&#8217;altro di questi due protagonisti c&#8217;è l&#8217;Europa: ovvero, meglio, quell&#8217;insieme di valori, comportamenti, giudizi e pregiudizi, orientamenti di politica economica e visioni civili, che tradizionalmente promana dalla tecnocrazia di Bruxelles, più che dal ceto politico per ora dominante in Francia e in Germania: Sarkozy e Merkel hanno certo recitato la loro parte in questa vicenda italiana &#8211; non c&#8217;è bisogno di pensare alla famosa telefonata in cuila Merkel avrebbe chiesto a Napolitano la liquidazione di Berlusconi, per arrivare alle medesime conclusioni -, ma la stella polare dei nostri due eroi è a Bruxelles, non altrove. Come sia stato possibile che a questa assolutamente non posticcia convergenza di propositi e, direi, di culture politiche siano pervenuti contemporaneamente un raffinato politico iscritto per più di cinquant&#8217;anni al più grande partito comunista dell&#8217;Occidente e un professore di chiaro orientamento conservatore formato e cresciuto nella più autorevole università privata del nostro paese, è un&#8217;altra delle singolarità di questa storia, sulla quale non abbiamo né il tempo né lo spazio per qui soffermarci (ma che di certo, ai fini di migliore conoscenza storica, andrebbe meglio studiata).<br />
<strong><br />
4.</strong> Il &#8220;governo tecnico&#8221; prodotto da questo duplice, inedito duopolio del potere, è formato da personale proveniente dalle università (prevalentemente private, e anche questo occupa un suo posto di chiaro rilievo nel mio ragionamento), dalle banche, da iniziative imprenditoriali pubbliche e private, dal personale tecnico-amministrativo dei ministeri corrispondenti, ecc. ecc. Profilo generalmente dignitoso, in qualche caso molto elevato; il salto di stile rispetto al &#8220;governo politico&#8221; che lo ha preceduto (e anche di molti altri governi degli anni passati) è assolutamente marcato. Quando Monti è apparso per la prima volta in televisione a Strasburgo accanto a Merkel e Sarkozy, mi sono sorpreso a pensare quanto fossero buffi il francese Sarkozy e la germanica Merkel di fronte all&#8217;eleganza dignitosa e riservata dell&#8217;italiano Monti. E il mio italico cuore non ha potuto reprimere un sobbalzo d&#8217;orgoglio.<br />
<strong><br />
5.</strong> Un altro tratto accomuna i componenti del &#8220;governo dei tecnici&#8221; Monti: l&#8217;essere a fortissima (esclusiva?) caratterizzazione cattolica. Insomma: tutti questi &#8220;onesti uomini&#8221; ministri e queste &#8220;onestissime donne&#8221; ministre la domenica vanno a messa. Una cosa del genere non s&#8217;era mai vista neanche nei governi della fase di assoluta predominanza democristiana successivi al 1948, nei quali sedevano, e sia pure in posizione di assoluta subalternità, esponenti di chiara, anche se fragile, ascendenza laica. In sé e per sé la cosa non avrebbe motivo di suscitare reazioni. Tuttavia, se il fenomeno da individuale si fa collettivo, esso tende a far massa e a produrre effetti conseguenti (ci si può chiedere fin d&#8217;ora, infatti, quale sarebbe l&#8217;atteggiamento del governo Monti di fronte a un nuovo caso Englaro). Naturalmente questa spiccata connotazione religiosa non va inscritta automaticamente (mi pare) in nessuna reale o ipocrita vocazione partitica: e questa è un&#8217;ulteriore connotazione di novità, da cui il fenomeno appare contraddistinto. Ciò, infatti, apre un fronte di rapporti inediti con la Chiesa di Roma, non mediati, appunto, dai (spesso scomodi) filtri partitici, e perciò più diretti, e insieme più liberi e flessibili: la felice esperienza pluridecennale della Comunità di Sant&#8217;Egidio, non a caso assunta direttamente nell&#8217;organigramma di questo governo, potrebbe rappresentarne un utile precedente, e magari un ulteriore coagulo nei prossimi mesi, e forse anni. Non stupisce perciò che la Chiesa di Roma, dopo il lungo (e alquanto abnorme) idillio con il governo Berlusconi, si schieri urbi et orbi dietro il governo Monti: esso rappresenta per lei l&#8217;ottima chance per rimediare agli errori commessi e recuperare il tempo perduto in un vano inseguimento alla falena Berlusconi.<br />
Il Governo Monti poggia dunque, almeno in questo suo inizio, su questi quattro formidabili pilastri: la sua propria &#8220;tecnicità&#8221;, che va intesa, più che come superiore sapienza ed esperienza, come estraneità alle procedure e allo spirito del tradizionale gioco politico italiano:la Presidenza della Repubblica; l&#8217;Europa di Bruxelles;la Chiesa di Roma: autorità d&#8217;indiscutibile prestigio, tutte convergenti, in maniera probabilmente non casuale, verso il medesimo obiettivo.<br />
<strong><br />
6.</strong><strong> </strong>Il governo Monti è stato costituito e messo alla prova esplicitamente per arrestare la catastrofe economica nazionale. Le misure di pronto intervento sono state assunte dal governo sotto la pressione di una formidabile urgenza: non si poteva fare di più e soprattutto di meglio nello spazio consentito dall&#8217;incalzare degli eventi (per lo stesso motivo è stato esorcizzato il ricorso alle urne, che sarebbe stato il normale metodo per far fronte a una crisi di governo parlamentare irrimediabile). Questo spiega perché tali misure siano apparse da subito così tradizionali: tagliare qualcosa a tutti invece che tagliare molto ad alcuni è, tecnicamente, molto più semplice, rapido ed efficace &#8211; se si prescinde, naturalmente, dalle reazioni delle grandi masse duramente toccate dalla manovra. Intervenire sulle pensioni, aumentare l&#8217;età pensionabile, tornare a tassare e/o tassare più violentemente la proprietà immobiliare senza distinzioni di ceto né di situazioni sociali poteva venire in mente (lo dico senza ironia) a ognuno di noi comuni mortali. E poi, a seguire: gas, energia elettrica, autostrade, benzina, ecc. ecc.: la logica è sempre la stessa, tutti, più o meno, vengono colpiti, perché il colpo, per così dire, sia universalmente doloroso ma non mortale per nessuno.<br />
La tecnicità, in prima battuta, c&#8217;entra poco, mi sembra. Qui converrebbe piuttosto chiamare in causa un&#8217;altra, importante caratteristica di questo governo (dopo tecnicità e cattolicesimo): e cioè il fatto che questa tecnicità è a sua volta tutta inscritta nell&#8217;orbita di valori &#8211; culturali, ideali, economici ma soprattutto, mi verrebbe voglia di dire, antropologici &#8211; che caratterizzano l&#8217;attuale orizzonte tecnopolitico europeo. Se gli elettori dei rispettivi paesi mandassero a casa, come si spera, Sarkozy e Merkel, forse qualcosa potrebbe cambiare (ma intanto gli elettori spagnoli hanno mandato a casa Zapatero). Per ora, però, il quadro &#8211; ferreo quadro &#8211; è questo e tout se tient.<br />
Dati quei parametri, quei meccanismi finanziari, quelle scelte civili oltre che economiche (bisognerebbe rendere obbligatorio a sinistra, e anche altrove, la lettura di Finanzcapitalismo di Luciano Gallino), il resto quasi automaticamente ne consegue, e il governo Monti non ha fatto per ora che interpretare questa logica. La «fase due» si profila incerta all&#8217;orizzonte. Se essa dovesse imperniarsi, come sembra, sulle liberalizzazioni dei taxi, delle farmacie e delle professioni (che una volta, ormai paradossalmente, si dicevano &#8220;liberali&#8221;), la tecnicità avrebbe dato per la seconda volta in pochi mesi una prova sostanzialmente modesta. Se invece, com&#8217;è pressoché inevitabile, dietro questa cortina sostanzialmente fumogena, si andassero a toccare i rapporti e i diritti del lavoro, il quadro logico-tecnico-politico di questo governo non potrebbe che risultarne ancora più coerente e, nella prospettiva, consolidato: ma anche, al tempo stesso, più energicamente e fino in fondo contestabile.<br />
<strong><br />
7.</strong> Portato in parlamento il governo Monti ha ricevuto una maggioranza schiacciante; portata in parlamento la manovra ha ricevuto una maggioranza alquanto inferiore, ma sempre straordinaria. Anche questo fenomeno non s&#8217;è mai visto in queste dimensioni nella storia dell&#8217;Italia unita (dico: dell&#8217;Italia unita) se si esclude ovviamente la &#8220;parentesi del fascismo&#8221;. L&#8217;esperienza che da questo punto di vista gli si avvicina di più è quella del ministero guidato da Luigi Luzzatti (a modo suo anche lui un tecnico: era stato più volte in precedenza ministro del tesoro), il quale, fra il marzo 1910 e il marzo 1911, in un breve interregno della lunga egemonia giolittiana, ne formò uno composto da uomini di professioni politiche assolutamente eterogenee, con il compito, peculiarmente, di varare una nuova legge elettorale (che invece poi fu bocciata) ed ebbe alla Camera l&#8217;astronomica maggioranza di 386 voti favorevoli su 415 votanti. Naturalmente le affinità finiscono qui (anche se anche nel ministero Luzzatti, come in ogni governo «tecnico» che si rispetti, la carica di ministro degli Esteri fu ricoperta da un ambasciatore). Per quel che riguarda il ministero Monti, la cosa ha infatti una rilevanza politica ben maggiore. Il ministero Luzzatti ebbe la sua spropositata maggioranza in base ad una consultazione parlamentare in gran parte preventiva: il ministero Monti l&#8217;ha avuta solo dopo, in conseguenza della scelta delle principali forze politiche &#8211; fino a quel momento di maggioranza come d&#8217;opposizione &#8211; di convergere su di esso, una volta formato il governo.<br />
Si presenta qui con forza, a far da quinto pilastro al governo Monti, un protagonista indispensabile e di primissimo piano di tutta la vicenda, e cioè l&#8217;Italia, del resto continuamente evocata nel corso del2011, l&#8217;anno del suo centocinquantenario, a far da riferimento o da ammonimento a tutte le azioni politiche in corso nella Repubblica. Superfluo rammentare il ruolo decisivo esercitato anche in questo senso dal Presidente della Repubblica. E&#8217; in nome della salvezza della comune e unica patria di cui tutti disponiamo (&#8220;la Nostra Patria&#8221;, appunto, non la patria di questo o di quello), che i partiti rappresentati in parlamento si sono, &#8220;con senso di responsabilità&#8221; (l&#8217;espressione è di Berlusconi, ma rapidissimamente è stata fatta propria da tutti gli altri protagonisti della storia unione), adattati all&#8217;inedita e in larga misura imprevista situazione. E&#8217; ovvio che una componente di natura nazionale (nazionalistica?) faccia parte di ogni esperienza emergenziale.<br />
<strong><br />
8.</strong> Ma non esistono più in Italia una Destra e una Sinistra? Non ci sono più diversità e contrapposizioni di logiche, programmi, culture, non ci sono più antagonismi storici, oggettivi, insormontabili, tra i diversi settori dell&#8217;elettorato? Qual è la mano santa che riconduce tutto questo all&#8217;unità di una sola proposta e manovra di governo? Nel determinare il fenomeno intervengono due fattori, provvisoriamente (solo provvisoriamente?) convergenti, l&#8217;uno di natura oggettiva, l&#8217;altro eminentemente soggettivo, o anche, a dir la verità, un poco artificioso.<br />
Quello oggettivo, non c&#8217;è bisogno di descriverlo molto, è sotto gli occhi di tutti: lo spappolamento in Italia della struttura delle classi, la comparsa di un gigantesco, proteiforme contenitore sociale, dove sacche residue di vecchio proletariato industriale convivono gomito a gomito con fasce di piccola e piccolissima borghesia in sfacelo, e i soggetti dotati ancora di una precisa identità sociale si trovano isolati e circondati da masse anonime di consumatori sempre più allo stremo; e a far da collante a tutto questo una spropositata, crescente (e in larga misura motivata) sfiducia nella politica e nei suoi principali strumenti, i partiti e la cosiddetta &#8220;classe dirigente&#8221;. È in situazioni del genere, contraddistinte da una congenita fragilità democratica, che il capitale rinuncia a servirsi delle tradizionali, ormai inefficaci e inconcludenti, mediazioni politiche e passa a gestire la cosa pubblica in proprio (non a caso pretendendo, come linea generale di condotta, che sia il pubblico ad adattarsi a regole e consuetudini del privato per poter funzionare).<br />
Un governo il quale, per l&#8217;appunto, non è dichiaratamente né di destra né di sinistra, e cioè non è un &#8220;governo politico&#8221; nel senso tradizionale del termine, proprio perché è un &#8220;governo tecnico&#8221;, può pescare consenso, oltre che fra ceti decisamente dominanti, nelle grandi masse prive di identità (la &#8220;moltitudine&#8221; negriana, ma risolutamente rovesciata in negativo), più di ogni altro settore sociale a rischio.<br />
Su questa realtà oggettiva &#8211; e dunque non senza motivazioni e giustificazioni reali &#8211; interviene la manovra soggettiva (e artificiosa). I partiti che siedono attualmente in parlamento sono (salvo che qua e là, in zone limitate del paese) larve di organizzazione, non più in grado di secernere il grano dal loglio, perché la confusione sociale circostante si è riversata anche al loro interno (basti pensare al Pd e alle sue molteplici e contraddittorie anime: dalla giraffa comunista non è nato, come io auspicavo anni fa, un buon, normale cavallo occidentale, ma un grifone con la testa d&#8217;uccello e gli zoccoli da quadrupede). In questa situazione era normale che i principali protagonisti dell&#8217;aspro scontro politico-sociale dell&#8217;era berlusconiana convergessero sull&#8217;ipotesi dell&#8217;appoggio al medesimo &#8220;governo unico&#8221;: non avevano scampo, perché non c&#8217;era scampo.<br />
I primi effetti &#8220;politici&#8221; (questa volta da intendersi in senso tradizionale) di questa manovra sono stati la scomparsa dalla scena del patto di Vasto, l&#8217;unico ragionevole marchingegno pre-elettorale che il buon Bersani fosse riuscito con grande fatica a mettere in piedi (Di Pietro, che non ne ha mai sofferto, è stato improvvisamente precipitato nella partita del dubbio amletico; Vendola ha scelto di tacere, perché anche lui non aveva altra scelta); e l&#8217;emarginazione del gioco della Lega, che, non avendo a che fare né con la Presidenza della Repubblica, né con i professori universitari, né con l&#8217;Europa, né con la Chiesa, è stata costretta a ricacciarsi nei suoi provinciali nidi di partenza. Non irrilevante anche, in questo quadro, che Silvio Berlusconi, depravatissimo e deprecatissimo come Presidente del Consiglio, sia stato restituito a una sua tranquilla, rispettabile e da tutti rispettata onorabilità in quanto leader di uno dei partiti che sostengono l&#8217;attuale governo. Non ci sono più escort in giro, la vita privata del Cavaliere è diventata improvvisamente impenetrabile e ingiudicabile, i suoi atti non sono più gravati dal conflitto d&#8217;interesse e dalle grane giudiziarie: lo si consulta perciò normalmente e disinvoltamente e lo si ascolta e commenta con grande attenzione quando sussurra, con astuta parsimonia, le sue riflessioni sul bene del popolo e della Nazione. Per forza: se toglie l&#8217;appoggio, il castello genialmente creato crolla di colpo.<br />
Quel che strategicamente emerge è dunque una colossale pulsione neocentrista: ossia la spinta a creare al Centro un&#8217;aggregazione imponente (non necessariamente un nuovo partito: anzi), che proprio nella tecnicità troverebbe il suo esemplare punto di riferimento e di &#8220;rappresentazione&#8221;. Non a caso esulta più di chiunque altro Casini che, sia pure per ora non in prima persona, si vede idealmente proiettato (e senza sforzo alcuno)&#8230; al centro dell&#8217;operazione; e nel Pd trionfa di nuovo Walter Veltroni, il quale finalmente scorge le sue pulsioni antibersaniane di sempre colorarsi di realtà.<br />
In Italia, storicamente, questa convergenza delle ali verso il Centro ha preso il nome di trasformismo: nella sua versione nobile una forma della politica destinata a sopperire alle carenze dei singoli partiti, trovando fra i rappresentanti del popolo, nei momenti considerati più gravi, quelli disposti a mettere l&#8217;interesse del paese al di sopra di quello delle singole fazioni politiche e, naturalmente (sebbene in accezione puramente o prevalentemente ideale) dei singoli stessi. Nel caso odierno potremmo dire di trovarci di fronte a un esempio di trasformismo di altissimo livello, di cui sono protagonisti non i singoli &#8220;individui&#8221; ma i partiti stessi, consapevoli di fare responsabilmente il bene del paese e, più sotterraneamente, di non avere neanche loro altra strada al di fuori di questa.<br />
Se l&#8217;esperimento di Monti andasse avanti fino, oppure oltre, la scadenza elettorale del2013, l&#8217;ipotesi neo-centrista qui ipotizzata arriverebbe ad avere manifestazioni spettacolari. Del resto, se c&#8217;è un solo programma valido, ed è quello che dall&#8217;Europa promana all&#8217;Italia, come potrebbe essere che la prospettiva del grande, anzi grandissimo Centro non si affiancasse a Presidenza della Repubblica, tecnicità, Europa, Chiesa e Italia, a fondare il sesto pilastro della manovra?<br />
<strong><br />
9.</strong> Il settimo pilastro della saggezza è di natura squisitamente ideologica e si avvale di strumenti mediatici poderosi. Non solo, infatti, la manovra, e il governo Monti che la raccomanda ed esprime, sono considerati e detti come necessari, e dunque indispensabili, e dunque inevitabili. Ma ciò che si presenta oggettivamente come necessario, e dunque indispensabile, e dunque inevitabile (e come tale potrebbe persino essere accettato da una quota di non consenzienti: insomma, l&#8217;invito a &#8220;baciare il rospo&#8221;), viene presentato come un &#8220;sistema di valori&#8221; destinato a fondare la &#8220;nuova Italia&#8221;, attraverso l&#8217;adozione di generalizzati comportamenti conseguenti. È, insomma, la &#8220;coesione sociale&#8221; (Napolitano, Bagnasco), il &#8220;superamento degli steccati tradizionali&#8221; (Casini, Alfano), l&#8217;&#8221;equità&#8221; da raggiungere, però passando attraverso il &#8220;sacrificio&#8221; (tutti): e cioè, in sostanza, l&#8217;idea che il &#8220;passaggio&#8221; possa essere effettuato soltanto se restiamo tutti uniti, se attenuiamo al massimo i conflitti, e di conseguenza accettiamo più o meno in toto il pacchetto di misure e &#8211; di più, molto di più &#8211; la prospettiva sociale, politica e civile, che attraverso di esse ci viene proposta. Non vuole dire anche questo che ci vuole sempre meno politica (e conseguentemente, o primariamente, meno politici), se vogliamo andare avanti? Curiosamente, in politica (e i politici) sopravvivono ancora a livello locale e regionale, mentre a quello nazionale li si considera vieppiù superflui e distorcenti. E così il quadro è completo, e si può chiudere.<br />
<strong><br />
10.</strong> Il pacchetto della saggezza va assunto per intero, per essere efficace (anche la Chiesa di Roma? Sì, almeno nel senso che anche un laico deve riconoscere la funzione positiva che essa attualmente svolge nel grande concerto comune). Nessuna alternativa è considerata come ragionevolmente possibile. Persino quella modesta rivoluzione, puntualmente contemplata e regolamentata all&#8217;interno di qualsiasi sistema democratico, che è in caso di necessità, oltre che alle scadenze normali, il ricorso al voto, viene additata come da evitare.<br />
C&#8217;è qualcosa di totalitario nel sistema finanzcapitalistico. Non solo ne sono sconosciuti, &#8211; e imprevedibili, e non sanzionabili, almeno finora &#8211; i grandi protagonisti, cui l&#8217;ultimo grande salto tecnologico, quello informatico, ha consentito di agire sempre e ovunque al di fuori di ogni controllo (la tecnica, nel corso del processo storico degli ultimi tre secoli è sempre stata, prevalentemente, dalla parte del capitale e contro il lavoro). Ma il dissenso, la prospettazione di una diversa strategia, persino la sacrosanta difesa di un interesse &#8220;particolare&#8221; &#8211; si tratti del diritto di rappresentanza sindacale in fabbrica, negato a coloro che non firmano accordi con l&#8217;impresa, come della difesa di una valle alpina dalla devastazione tecnologica, per giunta, come tutti sanno, economicamente improduttiva &#8211; vengono sempre più considerati atti ostili alla soluzione dei problemi di questo sistema e come tali aspramente combattuti. La difesa dei diritti umanitari e della persona riemerge solo ai margini del sistema: l&#8217;atteggiamento di solidarietà e di comprensione nei confronti degli immigrati e dei &#8220;reietti della terra&#8221;, più volte recentemente e molto autorevolmente evocato, ne rappresenta una testimonianza (del resto, questo duplice e contraddittorio nesso è stato praticato per secoli con successo dalla Chiesa di Roma). Ma quel che accade in conseguenza delle logiche interne di sistema, e fra coloro che, anche senza affatto volerlo, ne sono principali protagonisti e vittime, questo viene affrontato e ridotto al rango di una pura, necessaria revisione sistemica: tanto più efficace &#8211; e ovviamente indiscutibile &#8211; quanto più il governo della cosa pubblica è oggi nelle mani di un manipolo di onest&#8217;uomini invece che di una banda di predoni di strada.<br />
<strong><br />
11.</strong> L&#8217;ultimo paragrafo di questo discorso riguarderebbe, ce ne avessi la forza e la capacità, l&#8217;assenza di una risposta critica e alternativa adeguata al livello dei problemi che mi sono sforzato di discutere (del resto, se la risposta non fosse rimasta assente per troppi decenni, i problemi non sarebbero ingigantiti fino a questo punto che ha assunto la bronzea parvenza dell&#8217;oggettività pura e semplice). Qualcosa, certo, è stato già detto ed enunciato; e altro si può, senza grande sforzo, elaborare e dire. Ma quel che mi parrebbe ora giusto sarebbe fissare con chiarezza il &#8220;punto di partenza&#8221; del nuovo discorso. L&#8217;altissimo concentrato di &#8220;saggezza&#8221;, di cui io parlo, non è un&#8217;invenzione di parole: è un fatto drammaticamente reale e presenta dimensioni formidabili. Per fronteggiare questa &#8220;saggezza&#8221;, poggiata su pilastri di tale consistenza, ci vuole un pensiero altrettanto globale e onnicomprensivo di quello su cui essa si sostiene e motiva: una &#8220;saggezza&#8221; persino più scaltrita e raffinata; e al tempo stesso più corposa e vicina al mondo dei normali esseri viventi, degli individui umani a loro volta pensanti, non, come oggi pare, semplici oggetti, distanziati, semintelliggenti destinatari delle manovre altrui, quali che siano; e quindi, come tutte le vere &#8220;saggezze&#8221; capaci di cambiare il mondo e di arrestarne la presunta inevitabilità del corso, anche un po&#8217; folle (del resto come tutti sanno, c&#8217;è una logica in questa follia). E a questo pensiero, e a questa diversa &#8220;saggezza&#8221;, deve corrispondere un&#8217;organizzazione adeguata (questo nesso non è semplicemente storico: è eterno; se non c&#8217;è, niente funzione). Da questi due punti di vista noi siamo ancora alle primissime battute: il vecchio che è in noi supera di gran lunga quello che ci fronteggia e sovrasta. Per colmare le lacune e i ritardi ci verranno decenni. Ma intanto bisognerebbe cominciare a farlo.</p>
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		<title>Mercato&#8230;.ma non solo!</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:48:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Iangoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia sociale di mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Persona]]></category>

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		<description><![CDATA[Solo l'adozione di serie politiche di economia sociale di mercato permette un adeguato, efficace ed equo funzionamento dell'economia di mercato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’enfasi posta nell’ultimo ventennio sulla economia di mercato e, in particolare, su quest’ultimo termine, si sta quasi trasformando in un&#8217;ossessione ed in un pensiero unico, con tutte le opportunità ma anche i rischi conseguenti.</p>
<p>Forse può essere utile delineare  alcune considerazioni, con uno stile semplice (ma non semplicistico), sul mercato ed il suo funzionamento. Partiamo da una domanda preliminare: cos&#8217;è il mercato?</p>
<p>Esso può definirsi sotto due aspetti.</p>
<p>In primo e più immediato luogo, esso può essere considerato il posto fisico dove i soggetti economici (esseri umani o organizzazioni) si scambiano i beni e i servivi, tramite una permuta (scambio diretto) o per mezzo di una moneta. Sotto questo aspetto la mente corre subito al mercatino di quartiere.</p>
<p>Sotto un secondo, e forse più adeguato punto di vista, esso può essere considerato uno strumento di allocazione delle risorse (beni e/o servizi) per il tramite del rapporto tra domanda e offerta di quest’ultime. Il prezzo di una risorsa tende a crescere o decrescere in funzione diretta dell’aumento o della diminuzione della domanda e in funzione inversa all’aumento o alla diminuzione dell’offerta. In altre parole il prezzo deriva dal numero di persone che richiede o offre un determinato bene o servizio. Dicono gli economisti, nel loro linguaggio, che il prezzo viene fissato nel punto in cui si incontrano le curve della domanda e dell’offerta.<br />
Aspetto non secondario (tutt’altro!!) di questo fenomeno è che i beni e servizi presenti sul mercato vengono determinati dalla domanda degli stessi da parte dei soggetti economici; avviene, afferma la maggior parte egli economisti, una allocazione delle risorse sulla base della libera scelta dei soggetti economici.</p>
<p>E’ quest’ultima la base più importante della ragione per cui l’economia di mercato viene vista come inscindibile da una organizzazione democratica della società. Una economia di mercato non potrebbe sopravvivere in una società totalitaria e una società democratica non potrebbe esistere se non fondata su una economia di mercato.</p>
<p>E’ vero tutto questo, o è parzialmente vero, o è completamente falso?</p>
<p>La posizione che si cercherà di dimostrare in questo scritto è che la necessità di una relazione fra democrazia e mercato è fondamentalmente vera a condizione che si verifichino alcune caratteristiche nel funzionamento del mercato.</p>
<p>Innanzitutto è sicuramente corretto dire che il mercato determina con sicurezza il valore materiale dei beni e lo esprime in prezzo, ma non determina il valore spirituale dei beni.</p>
<p>Quale prezzo può avere ad esempio il valore di una persona umana. Forse il valore di un vecchio è minore di quello di un bambino? Il valore di una donna è minore o maggiore di quello di un uomo?<br />
La dignità della persona umana ha comunque un prezzo?</p>
<p>Tutte queste domande hanno una forte rilevanza, ad esempio, sul mercato del lavoro. Il salario deve essere determinato solo sulla base del valore della merce prodotta da una persona o anche dal riflesso della sua dignità? E’ giusto che il lavoro intellettuale venga considerato di maggior rilievo di quello materiale?<br />
Le risposte a queste domande non sono semplici ma necessariamente articolate. E’ evidente che non si può prescindere dalla profittabilità e dalla produttività del lavoro, ma è altrettanto chiaro che non si può trattare il lavoro umano come una merce qualsiasi. Se la persona umana viene trattata al pari di una merce siamo ben lontani da una società democratica!</p>
<p>Assimilabile a questa problematica è quella relativa all’acquisizione dei beni relazionali, ossia di quei beni la cui acquisizione non permette di accedere ad una posizione sociale o al possesso di una cosa magari a discapito di qualcun altro (si parla in questo caso di beni posizionali), ma porta invece di soddisfare alcuni interessi primari, quali quelli derivante dalla serenità familiare, dal piacere di una amicizia, da un servizio personale di tipo volontario, e così via.<br />
Come calcolare il valore di questi beni? con la dimensione del rapporto fra domanda ed offerta? Anche questa volta la risposta non è semplice e potrebbe giungere al punto di ipotizzare di espungere questi beni dall’ambito del mercato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro aspetto da considerare riguarda l’accesso al mercato. Quest’ultimo è fonte di sviluppo economico per i soggetti (persone e organizzazioni) che riescono ad accedervi per vendere o acquistare beni.</p>
<p>Dal punto di vista della domanda, ci sono soggetti talmente poveri che non hanno le risorse finanziarie (più semplicemente “i soldi”) per comprare i beni necessari o le risorse fisiche e tecnologiche per produrre e vendere i loro beni e servizi.</p>
<p>Dal punto di vista dell’offerta ci sono beni e servizi, che potrebbero essere utili a poche persone, ma che comportano onerosi investimenti necessari alle aziende che potrebbero produrli. La conseguenza è che questi beni non vengono prodotti o che il loro prezzo è altissimo.</p>
<p>Un esempio classico è quello delle medicine per le cosiddette “malattie rare”, morbi spesso molto pericolosi ma di scarsa diffusione. La bassa domanda di queste medicine, correlata al forte investimento scientifico e finanziario per produrle, comporta la fissazione di prezzi abnormi rispetto alle possibilità monetarie dei potenziali fruitori.</p>
<p>Un caso assimilabile alla tematica delle disfunzioni del mercato dal lato dell’offerta è quello che riguarda i beni pubblici (come la sanità, la scuola, l’acqua, l’energia, i trasporti) la cui facile acquisizione rappresenta un interesse primario di tutte le persone.</p>
<p>Questi beni possono essere offerti sia da soggetti pubblici che da soggetti privati.</p>
<p>Nel primo caso è abbastanza corrente il fenomeno che il prezzo non sia derivato dalla legge dalla domanda e dall’offerta, ma che si tratti di un prezzo “politico” (inferiore a quello di mercato) derivante dalla necessità di far fruire del bene il maggior numero possibile di persona. E’ chiaro come, in questo caso, si sia completamente fuori della legge e della logica di mercato con tutto quello che comporta in termini di inefficienza dello scambio e di insostenibilità dei costi di produzione e di fornitura del bene..</p>
<p>L’alternativa consiste nell’offerta di tali beni da parte di privati in regime di concorrenza. Il rischio che si corre è che il prezzo sia più basso ma che il servizio non copra la maggioranza dei potenziali utenti. I privati, ad esempio, mossi dall’esigenza primaria del profitto, potrebbero non coprire con il loro servizio di beni pubblici l’intero territorio nazionale perché l’investimento in alcune zone non sarebbe ricompensato in termine di ritorno di guadagno (pensiamo, ad esempio, alle zone montane, e ad alcune insulari, scarsamente popolate).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma esiste un’altra disfunzione alla logica virtuale del mercato così importante e rilevante da poterla considerare addirittura distorsiva di questa logica.</p>
<p>Il riferimento è alla forza e alla influenza della pubblicità sulla psicologia e sulle scelte del consumatore.</p>
<p>Occorre, per precisione distinguere, le azioni di propaganda dei prodotti messe in atto da singole aziende nel loro interesse, dalle vere e proprie strategie di influsso sullo stile di vita dei cittadini sulla base di azioni mirate, sviluppate tramite l’uso dei media e contando su ingenti investimenti finanziari.</p>
<p>Non si può non vedere come certe azioni, al di là della spinta ad acquistare determinati prodotti, nell’interesse di specifiche aziende, si propongano il fine di determinare dall’esterno gli stili di vita dei consumatori, indirizzandoli su prodotti spesso non necessari, possibilmente “usa e getta”, incentivando un consumo basato non sulla esigenza o sul sano desiderio, ma sulla moda o sulla logica dell’ “apparire” al passo dei tempi.</p>
<p>Potrebbero essere assunti ad esempio le spese per gli acquisti delle ultime novità sui prodotti di informatica e di comunicazione, laddove il ciclo “di moda” di un prodotto non supera spesso i 6 mesi. Non comporta più sorpresa il fatto di vedere famiglie che si privano talvolta del necessario per avere l’ultimo modello di televisione o “tablet” in particolare per i figli.</p>
<p>Industrie nel settore dei media perseguono questa strategia non tanto con spot o con inserzioni pubblicitarie quanto piuttosto con messaggi subliminali o di costume inseriti nei programmi di intrattenimento, nelle fictions e persino nei telegiornali.</p>
<p>La situazione diventa tragica nel caso in cui queste imprese siano anche nel contempo produttrici e/o fornitrici sul mercato dei beni riconducibili allo stile di vita propugnato nei loro programmi mediatici, creando un collegamento circolare micidiale (i programmi di lancio dei beni vengono finanziati con i proventi parziali della vendita di questi beni).</p>
<p>Viene da ripensare quanto sia valida in questi casi l’affermazione fatta nell’800 dall’economista francese Say “l’offerta genera la domanda”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non si può che essere d’accordo che le disfunzioni della legge di mercato indicate nei paragrafi precedenti portano inevitabilmente alla conclusione che vi sono settori economici consistenti nei quali la legge di mercato non funzione e non può funzionare se non si pone mano ad azioni correttive.</p>
<p>Quest’ultime possono essere di due tipo, riconducibili a logiche completamente differenti.</p>
<p>La prima logica, di tipo dirigistico, implica l’espunzione dal mercato di alcuni settori e l’ingresso negli stessi dello Stato come attore economico.</p>
<p>Di qui l’intervento dello Stato come proprietario o comproprietario di aziende produttrici o fornitrici di beni pubblici (o anche privati ripensando al caso dei farmaci per le malattie rare) da mettere a disposizioni a prezzi “politici” inferiori ai costi di produzione.</p>
<p>E’ una esperienza già fatta nel nostro Paese e che non ha dato esiti positivi.</p>
<p>L’altra logica, di tipo liberale, implica la volontà di rispettare il mercato come strumento più efficace e veloce nella allocazione di risorse e determinazione del prezzo corretto, ma anche l’intenzione di operare interventi indirizzati a correggerne le disfunzioni (e le distorsioni) permettendone un adeguato e corretto funzionamento.</p>
<p>E’ una logica che si muove nell’ambito di quella che viene comunemente chiamata “economia sociale di mercato”, teoria di politica economica elaborata nello scorso secolo e che ha avuto e sta avendo continui aggiornamenti teorici a quello che può essere considerato il suo assunto di base “il mercato sia al centro dell’attività economica, lo Stato operi interventi per facilitare  il pieno funzionamento del mercato (cosiddetti interventi conformi)”.</p>
<p>In tale ottica viene normale pensare ad azioni quali:</p>
<ol>
<li>la legiferazione di normative e la costituzione di organismi atti a  combattere sia la creazione di monopoli o oligopoli, sia il nascere e il consolidarsi di conflitti di interesse fra la propaganda, diretta o indiretta, di determinati stili di vita e la produzione di beni e servizi riconducibili agli stessi stili di vita;</li>
<li>la possibilità di detrazioni fiscali per le spese sostenute per l’acquisto di beni ad alta rilevanza sociale (il pensiero corre ancora ai farmaci per malattie rare);</li>
<li>la predisposizione, a tutela dell’interesse pubblico, di seri capitolati d’appalto, di stringenti e chiari contratti di servizio, di controlli efficaci e rapidi, per le aziende private produttrici e fornitrici di beni o servizi pubblici;</li>
<li>l’attivazione di stimoli e incentivi per la creazione di start-up, inclusa una profonda opera di semplificazione delle attività amministrative pubbliche;</li>
<li>l’attenzione, specialmente da parte della scuola, al rilancio di una cultura (ivi compresa la propensione all’acquisto) che si ricolleghi ai principi generali della nostra Costituzione.</li>
</ol>
<p>Si tratta di azioni (e molte altre se ne potrebbero aggiungere) nel quale lo Stato non si sostituisce al mercato, ma anzi lo potenzia e ne facilità il funzionamento, permettendone l’accesso al maggior numero possibile di consumatori, stimolando la concorrenza, combattendo i conflitti di interessi, inserendo elementi di equità sociale senza alterarne le caratteristiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ possibile concludere questo articolo condividendo quanto scritto da Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: “Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiamo beni e servizi tra di loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri&#8230; (&#8230;).<br />
Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui ha bisogno per poter funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di coesione reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”.</p>
<p>Non si può non evidenziare, con riferimento al nome della nostra associazione “Persona è futuro”, come il Papa utilizzi il termine “persone” per riferirsi ai soggetti economici, non agenti nel loro esclusivo interesse, operanti in un mercato correttamente inteso. Non è un caso che per questo tipo di economia sociale di mercato, una economia centrata sul primato della “persona”, la nostra associazione sia in prima linea nell’impegno.</p>
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		<title>Persona è futuro segnala: Master universitario &#8220;Etica Politica ed Economica&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 03:51:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Giustini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Persona è futuro è lieta di segnalare il Master universitario di 1° livello &#8220;Etica Politica ed Economica&#8221; che si svolgerà presso la Libera Università Maria Ss. Assunta nel 2012. Comitato Scientifico Didattico Direttore: Prof. Rocco Pezzimenti (Lumsa) Direttore Organizzativo:Prof. Gaspare Mura (PUL-­‐ASUS) Prof. Gianfranco Basti (PUL) Prof. Francesco Maiolo (Università di Utrecht) Prof. Philippe Nemo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Persona è futuro è lieta di segnalare il Master universitario di 1° livello <strong>&#8220;Etica Politica ed Economica&#8221;</strong> che si svolgerà presso la Libera Università Maria Ss. Assunta nel 2012.</p>
<p>Comitato Scientifico Didattico<br />
Direttore: Prof. Rocco Pezzimenti (Lumsa)<br />
Direttore Organizzativo:Prof. Gaspare Mura (PUL-­‐ASUS)<br />
Prof. Gianfranco Basti (PUL)<br />
Prof. Francesco Maiolo (Università di Utrecht)<br />
Prof. Philippe Nemo (Crephe -­‐ Paris)<br />
Prof. Paolo Armellini (La Sapienza)<br />
Prof. Francesco Guida (Roma Tre)<br />
Prof. Tonino Delogu (Università di Sassari)<br />
Prof. Vittorio Possenti (Università di Venezia)<br />
Prof. Roberto Cipriani (Roma Tre)<br />
Prof. Emilio Baccarini (Tor Vergata)<br />
Prof. Enrico Garlaschelli (Univ. Catt.-­‐Piacenza)</p>
<p><strong>Docenti del Master</strong></p>
<p>Armellini Paolo (Sapienza); Basti Gianfranco (PUL);<br />
Mura Gaspare (PUL-­‐ASUS); Konrad Michael (PUL);<br />
Kajon Irene (Sapienza); Cipriani Roberto (RomaTre);<br />
Possenti Vittorio (Univ. Venezia); Cera Stefano (AICOM);<br />
Giovagnoli Raffaela (PUL);<br />
Maiolo Francesco (Univ. Utrecht); Buonfiglio Donatella (Sapienza);<br />
Ales Bello Angela (PUL); Baccarini Emilio (Tor Vergata);<br />
Manzone Gianni (PUL); Garlaschelli Enrico (Univ. Piacenza);<br />
Arciero Angelo (Marconi); Franchi Giovanni (Univ. Teramo);<br />
Felice Flavio (PUL); Guida Francesco (Roma Tre);<br />
Ciampi Mario (Marconi); Pandolfi Luca (Urbaniana -­- UPS);<br />
Antiseri Dario (LUISS); Briganti Renato (Univ. Napoli);<br />
Alfano Giulio (PUL); Montefusco Giovanni (SSPA);<br />
Delogu Tonino (Univ. Sassari); Farfan Marta (INAS-­-CISL);<br />
Gorini Albino (CNEL); Valentini Tommaso (Marconi);<br />
Hansen Anja (Univ. Groningen); De Paola Marcello (LUISS);<br />
Casale Giuseppe (Angelicum); Tanzella NiV Giuseppe (PUL);<br />
Finelli Roberto (RomaTre); Alfano Giulio (PUL);<br />
Martini Giuseppe (Univ. Ancona); Manto Andrea (PUL);<br />
BaVoni Giulio (Sapienza); Maria Teresa Russo (RomaTre);<br />
Bonifazi Anna (ROS-­-CC).<br />
Il progetto completo del Master si può consultare nei siti <a href="http://www.asusweb.it">www.asusweb.it</a>; <a href="http://www.pul.it">www.pul.it</a>; <a href="http://www.lumsa.it">www.lumsa.it</a></p>
<p>Si può scaricare da questo sito la <a href="/wp-content/uploads/brochure_MEA.pdf">Brochure del Master</a>.</p>
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		<title>Chi è parte del problema non può essere la soluzione</title>
		<link>http://www.personaefuturo.it/2011/12/27/chi-e-parte-del-problema-non-puo-essere-la-soluzione.shtml</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 02:21:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaspare Sturzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristiani e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolici e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[E' necessario un risveglio della tradizione popolare dei cattolici italiani impegnati in politica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1. </strong><strong>Premessa: un Governo di liberazione da cosa?</strong></p>
<p>Verso il volgere della fine dell’ultimo Governo Berlusconi molti cattolici impegnati nei movimenti ecclesiali e nelle associazioni d’ispirazione cristiana hanno pensato che fosse giunto il momento del ritorno dei cattolici all’impegno organizzato in politica. Molti di noi, guardando al Convegno di Todi, hanno creduto che davvero fosse finito il tempo della diaspora e dell’ascarizzazione nei contenitori leaderistici del tripolarismo. Il fermento di quei giorni, alimentato da un grande giornale nazionale, forse è stato il massimo comune divisore per la nascita del Governo Monti, un “<em>governo provvisorio di liberazione</em>” ha affermato Marco Vitale, “che ha iniziato il processo di liberazione del Paese dalla peggiore classe di governo della storia italiana”. Il Presidente Monti ha posto con altre parole lo stesso tema alla “<em>politica dei tre forni</em>”, rispondendo alle critiche sul cosiddetto Decreto Salva Italia e chiedendo ai politici perché non siano stati capaci di fare le riforme? La risposta passa per il mal di analogia tra le pessime vicende della fine della Prima Repubblica e quelle della dissolvenza di questa Seconda, legate a scandali di corruzione, illecito finanziamento dei partiti, infiltrazioni criminali mafiose e per di più condite in salsa rosa sexy, nonché per l’intervista, su un noto quotidiano, di un banchiere del passato circa un forte rigurgito massonico nel bel Paese. Difronte a tutto ciò possiamo chiedere ai cattolici “<em>nominati</em>” per cooptazione nei tre contenitori leaderistici e presenti in Parlamento, come nei governi locali e regionali, cosa abbiano fatto per realizzare le riforme di cui il Paese ha bisogno, per promuovere lo sviluppo, per affermare la moralità pubblica e privata nella vita delle istituzioni, dei partiti e delle aziende di Stato, per imporre la scelta di persone competenti e oneste ai vertici di responsabilità? Quali processi decisionali abbiano portato alla selezione nei loro partiti di gente discutibile, in affari con tangentisti e criminali di ogni tipo? Come mai nessun politico di area cattolica è intervenuto in tempo per impedirne la chiamata a ruoli di responsabilità, per chiedere trasparenza sul finanziamento privato dei partiti e abbandonare la discutibile pratica dei rimborsi elettorali?</p>
<p><strong>2. </strong><strong>Cattolici tra irrilevanza in politica e crisi dei politici.</strong></p>
<p>I grandi successi parlamentari che i cattolici della diaspora possono esibire in circa quindici anni di vita politica riguardano il blocco dei famigerati PACS e una parziale comunione d’intenti sul progetto di legge sul fine vita. Sul resto nulla di rilevante. Irrilevanza non per mancanza di pensiero, ma per capacità tecnico politica di attualizzare la dottrina sociale cristiana in azione politica libera e forte, almeno pari sul piano di dignità con ogni altra opzione politica. Don Sturzo ci ha insegnato che ogni partito ha un suo <em>spirito animatore</em> che gli eletti devono portare nei gruppi parlamentari. Un soffio che nasce all’interno della vita organizzata del partito, nelle sue finalità e strutture, nel suo progetto sociale elaborato e discusso nei congressi e consigli nazionali. Un progetto sociale che parte dal basso, dai territori, presentato al popolo in un programma elettorale e sanzionato con il voto del corpo elettorale. Lo spirito animatore del Partito Popolare del ‘19 e della migliore Democrazia Cristiana, è legato alla testimonianza pubblica delle Fede, alla morale cristiana e agli ideali di libertà, giustizia sociale e pace. Quando questo spirito si è offuscato e la concezione della vita pubblica e privata ha abbandonato il cammino cristiano, don Sturzo non ha parlato più di politici democratico cristiani ma di “<em>demi cristiani</em>”, “in quanto una politica sporca infetta la fede e la pratica cristiana”. La doppia catena di gentilonismo e delega in bianco ai leader, padroni dei tre contenitori, appartiene alla logica del “<em>voler contare senza farsi contare</em>”, che nulla di comune ha con la partecipazione democratica costituzionale e la dottrina sociale cristiana. Un legame così infausto che rischia di portare affondo tutto il movimento dei laici cattolici italiani.</p>
<p><strong>3. </strong><strong>Chi è parte del problema non ne può essere la soluzione.</strong></p>
<p>A riprova del peso di questo infausto legame possiamo chiederci cosa è stato fatto sul tema del Quoziente Familiare, oggi Fattore Famiglia? Sul diritto di scelta delle famiglie nell’educazione scolastica (il cd. buono scuola)? Sul sostegno alle piccole e medie imprese contro l’usura, le estorsioni, le richieste di tangenti, l’assenza di credito? Sul sostegno alle politiche nazionali per le mamme che lavorano, gli ammalati, i poveri, i diversamente abili, gli anziani, i detenuti e gli ex detenuti, i nuovi poveri delle separazioni coniugali, le giovani classi di studenti che ambiscono al lavoro, gli extracomunitari, attraverso la de-burocratizzazione e la de-clientelarizzazione di tutte queste aree sociali e la spinta alla promozione dell’impegno sussidiario? Quali progetti di etica cristiana sono stati promossi per liberare l’Italia dal peso della corruzione e del finanziamento illecito della politica? E quale morale cristiana sta alla base dell’abuso di fondi pubblici usati per reggere enti inutili, autorità inesistenti o finanziare a pioggia imprese private e giornali, che non rendono a nessuno il conto della loro azione per lo sviluppo sociale, culturale economico e politico del Paese? Tutto ciò ha legittimato un sistema di relazioni oscure, sinergie affaristiche e reti criminali, che hanno agito con fini parziali, mezzi poco trasparenti e dipendenti dagli interessi di un’oligarchia di conservazione comune a tutti e tre i forni. È chiaro che la conseguente aggressione alla “<em>casta</em>”, anzi alle caste, che su questi presupposti appare legittima, da cattolici ci chiama a corresponsabili per non aver voluto o saputo agire nel tempo e per tempo, a difesa dei principi comuni della Carta Costituzionale e dei valori d’amore del Vangelo incentrati sulla Dottrina Sociale della Chiesa. <strong><span style="text-decoration: underline;">È evidente che chi è parte del problema non ne può essere la soluzione</span></strong>. Questo è il senso che posso dare all’accusa di Monti ai politici italiani di non aver saputo fare il bene dell’Italia e degli italiani, che suona a condanna – per quanto ho detto – ancor più grave ai cattolici della diaspora impegnati in politica nei tre contenitori dell’indifferenza.</p>
<p><strong>4. </strong><strong>Vogliamo costruire la via di una nuova generazione competente e onesta? </strong></p>
<p>Vogliamo trovare una soluzione diversa con persone rinnovate, competenti e oneste, in grado di costruirla? Oggi ci è stato detto che noi cattolici siamo i soli ad avere un quadro definito di valori umani e di progetti sociali spendibili per far rialzare l’Italia, gli unici ad avere sui territori una base sociale in grado di costruire la ripresa democratica. Tuttavia dimostriamo, con la nostra voglia di pluralismo divisivo, di non saper fare; ci mostriamo come massa priva di capacità politica e di governo, incapace di passare dalle idee ai fatti. Una massa valutata come troppo ignorante per capire i grandi temi dello sviluppo globale, della crisi del capitalismo finanziario, delle ridondanze dei sistemi criminali, come di quelli più piccoli delle “<em>triangolazioni geometriche</em>” della politica nazionale. Gente, ci dicono, che deve necessariamente affidarsi al senso paternalistico di alcune élite, abiurando alla propria vocazione di partecipazione responsabile al futuro di questo Paese attraverso <em>il metodo della libertà</em>. Già quel metodo che nasce dal popolarismo sturziano, rinforzato a Camaldoli, che si trova nell’impegno dei cattolici perla Carta Costituzionale, che portò il volto pulito di De Gasperi a difendere l’Italia davanti ai potenti del mondo. Un pluralismo di idee su una comunione di valori, che ci chiama unitariamente a un maturo rapporto laico con tutto il popolo italiano e con gli altri partiti che saranno costruiti all’alba della prossima Terza Repubblica, per produrre nuovo bene comune e progresso sociale.</p>
<p><strong>5. </strong><strong>Conclusioni: Metodo della libertà e costruzione di un impegno dei laici cattolici.</strong></p>
<p>Il <em>metodo della libertà, </em>dal punto di vista progettuale e programmatico, chiama le persone libere dagli errori del passato e forti della propria coscienza cristiana alla presa democratica di responsabilità, le vuole capaci di costruire un percorso unitario e oneste nel realizzare una politica di servizio per il bene comune. Questo metodo della libertà chiama ad un impegno che non può essere ritardato dall’eterno dilemma se sei mesi siano pochi per costruire una libertà politica di ispirazione cristiana, o se le prossime elezioni saranno delegittimate dal vincolo del “<em>porcellum</em>”. Occorre rinnovare l’impegno politico a partire dalle elezioni comunali prossime venture operando secondo la tradizione cattolica dei Comitati Civici, con una strategia di partecipazione che aggiunga la ricchezza dell’unità politica alla bellezza del pluralismo cristiano, che faccia sentire vicini anche coloro che sembrano estranei alla morale cristiana, che selezioni una nuova classe dirigente, che progetti la costruzione di un nuovo diritto/dovere di cittadinanza attiva per una città al servizio delle persone. Il primo passo concreto di quella Federazione dei movimenti di ispirazione cristiana coacervo della politica come atto di amore e di servizio verso il prossimo. Potremo così dare la nostra risposta all’ammonimento di Albert Einstein<strong>: “Il mondo è in pericolo non a causa di quelli che fanno del male, ma di quelli che guardano e lasciano fare”.</strong></p>
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		<title>Sul Natale un &#8220;ribaltamento&#8221; di sguardi..</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 13:04:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Spadaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[valori]]></category>

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		<description><![CDATA[Ribaltamento di ruoli, Dio, di cui non ci può essere uno più immenso, diventa piccolo per rendere grande l'uomo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Su cortese autorizzazione di Padre Antonio Spadaro S.J., Direttore di Civiltà Cattolica pubblichiamo la sua omelia durante la S. Messa &#8220;Gaudete&#8221; di Avvento. Rappresenta l&#8217;augurio di un felice S. Natale a tutti i soci e amici di Persona è futuro e alle loro famiglie.</em></p>
<p>Cari amici, oggi la Chiesa celebra la III domenica di Avvento detta “Gaudete”. E’ una domenica che vuole porre in evidenza un sentimento specifico: il <em>gaudio</em>. Che cos’è il <em>gaudium</em>? E’ una forma di piacere, di godimento che si riferisce pienamente anche alla dimensione dello spirito, che coinvolge lo spirito in maniera profonda, radicale. E’ il gaudio.</p>
<p>Per questo il salmo responsoriale di oggi non è un salmo ma è il Magnificat. Ed ecco un altro termine strano: il verbo magnificare, in greco <em>megalyno</em> che significa allungare e allargare, ingrandire. Il «magnificare» di Maria non è un semplice tessere lodi. Forse è vicino all’uso inglese di <em>magnification</em>, cioè «ingrandimento». Maria sta dicendo l’indicibile: «l’anima mia ingrandisce il Signore»! Nessun essere umano più «ingrandire» Dio, che come scrive sant’Anselmo è l’essere <em>id quo maius cogitari nequit</em>, «del quale non si può pensare il maggiore». Maria invece compie interiormente il gesto di guardare con la lente di ingrandimento Dio che le si è fatto vicino e sente dentro di sé che Dio è pazzescamente grande e la sua anima esulta (<em>agalliao</em>) che il latino traduce con <em>valde gaudeo</em>. Ed ecco daccapo il gaudio.</p>
<p>Ma voi <em>gaudete</em>? Quando sentite che il vostro spirito esulta, prova gaudio? Conoscete questa esperienza che è anticipo di paradiso, intuizione del nostro reale destino eterno?</p>
<p>Maria dice di sì e dice anche perché è «gaudente»: <em>perché il Signore ha guardato all’umiltà della sua serva</em>. Maria si è sentita guardata. E si è sentita guardata non perché bella, attraente, interessante o importante. Si è sentita guardata dall’alto (<em>epi-blepo</em>) proprio nella sua umiltà, termine che in realtà (<em>tapeinosis</em>) significa «bassezza» (da cui in italiano: me tapino!).</p>
<p>Se siamo importanti, influenti, belli è ovvio che abbiano gli occhi addosso. E’ persino fastidioso a volte. Ma se siamo tapini no. Riflettete: chi sono i nostri veri amici? Abbiamo veri amici? No, non sono quelli con i quali ci divertiamo o facciamo chiacchiere interessanti. I nostri veri amici sono coloro che ci conoscono nei nostri aspetti peggiori e ci vogliono bene lo stesso.</p>
<p>Ieri in un suo <em>tweet </em>il cardinale Scola scriveva: «Quando si è autenticamente amati il nostro essere si dilata e si muove più liberamente». Com’è vero!</p>
<p>Maria ingrandisce Dio perché Egli ha guardato dall’alto la sua bassezza. E’ tutto un gioco di sguardi in questo versetto. Ed è un capovolgimento di ottica: L’occhio di Dio, pur essendo distante viene ingrandito per il fatto che si è allungato a tal punto da vedere Maria molto in basso.</p>
<p>Ed è tutto qui il mistero del Natale, amici miei! Il bambino che nasce è Dio che si è catapultato dai cieli sulla terra non come il sovrano del mondo, ma divenendo simile agli uomini nel grembo della bassezza di Maria. In quel puntino.</p>
<p>Questo gesto è un ribaltamento dello sguardo, dicevo. Ciò che è piccolo diventa enorme, cioè che è distante diventa vicinissimo. Dio diventa carne della mia carne, ossa delle mie ossa, sangue del mio sangue. Da qui l’esultanza di Maria, la gioia piena e il lieto annunzio cantati da Isaia, la letizia di cui parla San Paolo.</p>
<p>E questo ribaltamento non lascia le cose come stanno. Isaia lo aveva profetizzato dicendo chi sono i tapini: Isaia così parla di: miseri, cuori spezzati, schiavi, prigionieri. Tradurre <em>tapeinosis</em> con «umiltà» rischia di far perdere la forza di questa parole.</p>
<p>Ciascuno di noi vive povertà, bassezze. Ciascuno di noi ha vissuto o vive «frane» interiori o esteriori che lo portano a scendere dall’alto al basso. A volte persino con fragore. Vi siete mai sentiti «a terra»? Manzoni nel suo Inno sacro “Il Natale” esprime questa condizione con grande efficacia:</p>
<p><em>Qual masso che dal vertice / Di lunga erta montana, / Abbandonato all&#8217;impeto / Di rumorosa frana, / Per lo scheggiato calle / Precipitando a valle, / Batte sul fondo e sta;  / Là dove cadde, immobile / Giace in sua lenta mole; / Né, per mutar di secoli, / Fia che riveda il sole / Della sua cima antica, / Se una virtude amica / In alto nol trarrà.</em></p>
<p>Ma in questo tempo non siamo solamente noi a essere come un masso caduto dall’alto in basso. Sembra essere la nostra società, la nostra Italia, la nostra europa ad essere in crisi. Chi darà «gaudio» al nostro mondo? E chi sono oggi i più «tapini»?</p>
<p>San Paolo nella sua <em>Lettera ai Romani</em> sembra essere consapevole del fatto che il mondo è sempre radicalmente in «crisi» e scrive di una «ardente aspettativa» per cui «tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi». Questa immagine così natalizia del parto ci induce a vedere il mondo in tensione di attesa, per cui «speriamo quello che non vediamo» (Rm 8, 25). Celebrare il Natale significa partecipare di questa attesa piena di luci e ombre, delusioni e speranze rinnovate.</p>
<p><em>Celebrare il Natale significa partecipare alla crisi e alla speranza del mondo.</em></p>
<p>Il Natale è la festa di un’altra visione del mondo, una visione fondata su valori che non sono quelli che hanno messo in crisi l’economia, e che aiutano a vedere che c’è un cielo aperto sulle nostre teste. L’immagine dei bambino Gesù che nasce a Betlemme non può essere confinata in una devozione calda ma chiusa in stessa. Essa richiama immagini di oscurità nelle quali brilla una luce. E questa visione è quella del manifesto del cristianesimo, le «beatitudini», cioè le professioni di «gaudio»:</p>
<p>«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell&#8217;uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo». (<em>Lc </em>6, 20-23).</p>
<p><em>Che cosa, oggi, tiene accese le stelle sul nostro cielo, sul cielo dell’Italia, che nel Natale possiamo immaginare tutta come un presepe?</em></p>
<p>Sono ancora impresse nella mente le immagini dell’alluvione in Liguria. Ma accanto a queste ci sono rimaste impresse quelle dei cosiddetti «angeli del fango». La «bomba d’acqua» ha fatto esplodere la solidarietà. Sono quei giovani che tengono accese le stelle.  Lo hanno dimostrato gli «angeli del fango», e lo dimostrano i tantissimi giovani impegnati nel mondo delle associazioni e del volontariato, così come quei giovani di talento che stanno dando il loro contributo all’innovazione.</p>
<p>La complessa situazione che stiamo vivendo rivela, fra l’altro, una crisi di «generatività». Il nostro è un Paese dove le persone anziane sono tentate di entrare in competizione con i giovani. Chi ha lunga esperienza cerca di perdere o nascondere la propria saggezza, oggi considerata un disvalore, davanti alla «prestanza». L’anziano, invece di orientare, formare, guidare, preferisce tenere in mano il potere, senza lasciare spazio ai più giovani che fremono.</p>
<p>Essi, a loro volta, frustrati per l’impossibilità di emergere, e considerati tali fino all’imbarazzante soglia dei quarant’anni e più, rischiano di reclamare il loro posto nella società più per desiderio di contare qualcosa più che per avere davvero qualcosa da dire. Si è perso il discernimento tra saggezza e prestanza. Le generazioni entrano in competizione tra di loro. Così la società diventa sterile, incapace di generare. La società attuale ama la giovinezza come mito, ma non ama i giovani, i quali diventano a loro volta <em>indignados</em>.</p>
<p>Il Natale allora è un momento favorevole per ripensare la crisi di generatività dei nostri giorni. Il Figlio, «generato dalla stessa sostanza del Padre», è divenuto simile agli uomini (cfr <em>Fil</em> 2,7). E’ stato partorito da Maria, allevato così da crescere e fortificarsi in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (cfr<em>Lc</em> 2, 40.52) fino all’inizio di quella che noi chiamiamo significativamente «vita pubblica». Oggi molti giovani vivono una vita pubblica ancora nel «nascondimento» dovuto a una mancanza di ruolo.</p>
<p>Questo Natale, che celebreremo vivendo un tempo delicato per il nostro Paese, sia per tutti gli uomini di buona volontà, e per noi in particolare, un momento favorevole per riflettere sulla capacità generativa della nostra società (e di ciascuno di noi qui) nei confronti dei più giovani e di coloro che oggi vengono al mondo.</p>
<p>Sia la luce della stella cometa a guidare il cammino degli uomini, la loro fantasia, i loro sogni, per insegnarci a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio.</p>
<p>Amen</p>
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		<title>I Cattolici in politica. Come superare il berlusconismo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 03:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Costa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristiani e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolici e politica]]></category>

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		<description><![CDATA[I cattolici si confrontano su nuove modalità di impegno politico]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Su cortese autorizzazione dell&#8217;autore, Padre Giacomo Costa S.J., Direttore responsabile di Aggiornamenti sociali, pubblichiamo l&#8217;editoriale del numero di novembre della rivista (sito <a href="http://www.aggiornamentisociali.it">www.aggiornamentisociali.it</a>)</em></p>
<p>Di fronte alla situazione politica italiana non c&#8217;è più spazio per la rabbia: non a caso le manifestazioni di protesta prendono di mira altri obiettivi. Restano solo <strong>sofferenza e delusione</strong>, anche fra i sostenitori di Berlusconi o in ambienti che non possono essere considerati pregiudizialmente ostili al <em>premier</em>, come Confindustria o il quotidiano <em>Avvenire</em> («Tutto a posto e niente in ordine», dichiara il direttore Marco Tarquinio nell&#8217;editoriale che commenta il voto di fiducia del 14 ottobre scorso). Così, pur con Berlusconi ancora a Palazzo Chigi &#8211; almeno nel momento in cui scriviamo - <strong>siamo ormai entrati nel post-berlusconismo</strong>, come certifica autorevolmente la recente scelta dello stesso PDL di cancellare dal proprio simbolo il nome del <em>leader</em>.</p>
<p>Attardarsi a parlare ancora di Silvio Berlusconi è, a questo punto, poco utile. Tante pagine, forse troppe, sono state dedicate a lui e agli effetti nefasti del berlusconismo di destra, da cui la sinistra non è immune. Nemmeno può bastare rimanere fatalisticamente in attesa degli eventi, aspettando la fine dell&#8217;agonia del Governo. Anche se siamo ben lontani dall&#8217;avere all&#8217;orizzonte una prospettiva, né tantomeno un accordo sul modo in cui voltare pagina, non è troppo presto per porre i fondamenti di una nuova fase della vita del Paese. Quello che serve è il coraggio di aprire la finestra, come il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), invita a fare: «C&#8217;è da <strong>purificare l&#8217;aria</strong>, perché le nuove generazioni &#8211; crescendo &#8211; non restino avvelenate. Bisogna reagire con freschezza di visione e nuovo entusiasmo, senza il quale è difficile rilanciare qualunque crescita, perseguire qualunque sviluppo» (<em>Prolusione</em> all&#8217;apertura del Consiglio Episcopale Permanente, 26 settembre 2011).<br />
Negli ultimi due mesi questa situazione ha stimolato i politici, la stampa, l&#8217;associazionismo cattolico e la stessa CEI a una vastissima produzione di riflessioni sull&#8217;<strong>apporto che i cattolici italiani possono dare al Paese</strong> e sulle forme della loro presenza politica. Se è chiaro, come ricorda Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant&#8217;Egidio, che «In un&#8217;Italia dove tanti attori debbono prendersi le loro responsabilità, i cattolici laici hanno storicamente una partita da giocare. È un investimento di un patrimonio di energie e di cultura sul futuro» («La nuova partita dei cattolici laici», in <em>Corriere della Sera</em>, 27 settembre 2011), il campo rimane aperto a <strong>varie prospettive</strong>. Cerchiamo di riprendere alcuni spunti di un dibattito che a volte sembra incagliarsi e avvilupparsi su di sé.</p>
<p><strong>1. «I cattolici vogliono esserci»</strong></p>
<p>Alcuni presupposti, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, accomunano cattolici di destra e di sinistra, gerarchia e fedeli laici: innanzitutto la necessità di <strong>guardare al futuro «senza nostalgie»</strong>. Tutti si dichiarano convinti che non sia opportuno cercare di riprodurre l&#8217;esperienza della Democrazia Cristiana, il partito che portava avanti una mediazione privilegiata tra fede e politica, garantita da un&#8217;approvazione sostanziale da parte della gerarchia, anche se non sempre scontata. È un mantra continuamente ripetuto: quella formula nel contesto di oggi non funziona più. A suggellarne la fine hanno pesato gli interventi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, rispettivamente ai Convegni ecclesiali di Palermo (1995) e di Verona (2006), circa la <strong>legittimità del pluralismo dei cattolici in politica</strong>. Di conseguenza, la presenza dei cattolici è destinata ad articolarsi in una varietà di posizioni, culture e modalità di impegno, nessuna delle quali può vantare un&#8217;esclusiva o pretendersi rappresentante ufficiale o ufficiosa della Chiesa.<br />
Questo punto di partenza non impedisce però che, rispetto allo stile dell&#8217;azione politica dei cattolici, si ripresenti una ennesima versione della tensione tra<strong>«presenza»</strong> o «testimonianza» da una parte e <strong>«mediazione»</strong> o «dialogo», dall&#8217;altra. Una tensione che ha attraversato la Chiesa italiana sin dal Vaticano II e che la fine della DC &#8211; che svolgeva un lavoro di mediazione attraverso un partito identitario &#8211; ha acuito: oltre a essere uno degli elementi di contrapposizione tra gli schieramenti (cattolici conservatori e moderati da una parte, cattolici riformisti e democratici dall&#8217;altra), «attraversa» i cristiani di ogni parte politica. Non sarà il caso di uscire una buona volta da questa <em>impasse</em>? O non sarà questo uno dei punti di legittimo pluralismo? Ma andiamo con ordine.</p>
<p><em>a) Esserci per contare</em></p>
<p>Una categoria che ritorna nel dibattito è quella del «contare», dell&#8217;<strong>essere rilevanti in quanto cattolici</strong>, ritrovando unità e visibilità, a partire dalla presa di coscienza che il ruolo attualmente giocato dai cattolici italiani all&#8217;interno delle diverse forze politiche in cui militano è oggettivamente ridotto e poco efficace per la tutela dei valori portanti della dottrina sociale della Chiesa.<br />
Questa prospettiva viene articolata innanzitutto su un <strong>piano prepartitico</strong>: «È pensabile un &#8220;nuovo modello di sviluppo&#8221; che non abbia a suo motore la politica? È forse pensabile che rispetto a tale politica risultino latitanti, facilmente emarginabili, irrilevanti, non tanto singole personalità cattoliche, quanto i cattolici italiani come presenza vitale e immediatamente riconoscibile, perché efficacemente organizzata?» si chiedeva, dando per scontate le risposte, il rettore dell&#8217;Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi (<em>Avvenire</em>, 24 luglio 2011). Proprio a lui è stata affidata la prima relazione del <strong>Seminario nazionale</strong> «La Buona politica per il Bene comune», promosso a <strong>Todi</strong> il 17 ottobre [poco dopo la stesura di queste pagine <em>n.d.r.</em>] dal Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro, &lt;www.forumlab.org&gt;, di cui fanno parte CISL, Movimento cristiano lavoratori, ACLI, Confcooperative, Confartigianato, Compagnia delle Opere e Coldiretti, e che già il 19 luglio scorso aveva diffuso un <em>Manifesto</em> con lo stesso titolo del Seminario. Un incontro volto a promuovere una specie di <em>lobby</em> trasversale di associazioni cristiane che punta a incidere sulle scelte politiche, tenendo come riferimento i valori cristiani.<br />
Non manca però chi, pur senza voler rifare la DC, pensa seriamente a un partito «che raccolga il protagonismo etico dei cattolici e il protagonismo sociale dei mondi vitali [...] Quando finirà il berlusconismo bisognerà dare a questa area sociale moderata e a questo protagonismo dei mondi vitali un riferimento politico» (BUTTIGLIONE R., intervista ad <em>affaritaliani.it</em>, 8 agosto 2011). Si argomenta poi che «<strong>un largo partito a forte identità cattolica</strong>recupererebbe la politica all&#8217;autonomia ed esonererebbe l&#8217;episcopato dall&#8217;interventismo» (PARADISI R., «Abbiate fede, stiamo tornando», in <em>Liberal</em>, 22 settembre 2011).<br />
Sono chiari i <strong>rischi impliciti in questa posizione</strong>, a partire da quello di contrapporre i cattolici al resto della società, fomentando la percezione di essere un «fortino sotto assedio» e una ripresa della mai sopita spirale tra clericalismo e anticlericalismo. Un secondo rischio è quello di identificare il cattolicesimo con una sola e precisa «parte», quando sappiamo che il Vangelo è più grande di qualunque umana realizzazione che ad esso si ispiri, anche in campo politico. Queste ambiguità sono aumentate dall&#8217;utilizzo improprio di termini quali «valori non negoziabili», promovendo (parte de)i quali si pretende il monopolio della difesa dell&#8217;identità cristiana. Infine, resta il pericolo della strumentalizzazione del voto dei cattolici, già vissuta nell&#8217;epoca berlusconiana: l&#8217;apparire di un qualche nuovo «ricco mecenate» disposto a comprare a basso costo «truppe cattoliche», in cambio di un appoggio alla difesa di alcuni valori, magari più proclamati che praticati. Resta peraltro fondato il timore che la «diaspora» finisca per rendere impercettibile la forza del Vangelo a livello sociale e politico.</p>
<p><em>b) Esserci per mediare</em></p>
<p>Altre prospettive &#8211; in cui come Rivista ci siamo sempre sentiti e continuiamo a sentirci più a nostro agio &#8211; preferiscono pensare i cattolici impegnati, insieme a tutti i «riformisti» di diversa provenienza, a superare le etichette per <strong>generare una nuova cultura politica</strong>, fondata su valori comuni condivisi, e realizzare l&#8217;incontro e l&#8217;aggregazione di tutti gli uomini di buona volontà nel rispetto reciproco. In questa prospettiva l&#8217;agire politico sulla base della fede si traduce <em>in primis</em> in un <strong>lavoro di discernimento e mediazione</strong> affidato alla responsabilità dei credenti: fedeli al principio di laicità e alla distinzione tra l&#8217;assolutezza della fede e la relatività della politica, essi si impegnano nella ricerca del <strong>bene comune</strong>, nella consapevolezza che esso è quel bene politicamente possibile, condivisibile da tutti e da ciascuno, e sul piano operativo non coincide necessariamente con il bene dei cattolici in quanto «parte», anche dove fossero maggioranza. Il punto di partenza non è quindi la riaffermazione astratta dei principi, ma l&#8217;incontro all&#8217;interno dei problemi sociali, culturali e morali del Paese, nella convinzione che il confronto onesto consenta a tutti &#8211; credenti, non credenti e diversamente credenti &#8211; di progredire insieme verso assetti sempre più giusti.<br />
Anche questa prospettiva ha dei <strong>limiti</strong>, riconducibili al rischio che un eccesso di mediazione la riduca a compromesso e abbassamento delle esigenze etiche, o a quello che un insufficiente discernimento conduca ad avallare scelte e norme che, in radice, sono ispirate a visioni inconciliabili con la fede e l&#8217;antropologia cristiana, dando magari un significato diverso a termini «importanti» come giustizia o solidarietà. <strong>La mediazione è uno stile esigente</strong>: richiede preparazione e competenza in campi sempre più delicati, fermezza ed equilibrio, e capacità di comunicare la proprie convinzioni in maniera laica. Le difficoltà in cui è incorso il progetto Ulivo-Partito Democratico ne sono testimoni.</p>
<p><strong>2. Una parola che libera</strong></p>
<p>La tensione tra contare e mediare divide da tempo la Chiesaitaliana, ed è legittimo il dubbio se non sia una secca in cui ci si incaglia troppo spesso. Uno spunto per uscirne viene dalle parole che <strong>Benedetto XVI</strong> ha pronunciato il 22 settembre scorso al Parlamento federale tedesco (per tutti i testi pontifici cfr &lt;www.vatican.va&gt;), in un contesto a prima vista lontano dalla nostra questione.<br />
Il papa ricorda come gli episodi di secolarizzazione, nel senso di espropriazione di beni o cancellazione di privilegi ecclesiastici, abbiano avuto immancabilmente l&#8217;effetto di una <strong>profonda liberazione della Chiesa</strong>, che «si spoglia, per così dire, della sua ricchezza terrena e torna ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena»; in questo modo, «Liberata dai fardelli e dai privilegi materiali e politici, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo. Può nuovamente vivere con più scioltezza la sua chiamata al ministero dell&#8217;adorazione di Dio e al servizio del prossimo». Gli obiettivi e i mezzi dell&#8217;azione della Chiesa risultano più chiari: essa «si apre al mondo, non per ottenere l&#8217;adesione degli uomini per un&#8217;istituzione con le proprie pretese di potere, bensì per farli rientrare in se stessi e così condurli a Colui del quale ogni persona può dire con Agostino: &#8220;Egli è più intimo a me di me stesso&#8221;».<br />
Nel concreto &#8211; e queste parole pronunciate in tedesco valgono anche per il nostro oggi italiano -, «Non si tratta qui di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di <strong>deporre tutto ciò che è soltanto tattica</strong> e di cercare la piena sincerità, che non trascura né reprime alcunché della verità del nostro oggi, ma realizza la fede pienamente nell&#8217;oggi vivendola, appunto, totalmente nella sobrietà dell&#8217;oggi, portandola alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità è convenzione ed abitudine». Parole profetiche, che riaprono prospettive, ci spingono a respirare più profondamente e costituiscono un potente antidoto al retaggio del tempo della «cristianità», della conquista, o anche solo della strategia per cui il fine giustifica i mezzi, che nella mente di molti incide pesantemente sul modo di concepire il posto dei cristiani nel mondo e, specificamente, in politica.</p>
<p><strong>3. Dalla liberazione alla libertà</strong></p>
<p>Alla luce di queste parole, il «dilemma» tra promuovere un organismo prepartitico, oppure un vero e proprio partito, oppure ancora rimanere nella dispersione delle varie forze politiche esistenti, appare quanto meno relativo, se non addirittura una domanda mal posta o secondaria. In questa ora, ciò a cui tutti i cattolici sono chiamati è piuttosto la testimonianza di un rapporto con il potere radicalmente diverso da quello mondano. È questo il principale contributo che possiamo dare, di cui c&#8217;è grande bisogno: nonostante non manchi chi, a destra e a sinistra, ci ha seriamente e onestamente provato, il clima generale di «antipolitica» dimostra quanto sia grande il fallimento di chi in questi anni ha gestito un potere. E &#8211; per quanto amaro, bisogna riconoscerlo &#8211; questo investe anche le strutture ecclesiastiche, che hanno intaccato il patrimonio della propria credibilità. Qualunque aggregazione o forma si proponga di rinnovare l&#8217;impegno dei cattolici in politica non potrà che avere come segno distintivo <strong>un diverso rapporto con il potere</strong>. Se una concezione del potere come strumento al servizio di sé e del potente come di qualcuno posto al di sopra delle regole, legittimato a mutarle a proprio uso e consumo, è la cifra che più di altre racchiude il fenomeno del berlusconismo, allora un cambio di passo su questo punto assumerà una valenza profetica, tanto più preziosa &#8211; e attraente &#8211; quanto più in questo momento sono evidenti i guasti profondi di una patologia del rapporto con il potere.<br />
Non è facile: la tentazione di affermarsi con la forza è sempre in agguato, accreditandosi come l&#8217;unica strada per incidere socialmente e politicamente e legittimando quel sottofondo costantiniano di alleanza tra trono e altare che ci ha accompagnato anche in anni recenti. Ma è proprio vero, o ci appare tale perché non siamo altro che «gente di poca fede» (<em>Matteo</em> 8, 27)? Rinunciare a percorrere questa strada porta con sé il rischio dell&#8217;insignificanza e della marginalità politica, ma anche l&#8217;opportunità di riuscire effettivamente a comunicare la <strong>forza trasformatrice del Vangelo</strong> e di essere molto più credibili e autorevoli come politici. E questo è più importante dell&#8217;eventuale formazione di una nuova compagine: se ci sono <strong>credibilità e autorevolezza</strong>, le regole democratiche faranno il resto, affidando a chi è più convincente il compito di governare.<br />
Il percorso di liberazione profeticamente evocato da Benedetto XVI conduce al coraggio di una ritrovata libertà, con cui affrontare i problemi drammatici del nostro oggi a partire dalle risorse esistenti. È questa libertà che conduce a individuare <strong>poche priorità centrali e simboliche</strong>: una <strong>equità sociale</strong>, sostenuta dal pegno simbolico di tagli drastici agli sperperi della politica, e incentivi alla crescita che mettano <strong>i giovani al centro</strong> dell&#8217;attenzione, riconoscendo che quando ci sono sacrifici da fare &#8211; e in Italia oggi non ce ne sono pochi &#8211; è giusto e doveroso che dia di più chi ha di più, a prescindere dalla sua affiliazione a qualsivoglia potentato o gruppo di interesse.<br />
La stessa libertà permetterà di mettere davvero in gioco una risorsa potente, (ri)apparsa sulla scena mondiale negli ultimi mesi: quella dei <strong>movimenti di base</strong> o popolari, che, dalle «primavere» arabe agli «indignati» occidentali, stanno riproponendo forme di partecipazione e di preoccupazione per la cosa pubblica impensabili solo qualche anno fa, e riportando alla ribalta parole desuete come «beni comuni». Certo si tratta di fenomeni magmatici, non scevri da ambiguità, esposti al rischio di strumentalizzazioni e bisognosi di crescere nella capacità di elaborare proposte propriamente politiche. Ma le istanze che portano avanti sono tutt&#8217;altro che banali, nella direzione di quel ripensamento complessivo del senso delle pratiche e delle istituzioni economiche che da più parti viene invocato come indispensabile per uscire da una crisi che ha investito i fondamenti delle nostre società globalizzate di mercato. In Italia almeno, questi movimenti vedono anche la presenza di porzioni significative del mondo cattolico: basti pensare alla mobilitazione intorno al tema dell&#8217;acqua in occasione dei referendum dello scorso giugno. Una politica nuova non potrà non essere contrassegnata dalla disponibilità a dare autenticamente ascolto a questi movimenti, rinunciando alla ricorrente pratica di «arruolarli» a buon mercato tra le fila della propria parte e traendone piuttosto linfa nuova, in termini di idee e di persone.<br />
È questo <strong>un impegno che non riguarda solo i politici</strong>, cattolici e non. L&#8217;uscita dal berlusconismo come concezione del potere si gioca a tutti i livelli, senza fermarsi a chi riveste incarichi di responsabilità pubblica. Accenniamo qui solo a un campo dove questo appare con particolare evidenza: quello della corruzione e dell&#8217;evasione fiscale, fenomeni nei quali è manifesta la pretesa di porsi al di sopra di regole che tutti sono chiamati a rispettare. Nessuno può legittimamente tirarsene fuori, né azzardare la giustificazione banale del «non sono il solo», «perché gli altri sì e io no».<br />
L&#8217;autentico rinnovamento della politica e della società italiana passa inesorabilmente da questa strada e da un modo di affrontare questi nodi diverso dalla mentalità attualmente dominante: è questa la sfida di fronte alla quale i cattolici italiani, direttamente impegnati in politica o meno che siano, sono chiamati a «esserci», e a esserci in prima fila.</p>
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		<title>Il Governo Monti e la ricetta dell&#8217;economia sociale di mercato</title>
		<link>http://www.personaefuturo.it/2011/11/23/il-governo-monti-e-la-ricetta-delleconomia-sociale-di-mercato.shtml</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 02:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Sbardella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani e politica]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>

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		<description><![CDATA[L'economia sociale di mercato come base per una ricetta efficace per la crisi italiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Siamo lieti di pubblicare un articolo degli amici di Persona è futuro Proff. <strong>Flavio Felice e Fabio G. Angelini</strong> , tratto dal sito del <a href="http://www.cattolici-liberali.com/Default.aspx">Centro Tocqueville-Acton</a> (<a href="http://www.cattolici-liberali.com/pubblicazioni/opinioniecommenti/2011/GovernoMontiEconSocMerc.aspx">http://www.cattolici-liberali.com/pubblicazioni/opinioniecommenti/2011/GovernoMontiEconSocMerc.aspx</a>), </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non sarà di certo passato inosservato il silenzio con cui, nei giorni scorsi, abbiamo accompagnato l’evolversi della complessa situazione politica ed economica che sta interessando il nostro Paese e l’Europa intera. Una scelta questa che, dopo lunghe ed approfondite meditazioni, abbiamo ritenuto essere da un lato la più opportuna in un contesto politico e culturale in cui, troppo spesso, è prevalsa la tendenza ad esaltare le differenze piuttosto che gli elementi di condivisione, ovvero, la ricerca di slogan ed etichette fine a se stesse e, dall’altro, la più rispettosa delle nostre libere istituzioni democratiche.</p>
<p>La prima crisi economica globale – scoppiata in modo dirompente negli USA e poi dipanatasi in tutto il sistema economico globale – era il frutto di un contestuale fallimento del mercato, della regolazione e, ancor prima, della politica colpevole di aver favorito l’espandersi della bolla immobiliare e dei mutui subprime. Oggi però la <a href="http://www.scenarieconomici.com/images/stories/sdogati_-_riflessioni_sulla_crisi_2007-20.pdf" target="_blank">crisi</a> non riguarda più solo il debito privato, ma anche quello sovrano con tutte le implicazioni che ciò comporta.</p>
<p>Come tutti i fenomeni complessi, le cause vanno ricercate in diversi fattori e circostanze. La debolezza delle istituzioni politiche dell’Unione Europea, la volontà degli speculatori di attaccare la nostra moneta unica, l’inadeguatezza del sistema di governo dell’unione monetaria europea e, in particolare, della nostra Banca Centrale, l’incapacità di alcuni Paesi dell’eurozona di tenere sotto controllo la propria spesa corrente, l’assenza di politiche capaci di promuovere la crescita dell’eurozona, il fallimento delle politiche di austerity, sono tutte concause e parte dei problemi che stiamo vivendo. Del resto, la crisi (purtroppo, ancor prima che economica, di natura culturale) dell’Unione Europea era nota già da tempo. I mercati finanziari non hanno fatto altro che mettercela sotto gli occhi, nero su bianco.</p>
<p>E’ evidente che, in un contesto delicato come questo, al sistema politico europeo spetti un compito gravoso in relazione al quale dovrà dimostrare autorevolezza, fermezza e una straordinaria capacità di guardare ben al di là degli interessi nazionali, da un lato, rafforzando la componente politica e democratica delle istituzioni dell’UE e, dall’altro, ispirando la propria governance ai principi di poliarchia, sussidiarietà e solidarietà.</p>
<p>Il nostro Paese rischia molto, forse non più di altri, ma comunque molto. Nello stesso tempo, il nostro default può innescare un processo tale da portare non solo al fallimento dell’euro, ma dello stesso mercato unico. Di fronte a tali rischi, nelle scorse settimane, non solo ha prevalso il senso di responsabilità delle forze politiche ma le istituzioni democratiche hanno dimostrato di reggere alla prova dei tempi.</p>
<p>I Paesi dell’eurozona sono tutti a vario titolo esposti a grandi turbolenze economiche e finanziarie; tuttavia, l’Italia si trova ad esserlo ancora di più a causa di quei nodi strutturali che, di fronte all’avanzare delle sfide della globalizzazione, sono via via venuti al pettine. Uno su tutti incide sulle nostre prospettive di crescita e sulla stessa fiducia che noi stessi, al pari dei mercati, riponiamo sul nostro futuro: la nostra cultura economica, sin qui incapace di cogliere accanto ai rischi dell’integrazione globale dei mercati, quelle opportunità e quelle sfide che pure sono insite in essa.</p>
<p>Una cultura economica – per il superamento della quale il Centro Studi Tocqueville-Acton ha sin qui cercato e continuerà a dare il suo modesto contributo – che non ci ha sin qui permesso di guardare alla globalizzazione senza tremore e timori, bensì, con rinnovata fiducia in noi stessi e nelle nostre risorse. E’ questo, ma non solo, ciò che ci chiede il mercato. Ma prima ancora, è questo ciò che ci chiedono le future generazioni.</p>
<p>L’Italia non è più, per nostra fortuna, quella del dopo guerra. Nello stesso tempo non è più né quella del boom economico, né quella degli anni ’70. Del pari, il contesto nel quale viviamo è mutato molto più velocemente del nostro sistema economico-imprenditoriale accumulando ritardi tali da determinare, già a partire dalla metà degli anni ’80 e fino ai giorni nostri, una lunga e dispendiosa agonia che ha già richiesto sacrifici e scelte difficili spesso però vanificate dalla rigidità della nostra architettura istituzionale, sociale ed economica. In questi venticinque anni si sono succeduti governi politici della prima repubblica, governi tecnici, governi della seconda repubblica; oggi, quasi vent’anni dopo la più grave crisi politica della nostra storia, torniamo ad un esecutivo non tecnico (poiché dovrà prendere decisioni marcatamente politiche contando sulla fiducia del Parlamento) bensì di tecnici chiamati ad adottare quelle misure necessarie per tranquillizzare i mercati.</p>
<p>E’ evidente che, di fronte a crisi politiche di tale gravità, sia sempre preferibile interpellare il popolo sovrano. Specie quando la posta in gioco è così alta. Tuttavia, crediamo che le condizioni fossero tali da preferire, nel pieno rispetto della costituzione e fino alla normale scadenza della legislatura, la soluzione istituzionale rispetto a quella della competizione elettorale. Ciò, a maggior ragione alla luce della scelta del Presidente Napolitano di affidare l’incarico di guidare il nuovo esecutivo al Prof. Mario Monti con il cui pensiero vantiamo, da tempo, più punti in comune che contrasti.</p>
<p>Se l’esecutivo in carica merita apprezzamento e fiducia, le forze politiche in campo hanno però dimostrato tutta <a href="http://www.cattolici-liberali.com/pubblicazioni/OpinionieCommenti/2011/DallaCrisiUnaNuovaClasseDirigente.aspx" target="_blank">la loro debolezza e mancanza di autorevolezza</a>. Non tanto in occasione degli avvenimenti recenti, in relazione ai quali hanno anche (seppur con un po’ di ritardo) dimostrato senso di responsabilità, quanto nel corso dell’intera stagione della seconda repubblica che, alla prova dei fatti, ha fallito la propria missione al punto da sembrare più che altro una mera appendice della stagione politica precedente. Speriamo che quel senso di responsabilità che abbiamo apprezzato in occasione del voto di fiducia al Governo Monti non venga ben presto sostituito da miopi calcoli elettorali in grado di vanificare gli sforzi di un intero Paese.</p>
<p>Il nostro augurio è che, nei prossimi mesi, si possa voltare pagina sia garantendo il necessario sostegno politico (seppur in chiave dialettica e di confronto costruttivo) all’azione dell’esecutivo, sia riscrivendo a fondo le regole del gioco democratico salvaguardando quelle conquiste che – nel bene e nel male – questa stagione politica ha contribuito ad affermare.</p>
<p>Scendendo, invece, sul piano dei contenuti ci auguriamo che la prospettiva teorica del <a href="http://www.cattolici-liberali.com/pubblicazioni/Annali/Annale2010.pdf" target="_blank">liberalismo delle regole</a> e dell’<a href="http://www.cattolici-liberali.com/idee/EconomiaSocialeDiMercato.aspx" target="_blank">economia sociale di mercato</a> che abbiamo ripetutamente proposto nelle nostre analisi e riflessioni possa ispirare l’azione dell’esecutivo Monti.</p>
<p>Riteniamo, infatti, che il superamento di quella cultura economica che ha ostacolato per decenni la crescita del nostro Paese passi attraverso l’avvio di una nuova fase costituente in grado di far emergere una rinnovata costituzione economica (cfr. <a href="http://www.cattolici-liberali.com/pubblicazioni/OpinionieCommenti/2011/Articolo41PerUnRiformismoResponsabile.aspx" target="_blank">F. Felice</a>, <a href="http://www.cattolici-liberali.com/pubblicazioni/OpinionieCommenti/2011/Articolo41DavveroNecessaria.aspx" target="_blank">F.G. Angelini</a>, <a href="http://www.cattolici-liberali.com/pubblicazioni/OpinionieCommenti/2011/DirittoEffettivaConcorrenza.aspx" target="_blank">M. Vatiero</a>) che &#8211; recependo (e non rinnegando) i nuovi paradigmi economici e le nuove sfide della globalizzazione (frammentazione del processo produttivo, concorrenza globale, rivoluzione digitale, innovazione tecnologica e produttiva, società dell’informazione, emergenza climatica ed ambientale, emersione delle nuove potenze economiche, grandi flussi migratori, società multietniche e multiculturali, domanda di nuovi diritti, segmentazione della società, diversificazione dei bisogni e delle domande sociali) – sappia dar vita ad un ordine economico che insieme ad un coerente ordine politico e sociale sia in grado di porre al centro la persona e la sfida del suo sviluppo integrale.</p>
<p>Dal punto di vista economico, infatti, sebbene la globalizzazione crei ricchezza e sviluppo ad un ritmo finora sconosciuto, nello stesso tempo, essa crea anche straordinarie e inedite disuguaglianze. Ed è proprio su questo terreno che le istituzioni nazionali, ma anche locali ed internazionali, devono dare dimostrazione di saper dare risposte concrete sapendo affiancare alla giustizia commutativa tipica dei rapporti di mercato quella giusta dose di giustizia sociale in grado di introdurre nei meccanismi di incontro tra domanda e offerta, quella coesione sociale e quella fiducia senza le quali il mercato stesso “non può pienamente espletare la propria funzione economica” (cfr. Caritas in Veritate, n. 35). E’ questa, secondo noi, la via istituzionale della carità tracciata dalla dottrina sociale della Chiesa di fronte alle sfide della globalizzazione.</p>
<p>La nuova cultura economica che, nei prossimi anni, ciascuno di noi ha il compito di costruire deve essere in grado di liberare energie e risorse per la crescita, superare le resistenze degli interessi corporativi, le aree di privilegio e di rendita che, purtroppo, traggono alimento dalla carenza di un robusto senso delle istituzioni e di un una rigorosa e condivisa etica civile, creando nel contempo stabili condizioni per un benessere diffuso del quale devono poter beneficiare anche coloro che oggi ne sono esclusi. A tal fine, occorre rimuovere i freni e i lacci che la ostacolano, introdurre riforme tese a valorizzare il capitale umano, a promuovere il talento, l’iniziativa individuale e collettiva, la capacità e la voglia di intraprendere, di sperimentare, di innovare, di competere e di rischiare. Nello stesso tempo, occorre conciliare competizione, flessibilità, dinamismo e innovazione, con la salvaguardia di alti livelli di solidarietà e coesione sociale, di tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini, di qualità della vita, di sostenibilità ambientale e di qualità dei servizi sociali. In sintesi, occorre mettersi in cammino lungo la strada della centralità della persona, della sussidiarietà e della solidarietà.</p>
<p>Riportando tali indicazioni sul piano della concretezza, parallelamente al processo di revisione della nostra costituzione economica, riteniamo urgente intervenire al più presto adottando decisioni immediate ed incisive nei seguenti settori:</p>
<p>- <strong>Formazione e Ricerca</strong><strong> </strong><strong><br />
</strong>1. Creare le condizioni per la promozione dell’eccellenza nel sistema educativo dell’obbligo affinché tutti gli alunni acquisiscano la padronanza dell’italiano, dell’inglese, della scrittura, della matematica, dell’informatica e delle competenze relazionali di base.<br />
2. Dar vita a sei grandi poli di insegnamento universitario e ricerca (Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli, Bari) incentrati su altrettanti campus universitari, in grado da fissare le condizioni di eccellenza complessiva del sistema di formazione universitaria e ricerca.<br />
3. Abolire il valore legale dei titoli di studio ed offrire agli Atenei pubblici e privati gli strumenti e le condizioni per dar vita ad un sistema concorrenziale della formazione e della ricerca universitaria votato all’eccellenza, passando dall’attuale sistema di reclutamento per concorso del personale docente a quello della chiamata diretta per merito.<br />
4. Creare le condizioni per realizzare forti e decisi investimenti nella ricerca (pubblica e privata) nei settori del futuro: digitale, salute, energie rinnovabili, turismo, cultura, biotecnologie, nanotecnologie e neuroscienze.</p>
<p>- <strong>Infrastrutture fisiche e tecnologiche</strong><strong> </strong><strong><br />
</strong>5. Dare subito il via al processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione e all’installazione di reti ad altissima velocità di trasmissione dati a disposizione di tutti ed in grado di innovare profondamente le modalità di interazione sia in ambiente di lavoro, sia con la pubblica amministrazione.<br />
6. Realizzare (e potenziare quelle esistenti) le infrastrutture necessarie (porti, aeroporti, strade, poli logistici, ecc…) a far si che l’Italia recuperi il proprio ruolo di snodo centrale nei rapporti economici tra oriente e occidente, favorendo investimenti nei settori della movimentazione delle merci e delle persone (logistica, trasporti e turismo).</p>
<p>- <strong>Competitività del sistema imprenditoriale</strong><strong> </strong><strong><br />
</strong>7. Creare le condizioni per la crescita dimensionale delle nostre imprese, superando l’errato paradigma “piccolo è bello”.<br />
8. Ridurre drasticamente le tempistiche dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e delle grandi imprese a favore delle PMI impegnate in processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale.<br />
9. Permettere alle PMI con pendenze fiscali ma impegnate in processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale, di fruire di una dilazione dei termini di pagamento delle cartelle esattoriali.<br />
10. Istituire uno statuto fiscale semplificato per le imprese operanti nel settore dei servizi che realizzano un fatturato annuo inferiore a Euro 100.000, per le start-up costituite da giovani imprenditori e per le iniziative di venture capital.<br />
11. Creare delle agenzie di sviluppo locale, composte da soggetti di elevata competenza tecnica ed indipendenza, in grado di accompagnare le micro, piccole e medie imprese nei processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale, nonché, nei rapporti con le pubbliche amministrazioni<br />
12. Istituire un Fondo di garanzia per i giovani neo-imprenditori, gestito dalle agenzie di sviluppo locale, e dei relativi accordi con il sistema bancario</p>
<p>- <strong>Concorrenza</strong><strong> </strong><strong><br />
</strong>13. Promuovere le condizioni affinchè si dia vita a mercati pienamente concorrenziali, favorendo la libertà di movimento dei prezzi e facilitando l’ingresso di ogni nuovo attore nei settori del commercio, della distribuzione, del turismo, della cultura, dei trasporti e dei servizi pubblici.<br />
14. La creazione sul territorio, sotto il coordinamento dell’Autorità per la Concorrenza ed il Mercato, di una rete autorevole di commissari alla concorrenza e allo sviluppo con il compito di promuovere – mediante strumenti incisivi e connotati di un’ampia discrezionalità tecnica – la concorrenza sia nei confronti dei pubblici poteri, sia dei privati.<br />
15. Nel rispetto dei principi costituzionali in materia di professioni intellettuali, aprire alla concorrenza le professioni regolamentate promuovendo l’eccellenza nei servizi prestati e favorendo un processo di razionalizzazione e riorganizzazione dell’offerta incentivando la creazione di network professionali, società tra professionisti e studi associati.<br />
16. Incentivare la mobilità geografica (incidendo in particolare sul settore dell’edilizia) e la mobilità internazionale (snellendo le relative procedure amministrative).<br />
17. Riformare l’articolo 41 della costituzione adeguandolo al diritto comunitario, nonché, avviare i lavori per l’approvazione di una legge costituzionale volta a disciplinare nel dettaglio il rapporto pubblici poteri – sistema economico (una vera e propria costituzione economica).</p>
<p>- <strong>Lavoro e Welfare</strong><strong> </strong><strong><br />
</strong>18. Riformare il diritto del lavoro in chiave flessibile e dinamica, demandando le decisioni sociali fondamentali alla negoziazione tra le parti, modernizzando le regole di rappresentanza e di finanziamento delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali.<br />
19. Ridurre il costo del lavoro per tutte le imprese trasferendo progressivamente la tassazione dal lavoro ai consumi.<br />
20. Innalzare a 67 anni, già a partire dal 2020, l’età pensionabile introducendo – nel periodo compreso tra il 2012 ed il 2020, sistemi di incentivazione per chi scelga di proseguire l’attività oltre l’attuale limite d’età, con benefici di aumenti di pensione.<br />
21. Creare le condizioni per forme di occupazione flessibili (ma non necessariamente precarie), promuovendo le condizioni per un mercato del lavoro più qualificato, dinamico e in grado di valorizzare il merito.<br />
22. Introdurre uno strumento contrattuale a favore di tutti i soggetti in cerca di lavoro, idoneo a considerare tale attività come un investimento per l’intera società, da remunerare equamente sottoforma di “premio al rischio”.<br />
23. Introdurre un efficace sistema di ammortizzatori sociali in grado di tutelare i lavoratori durante i periodi di inoccupazione, trasformando le minacce della precarietà del lavoro in opportunità della flessibilità del lavoro.<br />
24. Creare le condizioni per la creazione di veri e propri poli di eccellenza in ambito sanitario, mediante l’investimento in strutture sanitarie in grado di coniugare l’attività di assistenza con quella di ricerca scientifica superando l’attuale riparto di competenze legislative in materia sanitaria e di ricerca scientifica.</p>
<p>- <strong>Istituzioni e Pubblica Amministrazione</strong><strong> </strong><strong><br />
</strong>25. Promuovere un complessivo ripensamento dell’organizzazione amministrativa del Paese, riducendo ed accorpando gli enti esistenti, affidando funzioni e compiti al mercato e alle professioni (in applicazione dell&#8217;art. 118 della Costituzione), favorendo l’aggregazione delle municipalità, procedendo alla soppressione delle province ed introducendo – sul modello delle fondazioni bancarie e nell’ottica della promozione della sussidiarietà orizzontale e del welfare society – le fondazioni di comunità a cui affidare il compito di svolgere, in modo indipendente ed autorevole, funzioni di promozione del welfare sul territorio.<br />
26. Accompagnare il processo di ridimensionamento della sfera pubblica rendendo operativa la mobilità nel pubblico impiego e introducendo dei meccanismi premiali in grado di valorizzare il merito nella pubblica amministrazione, basati sulle valutazioni rese dagli utenti.<br />
27. Ridurre il numero dei parlamentari, procedere alla riforma dei partiti promuovendo al proprio interno elementi di democraticità e di trasparenza, introdurre un serio e rigoroso sistema di accountability in merito alle nomine pubbliche.<br />
28. Riformare la pubblica amministrazione in chiave sussidiaria e poliarchica, favorendo la digitalizzazione dell’attività ed introducendo sistemi di e-democracy finalizzati a migliorare la qualità delle interrelazioni tra cittadini e pubblici poteri, la trasparenza e la partecipazione ai processi decisionali pubblici.<br />
29. Al fine di garantire il mantenimento della logica bipolare e della democrazia dell’alternanza, riformare la legge elettorale adottando un sistema proporzionale alla tedesca con sbarramento al 5%.<br />
30. Revisione e adeguamento del Titolo V della Costituzione al fine di razionalizzare e semplificare il quadro delle competenze legislative tra Stato e Regioni ed il riparto delle funzioni amministrative.</p>
<p>- <strong>Debito pubblico</strong><strong> </strong><strong><br />
</strong>31. Ridurre drasticamente il debito pubblico tagliando i costi della politica, introducendo una tassa su patrimoni superiori a 1,5 milioni di euro e l’ICI sulla prima casa, tagliando la spesa corrente incrementandola solo in settori specifici (turismo, cultura, infrastrutture), ridimensionando il costo del lavoro nella pubblica amministrazione, razionalizzando ulteriormente l’organizzazione del servizio sanitario nazionale, effettuando dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico e cedendo parte della partecipazioni pubbliche in società (specie in quelle non strategiche).<br />
32. Nell’ottica dell’azzeramento dei cosiddetti privilegi di nascita, reintrodurre la tassa di successione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.<br />
33. Introdurre, per ogni ente pubblico, un trasparente sistema di accountability della spesa, in grado di evidenziare sprechi e privilegi, rendendo gli elettori sempre più informati e consapevoli.<br />
34. Lotta all’evasione fiscale mediante l’introduzione del cosiddetto sistema di “contrasto di interessi” e l’introduzione di una lotteria (tipo gratta e vinci) associata agli scontrini fiscali.<br />
35. Introdurre in costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, rafforzando i divieto di indebitamento per spese diverse da quelle di investimento e i poteri di controllo e sanzione in capo alla Corte dei Conti.</p>
<p>L’avvio di una nuova fase delle politiche comunitaria, unitamente all’adozione in sede nazionale di tali decisioni politiche – che invitiamo chiunque sia interessato a contestare, a modificare ed integrare – riteniamo possano contribuire ad avviare un duraturo processo di crescita economica, di complessivo ripensamento del nostro sistema produttivo verso attività a maggiore valore aggiunto e, in definitiva, di maggiore benessere per l’intera società.</p>
<p>Non resta dunque che augurare al nuovo esecutivo un sincero buon lavoro manifestando, nel contempo, al Sen. Prof. Monti e ai suoi Ministri la nostra piena disponibilità a contribuire con le nostre (e vostre) proposte alla ricerca di soluzioni in grado uscire dalle paludi della crisi e di perseguire il bene comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tempo di scelte</title>
		<link>http://www.personaefuturo.it/2011/11/16/tempo-di-scelte.shtml</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 15:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Savino Pezzotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolici e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani e politica]]></category>
		<category><![CDATA[pezzotta]]></category>

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		<description><![CDATA[La crisi economica da affrontare e superare non può prescindere da scelte di carattere etico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Volentieri pubblichiamo un articolo dell&#8217;amico On. Savino Pezzotta tratto dal suo blog <a href="http://savinopezzotta.wordpress.com/2011/11/09/tempo-di-scelte/">http://savinopezzotta.wordpress.com/2011/11/09/tempo-di-scelte</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella votazione alla Camera del rendiconto di bilancio  i «sì» si sono arrestati a quota 308, otto voti sotto la maggioranza assoluta. Il centrodestra minimizza e parla di «numeri previsti». Undici i deputati del centro destra che non hanno partecipato al voto.</p>
<p>Vale la pena meditare su cosa significhi questa crisi politica per il nostro Paese e la nostra democrazia. Le soluzioni possono essere solo due : un governo di larghe intese come vogliono le opposizioni o il ricorso alle urne come sembra essere nei desideri di Berlusconi e di Bossi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dobbiamo tutti prendere atto che un ciclo politico e terminato. Al momento  non vediamo ancora compiutamente come sarà quello che sta iniziando, molto dipenderà dalla nostra capacità di mettere gli interessi dell’Italia e la tutela dei poveri davanti a tutto.</p>
<p>In questo momento predominano le questioni dell’economia e l’esigenza di sottrarre il nostro Paese alla pressione dei mercati. Sappiamo che dobbiamo rispondere a quanto l’Europa ci sta chiedendo, anche se la declinazione concreta di quelle indicazioni deve essere fatta con attenzione e senza  fondamentalismi.</p>
<p>Non credo però che basti pensare a come affrontare le problematiche di natura economica di cui si riconosce l’urgenza soprattutto per quanto il nostro debito pubblico, ma si deve intervenire senza mai dimenticare i problemi che insistono sul lavoro e sulle condizioni di vita delle famiglie.</p>
<p>Vi è però l’esigenza che si avvii un profondo rinnovamento morale e sociale .La crisi italiana, a differenza di quella di altri paesi, si è venuta nel tempo a configurare come un intreccio tra crisi economica, politica, sociale e morale e non mi sembra che vi sia stata una cesura tra prima e seconda repubblica, anzi si è proceduto per successive stratificazioni.</p>
<p>Una cultura edonista e relativista è penetrata nella quotidianità e ha indebolito i riferimenti etici e spirituali.Berlusconi, nei suoi diciassette anni di presenza e di invadenza, non ha fatto altro che interpretare e dare forma politica a quanto era presente e maturava nella società.</p>
<p>Nelle le classi dirigenti,nella classe politica e in molte parti della società civile si è smarrito il riferimento all’incorruttibilità, al civismo e alla dimensione dei valori che sempre più si sono resi astratti e collocati nell’empireo delle buone intenzioni. Gli zombi sono ovunque presenti e ognuno dovrebbe vedere quelli che sono dentro di sé o che ha curato.</p>
<p>Basterebbe valutare l’entità dell’evasione fiscale a confermare queste affermazioni, ma anche  per misurare l’estensione sociale del civismo e  dell’eticità.</p>
<p>Se , dal punto di vista economico, diventa urgente ricostruire l’Italia, altrettanto urgente è la ricostruzione morale e civile.  Un lavoro che estremamente difficile. Ho sentito in questi giorni qualche amico fare il paragone con l’Italia che era uscita dalla guerra e dal fascismo, allora c’era da ricostruire un Paese sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista politica, non era facile ma reso possibile da una classe politica e da un sentire sociale temperato dal contrasto con il fascismo. Oggi sono in pochi ad avere lo stesso nerbo dei fondatori della repubblica, in questi sessant’anni i nostri costumi a causa dell’ideologia consumistica  si sono infiacchiti e rendono difficile riportare in auge  vocaboli come onestà, morale pubblica, virtù politica.</p>
<p>Non sono in grado oggi di dire quanto durerà la presenza politica di Silvio Berlusconi , ma sono certo che  quell’insieme di pensieri e, di modi di fare e di interpretare la politica e i rapporti sociali che abbiamo etichettato come berlusconismo durerà ancora per un bel po’ essendo penetrato nelle fibre del paese e contagiato anche i propugnatori del novismo. Avere alle spalle e dentro di noi i tratti di un’epoca che è durata quasi vent’anni, rende il cammino difficoltoso .</p>
<p>Il tema della democrazia, del come convivere, dell’esercizio del potere pubblico e dell’attenzione alla profondità economica , umana  e spirituale dei cambiamenti è la sfida che si pone davanti a noi , soprattutto se ci beiamo nel dichiaraci cristiani.</p>
<p>Dovremo imparare a meditare in modo nuovo sull’onestà dei politici, degli amministratori, degli imprenditori e di tutti coloro che svolgono una funzione pubblica, da non confondere con quella statale.  Gli strali contro la politica non bastano più , bisogna cercare di andare oltre e riproporre i temi che la fondano.</p>
<p>Berlusconi non ha governato bene e i motivi per criticarlo sono molti e in questi anni non ci siamo sottratti. Non ho mai creduto nella sua rivoluzione liberale che pure aveva ammaliato i tanti. Ci sono state più complicità che coraggio. Resto però convinto che Berlusconi sia stato anche  un alibi per coprire le nostre compromissioni è  quel leggero  e diffuso lassismo che si è inserito nella società e  anche dentro di noi che ci ha portato a tollerare più che combattere : l’illegalità diffusa e vissuta, i conflitti di interesse assunti come normalità, il fare i furbi invece del proprio dovere. Molti dei comportamenti di Berlusconi o di persone del suo enturage hanno creato, oltre alle distorsioni che conosciamo, una sorta di immunità per tutti. Sono sotto gli occhi di tutti le evasioni fiscali, il lavoro nero, l’abusivismo e la mala gestione dei rifiuti, come l’incuria verso il territorio che ha scaraventato Genova  e altre località in una situazione drammatica. Abbiamo ammirato i ragazzi che sono corsi in Liguria a spalare fango e sono loro che hanno acceso una fiammella di speranza e che ci rendono meno pessimisti.</p>
<p>Nel dopo Berlusconi bisognerà certo e con un rigorismo equitativo mettere le mani al risanamento economico , ma se vogliamo dare a questo una valenza morale e politica e non meramente contabile e  non basta dire: “bisogna che tutti facciano i sacrifici” , perché tutti non li possono fare e allora occorre indicare chi deve fare di più perché è nelle condizioni di farlo ed esentare o ridurre il contributo di chi non lo può fare.</p>
<p>Non potremo ricostruire l’Italia se il nostro impegno riformatore si concentra solo sulle cose del “qui e ora” . Sono convinto che occorre ricostruire guardando oltre l’orizzonte e dando corpo e sostanza al principio di responsabilità verso le generazioni future, delineando un tipo di economia, di lavoro e di visione ecologica e tecnologica capace di produrre una crescita economica   nella salvaguardia dell’ambiente e tesa a costruire le basi di un nuovo umanesimo.</p>
<p>Dopo che si è vissuti in una sorta di monarchia generata dal nostro anomalo bipolarismo e che per vivere aveva bisogno delle corti, occorre tornare alle virtù repubblicane così come austeramente le declina la Costituzione. La dinamica delle virtù è l’unica che può far sorgere  un’etica della responsabilità che possa orientare anche le difficili scelte collettive che si imporranno con sempre maggiore urgenza e toccheranno il nostro presente nella speranza di dare un destino migliore alle generazioni future.</p>
<p>Ricostruire e rilanciare l’Italia è l’obbligo politico che si pone oggi davanti a noi, ma perché questo possa avvenire e consolidarsi non ha bisogno di proporre un ottimismo un poco beota secondo il quale tutto va bene fintanto che i fiumi e i torrenti non straripano, i mercati non infieriscono , i nostro debito si amplia, ma poi arriva sempre il momento della verità. Per uscire dal berlusconismo senza vacui trionfalismi  che rintraccio anche in chi è stato alla corte e ricevuto favori, serve in primo luogo un forte rigore intellettuale e tornare a fare riferimento a virtù cruciali come la <em>saggezza pratica</em> e il <em>coraggio</em> di fronte alle difficoltà che ogni scelta comporta, ma occorre ridare senso e concretezza al termine <em>onestà.</em></p>
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		<title>Un nuovo tessuto collettivo nazionale</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 16:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Sbardella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Solo la costruzione di un nuovo tessuto collettivo nazionale, basato sui valori fissati nella nostra Costituzione, potrà far uscire il nostro Paese dalla crisi attuale. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più volte e con varie modalità si è ribadita, con articoli su questo sito, la tesi che la crisi attraversata dalle Nazioni europee, in particolare quelle del Sud Europa, è morale e culturale prima di essere economica.</p>
<p>Tale crisi non può essere superata con misure tecniche, pur avvedute e appropriate, di natura economica o finanziaria, ma solo con un cambio profondo di mentalità e di stile di vita.</p>
<p>Venendo oggi alla nostra Italia, ci rendiamo conto di quanto possa essere condivisa, anche da chi cristiano non è ma non abbia rinunciato all’uso della retta ragione, la battaglia di Papa Benedetto XVI contro il relativismo etico. Quest’ultimo si presenta come la versione aggiornata di quella filosofia nichilista che sta alla base anche di altri pensieri come il positivismo, il pragmatismo, e anche, sul piano dei modelli economici, del turbo-capitalismo di tipo americano.</p>
<p>In poche parole (chi vuole approfondire il tema, ben può trovare altri studi su Internet stesso) il nichilismo si può ridurre a quella concezione di vita secondo cui nulla ha veramente valore se non il proprio io a livello materiale (il proprio corpo, la materia cerebrale, l’emotività vista come conseguenza di reazioni chimiche innescate da sostanze presenti nel corpo&#8230;).</p>
<p>Questa filosofia, sul piano del comportamento,  porta a vivere cercando di soddisfare al massimo i propri interessi personali rispettando l’altro solo nella misura in cui l’altro si ribelli ai nostri atti rivendicando, a sua volta, il proprio rispettivo diritto di perseguire il suo interesse personale. E’ questo il relativismo etico, richiamato da Benedetto XVI, che non riconosce alcun valore al di fuori di se, che vede il proprio io come punto di riferimento esclusivo ed assoluto di ogni azione.</p>
<p>Questa filosofia, questa cultura, introdotta in una popolazione individualistica come quella italiana, ha innescato e continua a produrre una miscela socioculturale distruttiva di ogni possibilità di sana convivenza sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sociologi ed economisti attuali, di ogni provenienza nazionale e culturale (Fukuyama, Layard, Zamagni, Sen&#8230;) hanno messo in evidenza come valori come la fiducia reciproca, la responsabilità di un destino comune, il rispetto di alcuni diritti fondamentali, siano elementi indispensabili per uno sviluppo equilibrato e continuo di una società.</p>
<p>Occorre ricostruire, in Europa e particolarmente in Italia, un tessuto collettivo nazionale, di ordine primariamente morale e culturale, fondato su valori condivisibili anche sulla base della retta ragione.</p>
<p>In Italia quei valori non esistono più (purtroppo) in gran parte della popolazione ma esistono e sono chiaramente indicati negli articoli della nostra Costituzione repubblica.</p>
<p>Il diritto alla vita e alla libertà personale, di associazione, di riunione, la libertà religiosa, quella educativa, il diritto alla salute, ad un ambiente sano, il ripudio della guerra, la riaffermazione della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, il diritto alla rimozione di tutti gli ostacoli socio-economici che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, il diritto di impresa e di proprietà privata, insieme ai correlati dovere di carattere sociale (dovere del lavoro, di pagare le imposte, di partecipare con varie modalità alla vita politica, di tenere presente la funzione sociale delle attività economiche private) sono i fondamenti che i nostri Padri Costituenti pensarono e stabilirono per una corretta ed equilibrata evoluzione della società italiana.</p>
<p>Sono questi i valori inseriti nella Costituzione, specialmente ad opera dei Costituenti di ispirazione cristiana (Mortati, La Pira, Dossetti, Fanfani, Moro, Vanoni&#8230;) allievi in maggioranza dell&#8217;Università Cattolica di Milano e della FUCI di Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, grande Papa, purtroppo poco comunicativo, al quale gli studi futuri riconosceranno il giusto posto nella storia d’Italia e il giusto contributo alla crescita della società italiana.</p>
<p>Sono questi i valori che i cristiani italiani dovranno porre alla base dell’impegno politico il cui desiderio sta rinascendo nella loro coscienza comune, valori che possono essere ricondotti a due fondamentali princìpi della Dottrina Sociale Cristiana: il primato della dignità della persona umana e il primato del servizio al bene comune nello svolgimento della attività politica.<br />
E’ compito di tutto il popolo italiano, ma soprattutto delle generazioni di adulti e giovani cristiani, ricostruire, sulla base di questi valori, un tessuto collettivo nazionale di ordine morale e sociale.</p>
<p>Sarà duro, sarà impegnativo, perché si tratterà di andare continuamente controcorrente e di pagare spesso di persona, ma è una sfida affascinante e, a medio termine, sicuramente vincente perché rappresenta l’unica alternativa ad un declino inarrestabile che nessuno ragionevolmente vuole raggiungere.</p>
<p>Persona è futuro sarà sempre impegnata su questa linea.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una proposta costruttiva sul sistema finanziario internazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 00:01:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Becchetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[Solo una governance economica globale potrà permetterci di superare realmente la crisi attuale. affrontando i nodi reali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Siamo lieti di pubblicare un articolo dell&#8217;economista Prof.  Leonardo Becchetti (tratto dal sito <a href="www.benecomune.net">www.benecomune.net</a>) a commento del recente documento del Vaticano (Iustitia et pax) sulla necessità di una Governance economica globale.</em></p></blockquote>
<p>L’aspetto positivo delle crisi è che esse sono allo stesso tempo momenti di grandi opportunità. La crisi finanziaria globale è un’<strong>opportunità per riformare l’architettura del sistema finanziario mondiale</strong>, rafforzare l’Unione Europea dal punto di vista dell’armonizzazione delle politiche fiscali procedendo più speditamente verso il traguardo di un’unità politica, aumentare la disciplina delle politiche fiscali nazionali.<br />
Il documento vaticano si incentra su due aspetti fondamentali:<br />
i) costruire una cornice di regole di global governance che se possibile facciano da quadro per l’azione di istituzioni globali;<br />
ii) riformare il sistema finanziario internazionale con una serie di proposte specifiche.<br />
Sul primo punto la global govenance è urgente e necessaria per superare l’asimmetria della globalizzazione di mercati globali ed istituzioni e regole che restano prevalentemente nazionali.</p>
<p>La globalizzazione ci rende sempre più interdipendenti e rende praticamente impossibile disinteressarsi dei problemi di altri paesi un tempo lontani: simul stabunt simul cadent.<br />
Solo per fare alcuni esempi ci sono almeno sette fondamentali elementi di interdipendenza tra sistemi economici e finanziari: i) la crisi del debito americano è un problema che riguarda non solo quel paese ma i risparmiatori di tutto il mondo che in esso investono e tra i primi grandi stati come la Cina che ha investito in titoli del tesoro una parte consistente delle proprie riserve; ; ii) la crisi del debito greco e il probabile abbattimento del valore nominale dei titoli pubblici del paese (tra il 20 e il 60 percento) comporterà serie perdite sui bilanci delle banche francesi e tedesche che maggiormente avevano investito in tali attività finanziarie; iii) la presenza di un’enorme massa di poveri e diseredati a livello mondiale, disposti a lavorare a salari molto più bassi di quelli dei nostri lavoratori di pari qualifica, tutelati e sindacalizzati, rappresenta una minaccia formidabile al mantenimento dei livelli di benessere dei paesi ad alto reddito; iv) l’uscita dall’euro comporterebbe danni gravissimi non solo per paesi del Sud ma anche per la stessa Germania che per anni ha goduto del vantaggio di poter esportare le proprie merci sul mercato dei paesi dell’eurozona senza il costo dell’apprezzamento del proprio tasso di cambio; v) il coordinamento delle banche centrali è oggi sempre più importante in un mondo globalmente integrato e i paesi emergenti hanno lamentato più volte recentemente che le politiche monetari espansive delle banche centrali americane ed europea (quantitative easing) hanno esportato inflazione nei loro paesi; vi) da tempo nelle riunioni del G-20 si cerca di coordinare le politiche dei paesi in deficit e di quelli in surplus cercando di esortare i secondi ad adottare politiche più espansive per rilanciare la domanda a livello mondiale.<br />
C’è una grande tavola imbandita con commensali che hanno a disposizione dei lunghissimi cucchiai. La differenza tra inferno e paradiso in questa nota storia è che nel primo caso i commensali usano i cucchiai per tentare goffamente di imboccare se stessi senza riuscirci mentre nel secondo caso li usano per imboccarsi l’un l’altro. E’ proprio questa la situazione di fronte alla quale si trovano gli stati nazionali nei mercati globalmente integrati. Cercare di perseguire il proprio interesse miope di breve periodo diventa persino controproducente perché è soltanto cooperando tutti insieme che si può uscire dalla crisi.</p>
<p>Sul secondo punto (le regole dei mercati finanziari) il documento fa proprie alcune proposte già lanciate dalla legge Dodd-Frank negli Stati Uniti e dalla commissione Vickers nel Regno Unito, non ancora implementate ed entrate in vigore per vari ostacoli.<br />
E’ fondamentale riportare la finanza al servizio dell’economia reale. Per far ciò è necessario:<br />
i) ridurre la leva delle banche troppo grandi per fallire (leva di 30 a 1 e squilibrio tra passività a breve e attività a a lunga sono tra le principali cause della propagazione della crisi dei mutui subprime a livello mondiale).<br />
ii) adottare la cosiddetta Volcker rule che impedisce alle banche di fare trading in proprio con i depositi dei clienti.<br />
iii) regolamentare in modo più severo il mercato dei derivati che nascono come strumenti assicurativi. Nell’economia reale le polizze assicurative si acquistano se si è in possesso dell’attività sottostante da assicurare mentre sui mercati finanziari questo avviene in non più del 5 percento dei casi. Esiste a questo proposito una proposta dell’UE per raggiungere tale obiettivo per quanto riguarda i credit default swaps sui titoli di stato.</p>
<p>Una quarta proposta riguarda l’istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie per i motivi illustrati nel paragrafo che segue.<br />
E’ opportuno interrogarci sul perché la posizione degli economisti e della società civile (a maggioranza favorevole nell’UE) nei confronti della tassa sulle transazioni finanziarie è cambiata radicalmente nel corso degli ultimi anni. <a href="http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1213">Lo scorso anno 130 economisti italiani hanno firmato un appello</a> in suo favore che è poi confluito nell’<a href="http://www.guardian.co.uk/business/2011/apr/13/robin-hood-tax-economists-letter">analogo appello di 1000 economisti i di 53 Paesi</a>consegnato ai ministri finanziari dei Paesi del G20 in occasione del vertice svoltosi a Washington il 14 e 15 aprile 2011 (tra i firmatari ci sono figure di primissimo piano come Dani Rodrik, Tony Atkinson, Joseph Stiglitz e Jeffrey Sachs).<br />
Una obiezione che appare infondata è quella dell’impatto della tassa sul costo del capitale. Per l’aliquota fissata dalla proposta Barroso i calcoli fondati sui modelli di capitalizzazione dei valori futuri attesi degli asset dimostrano che questo costo è pressochè nullo (vedasi ancora Matheson 2011). L’altra obiezione che la tassa diminuisca la liquidità dei mercati è anch’essa opinabile. Di quanta liquidità abbiamo bisogno ? <a href="http://www.cepr.net/index.php/blogs/cepr-blog/ken-rogoff-misses-the-boat-on-financial-speculation-taxes">Dean Baker in un suo commento sul tema </a>dice che la tassa ci riporterebbe ai costi di transazione e alla liquidità di dieci anni fa, ovvero ad un periodo più florido di quello che stiamo vivendo. La verità è che non esiste nessun evidenza certa sugli effetti della tassa sulla liquidità ma solo una serie di diversi modelli che trovano risultati opposti a seconda del tipo di microstruttura dei mercati finanziari e del modello di competizione ipotizzato tra gli intermediari.</p>
<p>Per quanto esposto sopra la tassa sulle transazioni (pur non essendo ovviamente la panacea di tutti i mali) può rappresentare una tappa importante in quel riequilibrio dei rapporti tra istituzioni e finanza che può favorire le altre riforme auspicate per prevenire nuove crisi finanziarie dalla legge Dodd-Frank o dalla commissione Vickers nel Regno Unito (Volcker rule, riduzione della leva degli intermediari too big to fail, penalizzazione nei requisiti di capitalizzazione per le attività più rischiose rispetto al credito ordinario) e il recupero di fiducia da parte della società civile nei confronti delle istituzioni finanziarie di cui abbiamo urgente bisogno.</p>
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