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	<title>Persona è futuro</title>
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	<description> Laboratorio di cultura politica</description>
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		<title>Appunti per una nuova ricostruzione</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 11:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Vitale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>
		<category><![CDATA[Dottrina sociale Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Errori di impostazione e nuove idee per una ricostruzione economica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Su gentile autorizzazione dell&#8217;autore pubblichiamo l&#8217;intervento del Prof. Marco Vitale tenuto domenica 13 maggio a Roma al Teatro di Palazzo S. Chiara</em></p>
<p>Un amico, professore al Politecnico di Milano, mi ha chiesto di scrivere un pezzo da inserire in un libro di disegni di studenti della scuola di design e nuova accademia di Belle Arti di Milano  dedicati al tema: PER. L’anno scorso, analogo libro era stato dedicato a: BASTA, cioè alla critica, all’indignazione, alla ribellione contro il malgoverno. Quello di quest’anno è dedicato a: PER, cioè alle proposte, ai progetti, alla speranza, alla parte costruttiva, al buon governo.</p>
<p>Ho accettato con gioia perché il mio cuore e la mia mente sono colmi di: PER. Ma accingendomi a scrivere il pezzo mi sono accorto che è impossibile scindere i PER dal BASTA, si tratta di due facce della stessa medaglia.</p>
<p>La fase in cui ci troviamo è la più difficile e pericolosa dall’inizio della crisi, sia sul piano internazionale che nazionale. Nella pubblicistica internazionale sta emergendo un filone revisionista che, più o meno dice: abbiamo sbagliato ad adottare e cavalcare il neocapitalismo selvaggio che ha dominato  negli ultimi 30 anni. Facciamo una correzione di rotta di qualche grado e tutto andrà a posto: un po’ di economia sociale di mercato (ma non si capisce come questa si concili con la politica europea della Merkel e dell’establishment tedesco), un po’ di liberalismo sociale (viva Hollande), un po’ più di sussidiarietà come vuole Formigoni, un po’ più di solidarietà (come vogliono i preti), un po’ più di sviluppo, anzi di crescita (come vuole la Marcegaglia e insieme la Camusso), un po’ più di licenziamenti (come vuole la Fornero).</p>
<p>Quando sulla  linea dell’economia sociale di mercato troviamo studiosi seri, come Alberto Quadrio Curzio, che l’ha sempre sostenuta, va bene. Quando la vediamo fatta propria da studiosi che sono stati megafoni del neocapitalismo selvaggio, dobbiamo diventare sospettosi e dire che forse c’è qualcosa che non va. Quello che non va è che non si tratta solo di rettificare alcune idee sbagliate e di fare un po’ di maquillage, ma di ingaggiare battaglie politiche  e concettuali durissime contro chi ha condotto il mondo ed il paese a questo punto e che vuole continuare così. Non c’è un PER senza un’aspra lotta per il BASTA. E si tratta di una lotta di idee ma soprattutto di interessi.</p>
<p>Sul piano internazionale è ormai chiaro anche ai ciechi che la speranza di mettere qualche freno responsabile alla finanza speculativa è svanita. Il fallimento di Obama e del G20 è stato clamoroso. Per cui ci siamo incamminati lungo le stesse strade che ci hanno portato al 2008. I padroni della finanza e dell’economia mondiale restano loro, i grandi finanzieri, i  grandi petrolieri, la casta feudale dei grandi manager. Ma con una differenza: gli Stati superindebitati non hanno più risorse per operare i salvataggi che hanno realizzato nel 2008-2010, salvando simultaneamente il sistema ed i suoi killer. Il secondo fattore fortemente negativo sul piano internazionale è che l’Europa, alla quale la storia aveva offerto un’occasione straordinaria per ritornare a pesare nell’assetto mondiale, non ha accettato la sfida. Si è rinchiusa come una lumaca nel suo guscio, anzi nei suoi tanti gusci, ed ha, così facendo, favorito la rinascita di approcci nazionalistici. Il fatto più minaccioso è il cambio di politica della Germania.</p>
<p>Nel marzo 1946 all’Università di Colonia, si alzò la voce di un grande vecchio antifascista, un settantenne, un grande europeo, un grande cattolico, che si erse, contestualmente, contro il mito dello Stato-Nazione e contro il centralismo marxista. Fu il primo discorso pubblico, dopo il nazismo, di Konrad Adenauer, ed è stato giustamente definito dallo storico inglese Paul Johnson, uno dei discorsi più importanti del dopoguerra, quello che segnò l’inizio della nuova Germania ma anche della nuova Europa Occidentale. Adenauer disse: “siamo prima persone, cittadini, europei e poi tedeschi. Mai più lo Stato-Nazione, mai più lo Stato etico. Una Germania federale per un’Europa federale”. Questa impostazione: prima europei e poi tedeschi, è stata una costante della politica tedesca sino al cancellierato di Kohl. Poi, prima con Schroeder e, ancor più, con la Merkel, questo principio è stato ribaltato. La Germania di oggi è ritornata a pensare: prima tedeschi e poi europei. E’ una svolta storica, che si realizza dopo 60 anni, ed è una pessima notizia. Se la Germania è, per la sua importanza in Europa, la frontiera più preoccupante, il ritorno ad approcci nazionalistici è sempre più evidente in molti altri paesi, anche non europei. Non è senza significato che molti organismi bancari internazionali stiano smantellando le loro strutture internazionali e stiano ritornando a strutturarsi su base prevalentemente nazionale.</p>
<p>L’unica notizia positiva su questo fronte è che, per la prima volta, al centro della competizione elettorale in Francia e Grecia vi è stata proprio la politica europea.</p>
<p>In questo mondo sempre più difficile e competitivo, l’Italia si muove con una rinnovata dignità, ma con dei pesantissimi pesi legati alle caviglie.</p>
<p>Sintetizzo, brevemente, quelli che sembrano a me i più gravi, in ordine di priorità.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Economia malavitosa e della corruzione</span></strong></p>
<p>Secondo le  più attendibili stime l’economia malavitosa, unita all’economia della corruzione (due facce della stessa medaglia), rappresentano dal 25 al 30% del PIL. Nessun paese sviluppato presenta dati simili. La classe di governo, compresa quella attuale, e gli accademici si rifiutano di vedere questo problema nella sua gravità (altro che articolo 18!) e quasi non ne parlano o ne parlano solo come una questione di ordine pubblico. Invece questo è il più grave problema economico del paese, che avvelena ed indebolisce ogni cosa. Questa è la nostra bolla “subprime”. Dobbiamo sgonfiarla. Ma l’azione di contrasto, che è in atto sul fronte malavitoso ma non sul fronte della corruzione, ha <span style="text-decoration: underline;">necessariamente</span>, effetti recessivi, che dobbiamo accettare serenamente.</p>
<p>Nel giugno 1982, pochi giorni prima dell’assassinio del generale Dalla Chiesa e della giovane moglie, Nicola Cattedra, direttore del quotidiano l’ORA, l’unico che coerentemente si era sempre battuto contro la mafia, raccontava i pensieri raccolti fra i ricchi palermitani, incontrati in un ristorante alla moda, con queste parole:</p>
<p>“<em>Questo Dalla Chiesa può diventare una sciagura per Palermo. Se si mette a fare il superpoliziotto contro i trafficanti di droga, finisce che rovina questa città. Si immagini tutti quelli che oggi campano con i proventi della droga, buttati sul mercato dei disoccupati. Metterebbero a sacco le nostre case. Non potremmo più uscire alla sera, ci scipperebbero, scassinerebbero negozi, ville, uffici. Non ci sarebbe più pace, mi creda. I ristoranti non sarebbero più sicuri, le nostre mogli non potrebbero più uscire in pelliccia. No, deve stare attento a quello che fa, questo generale piemontese”.</em></p>
<p>Pensieri analoghi oggi sono ben diffusi, soprattutto in relazione al cancro corruzione che il berlusconismo ha trasformato in “instrumentum  regni”, nei partiti e in gran parte della ricca borghesia di tutto il Paese. Ma non ci può essere nessun PER duraturo per l’economia italiana se non ridimensioneremo drasticamente questo cancro, qualunque sia l’effetto recessione di questa correzione.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Burocrazia come forza negativa</span></strong></p>
<p>Il grosso della burocrazia (non tutta) sembra sia legato al giuramento di impedire, con ogni mezzo possibile, lo sviluppo del paese. Dopo la malavita organizzata e la corruzione, con le quali peraltro molti  burocrati coltivano stretti legami, è la più poderosa forza contro la modernizzazione e lo sviluppo del paese. La sua azione è, in negativo, straordinariamente efficace. La burocrazia ha obiettivi perversi, ma nell’ambito di questi obiettivi perversi, è straordinariamente efficiente. Ogni governo nazionale o locale finisce per essere irretito nella sua rete. Anche l’attuale governo, che pur suscitava le speranze di un’azione all’insegna della valorizzazione delle energie produttive e creatrici diffuse nel paese, sta avviluppandosi in un centralismo burocratico da far paura. Il ministro Brunetta aveva cercato di fare qualcosa, e qualcosa di buono l’ha fatto. Ma nell’insieme ha fallito, come del resto fallì, a suo tempo, Mussolini. Non c’è azione demiurgica in materia così complessa e di civiltà. Solo un’azione di rivolta civile, paziente, duratura, competente, nella quale confluiscano vecchi e giovani, imprenditori e sindacati, giornalisti (alcuni dei quali stanno, invero, svolgendo un lavoro egregio) e quella parte della burocrazia che non si rassegna a un ruolo negativo e distruttivo, politici e magistrati, può portare nel lungo termine a qualche risultato. Quest’azione negativa della burocrazia ha <span style="text-decoration: underline;">necessariamente </span>effetti recessivi. Ad essa dobbiamo reagire, con la consapevolezza che è tema lungo, anzi lunghissimo. L’azione, invece, intrapresa dal ministro Patroni Griffi, con il pieno accordo dei sindacati, è vile e disastrosa. Sono totalmente d’accordo con Brunetta quando scrive: “<em>Niente licenziamenti economici, niente mobilità, niente responsabilità dei dirigenti, niente merito individuale con relativi premi, niente trasparenza, nessuna accelerazione sull’e-government, vale a dire sull’informatizzazione dei processi burocratici e sull’eliminazione della carta. Quello che ci si prospetta è una resa alla cattiva burocrazia e al cattivo sindacato”.</em></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Debito pubblico opprimente e “credit crunch”</span></strong></p>
<p>Il debito pubblico non è, di per sé, un male. Può essere e molte volte è stato uno strumento di sviluppo e, come disse Hamilton, il primo ministro del Tesoro della Federazione degli Stati Uniti, può essere una benedizione per i popoli. Infatti esso permette di realizzare opere che non potrebbero essere realizzate se non si distribuisse il relativo costo, attraverso il debito, sui tempi lunghi di più generazioni. Quando nel 1815 l’Inghilterra chiuse il ciclo delle guerre napoleoniche, aveva un debito pubblico pari al 250 per cento del PIL. Ma aveva battuto Napoleone ed incominciò così il secolo più fulgido della sua storia, 1815 – 1915, il secolo dell’impero inglese. Quello che conta, come per le imprese, è l’attivo nel quale è stato investito il debito. Inoltre quello che conta è la capacità di far fronte al servizio del debito ed al  suo rinnovamento. Il debito pubblico non si rimborsa, si onora e si rinnova. L’Italia ha sempre avuto un debito pubblico, salvo per pochissimi anni della sua storia. Il nostro guaio oggi è duplice. Parte importante del nostro debito pubblico non è stato bene investito in strutture che aumentano la produttività del sistema, ma è stato investito in opere inutili o dannose, in investimenti dai costi gonfiati dalle mafie, in combutta con i politici e la PA corrotta, in pensioni fantasmagoriche, in pensioni giovanili, in costi di un apparato politico e pubblico non sopportabile dal paese, in contributi ai partiti tali da vergognarsi e, tramite questi, in investimenti in Tanzania (fortunatamente respinti dalla banca di quel paese), diamanti, lingotti d’oro, palazzi e ville, ed in altre amenità. In secondo luogo esso ha, negli ultimi quindici anni, raggiunto un livello che supera i limiti considerati prudenti e sostenibili, dal sistema europeo ed internazionale, nel quale l’Italia è inserita. Si può disquisire a lungo se questi limiti siano  fondati o meno. Io, ad esempio,ritengo che, in gran parte, siano fondati  su niente e che si tratti quindi di autentici totem. Ma ciò non è importante. Quello che conta è che il sistema ci crede o fa finta di crederci. Quello che conta è che i governi sono subordinati alle grandi forze del mercato finanziario che hanno deciso di puntare sullo scardinamento dell’euro e  che attaccano quando si apre un qualunque spiraglio di debolezza. Quello che conta è che la Germania crede a questi totem e li utilizza, sia per motivi idealisti-moralistici (Merkel e il suo entourage), che per motivi di interesse (interessi industriali che vogliono, attraverso una politica recessiva e di “credit crunch” mettere in riga i maggiori competitori, tra i quali, al primo posto, l’impresa manifatturiera italiana).</p>
<p>Tutto questo porta ad una politica della lotta al debito esasperata e artificiosamente severa. Ma noi non possiamo farci nulla, se non sostenere, nelle sedi opportune, un pensiero, in parte, meno strumentalmente isterico, come, in qualche misura, ultimamente Monti ha incominciato a fare. Siamo come un vaso di coccio tra i  vasi di ferro. Dobbiamo subire ed accettare una politica di riduzione del debito in termini esasperati e, in parte, strumentali. La verità è che il debito pubblico è diventato lo strumento principale <em>“dell’oligopolio finanziario mondiale che comunemente si chiama mercato per imporre la sua supremazia sul resto del mondo” </em>come scrive molto bene Sapelli (L’inverno di Monti, Guerini e Associati, 2012). Ma il livello del nostro debito è ormai tale che non riusciremo a realizzare una significativa riduzione, attraverso una semplice politica di tagli. Ciò sarà ancora più vero se continueremo la patetica richiesta di aiuto ai cittadini di suggerimenti per controllare gli sprechi. Questo è nulla più di un demagogico sfogatoio. La spesa pubblica corrente si può certo tagliare, ma attraverso grandi scelte politico-istituzionali e attraverso durissime battaglie  politiche contro gli interessi costituiti. E’ inoltre indispensabile una manovra straordinaria di natura patrimoniale. Bisogna diminuire grandemente l’attivo pubblico a tutti i livelli e consolidare, in qualche modo, il debito a lungo termine (come sta facendo l’Inghilterra che sta studiando emissioni a cento anni), ed insieme rinazionalizzandolo, ricollocando cioè le nuove emissioni, in misura maggiore, tra i risparmiatori italiani. La riduzione del debito ha, <span style="text-decoration: underline;">necessariamente, </span>effetti recessivi.  L’effetto recessivo si duplica, perché il debito e la pressione strumentale sullo stesso è all’origine del “credit crunch”. Le nostre autorità possono divertirsi a negarlo ma esso esiste, come era del resto prevedibile, è durissimo, (forse bisogna risalire al 1946-48 per trovarne uno di pari durezza), distruttivo, certificato dal FMI , che prevede un accentuarsi del “credit crunch” in Italia ed esprime preoccupazione per lo stesso (secondo José Vinals, direttore del dipartimento monetario del Fondo, mentre nell’area euro l’offerta di crediti nel prossimo biennio potrebbe ridursi dell’1,7%, in Italia potrebbe ridursi del 2,7%); è  misurato dalla Banca d’Italia, i cui dati dicono che fra dicembre e gennaio il credito ai residenti si è contratto di 30 miliardi. La verità è che considerando solo la raccolta e gli impieghi con residenti, le banche italiane hanno un deficit di 383 miliardi di euro aggravato da una contrazione dei depositi da gennaio a novembre 2011 di 50 miliardi di depositi. Le banche stanno subendo un “deposit crunch” che non può non tradursi in un “credit crunch”. Anche questo ha, <span style="text-decoration: underline;">necessariamente,</span> effetti recessivi.</p>
<p>Ho ricordato le tre maggiori spinte di carattere recessivo operanti in Italia. La loro azione congiunta impedisce lo sviluppo e la crescita dell’occupazione. La crescita della disoccupazione diventa, a sua volta, freno dei consumi e, quindi, ulteriore fattore recessivo. Se questa lettura è corretta, la conclusione che il mercato interno sarà in recessione per lungo tempo, non sembra campata in aria. Ecco perché l’esportazione è diventata la nostra frontiera di sopravvivenza, anche se anch’essa diventa, giorno dopo giorno, più difficile, per tanti motivi, compreso il ritorno dei nazionalismi, il rallentamento in alcuni paesi come Cina e India, bilanciato solo in parte dal risveglio di paesi come USA e Giappone. Ma anche i dati del primo bimestre 2012 confermano  che l’esportazione è la frontiera della salvezza per le nostre imprese e per il nostro paese. E qui è la grande differenza con la Grecia che ha poco da esportare e che dovrebbe fare un concordato, come ha fatto l’Argentina, uscire dall’euro e liberare il suo popolo dalla morsa dei finanzieri dracula. Ma su questa differenza di base dobbiamo lavorare molto per ricuperare l’enorme calo di competitività subito negli ultimi dieci anni dalla nostra industria. E questo vale sia per la componente pubblica, che per le imprese.</p>
<p>Per la componente pubblica, oltre a quanto già detto, è fondamentale che si sviluppi una cultura di governo che centri i problemi e gli obiettivi reali. Ad esempio gli indici OCSE recentemente pubblicati sul tema della tutela del lavoro (strictness of employment protection) dicono che l’Italia ha, in materia di lavoro, un indice di flessibilità di 1,77, migliore della media mondiale (2,11), mentre in cima alla classifica dei paesi in cui licenziare è più difficile ci sono la Germania (indice 3,0) e i paesi del Nord Europa. Allora che senso ha avuto tutto questo fracasso sull’art. 18, che ha, tra l’altro, rilanciato un sindacato in difficoltà? Non era meglio fare uno sforzo serio per realizzare un salto di civiltà nei rapporti di lavoro e creare un clima nuovo, più costruttivo, come è, ad esempio, in Germania? Non aveva ragione Squinzi, neo-presidente di Confindustria,  quando nella presentazione del suo programma disse: “per me la licenzialibità dei dipendenti è forse l’ultimo dei nostri problemi”?</p>
<p>Un altro esempio è la mitologia del PIL. Il nostro apparato di governo, pur composto da economisti di buone letture, resta legato alla mitologia del PIL, alla crescita a prescindere, con una impostazione più contabile che economica o produttiva. Se è vero che le spinte recessive sopra menzionate sono fortissime ed alcune non sono neppure negative (sgonfiamento del 30% del PIL rappresentato dall’economia del malaffare e della corruttela) perché stare in venerazione del PIL come di fronte ad un totem? Ci può essere sviluppo, ci può essere incremento dell’occupazione, si possono sviluppare nuovi settori ed attività, pur in presenza di diminuzione dei valori nominali del PIL. Ad esempio: se riuscissimo, ovviamente con tempi e metodi adeguati, e collegandolo con un incremento di produttività,  a ridurre il milione circa di esuberi stimato nella PA, il PIL diminuirebbe ma la competitività italiana migliorerebbe. Bisogna dunque segmentare il Paese, la sua economia, le sue attività produttive e puntare su quelle che aumentano la produttività, la competitività, l’occupazione, la qualità dei rapporti civili, il bene-essere, a prescindere che il PIL aumenti o diminuisca nominalmente.</p>
<p>In questa analisi le imprese che esportano e che internazionalizzano devono stare in prima fila. Ed in prima fila deve stare la negletta e bastonata famiglia italiana che, dopo lo sconquasso della crisi e l’assottigliarsi di redditi e risparmi rimane, secondo il Global Financial Stability Report del FMI, (dati del 2010) la quinta per ricchezza patrimoniale dietro a Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e Canada.</p>
<p>Dunque imprese esportatrici e ricchezza delle famiglie restano, come dicevo nel 2009, i due pilastri che mi permettevano allora, ma mi permettono anche oggi, di dire: il bicchiere resta mezzo pieno.</p>
<p>Ma dobbiamo fare una grande pulizia.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Pulizia dagli idoli</span></strong></p>
<p>La tendenza mondiale che sottolinea i profondi limiti del PIL, come guida suprema dell’economia e della politica economica è, negli ultimi anni, in forte crescita. Non si tratta più solo di isolati studiosi o di appassionati politici come nel famoso discorso di Robert Kennedy all’Università del Kansas nel 1968, ma di influenti organismi internazionali che hanno elaborato ed applicato concretamente indici e valutazioni più complesse ed articolate. Tra questi, l’ultimo, lanciato a metà 2011, si intitola “Better Life Index”, è dell’OCSE e si riferisce a 50 paesi.</p>
<p>A questo tema si collega quello che vede il male assoluto nel debito pubblico. Con l’ingegnere idraulico Quintino Sella noi abbiamo avuto un ministro delle finanze del quale tutti ricordano la rigorosa politica di riduzione del deficit, per il pareggio di bilancio che, raggiunto dopo di lui, da Minghetti, ma grazie alla sua opera, salvò l’Italia dalla temuta e, da molti, sperata disintegrazione finanziaria. Ma pochi ricordano che egli seppe abbinare al rigore nella gestione della spesa corrente, una poderosa politica di investimenti che rappresentarono la base dello sviluppo italiano moderno. Pochi ricordano che fu determinante per la nascita dei politecnici di Torino e di Milano, che rifondò l’Accademia dei Lincei alla quale, dopo gli impegni di governo, dedicò, come presidente,  la sua attività, che ebbe grande attenzione all’istruzione pubblica, che riuscì, con selettivo rigore, a finanziare investimenti infrastrutturali fondamentali per la crescita del Paese. Pochi ricordano che nel discorso all’Accademia dei Lincei, questo politico ministro e scienziato disse: la grandezza e la prosperità di un Paese è indubbiamente una conseguenza diretta delle sue capacità intellettuali  scientifiche e morali.</p>
<p>Il nostro dibattito pubblico resta, invece, in modo demoralizzante, abbarbicato all’idolo del PIL, come unica ed indiscriminata misura di crescita e della riduzione del deficit e del debito come bene supremo, sacrificando a questo ideale ogni e qualsiasi investimento necessario per lo sviluppo. Tagliamo, quindi, proprio dove si crea il futuro: nella cultura, nella scienza, nell’istruzione, nella sanità, sulla famiglia, sui giovani, sulla bellezza e pulizia delle nostre città, su tutto ciò che entra nel “Better Life Index” dell’OCSE. Faremo poca strada se non sapremo fare pulizia di questi idoli, che esprimono grandezze ed esigenze che non vanno certo dimenticate, ma che vanno tolte dal centro dell’altare.</p>
<p>E’ necessario porre al centro un nuovo paradigma che nasce come conseguenza di una semplice domanda: cosa sono effettivamente in grado di essere e di fare le persone, quali sono le reali opportunità a loro disposizione? Questo nuovo paradigma ha avuto una diffusione crescente anche nelle istituzioni internazionali. La più significativa applicazione è lo sviluppo del “United Nations Development Programme (UNDP) che, dal 1990, pubblica, ogni anno, gli “Human Development Reports”, che influenzano i criteri di valutazione adottati dalla maggior parte delle nazioni nella compilazione dei loro studi e rapporti sul livello di benessere delle loro popolazioni. Esistono anche rapporti analoghi per intere aree, come l’”Arab Human Development Report”. Nell’ambito dei rapporti UNDP è stata creata una nuova classifica delle nazioni, secondo un unico indicatore (ISU) che è un aggregato ponderato dei dati riguardanti: aspettativa di vita, livello di istruzione, PIL pro-capite. L’ISU, come indice unico, ha i difetti di tutti gli indici unici, che cercano di sintetizzare situazioni molto complesse. Ma esso è accompagnato da dati disaggregati, per singolo argomento, di notevole interesse. Esso ha, quindi, aperto la  strada verso una lettura più sofisticata dello sviluppo. Nel tempo l’ISU, con i suoi dati disaggregati, è stato affiancato da altri indici generali di particolare interesse. Tra questi l’Indice di sviluppo di genere (Isg) che corregge l’ISU inserendo il fattore di squilibri di genere e il “Gender Empowerment measure” (GEM) che misura il livello di partecipazione delle donne alla vita sociale ed economica. Recentemente il paradigma ha influenzato ed è stato, a sua volta, rafforzato dal rapporto della Commissione Sarkozy relativo al calcolo del rendimento economico e del progresso sociale. Infine è importante, sul piano collettivo, ricordare la “Human Development and Capability Association (Hdca), molto attiva e ricca di contributi.</p>
<p>Sono stati compiuti, dunque, notevoli progressi nella direzione di una concezione dello sviluppo basato sullo sviluppo delle persone e delle comunità. Ma l’influenza del nuovo paradigma sulla politica concreta, rimane modesto.  Per questo l’impegno dei singoli studiosi impegnati sul tema resta prezioso. Tra questi due spiccano su tutti: Amartya Sen e Martha C. Nussbaum. Mi soffermerò su quest’ultima, prolifica e battagliera docente di “Law and Ethics” nell’Università di Chicago (Il Mulino ha pubblicato numerosi sui libri), non solo perché trovo molto convincente il suo approccio, ma anche perché è appena uscito in Italia un eccellente ed agile compendio del suo complesso pensiero: “Creare Capacità. Liberarsi dalla dittatura del PIL” (ed. Il Mulino, 2012, ed. originale: Creating Capabilities. The Human Development Approach, Harvard University Press, 2011).  L’impostazione del tema è formulata dall’autrice con queste parole:</p>
<p><em>“Da tempo il discorso degli economisti, dei politici e dei funzionari che lavorano sui problemi delle nazioni più povere distorce la realtà dell’esperienza umana. I loro modelli predominanti affermano che la qualità della vita di una nazione migliora quando, e solo quando, aumenta la percentuale pro capite del prodotto interno lordo (PIL). Questa valutazione tecnica assegna un punteggio alto a paesi che registrano disuguaglianze allarmanti, paesi in cui un’ampia fetta di popolazione non gode affatto dei frutti della crescita economica generale della nazione. E siccome i paesi sono soggetti a valutazioni pubbliche che ne influenzano la reputazione internazionale, essi sono spinti ad impegnarsi esclusivamente per la crescita economica, senza curarsi del livello di vita dei loro abitanti più poveri e senza affrontare i problemi della sanità e dell’istruzione, che generalmente non migliorano con la crescita stessa… Gli attivisti più saggi hanno ben poco ascolto nei corridoi del potere. Le teorie dominanti che storicamente hanno ispirato le scelte politiche in questo ambito sono profondamente sbagliate e, come dimostrerò, hanno portato le politiche dello sviluppo a commettere errori dal punto di vista di valori umani ampiamente condivisi quali l’uguaglianza e la dignità. Se vogliamo che la scelta politica prenda la direzione giusta occorre una contro-teoria in grado di andare oltre questi approcci tanto radicati quanto fuorvianti. Una tale teoria dovrà prospettare il mondo dello sviluppo secondo nuove linee, mostrandoci un quadro differente di tutto ciò a cui assegnare le nostre priorità. L’approccio delle capacità è la contro – teoria di cui abbiamo bisogno, in un’epoca di problemi umani davvero urgenti e di ingiustificabili disuguaglianze”.</em></p>
<p>L’approccio di Martha C. Nussbaum è articolato e complesso e non è certo possibile sintetizzarlo in questa sede. Voglio solo illustrare il concetto centrale.</p>
<p>I metodi dominanti nella maggior parte dei paesi sono legati all’incremento del PIL pro-capite come indice di benessere. Questi metodi sono profondamente distorsivi se guardiamo al benessere delle singole persone. L’aumento del Pil nulla dice sull’andamento di settori cruciali come la sanità e l’istruzione, sul livello di democrazia, sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, sull’esistenza di gruppi etnici o di genere fortemente svantaggiati, sulla partecipazione delle donne, sul valore dei lavori non contabilizzati come il lavoro domestico. Per uno sviluppo autentico bisogna basarsi sulle capacità umane intese come capacità combinate, definite come la somma delle capacità interne e delle condizioni socio-politiche-economiche in cui possono essere effettivamente scelti i funzionamenti (capacità concretamente realizzate):</p>
<p><em>“le capacità interne non sono un bagaglio innato. L’idea di doti innate ha comunque una funzione nell’approccio dello sviluppo umano. Dopotutto, il termine “sviluppo umano” suggerisce la manifestazione di poteri che gli esseri umani esercitano nel mondo. Storicamente, l’approccio è influenzato da prospettive filosofiche che guardano alla fioritura umana e alla realizzazione di sé dell’uomo, da Aristotele a John Stuart Mill in Occidente e Rabindranath Tagore in India. E l’approccio adotta l’immagine intuitiva della desolazione e della carestia per rappresentare ciò che è sbagliato in una società che ostacola lo sviluppo delle capacità. Adam Smith scriveva che la mancanza di istruzione rende le persone “mutilate e deformi in una ….. parte essenziale della natura umana”. L’immagine coglie un’importante idea intuitiva che sta dietro il progetto di capacità. Quindi l’atteggiamento nei confronti delle capacità basilari delle persone non è meritocratico – migliori sono le doti innate delle persone e migliore sarà il loro trattamento – bensì l’opposto: coloro che hanno più bisogno di aiuto per raggiungere la soglia dovranno essere sostenuti”. </em></p>
<p>Le capacità di base, intese come soglia minima, che devono essere garantite da un buon ordinamento politico sono, nell’approccio Nussbaum, dieci:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li><em></em><em>Vita. Avere la possibilità di vivere fino alla fine una vita di normale durata; di non morire prematuramente, o prima che la propria vita sia limitata in modo tale da risultare indegna di essere vissuta.</em></li>
<li><em></em><em>Salute fisica. Poter godere di buona salute, compresa una sana riproduzione; poter essere adeguatamente nutriti e avere un’abitazione adeguata.</em></li>
<li><em></em><em>Integrità fisica. Essere in grado di muoversi liberamente da un luogo all’altro; di essere protetti contro aggressioni, comprese la violenza sessuale e la violenza domestica, di avere la possibilità di godere del piacere sessuale e di scelta in campo riproduttivo.</em></li>
<li><em></em><em>Sensi, immaginazione e pensiero. Poter usare i propri sensi, poter immaginare, pensare e ragionare, avendo la possibilità di farlo in modo “veramente umano”, ossia in un modo informato e coltivato da un’istruzione adeguata, comprendente alfabetizzazione, matematica elementare e formazione scientifica, ma nient’affatto limitato a questo. Essere in grado di usare l’immaginazione e il pensiero in collegamento con l’esperienza e la produzione di opere auto espressive, di eventi, scelti autonomamente, di natura religiosa, letteraria, musicale, e così via. Poter usare la propria mente tutelati dalla garanzia di libertà  di espressione rispetto sia al discorso politico che artistico, nonché della libertà di culto. Poter fare esperienze piacevoli ed evitare dolori inutili.</em></li>
<li><em></em><em>Sentimenti. Poter provare attaccamento per persone e cose oltre che per noi stessi; poter amare coloro che ci amano e che si curano di noi, poter soffrire per la loro assenza; in generale, amare, soffrire, provare desiderio, gratitudine e ira giustificata. Non vedere il proprio sviluppo emotivo distrutto da ansie e paure (sostenere questa capacità significa sostenere forme di associazione umana che si possono rivelare cruciali per lo sviluppo). </em></li>
<li><em></em><em>Ragion pratica. Essere in grado di formarsi una concezione di ciò che è bene e impegnarsi in una riflessione critica su come programmare la propria vita (ciò comporta la tutela della libertà di coscienza e di pratica religiosa). </em></li>
<li><em></em><em>Appartenenza.  a) Poter vivere con gli altri e per gli altri, riconoscere e preoccuparsi per gli altri esseri umani; impegnarsi in varie forme di interazione sociale; essere in grado di immaginare la condizione altrui (proteggere questa capacità significa proteggere istituzioni che fondano e alimentano tali forme di appartenenza e anche tutelare la libertà di parola e di associazione politica).  b) Disporre delle basi sociali per il rispetto di sé e per non essere umiliati; poter essere trattati come persone dignitose il cui valore eguaglia quello altrui. Questo implica tutela contro la discriminazione in base a razza, sesso, tendenza sessuale, religione, casta, etnia, origine nazionale.</em></li>
<li><em></em><em>Altre specie. Essere in grado di vivere in relazione con gli animali, le piante e con il mondo della natura, avendone cura.</em></li>
<li><em></em><em>Gioco. Poter ridere, giocare e godere di attività ricreative. </em></li>
<li><em></em><em>Controllo del proprio ambiente.  a) Politico. Poter partecipare in modo efficace alle scelte politiche che governano la propria vita; godere del diritto di partecipazione politica, delle garanzie di libertà di parola e di associazione.  b) Materiale. Essere in grado di avere proprietà (sia terra che beni mobili) e godere del diritto di proprietà in modo uguale  agli altri; avere il diritto di cercare lavoro alla pari degli altri; essere garantiti da perquisizioni o arresti non autorizzati. Sul lavoro, essere in grado di lavorare in modo degno di un essere umano, esercitando la ragion pratica e stabilendo un rapporto significativo di mutuo riconoscimento con gli altri lavoratori. </em></li>
</ol>
<p><em>In primo luogo, e soprattutto, le capacità appartengono agli individui e solo per derivazione ai gruppi. L’approccio sposa il principio che concepisce <span style="text-decoration: underline;">ogni persona come fine”</span></em>.</p>
<p>Martha Nussbaum sviluppa ed approfondisce il suo approccio con grande rigore, rintracciandone le radici anche nel pensiero filosofico di Aristotele, degli stoici, di Cicerone, dei pensatori del XVII e XVIII secolo, da Ugo Grosio ad Adam Smith a Immanuel Kant, ai padri fondatori americani (“<em>Noi riteniamo queste verità come evidenti di  per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, fra cui la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti, i Governi sono istituiti fra gli Uomini, derivando i loro giusti poteri dal consenso dei governati”</em>Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti D’America, 1776); all’importantissimo Thomas Paine di: “I diritti dell’uomo”: “<em>Quando nei paesi cosiddetti civili, vediamo gli anziani mandati negli ospizi e i giovani alla forca, deve esserci qualcosa che non funziona nel sistema di governo…”; </em>agli studiosi dell’Inghilterra del XIX secolo da John Stuart Mill (1806-1873), al rilevantissimo T. H. Green (1836-1882), al longevo Ernst Barker (1874-1960) che, dalla sua cattedra di Cambridge, esercitò una profonda influenza soprattutto in Inghilterra e USA.</p>
<p><em>“Studiando questa storia – </em>scrive Nussbaum – <em>apprendiamo che le idee basilari dell’approccio delle capacità, compresa l’importanza del sostegno governativo agli elementi essenziali del Wellfare non sono un’invenzione della socialdemocrazia di stile europeo. Esse appartengono al pensiero illuminista europeo ed anche americano”. </em> Il contributo di pensiero di studiosi come Martha Nussbaum è fondamentale. Ciò non impedisce di vederne dei limiti. Sul piano del pensiero mi sembra da rilevare, come limite, l’assenza totale della Dottrina Sociale della Chiesa che, per tutto il corso del ‘900, ha difeso e sviluppato posizioni che stanno alla base dell’approccio delle capacità; e del pensiero della scuola di Friburgo sull’economia sociale di mercato che, non solo è teoricamente molto solida e coerente con il pensiero dell’approccio delle capacità, ma ha anche positivamente influenzato la politica economica tedesca, l’unico paese europeo che ha saputo, con successo, liberarsi dall’idolatria del PIL e dalle perversioni  americane degli ultimi 30 anni (neocapitalismo).</p>
<p>Sul piano fattuale i limiti dell’approccio delle capacità sono due, che sono, peraltro, tipici di ogni  approccio puramente e rigorosamente scientifico e di pensiero. Il primo è che per la teoria in esame sembra che le lacune nell’azione di perseguimento delle capacità di base siano attribuibili ad una specie di carenza di pensiero e di conoscenza della classe di governo, e che si possa, quindi, curare con una migliore conoscenza e di pensiero. Noi veniamo, invece, da trent’anni  in cui le capacità di base in tutti i paesi avanzati (Stati Uniti ed Italia al primo posto), hanno segnato e stanno segnando,  giorno dopo giorno, un grande arretramento non per carenza di pensiero e di conoscenza, ma per la supremazia di un <span style="text-decoration: underline;">diverso pensiero </span>. Il diverso pensiero se ne infischia di creare capacità di base o meno, aspira solo a far sì che i ricchi diventino sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri ed il ceto medio venga disintegrato e si umili al potere finanziario ed al maggiordomo dello stesso, il potere politico.</p>
<p>Questo <span style="text-decoration: underline;">diverso pensiero </span>è così efficacemente riassunto da un valentissimo studioso italiano (Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista a cura di Paolo Borgna, Editori Laterza 2012):</p>
<p>“<em>Caso  la lettrice o il lettore non lo sapessero, il maggior problema dell’Unione europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione. La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. E’ la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più. Quanto sopra sembrerebbe un primo elenco compilato alla buona da qualcuno che colleziona idee ricevute, in preparazione di un dizionario delle medesime curato da imitatori contemporanei di Bouvard e Pécuchet. Purtroppo non si tratta  di un esercizio per scapoli solitari, come nell’opera di Flaubert. In forma più o meno strutturata, quelle idee vengono ogni giorno presentate come essenza della modernità, ovvero del mondo che è cambiato ma finora non ce n’eravamo accorti. Nell’esporle si cimentano quotidiani di ogni stazza, grandi medi e piccoli, e ovviamente la tv ( ma al riguardo parlare di idee strutturate sarebbe troppo); quasi tutti i politici, quale che sia il partito di riferimento, un buon numero di sindacalisti; migliaia di docenti universitari nei loro corsi; nonché innumerevoli persone comuni. Dinanzi a una simile totalitaria unanimità, mai rilevata nella storia dell’ultimo secolo, viene da chiedersi anzitutto per quali vie abbia potuto svilupparsi. In cerca di una spiegazione, si potrebbero mobilitare illustri teorie della falsa conoscenza, dalla caverna platonica agli idola di Bacone, dal velo dell’ideologia di Marx al concetto di egemonia di Gramsci. Oppure, per stare più sull’ordinario, si potrebbe rinviare al fiume di pubblicazioni, convegni e dossier che, muovendo dai serbatoi del pensiero, dai think tanks internazionali del neoliberalismo, diffondono quotidianamente le sue mitologie: economica, politica, monetaria, educativa. Le quali, a differenza dei miti, diventano pratiche di governo e di amministrazione a tutti i livelli della società. Chissà se Foucault sarebbe contento, oppure atterrito, nel vedere come la sua teoria del governo diffuso, della governamentalità, appaia sempre più confermata.</em></p>
<p><em>In secondo luogo bisognerebbe capire come mai tale repertorio di idee ricevute risulti del tutto impermeabile alla realtà. E certo non da oggi. Infatti, a dispetto della unanimità di cui godono, non una delle suddette idee – al pari di dozzine di altre della stessa genìa che dobbiamo qui tralasciare – ha un fondamento qualsiasi di ragionevole solidità. Oltre ai rapporti dei centri studi di mezzo mondo, è la realtà stessa che da decenni, quotidianamente, si incarica di prenderle di continuo a ceffoni. Per dire, sono proprio i mercati che meglio incorporano la teoria del libero mercato, quelli finanziari, che hanno disastrato l’economia mondiale. Il paese che ha avuto meno problemi con l’occupazione nel corso della crisi è la Germania, dove i sindacati hanno nel governo delle imprese un peso rilevante. I problemi peggiori li hanno avuti, e li hanno, gli Stati Uniti, dove la facilità di licenziamento è massima: basta un foglio che il venerdì invita a non presentarsi al lavoro il lunedì successivo, se non anzi una battuta faccia a faccia: “sei fuori” . Quanto alle privatizzazioni, alla supposta superiorità intrinseca e universale del privato sul pubblico per produrre e gestire beni pubblici, si può rinviare all’analisi degli effetti che esse hanno avuto nel Regno Unito tra il 1980 e la fine del secolo, dove furono eccezionalmente imponenti. Con un impegno per il lettore: trovare almeno un effetto che non sia negativo, tra produttività e disuguaglianze di reddito, costi di un dato servizio e qualità del medesimo”. </em></p>
<p>Il secondo limite fattuale dell’analisi di Martha C. Nussbaum  è che essa è basata sull’antica credenza che tocchi al governo coltivare le capacità (“<em>alla fine è solo il governo, cioè la struttura politica di base della società, che porta la responsabilità ultima della garanzia delle capacità”)</em>. Ed invece abbiamo recentemente imparato che i governi politici contano sempre meno rispetto ai detentori del vero potere di governo, che sono i detentori del potere finanziario. Lo abbiamo imparato dall’involuzione ( o fallimento o tradimento), in materia di politica economica, di Obama e dal modo semplicemente indecente con il quale i governi occidentali e le istituzioni internazionali hanno risposto alla crisi finanziaria scoppiata nel 2008, dalla quale i responsabili sono usciti ancora più forti ed arroganti di prima, e nulla è stato fatto per mettere la museruola al potere finanziario, salvo una montagna di chiacchiere. Il libro di Martha C. Nussbaum è un meraviglioso trattato di PER, ma alla fine scopriamo che questi PER resteranno un sogno, per quanto forte sia il pensiero che li sorregge, se non riusciremo a mettere un forte BASTA, al <span style="text-decoration: underline;">diverso pensiero </span>che domina l’economia mondiale.</p>
<p>E, dunque, sarà necessario rispolverare vecchi armamentari che pensavamo di avere riposto in soffitta, come la lotta di classe, come fa Luciano Gallino; sostenere i temi e le posizioni degli indignati; ritornare a vedere la cultura come impegno e come battaglia; inventare nuovi movimenti politici contemporanei eliminando definitivamente i partiti ottocenteschi; ricreare nuove speranze e nuova fiducia nel futuro e nelle capacità dell’uomo. Soprattutto ai giovani dobbiamo dire con chiarezza e con coraggio: i PER ai quali giustamente aspirate non vi saranno concessi, dovete conquistarveli.</p>
<p>Il quadro che abbiamo fatto è fondamentalmente un quadro internazionale. Ma, in questo quadro, come si colloca l’Italia? Molto male. E’ certamente, in questa fase, insieme agli USA, uno dei paesi peggiori sul piano della cultura, della politica, della struttura istituzionale. Si difende ancora perché ha una delle strutture manifatturiere più valide del mondo, ma la guerra di resistenza che questa sta combattendo è destinata, se lasciata sola, a soccombere.</p>
<p>Sul fronte dell’idolatria del Pil siamo all’avanguardia. La nostra cultura economica dominante è banalmente schiacciata sulle parole d’ordine che provengono dalle centrali mondiali del pensiero convenzionale, al servizio del potere finanziario e delle agenzie di rating. Qualcuno ricorda che a metà degli anni ’70 fummo obbligati ad assumere un grosso prestito con il FMI e che, di conseguenza, ogni tanti mesi gli ispettori del fondo venivano, giustamente, a Roma a controllare come andavano le cose. Ricordo perfettamente che i loro rapporti erano totalmente distorcenti e le loro raccomandazioni suicide per l’Italia. Per fortuna personaggi come Andreatta e altri che governavano la nostra economia, fecero la loro politica economica senza dare quasi mai retta al FMI e questo con la marcia dei quarantamila e, pochi anni dopo, con la rottura della scala mobile ci salvò e pose le basi per la relativa ripresa degli anni ’80 e ’90.</p>
<p>Sul fronte debito pubblico, dobbiamo fronteggiare un debito pubblico gravoso, probabilmente non sostenibile, in parte eccessivamente in mano estera (e questo è colpa di chi  ha retto la gestione delle emissioni negli ultimi 15 anni) ma quello che grava di più sul paese è l’isteria del debito pubblico, accompagnata da una assoluta assenza di politiche specifiche per diminuirlo. Continuiamo solo ad aumentare le tasse, pur sapendo che, in questo modo, l’economia andrà sempre più in recessione ed il debito pubblico è, così, destinato ad aumentare in relazione al PIL. Il governo Monti si è mosso e si sta muovendo nella stessa direzione e, dunque, in questa materia è stato sino ad ora una tremenda delusione. Ma questi sono gli ordini che vengono dall’alto, cioè, questa volta, dalla Germania.</p>
<p>Eppure le cose da fare sono abbastanza chiare. Innanzi tutto mettere al centro il lavoro e nient’altro; né  il profitto, né, come è stato sciaguratamente negli ultimi 30 anni, il “capital gain”. E poi tagliare in modo drastico la spesa pubblica parassitaria e inefficiente, i contributi ai partiti, le spese militari, i costi dell’apparato politico-amministrativo che sono tra i più alti del mondo. E per questa via ritrovare la via degli investimenti. Ed indirizzare gli investimenti dove ci sono possibilità reali di sviluppo e nell’innovazione  ed in primo luogo: ricerca, formazione, cultura, nuove tecnologie per l’ambiente la città la casa, dove ci sono energie giovani da far emergere e da valorizzare, dove vi sono bisogni reali da soddisfare. Promuovere un salto di civiltà nei rapporti di lavoro e non la tragica trattativa sindacale fatta dal ministro Fornero, che è stata una specie di respirazione bocca a bocca per il rilancio del sindacato.</p>
<p>Se però guardiamo avanti, ponendoci la domanda quali forze politiche potranno guidare il paese verso una politica economica che dia concretezza ai PER, il quadro che emerge è terrificante. Dai partiti sedicenti di sinistra che sono tra le forze intellettualmente più conservatrici del paese, ad un Pil allo sfascio con un segretario che il Süddeutsche Zeitung, valutando la sua azione come Ministro della Giustizia, definì: “eine Marionette” e con la speranza del futuro che, in fondo, resta ancorata a Berlusconi, ad una Lega trasformata ormai in un’impresa famigliare anzi familista, che porta alla vice – presidenza della Fincantieri personaggi come Belsito ed alla vicepresidenza del Senato personaggi come Rosy Mauro, ed alla laurea in Albania personaggi come Renzo Bossi, a movimenti populisti come quelli dell’Italia dei Valori e dei grillini.</p>
<p>L’errore di fondo di Monti è stato di ricercare un continuo compromesso con forze politiche retrograde, invece di prenderle in contropiede, centrandole con forza sui temi vitali per il Paese,  facendone emergere le profonde contraddizioni. Sarebbe stato rischioso ma così è ancora più rischioso e si rinuncia a costruire un nuovo quadro politico per il futuro.</p>
<p>A questa debolezza intrinseca si aggiunge che l’Italia è un paese a sovranità super limitata. In passato lo era rispetto al potere delle multinazionali americane; quelle che bloccarono tutti gli spunti avanzati dell’industria italiana negli anni ’60, imponendo la cessione dell’Olivetti elettronica dopo la morte di Adriano, per una banale crisi di liquidità; frenato l’ENI dopo la caduta dell’aereo di Mattei; bloccato, grazie alla strumentalizzazione della giustizia ingiusta, l’avanzata dell’industria nucleare (Ippolito) e l’avanzata ricerca farmaceutica presso l’Istituto Superiore di Sanità (allora un modello a livello internazionale).</p>
<p>Del resto vi è un solo modo per reagire utilmente e costruttivamente a questa morsa: fare buona politica; ridurre la corruzione; bloccare i ladri ed i trivellatori della finanza pubblica; riportare alla regione democratica i partiti dei Lusi e dei Belsito; diventare tutti passabilmente onesti. Allora potremo ritornare ad essere partner affidabili di un paese governato da una signora il cui padre, pastore protestante, lasciò la Germania dell’Ovest per andare volontariamente in quella dell’Est per testimoniare la sua coerenza con una vita ed un’economia meno opulenta, e potremo collaborare con Frau Merkel per  disegnare un’Europa  più cristiana e, quindi, più umana.</p>
<p>I nostri PER passano per questa porta stretta.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Pulizia dalle idee sbagliate</span></strong></p>
<p>Ci avevano detto, con gran fracasso, avendo l’appoggio delle maggiori università e media del mondo occidentale che:</p>
<ul>
<li>la deregolamentazione selvaggia dei mercati finanziari avrebbe portato produttività e benessere per tutti;</li>
<li>il darwinismo sociale è il solo motore dello sviluppo;</li>
<li>la solidarietà sociale è un fattore negativo perché l’unico schema per tenere insieme il tessuto sociale è il mercato;</li>
<li>le differenze economiche tra i più ricchi ed i più deboli devono aumentare per creare una più vigorosa spinta allo  sviluppo;</li>
<li>bisogna privatizzare ogni cosa, come unica via per salvarci dall’inefficienza dello stato;</li>
<li>al centro del sistema, come metro dello sviluppo, ci doveva essere il “capital gain”;</li>
<li>la globalizzazione omogeneizzante all’americana doveva andare bene per tutti perché era il migliore dei modi possibili.</li>
</ul>
<p>Ora sappiamo che tutto ciò non è vero.  Ma continuiamo a comportarci come se lo fosse. E quando nel 2008 la crisi, in preparazione da tanto tempo, scoppiò ci fu chi disse che la crisi non era tale da richiedere “una revisione sostanziale degli obiettivi di politica economica, né dei concetti fondamentali di come funziona un’economia di mercato”(Tabellini).</p>
<p>Ora sappiamo che non è vero e che è, invece, indispensabile una trasformazione profonda. Ma per poter portare avanti questa trasformazione è necessario fare pulizia di queste idee sbagliate che sono penetrate profondamente nella società e che sono ancora tra noi.</p>
<p>Facciamo pulizia, prego, delle idee  che si sono dimostrate, nei fatti, sbagliate.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Pulizia dai ladri</span></strong></p>
<p>I ladri (malavitosi, corrotti e corruttori, tangentari, saccheggiatori della finanza pubblica) hanno raggiunto da noi, in numero e quantità, una dimensione tale, da essere tentati di dire: rinunciamo a fare pulizia in questo campo; forse è meglio accettare il fenomeno per quello che è e cercare di convivere. In fondo, per quanto riguarda il flagello della corruzione questa era, del resto, la linea del berlusconismo, che non solo non contrastò ma stimolò la corruzione, quasi come “instrumentum regni”.</p>
<p>Ma questa linea è percorribile solo se siamo pronti ad accettare il declino. La storia e le statistiche di Transparency International ci dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che esiste un preciso rapporto di funzionalità tra livello di legalità di un paese e funzionalità delle sue strutture socio – economiche.</p>
<p>Se dunque continuiamo ad aspirare ad un nuovo sviluppo, dobbiamo fare pulizia anche in questo campo. Ma dobbiamo essere molto realisti: il peso dell’economia malavitosa e di quella connessa della corruzione, è diventata da noi così importante da rappresentare uno dei temi cruciali di politica economica del paese. Quando l’economia malavitosa e corrotta raggiunge, come è stato stimato, il 30% del PIL, non siamo di fronte ad un tema di ordine pubblico  né, tantomeno, ad una questione morale come stupidamente si ripete, ma ad un tema di politica economica e di politica generale. Che diavolo di paese vogliamo essere? Per riportare questo fenomeno entro limiti analoghi a quelli dei maggiori paesi sviluppati, dobbiamo essere pronti ad accettare effetti recessivi importanti. L’economia malavitosa e corrotta è la nostra bolla speculativa, i nostri mutui “subprime”. Quando scoppiano, le bolle speculative fanno sempre male. Non a caso quando arrestano un malavitoso, in molti quartieri delle nostre città, la popolazione del quartiere si ribella e attacca le forze dell’ordine. Queste popolazioni non sono sciocche o perverse. Difendono il loro datore di lavoro. Ma è necessario soffrire un po’, se poi si vuole ripartire. Per questo facciamo pulizia, ma con la consapevolezza che non sarà una legge a cavarci dai guai, ma uno strenuo impegno di popolo che richiederà molti anni.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Pulizia nel linguaggio</span></strong></p>
<p>La trivialità nel linguaggio è andata penetrando sempre più profondamente tra noi e sporca ogni cosa, come gli escrementi dei cani nelle nostre strade di città, come i mozziconi di sigaretta gettati ovunque, come le discariche a cielo aperto in Campania. La trivialità non va confusa con scurrilità. Ci può essere trivialità con parole apparentemente normali, ma che denotano un pensiero triviale. Un recente esempio di ciò è la dichiarazione del ministro Fornero che, nel corso degli incontri per la riforma del lavoro, avrebbe dichiarato: “Senza intesa, niente paccata di miliardi”. Con il che una trattativa che doveva rappresentare uno sforzo per un salto di civiltà nel decisivo tema dei rapporti di lavoro, è caduta  a un livello molto basso e triviale di trattativa sindacale. Ed anche per questo si è chiusa in modo molto deludente. La professoressa Fornero, certo competente nel merito ma disastrosa nei comportamenti e nel linguaggio, è la prova vivente della correttezza di queste parole di Giulio Sapelli (op. cit. pag. 70-71): “<em>i professori italiani, come quelli europei e di tutto il mondo, vivono nell’iperuranio dell’astrattezza, in primo luogo gli economisti che troppo spesso sono solo professori e non intellettuali, con conseguenze ancora più umanamente devastanti. Concepiscono le persone come cavie e non come persone”.</em></p>
<p>La pulizia nel linguaggio è essenziale, perché non è perseguibile se non c’è prima pulizia di pensiero.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Pulizia dalle illusioni</span></strong></p>
<p>Sono molti i campi nei quali possiamo migliorare, per i quali è giusto nutrire impegno e speranza. Ma bisogna evitare di alimentare illusioni, che sono speranza senza sostanza, senza realizzabilità. La più grande delle illusioni che continuiamo a nutrire è la fantomatica uscita dalla crisi. Come se possa esserci una data o un evento che segnerà la fine della crisi e la ripresa di un discorso malauguratamente interrotto. Heri dicebamus, come scrisse Einaudi, sbagliando, dopo la caduta del fascismo. Non ci sarà fuoriuscita dalla crisi e ripresa del passato. Anzi, noi dovremmo smetterla di parlare di crisi, per parlare di <span style="text-decoration: underline;">grande trasformazione</span>. Noi siamo nel mezzo di un grosso travaglio che può portarci verso un mondo ed un paese migliore. Per questo dobbiamo fare pulizia, non per fermarci ad essa, ma per costruire su di essa, per favorire la nascita di cose nuove.</p>
<p>Sapremo capire, indirizzare, favorire la <span style="text-decoration: underline;">grande trasformazione? </span>Per fare questo dobbiamo fare pulizia di tante concezioni antistoriche, di tante immoralità, di tanti egoismi, di tante trivialità che ci appesantiscono. E, nel contempo, dobbiamo guardare a chi, attraverso la crisi, si è, invece,  rafforzato. Io ricordo perfettamente quando Fiat e Volkswagen si contendevano, testa a testa, il primato sul mercato europeo. Da allora Fiat ha dimezzato la sua quota di mercato europeo, mentre la Volkswagen si è consolidata al primo posto e, crisi o non crisi, nel 2011 ha segnato il miglior anno della sua storia, in termini di fatturato e di profitto tanto da distribuire a tutti i collaboratori, un bonus straordinario di 7500 euro. Ma la Volkswagen è espressione di un paese dove il presidente della Repubblica dà, senza lacerazioni o forzature, le dimissioni perché accusato di avere approfittato di piccoli favori indirettamente collegati alla carica. E il consigliere delegato della Volkswagen, nello spiegare le ragioni del successo ne illustra tre: avere sempre puntato sulla qualità del prodotto e della ricerca; avere sempre valorizzato i talenti tra i quali riconosce un ruolo importante ai talenti italiani con particolare riferimento a Da Silva (capo stilista del Gruppo, già cacciato come capo stile Alfa Romeo) ed al grande Giugiaro; avere sviluppato rapporti di collaborazione con il sindacato. Esattamente il contrario di quello che abbiamo fatto noi e che, malauguratamente, in molti luoghi, continuiamo a fare.</p>
<p>Concludendo. Dobbiamo impegnarci per la grande trasformazione non per la fuoriuscita dalla crisi, per la rottura non per la continuità, per la pulizia come valore assoluto e non come fa una mia vicina di casa in Sicilia, che scopa davanti alla sua porta spingendo lo sporco verso la mia porta.</p>
<p>Solo da questi BASTA nasceranno i PER.<br />
Nel quadro di questa mia lettura, quali sono le mie riflessioni sulla nostra azione? A me sembra che i punti centrali siano i seguenti quattro.</p>
<p>(1)   NOI ABBIAMO UN PREZIOSO PATRIMONIO DI PENSIERO E DI ESEMPIO CHE È IL RETAGGIO DI DON STURZO.</p>
<p>Ma dobbiamo prestare molta attenzione a non apparire come un gruppo di reduci e di puri conservatori della memoria di Sturzo. Se verremo così percepito non faremo molta strada e mi sembra che tale pericolo sia altissimo.</p>
<p>(2)   UN ALTRO GRANDE RIFERIMENTO DI PENSIERO È PER NOI LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, LA CUI IMPORTANZA E ATTUALITÀ È RILANCIATA PROPRIO DALLA CRISI ECONOMICA MONDIALE.</p>
<p>Ma dobbiamo stare molto attenti a non dare una lettura passiva e isolata di questo filone di pensiero. Dobbiamo saldarlo con il pensiero della economia sociale di mercato della scuola di Friburgo, con il grande liberalismo sociale delle Lezioni di politica sociale di Einaudi e con altri grandi filoni di pensiero che si saldano e si rafforzano reciprocamente. E’ uno degli errori fondamentali della Chiesa di vedere la DSC come un sistema chiuso ed autoreferenziale. Non facciamo lo stesso errore. E partendo dai suoi principi dobbiamo elaborare i suoi sviluppi concreti.</p>
<p>(3)   IL PENSIERO CRISTIANO IN GENERALE È ELEMENTO COSTITUTIVO DELLA RICOSTRUZIONE DI UN SISTEMA ECONOMICO PIÙ CIVILE ED UMANO (PENSO ALL’UMANESIMO  CRISTIANO DI ROEPKE)  .</p>
<p>Ma guardiamoci dall’identificare il pensiero cristiano con il pensiero e l’azione della Chiesa cattolica. Questa è in grande minoranza nel Paese ed è una minoranza che cresce ogni giorno di più, a causa dei comportamenti di alcuni vertici della stessa. Non dimentichiamo che lungo tutto il ventennio berlusconiano, che si può giudicare in modo diverso sul piano politico, ma che è certamente più che abominevole sul piano morale, la voce critica dei vertici della Chiesa non si è mai sentita se non nel finale, una specie di fuoco sulla Crocerossa. Luigi Einaudi era religioso ma laico. Don Luigi Sturzo era religioso, prete e santo, ma profondamente laico. Questi devono essere i nostri riferimenti e non certo coloro che, certamente sono preti, ma è dubbio siano religiosi ed è certo che non sono laici.</p>
<p>(4)   LE NOSTRE FONTI DI PENSIERO SONO, NELL’INSIEME, FORMIDABILI.</p>
<p>Ma guardiamoci dal pericolo di diventar una sorta di predicatori. La gente è stufa di prediche. Vuole soluzioni. Perciò quando ci cimentiamo su qualche tema, locale o generale, dobbiamo essere dannatamente concreti, specifici, scientifici, politici. Le epoche dove si parla troppo di moralità sono pericolose, diceva Dietrich Bonhoeffer, perché vuol dire che la moralità è poco praticata.  Sto leggendo le prediche  in volgare di S. Bernardino di Siena, tenute nella sua città su richiesta del pontefice per promuovere il buon governo e la pacificazione tra le fazioni. Sono stupende. Ma S. Bernardino non aspirava al governo. Chi vuole fare politica deve saper trarre preziosa ispirazione dalle prediche dei Santi e dai trattati degli scienziati. Ma poi deve elaborare il tutto in formule semplici, facilmente comprensibili e realizzabili. E su questo ricercare umilmente il consenso. Nessuno può fare politica che  non sia capace di conquistare il consenso.</p>
<p>La strada è lunga e faticosa ma è importante non fare errori iniziali di impostazione, perché questi errori sono destinati ad allargarsi sempre di più man mano che si procede.</p>
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		<title>Quali alternative concrete?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 17:10:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Sbardella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Forse l'unica alternativa percorribile per domare la crisi politiche è quella della formazione di un nuovo, diverso soggetto politico, popolare e riformista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il seguente scritto contiene una posizione personale del Coordinatore di Persona è futuro, Giuseppe Sbardella, e non riflette necessariamente la posizione ufficiale dell&#8217;Associazione.</em><br />
<em>Può peraltro essere utile per aprire un costruttivo confronto.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<div>
<p>Carissimi amici mi piace constatare come, ancora una volta, l&#8217; attuale (tutta!!) classe politica stia riuscendo nel suo intento.</p>
<p>Dopo averci portato sull&#8217;orlo del baratro, ha consegnato la patata bollente del salvataggio dell&#8217;Italia nelle mani di Monti e dei suoi tecnici. Ora si prefigge l&#8217;obiettivo di imputare all&#8217;attuale Governo la piena responsabilità della crisi in atto.</p>
<p>Sulla manovra economica posta in essere, posso consenti che una manovra economica più equa avrebbe dovuto colpire anche i grandi patrimoni immobiliari, le aziende petrolifere, le banche e le altre istituzioni finanziarie (sui grandi patrimoni finanziari, data la possibilità di concorrenza internazionale, provvedere è più difficile ma qualcosa di più poteva essere fatto).</p>
<p>Ma, se ricordate bene, non appena il Governo ha accennato a qualcosa su questi temi è stato bloccato dalle rispettive lobbies che hanno scatenato i media, nonché i partiti abbondantemente finanziati dalle stesse. PDL e PD hanno bloccato tutto, inclusi i provvedimenti di liberalizzazione di certe categoria, la stessa UDC di Casini, in teoria fan di Monti, è intervenuta per bloccare la liberalizzazione, in Sicila, delle agenzie di riscossione delle imposte, suo feudo politico.</p>
<p>Si sarebbe potuto anche forse procedere a maggiori tagli della spesa pubblica, ma anche qui si dimentica l&#8217;azione delle lobbies della burocrazia ministeriale che, insieme alle lobbies dei loro clienti e dei partiti da loro finanziati, ha bloccato anche ogni tentativo significativo di riduzione della spesa corente.</p>
<p>Comunque una responsabilità a Monti (forse&#8230;) può essere imputata; avrebbe potuto presentarsi in Parlamento e dire: &#8220;questi sono i  provvedimenti che porto alla vostra approvazione, se non saranno approvati mi dimetterò e consiglierò al Capo dello Stato di sciogliere le Camere e dare la parola al popolo&#8221;.</p>
<p>Ma, riflettiamoci sopra, era una strata percorribile? Innanzitutto il Capo dello Stato avrebbe avuto il parere contrario dei Presidenti delle Camere, Schifani e Fini, pronti a difendere gli interessi dei loro partiti e a formare poi, uno dei due, un Governo di salvaguardia degli interesse dei partiti stessi e dei loro &#8220;clienti&#8221;. Ma, posto che fossimo riusciti ad andare alle elezioni, con questa legge elettorale non sarebbe cambiato nulla, ci terremmo per altri 5 anni questa classe politica.</p>
<p>Quali sono allora le alternative concrete e realizzabili?</p>
<p>Cari amici, percorriamo una strada realistica. Diamo le colpe (tantissime&#8230;) alla classe politica degli ultimi 50 anni. Diamo qualche colpa, ma veramente piccola in confronto alle precedenti, all&#8217;attuale Governo ma, in questo momento contingente, teniamoci stretto Monti.</p>
<p>Contemporaneamente creiamoci una alternativa nazionale, non populistica, ma seria, concreta, di respiro europeo, costruiamo insieme una nuova realtà politica, con persone oneste e competenti direttamente provenienti dalla società civile,  che possa competere per la guida dell&#8217;Italia.</p>
<p>Noi di Italiani Liberi e Forti (<a href="http://www.ilef.it">www.ilef.it</a>) stiamo impegnati su questo fronte, non pensiamo di avere l&#8217;esclusiva e siamo pronti a creare una grande nuova aggregazione di cittadini vogliosi di rinascita del loro Paese.</p>
<p>Coraggio, proviamoci!</p>
</div>
</div>
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		<title>La rivoluzione della velocità, domande senza risposta?</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 08:03:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Sbardella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio]]></category>
		<category><![CDATA[personalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi non solo la vera rivoluzione non sta solo nel cambiamento o nella velocità con cui questo avviene, ma nella continua accelerazione di questa velocità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Spesso mi trovo a riflettere su una considerazione espressa da Sergio Zavoli nel sul libro “C’era una volta la prima Repubblica” pubblicato nel 1999 e che, pressappoco, suonava così: “la rivoluzione non è più il cambiamento, ma la velocità con cui questo avviene”.<br />
Zavoli non faceva altro che vedere la realtà che si era andata sviluppando in quell’ultimo decennio dello scorso secolo. La sempre maggiore diffusione degli strumenti informatici (in primo luogo i computer portatili di grande potenza), la modernizzazione e l’accelerazione dei mezzi di trasporto (aerei e treni superveloci), l’avvento e la veloce diffusione di Internet hanno causato un aumento della velocità delle nostre decisioni e dei nostri comportamenti.</p>
<p>Oggi i computer compiono in nanosecondi operazioni che 20 anni fa costavano minuti di calcolo, il web ci scarica addosso miriadi di informazioni che il più delle volte rischiano di sommergerci, il nostro cervello per far fronte a questa invasione di dati è costretto ad accelerare la propria velocità di elaborazione e a comandare al corpo immediati e rapidi comportamenti conseguenti.</p>
<p>Non è un caso che molti ragazzi soffrano di iperattivismo e comunque non appaiano in grado di dedicare il tempo necessario per considerare esaurientemente un tema complesso. Ricevono così tanti input in brevi periodi di tempo che sono costretti a scelte rapide ma soprattutto approssimative, spesso dettate solo dall’emotività.</p>
<p>Scrive bene Zygmunt Bauman nella sua teorizzazione della “società liquida” che i tempi del cambiamento sono ormai così veloci che spesso, nel momento in cui riusciamo a cogliere l’essenza di un cambiamento, questo è già superato. L’unica soluzione appare essere quella di accelerare, rischiando di perdere tutti gli elementi per una corretta valutazione di un fatto, o di limitarsi a vivere il momento presente assumendo decisioni che non tengono conto del passato e che si limitano ad una prospettiva di breve periodo.</p>
<p>Le persone e i Paesi che non cambiano il modo di vivere, accettando questa accelerazione, si trovano ben presto a correre il rischio di essere emarginati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certo occorre prendere atto che questa rivoluzione della velocità si è rivelata essere  uno dei fattori di sviluppo del mondo attuale.</p>
<p>L’utilizzo dei computer è servito per alleviare il lavoro meccanico di tante persone e per migliorare la qualità della vita (basti pensare ai progressi resi possibili nell’ambito della medicina).</p>
<p>La sempre più ampia possibilità di effettuare veloci viaggi virtuali sul web, o  viaggi fisici sui mezzi di trasporto ad alta velocità, quella di poter avviare comunicazioni immediate e a basso costo con persone di Paesi lontani, non ultima quella di avere informazioni in diretta sui fatti che si verificano o sui movimenti di opinione che si stanno sviluppando in tutto il mondo, hanno reso quest’ultimo simile ad un villaggio in cui la vicinanza (seppur solo virtuale) è la regola.</p>
<p>Il formidabile vantaggio di questa vicinanza globale deriva dallo scambio di esperienze, di informazioni e di know-how che permette a tutti di poter crescere nelle proprie capacità personali e professionali (quello che A. Sen, Nobel dell’economia chiama “functionning”), di potersi confrontare, di scegliere le soluzioni più vantaggiose per se stessi, per la propria comunità, per il proprio Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non si possono d’altra parte, sottovalutare i grossi rischi che il mondo sta correndo inseguendo di corsa questa rivoluzione.<br />
Abbiamo già accennato prima alla grande difficoltà che hanno i ragazzi nella possibilità di elaborare esaurientemente e con frutto tutte le informazioni dalle quali sono investiti. Sono il più delle volte costretti a fare delle scelte, non sulla base di criteri di valore o di reale importanza, bensì sulla base della maggiore emozione che una informazione suscita nella propria struttura psicologica. Le decisioni sono prese sulla base dell’emotività e in una prospettiva di breve periodo, perché non si ha il tempo per una riflessione ponderata e di maggior durata (il rischio è che, mentre si spende tempo per la riflessione, un problema cambi profondamente di consistenza rendendo inutile il tempo speso).</p>
<p>Non è detto che la situazione cambi profondamente nel mondo degli adulti. La necessità di prendere decisioni veloci costringe spesso a valutazioni non approfondite e approssimative basate su assunzioni di rischio (potenzialmente errate) e sul presupposto (che il più delle volte si rivela impossibile da realizzarsi) di approfondimenti in un secondo tempo. Anche in questo caso la prospettiva non può essere che di breve periodo, sulla base del bene immediato di chi prende le decisioni, in assenza di una adeguata valutazione delle conseguenze nel medio e lungo periodo che, invece avrebbero potuto suggerire una ben diversa decisione. L’ interesse personale o di una piccola collettività nel breve periodo viene privilegiato rispetto al bene comune in un periodo più lungo, il cui raggiungimento  avrebbe potuto meglio beneficiare persona o la piccola collettività che invece ha deciso diversamente.</p>
<p>Le conseguenze della rivoluzione della velocità possono essere poi disastrose per gli anziani, nei quali la necessità di una maggiore lentezza nei comportamenti è conseguenza diretta del maggior numero di anni sulle spalle. Inoltre una inevitabile e progressiva diminuzione della flessibilità cerebrale li posta ad affrontare con sempre maggiore difficoltà il cambiamento, incluso quello per attività che ormai stanno divenendo praticamente indispensabili quali l’accesso ad internet o l’utilizzo di strumenti ICT sempre più complessi (basta pensare alle difficoltà incontrate dai nostri genitori o nonni nel passaggio alla TV  digitale o a quelle che incontrano quotidianamente nei rapporti con istituti bancari dai servizi sempre più automatizzati). Si rischia concretamente di arrivare ad una piena emarginazione e ad un completo isolamento degli anziani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In altra sede, su questo sito, è stato anche approfondito il rapporto fra istituzioni, finanza ed economia, alla luce della rivoluzione della velocità.<br />
La competizione crescente, non solo fra le singole persone, ma anche fra i Paesi, costringe questi ultimi a dotarsi di sistemi istituzionali più rivolti a favorire la rapidità decisionale rispetto alle esigenze di partecipazione popolare. L’emergere di sistemi di potere “personalistici”, il successo economico di regimi a base totalitaria, il ricorso a Governi di tipo “tecnico” parzialmente svincolati dal controllo parlamentare, possono essere visti come la conseguenza a livello istituzionale della rivoluzione della velocità.</p>
<p>Ma anche a livello aziendale le scelte economiche vanno assunte velocemente e spesso sulla base di informazioni sommarie e approssimative. Questo può comportare, nelle aziende, la trasformazione dei dipendenti da collaboratori a meri esecutori di operazioni dettagliatamente programmate (l’importante diventa non capire cosa si fa o perché la si fa, ma farla in maniera conforme a quanto previsto). Anche nelle aziende, come nei casi prima indicati, la prospettiva non può non essere che di breve periodo. Nell’impossibilità di spendere tempo per valutare tutti gli aspetti del problema e le possibili conseguenze delle decisioni, ci si sofferma su quelli più evidenti e immediati, trascurando altri forse più importanti ma che non impattano il breve periodo (conseguenze sull’ambiente, sulla qualità della vita, sulle relazioni con e tra le persone, dipendenti o meno).</p>
<p>C’è un ulteriore aspetto da considerare.<br />
La velocità nella elaborazione delle informazioni e nella esecuzione di comportamenti è certamente necessaria allorché si è investiti da un numero considerevoli di dati in periodi di tempo spesso minimi.<br />
Ma, in un mondo dove la competizione fra nazioni, aziende, persone, rappresenta l’elemento discriminante, per poter emergere (e talvolta anche solo per sopravvivere) non è necessario solo essere veloci, ma anche saper andare più veloce dell’altro.</p>
<p>Potremmo oggi riformulare la frase di Zavoli “la rivoluzione non è il cambiamento, ma la velocità con cui questo avviene” in “la rivoluzione non è più la velocità del cambiamento, ma l’accelerazione continua di questa velocità”.</p>
<p>Cosa vuol dire tutto questo? Cosa significa per le persone essere costrette ad accelerare sempre più, a spingere sempre al massimo il motore del proprio cervello, dei propri arti?</p>
<p>Come si coniuga questa accelerazione con l’aumento, nel mondo, dei suicidi, di fatti criminali apparentemente inspiegabili, l’incremento di malattie nervose quali depressioni, stress ecc.<br />
Come reagisce la parte spirituale, morale, sentimentale di noi, a queste accelerazioni, alla impossibilità di fermarsi a riflettere, a contemplare, ad amare?</p>
<p>Non si tratta di denigrare il mondo moderno, gli strumenti della tecnica, in particolare quelli della più moderna tecnologia, non si tratta di auspicare un impossibile ritorno indietro, ma certo occorre dare una risposta costruttiva (e forse anche creativa) alle domande appena più sopra formulate.<br />
Ne va della nostra capacità di saper costruire una società in cui la persona umana sia ancora al centro.</p>
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		<title>Una vigna da coltivare&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 00:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Diotallevi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristiani e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolici e politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Adulti e giovani insieme devono collaborare per rimettere a posto e rendere rigogliosa la vigna della presenza dei cristiani in politica in Italia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho incontrato, ieri sera un caro amico appassionato della sua terra, per molto tempo abbandonata, e pervenutagli per via di successione. Ricordava che suo padre filosofeggiava, in virtù di memorie di famiglia, di una vigna miracolosa, ricca di solidi vitigni, sani e rigogliosi, ad ogni stagione generosi di uve profumate. Affidate ad abili e leali collaboratori, davano vita a robusti vini gradevoli e leggeri all&#8217;inizio, e poi, con il passar del tempo, sempre più corposi ed affidabili.  Di quella vigna restavano, qua e là, stanche vestigia, confuse tra molte erbacce, e la loro storia felice. Così, mi raccontava ancora il mio amico, aveva deciso di affidarsi a persone per bene, dotate di idonee competenze, sulle quali esse stesse confidano, al fine di ridar vita alla sua vigna. Con lo sguardo rivolto alla storia di quei vitigni, dal cui Dna han fatto sgorgare nuova vita, e la volontà di dar loro la prospettiva di un rinnovato futuro, con la necessaria pazienza, e applicazione, e fiducia, e presenza, la vigna ha ripreso il suo antico vigore e dà frutti.</p>
<p>Così, più tardi, quando alcuni giovani  che erano lì ad ascoltare, mi hanno chiesto di provare a raccontare la difficile stagione dell&#8217;impegno politico dei cattolici ho potuto rispondere con le parole e itono poc&#8217;anzi impiegati dal mio amico.</p>
<p>Le giovani generazioni ereditano la vigna del cattolicesimo politico dopo una prolungata gelata. Qua e là è sopravvissuto qualche buon vitigno ma è circondato da molte erbacce e i suoi frutti non vengono più raccolti perchè sono insufficienti a produrre il buon vino di politiche ispirate al solidarismo, all&#8217;onestà, all&#8217;amicizia, declinati nella concretezza delle politiche economiche, sociali, dell&#8217;educazione, della cooperazione europea ed internazionale.</p>
<p>Eppure sono loro gli eredi: gli ho detto: &#8220;dovete solo recuperare il Dna e lo trvate nella dottrina sociale della Chiesa, nella Costituzione, dove le erbacce delle cattive dottrine politiche, relativiste e giustificazioniste, non son potute arrivare&#8221;.</p>
<p>Nella vigna del cattolicesimo politico hanno operato troppe persone sprovviste di competenza e lo hanno rinsecchito perchè di anno in anno, di stagione in stagione, ne hanno goduto le uve del consenso, i profumi del successo, senza mai preoccuparsi di lavorarlo, di custodirlo, di trasmetterlo integro ed efficiente.</p>
<p>Gli ho detto che non è così facile il loro compito come quello del mio amico, ma con l&#8217;esperimento della volontà, innervata di fede, di carità, di amicizia e di concretezza, non sarà impossibile darvi inizio. Gli ho raccomandato di ricercare da subito le indispensabili competenze e di essere generosi e di non dimenticare che la vigna del cattolicesimo politico non ha padroni. e il primo compito che li attende, il più arduo, consiste proprio nel trovare la strada migliore per scacciare gli abusivi. Con la lezione sturziana alle spalle, opportunamente attualizzata, possono contare su una straordinaria provvista di mezzi d&#8217;azione.</p>
<p>Infine, li ho pregati di non rigettare l&#8217;esperienza di coloro che in quel vigneto hanno mantenuto competenza e lealtà per tutto il tempo della gelata.</p>
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		<title>Una &#8220;smart economy&#8221; per uscire dalla crisi</title>
		<link>http://www.personaefuturo.it/2012/03/22/una-smart-economy-per-uscire-dalla-crisi.shtml</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 23:17:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Becchetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Problemi sindacali]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[Solo nuove modalità di politica economica potranno permettere il rilancio dello sviluppo e della occupazione in Italia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Articolo del 19/3/2011 pubblicato sul sito <a href="http://www.benecomune.net">www.benecomune.net</a> nel quale è sempre possibile trovare parecchi  articoli molto interessanti.</em></p>
<p>Il sentiero del paese per uscire dalla crisi è ancora molto stretto. Ci sono tre congiunture negative che dobbiamo superare.</p>
<p>Primo, l’onda lunga della globalizzazione mette in concorrenza un gigantesco esercito di lavoratori abituati a tenori di vita molto più bassi che competono in modo formidabile con i nostri costi del lavoro. La conseguenza è una catena infinita di delocalizzazioni di tutte quelle fasi della produzione dove il costo del lavoro è decisivo.</p>
<p>Secondo, l’euro ci ha privato delle svalutazioni competitive con cui riparavamo alle nostre debolezze. Abbiamo incamerato un credito di fiducia in ingresso nella valuta unica che non siamo stati in grado di soddisfare. L’Italia è rimasta economicamente molto più debole dei paesi forti della’area euro senza poter più disporre della vecchia arma. Il rischio è di finire come nel famoso detto latino ripreso tra gli altri da Marziale (<em>Nec sine te nec tecum vivere possum</em>).</p>
<p>Terzo, la crisi finanziaria mondiale, anche se non ci ha colpito direttamente perché gli interventi a salvataggio delle banche sono stati molto più onerosi in altri paesi, ci ha gravemente travolto nelle esportazioni per via della recessione mondiale.<br />
Per via di tutto questo negli ultimi dieci anni l&#8217;Italia è stato il peggiori tra i 27 paesi europei quanto a tasso medio annuo di crescita del reddito pro capite (anche se migliore di altri nella gestione della finanza pubblica).<br />
Saremo capaci nel decennio che abbiamo davanti di fare qualcosa di meglio?</p>
<p>I mercati sembrano crederci perché hanno ridato credito al paese anche grazie al premier Monti che è stato capace di domare lo spread. I fattori di successo sono stati un nuovo stile politico (sobrietà, competenza, affidabilità); la capacità di varare con un consenso diffuso misure scomode (riforma delle pensioni, patrimoniale soft) che hanno migliorato la salute dei conti pubblici; la promessa che attraverso la lotta all’evasione e la spending review nuove risorse potranno essere destinate a sgravi fiscali su famiglie e imprese e dunque finalmente al rilancio di economia e occupazione.<br />
La bonaccia attuale dei mercati finanziari riflette quest’ultima speranza. Ma saremo in grado di soddisfarla?<br />
Il tema del momento è la trattativa sul mercato del lavoro seguita da alcuni con attese quasi messianiche, come se dalla riforma potesse emergere un contratto ottimale in grado di risolvere tutti i problemi strutturali del paese. I punti chiave del futuro accordo/disaccordo sono un sistema di ammortizzatori universale che coprirà sia grandi che piccole imprese (in parte pagato dalle imprese stesse), lo sfrondamento della giungla dei contratti atipici affidandosi in modo più deciso al contratto di apprendistato e, infine, la riforma dell’articolo 18 con la sostituzione dell’indennizzo al reintegro obbligatorio nei licenziamenti per motivi economici e disciplinari ma non per quelli di tipo discriminatorio.</p>
<p>Difficile giudicare quanto questa riforma potrà essere importante per rilanciare occupazione e crescita una volta varata. L’impressione è che saremo sempre perdenti nella corsa al ribasso delle condizioni di lavoro rispetto alla competitività di paesi poveri ed emergenti. Inoltre alcuni di questi provvedimenti aumentano e non riducono gli oneri delle imprese e quindi persino da questo punto di vista non si vedono cambiamenti sostanziali.</p>
<p>La strada più promettente a nostro avviso è quella di agire in tre direzioni.<br />
La prima è identificare vantaggi competitivi non delocalizzabili (territorio, cultura, storia, prodotti agroalimentari incastonati nel territorio, servizi alla persone, ecc.) in grado di risentire meno di tutti della concorrenza sul costo del lavoro.<br />
La seconda è lavorare sodo per colmare i tanti divari che abbiamo accumulato con i paesi forti della moneta unica (quota di popolazione istruita, digitalizzata, informatizzazione della PA, burocrazia per la creazione d’impresa, efficienza della giustizia, lentezza dei pagamenti della PA, ecc.) in modo da poter affrontare attrezzati, almeno come loro, le sfide dei mercati globali.<br />
La terza è suggerita dai dati poco confortanti sulle dinamiche dell’occupazione mondiale. Saremmo portati a pensare che, se anche da noi le cose non vanno bene, la forte crescita in altre regioni del mondo generi un saldo positivo dell’occupazione a livello globale. Invece nello scorso anno sono stati persi nel mondo più di un milione di posti di lavoro. E’ ora di capire, a livello nazionale e mondiale, che abbiamo bisogno di un diverso modello di imprese (popolari, cooperative, solidali, etiche) che non usino ogni piccolo margine di valore creato per beneficiare gli azionisti, lasciando le briciole a tutti gli altri (clienti, lavoratori, comunità locali). E’ la grande trasformazione, oggi già in corso, che si realizza attraverso l’alleanza tra istituzioni lungimiranti, cittadini responsabili che votano con il loro portafoglio e imprese innovative che con una nuova governance generano spazi per la creazione di valore sociale ed ambientale assieme a quello economico.</p>
<p>Senza perdere d’occhio la soluzione dei problemi a breve è forse arrivato il momento di capire che c’è bisogno di trasformazioni più profonde del nostro modello di sviluppo. Siamo bravissimi a sperimentare queste cose su scala locale e la stessa Unione Europea ha varato il progetto delle smart cities (le città più tecnologiche, più rispettose dell’ambiente e a misura d’uomo). Dobbiamo fare un salto di qualità e progettare un smart economy partendo dalle tante incoraggianti sperimentazioni sul campo di cui già oggi siamo testimoni.</p>
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		<title>La Rete, parte dell’“ambiente divino” che è il nostro mondo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Mar 2012 11:07:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Spadaro S.J.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio]]></category>
		<category><![CDATA[rete]]></category>
		<category><![CDATA[sociale]]></category>
		<category><![CDATA[valori]]></category>

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		<description><![CDATA[La Rete, come forma di intelligenza collettiva, interpretata alla luce del pensiero di Teillhard de Chardin. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo un articolo di Padre Antonio Spadaro S.J., tratto dal numero di febbraio della rivista Jesus, una rivista dal contenuto sempre estremamente stimolante (link della rivista <a href="http://www.stpauls.it/jesus/">http://www.stpauls.it/jesus</a>)</em></p>
<p>La diffusione delle tecnologie digitali permette, alle persone, oggi più che mai, di rimanere “connesse”. E con un sistema tecnologico per comunicare e pensare, di pari passo si va costituendo una sorta di intelligenza distribuita ovunque e in continuo accrescimento. Internet, infatti comporta la connessione di risorse, tempo, contenuti, idee. L’esempio ormai classico è Wikipedia, che è il frutto della convergenza di tante persone connesse fra loro nel pianeta che pensano e scrivono. Il cablaggio delle reti sta dando vita ad una forza emergente e vitale in grado di raccogliere un sapere delocalizzato e frammentato, e di aggregarlo. Oggi si pensa e di conosce il mondo non solo nella maniera tradizionale della lettura e dello scambio in un contesto ristretto di relazioni (insegnamento, gruppi di studio&#8230;) ma realizzando una vasta connessione tra intelligenze che lavorano in Rete. L’intelligenza è distribuita ovunque ci sia umanità, ed essa oggi può essere facilmente interconnessa. La rete di queste intelligenze dà vita ad una forma di “intelligenza collettiva”.</p>
<p>La Chiesa riconosce di avere un ruolo di responsabilità nella “formazione di una cultura umana collettiva”, come disse Mons. Muller, vescovo di Regensburg, alla’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la cultura nel novembre 2010. Forse il genio religioso che, sebbene fra ombre e oscurità irrisolte, ha meglio colto questa sfida è il gesuita Pierre Teillhard de Chardin. Lo ha fatto per intuizioni a loro modo “profetiche” – essendo morto nel 1955 – e soprattutto con il suo concetto di “noosfera”. Teillhard aveva capito che le tecnologie non solamente formano un sistema  nervoso planetario ma anche una sorta di intelligenza interconnessa che si sviluppa con l’interazione degli essere umani a mano a mano che essi hanno popolatola Terrae poi si sono organizzati (e si stanno ancora organizzando) in forme di reti sociali complesse. Nella visione teillhardiana c’è una direzione chiara verso la quale questa rete di relazioni è orientata: l’integrazione e l’unificazione che culminerà in quello che Theillhsrd definisce il “punto Omega”, che il fine della storia, Cristo. La convergenza in Cristo è la forza che guida l’evoluzione umana e cosmica, e che modella l’universo verso un modello di coscienza in costante espansione. Nella sua visione dell’umanità e dell’universo come un’enorme rete collettiva, Teillhard vede nel Cristo colui che imprime movimento e direzione di unità. Il punto di maturazione di questo processo nella visione di Teillhard coincide conla Parusia.</p>
<p>L’intuizione teologica intravvede e manifesta una attrazione magnetica che parte dalla fine e dal di fuori della storia e che rende ragione e valorizza tutti gli sforzi dell’interazione fra le menti umane in reti sociali sempre più complesse. A questo punto si comprende chela Retepotrebbe essere considerata, in questo quadro, una tappa del cammino dell’umanità, mosso, sollecitato e guidato da Dio. In questo senso Teillhard dà un significato di fede alle dinamiche proprie dello spazio antropologico che èla Rete.Essapuò essere intesa parte dell’unico milieu divin – come Teillhard lo definiva – cioè di quell’unico ”ambiente divino” che è il nostro mondo.</p>
<p>Antonio Spadaro S.J.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Bilancio sul Governo Monti: che fine farà l’economia civile?</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 07:26:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Becchetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo l'azione di risanamento sarà necessario intraprendere intelligenti ed efficaci azioni per lo sviluppo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Volentieri </em><em>pubblichiamo questo articolo del Prof. Lorenzo Becchetti tratto dal sito amico <a href="http://www.benecomune.net">www.benecomune.net</a></em></p>
<p>L’azione del governo Monti è stata senz’altro decisiva sino ad oggi per la <strong>riduzione delle tensioni sul debito pubblico</strong>. La sostenibilità del debito era seriamente a rischio a causa delle tensioni sul costo del rifinaziamento dei titoli di stato sul mercato secondario che avrebbero potuto nel tempo rendere l’onere del pagamento degli interessi sui titoli pubblici insostenibile. Il governo è intervenuto energicamente creando un significativo avanzo primario e invertendo le aspettative dei mercati anche relativamente alla futura capacità di far ripartire il paese.</p>
<p>Le tensioni sul mercato secondario si sono progressivamente attenuate anche se la seconda parte di quanto promesso (la ripresa) richiede tempo per realizzarsi e le previsioni per il prossimo anno sono ancora fosche (tra il -1,6 e il 2,2 percento). Difficile qui segnare un successo e solo i prossimi mesi potranno dirci se il governo riuscirà. L’intento è quello di raccogliere altre risorse dalla lotta all’evasione e dalla riduzione della spesa pubblica evitando la mannaia indiscriminata dei tagli lineari (<em>spending review</em>) per destinarle ad iniziative volte al rilancio dell’economia: investimenti in infrastrutture e sgravi fiscali per aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e ridurre il costo del lavoro per le imprese. Ciò che ha reso tutto sommato sopportabile l’amara medicina somministrata agli italiani è stata la determinatezza inusuale nel combattere l’evasione e la decisione di spalmare i sacrifici su tutti i ceti sociali (anche se è innegabile che comunque per quelli medio-bassi i sacrifici hanno pesato e peseranno sicuramente di più).<br />
È in corso proprio in questi giorni la trattativa tra governo, parti sindacali e confindustria sulla cosiddetta fase due che si pone l’obiettivo attraverso riforme del mercato del lavoro di rilanciare l’occupazione nel paese. Nell’analizzare questa fase è opportuno ricordare che la crisi parte da molto lontano e non dipende dalla forma di contratto di lavoro. I due elementi di sfondo che hanno messo in difficoltà la produzione sul nostro territorio geografico sono senz’altro la concorrenza di paesi con costi del lavoro molto più bassi (e spesso, come nel caso di Cina ed India, di forza lavoro molto qualificata competitiva rispetto alla nostra) e l’impossibilità di utilizzare la valvola di sfogo della svalutazione competitiva per compensare le nostre ataviche debolezze. Il fatto che nel corso degli ultimi dieci anni l’Italia sia stato l’ultimo tra i 27 paesi UE come tasso di crescita medio annuo del reddito pro capite (e l’unico con un tasso negativo) ci dice però che siamo riusciti a fare peggio anche di altri paesi europei che come noi sono sotto il pungolo della competizione globale. La via per uscirne è senz’altro quella di <strong>puntare su fattori competitivi non delocalizzabili</strong>, ovvero di non puntare su gamme di prodotto e su settori nei quali il costo del lavoro ha un peso decisivo. Per realizzare questo obiettivo bisogna migliorare qualità e capacità di accesso ai mercati esteri, colmare il gap che abbiamo accumulato nel settore delle tecnologie digitali (siamo al 75simo posto come velocità di connessione ad Internet), ridurre i costi dei sevizi alle imprese e rendere più efficiente la giustizia civile. Non dobbiamo inoltre dimenticare che il nostro paese è ricco di fattori produttivi non delocalizzabili quali i valori paesaggistici, artistici e storici del nostro territorio oltre che i tanti prodotti alimentari tipici. Valorizzare queste ricchezze che nessuna delocalizzazione ci potrà sottrarre avrà dunque importanza fondamentale. Infine non dimentichiamo che quasi il 30 percento del valore economico creato nelle economie post-industriali è dato dai servizi alla persona (tra cui istruzione e sanità) anche in questo caso difficilmente delocalizzabili.</p>
<p>È bene infine che questo governo concentrato sul tema delle riforme del mercato del lavoro e che vuole chiudere l’agenzia delle Onlus come se fosse un ente inutile non pecchi di archeologia economica e capisca che <strong>la sussidiarietà e il terzo settore sono una risorsa fondamentale</strong>che consente di sostituire spesa pubblica con azione dal basso della società civile aumentando benessere e soddisfazione di vita, riducendo costi e creando occupazione. E che capisca che l’economia civile che vuole puntare a una creazione di valore sostenibile a livello socialmente ed ambientale attraverso responsabilità sociale d’impresa, servizi sociali, energie pulite e banche di prossimità e non speculative rappresenta una carta fondamentale per la ripresa del paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Seminario di Todi. Perplessità e prospettive</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 03:41:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Sorge S.J.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristiani e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolici e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Don Sturzo]]></category>
		<category><![CDATA[dottrina]]></category>

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		<description><![CDATA[Non un nuovo partito dei cattolici ma una forma di aggregazione pre-partitica in funzione delle diverse culture presenti nel cosiddetto mondo cattolico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Su gentile autorizzazione dell&#8217;autore, pubblichiamo questo articolo di Padre Bartolomeo Sorge S.J. estratto dal numero di febbraio 2012 di Aggiornamenti Sociali.</em></p>
<p>L’interesse suscitato dal Seminario di Todi non deve destare meraviglia, giacche si e svolto nel mezzo della grave emergenza del Paese e in vista della fine imminente del berlusconismo.</p>
<p>Sono circolate, perciò, le ipotesi più disparate sulla finalità del Seminario: chi vi ha scorto un malcelato desiderio di dare vita a qualcosa di simile alla vecchia ≪Opera dei Congressi≫ o ai ≪Comitati Civici≫ o alla Democrazia cristiana (DC); chi, invece, ha interpretato la convocazione di Todi come il tentativo della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) di ricompattare i cattolici per mettere fine alla loro diaspora e alla conseguente loro insignificanza nella vita politica e sociale del Paese. In ogni caso, anche a causa dell’insistenza dei mass media, l’evento e rimasto – per l’immaginario collettivo – il primo serio sforzo, dopo tanti anni d’immobilismo, di <strong>rilanciare il protagonismo dei cattolici</strong>, senza escludere una loro futura riaggregazione partitica, sebbene a Todi tutti abbiano dichiarato di escluderla.</p>
<p>I lavori si sono svolti a porte chiuse, riservati a un numero limitato di associazioni e movimenti di ispirazione cristiana, operanti nel mondo del lavoro: ACLI, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato, Coldiretti, CISL e MCL. Tuttavia, sono stati invitati anche i rappresentanti di altri movimenti e associazioni del laicato cattolico organizzato: ACI (Azione cattolica), AGESCI, CL, Focolarini, Rinnovamento nello Spirito, Scienza e vita, Forum delle associazioni familiari, Retinopera, nonche una cinquantina di personalità, tra cui il prof. Andrea Riccardi della Comunità di sant’Egidio, il prof. Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica, il prof. Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia del terzo settore, il dott. Giuseppe De Rita, presidente del CENSIS, il dott. Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo.</p>
<p>Per prevenire ogni possibile ambiguità, il card. <strong>Angelo Bagnasco</strong>, aprendo i lavori, ha detto con chiarezza che la finalità del Seminario non era quella di fare un partito, ma di stimolare i cattolici a prendere coscienza del dovere di contribuire a superare la drammatica emergenza in cui versa il Paese. ≪Se per nessuno e possibile l’assenteismo sociale – ha ribadito il Cardinale –, per i cristiani è un peccato di omissione≫; infatti, la comunità cristiana ha qualcosa di proprio e di decisivo da dire per il bene di tutti; pertanto i cattolici, più che pensare a formare un partito, oggi con il loro patrimonio universale di valori sono chiamati ad ≪animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica≫ (nn. 1, 2, 3). E molto importante che la nuova forma di presenza dei cattolici in Italia sia stata indicata autorevolmente non più come unita partitica, ma come forma di <strong>cittadinanza attiva </strong>e di partecipazione responsabile al dibattito culturale, etico e sociale per far progredire il Paese verso un umanesimo integrale.</p>
<p>Sulla medesima lunghezza d’onda si e espresso il dott. Natale Forlani, portavoce del Forum e direttore generale per l’immigrazione del Ministero del Lavoro: ≪Non vogliamo fare un partito, non siamo costruttori di partiti. Dobbiamo interagire con un processo politico composto da diverse fasi: la condivisione dei valori e la formazione dei programmi, l’espressione della rappresentanza politica, la presenza nelle istituzioni, la governabilità. E per influenzare l’insieme del processo politico e necessario organizzarci. Questo è lo scopo del Seminario di Todi≫. Tuttavia, nonostante queste autorevoli precisazioni, il Seminario di Todi non ha mancato di suscitare nell’opinione pubblica una serie di <strong>perplessità</strong>, che andremo a esaminare, e che e necessario chiarire per evitare che compromettano le nuove prospettive che l’avvenimento ha aperto. In secondo luogo cercheremo di cogliere le <strong>prospettive nuove </strong>che oggi si aprono all’impegno dei cattolici, in seguito alle indicazioni del Seminario di Todi.</p>
<p><strong>Le perplessità</strong></p>
<p>Una prima perplessità riguarda la ragione stessa per cui e stato convocato e organizzato il Seminario. Infatti, valutando il dibattito cosi come e stato possibile seguirlo dall’esterno, si è avuta la chiara percezione che a Todi abbia prevalso <strong>un discorso tendenzialmente “moderato” </strong>e “conservatore”, sulla falsariga – tanto per intenderci – di quello che fanno i cattolici attualmente militanti nel Partito popolare europeo (PPE). Ora, il PPE mostra di avere una chiara connotazione conservatrice e neoliberista, molto distante dal popolarismo sturziano originario, al quale dice di volersi ispirare. L’Appello di don Sturzo – lo sappiamo – fu rivolto non ai cattolici in quanto tali, ma a tutti i ≪liberi e forti≫ (credenti e non credenti) e poneva come condizione che gli aderenti fossero “riformisti” convinti, escludendo rigorosamente i “conservatori”. Infatti, Sturzo era persuaso che l’ispirazione cristiana non possa portare al moderatismo in politica, ma sia molto esigente e coraggiosamente riformista.</p>
<p>Lo disse a chiare lettere nel famoso discorso di Caltagirone del 1905, che costituisce in certo senso il suo manifesto politico: ≪I conservatori sono dei fossili, per noi, siano pure dei cattolici: non possiamo assumerne alcuna responsabilità. Ci si dirà: ciò scinderà le forze cattoliche. Se e cosi, che avvenga. […] Due forze contrarie che si elidono arrestano il movimento e paralizzano la vita≫.</p>
<p>Ebbene, non si può dire che il discorso di Todi sia stato coraggiosamente riformista come quello del popolarismo sturziano.</p>
<p>Del resto, non avrebbe potuto nemmeno esserlo, se si tiene conto che le sigle invitate al Seminario divergevano notoriamente, e tuttora divergono, sul giudizio da dare a proposito del berlusconismo e della responsabilità morale di quei cattolici che l’hanno sostenuto. Un secondo motivo di perplessità e il fatto che la prolusione sia stata tenuta dal card. Angelo Bagnasco. Era facile prevedere che la sua partecipazione avrebbe alimentato quanto meno il <strong>sospetto di un nuovo collateralismo</strong>, sul tipo del vecchio legame tra la Chiesa e la DC. Era da aspettarsi, cioè, che la presenza a Todi del presidente della CEI sarebbe stata interpretata come un’ipoteca clericale, l’ennesimo tentativo dei vescovi di mettere la firma su un’iniziativa di natura propriamente laicale. Perche – si sono chiesti molti osservatori – non rispettare la legittima autonomia dei fedeli laici, lasciando che siano essi stessi a discutere e a decidere le scelte temporali da compiere, come richiedono la loro vocazione e la loro missione? In questo senso, e stato da alcuni opportunamente rispolverato un testo molto noto del Concilio Vaticano II, tratto dalla costituzione pastorale <em>Gaudium et spes </em>(1965): ≪Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino pero che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che a ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero≫ (n. 43).</p>
<p>Dunque, dal punto di vista dell’opportunità, bisogna ammettere che l’aver affidato la prolusione al card. Bagnasco si prestava alle critiche che poi sono puntualmente seguite. Detto questo, però, e onesto riconoscere che il presidente della CEI, con il suo intervento di alta qualità, ha fugato ogni possibile sospetto. Infatti, mantenendosi rigorosamente sul piano etico e culturale proprio del magistero, il Cardinale si e preoccupato d’insistere sulla necessita di restituire un’anima alla politica, indicando ai cattolici il percorso da seguire per ≪costruire l’anima dell’Italia prima ancora che l’Italia politica≫. Ha ribadito, perciò, il <strong>primato degli ideali e della spiritualità</strong>, quale compito specifico dei cattolici: ≪L’esperienza insegna da sempre – ha detto – che, in ogni campo, non sono l’organizzazione efficiente o il coagulo di interessi materiali o ideologici che reggono gli urti della storia e degli egoismi di singoli o di parti, ma la consonanza delle anime e dei cuori, la verità e la forza degli ideali≫ (n. 2).Pertanto, poiché la gravissima crisi che l’Italia attraversa e di natura culturale e spirituale, prima che economica e p olitica, bene ha fatto il Cardinale a insistere sul ricupero del “primato dello spirituale” e dei valori fondamentali della persona e del bene comune, sui quali poggia la convivenza civile. Opportunamente egli ha insistito sull’urgenza e sulla necessita che i cattolici si impegnino a <strong>creare luoghi d’incontro e di formazione sul piano prepolitico</strong>, dove affinare le loro competenze specifiche (culturali, sociali e politiche) e, nello stesso tempo, maturare nella fede e divenire cristiani adulti.</p>
<p>Infatti, solo se saranno formati professionalmente e spiritualmente, i fedeli laici potranno compiere in modo responsabile e coerente le scelte politiche necessarie al bene comune, in collaborazione con tutti i cittadini di buona volonta e senza cedere all’illusione che possa esistere un partito totalmente conforme ai propri ideali. ≪Il cristiano – avverte il <em>Compendio della dottrina sociale della Chiesa </em>– non può trovare un partito pienamente rispondente alle esigenze etiche che nascono dalla fede e dall’appartenenza alla Chiesa: la sua adesione a uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica≫ (n. 573). Il discorso del card. Bagnasco, dunque, rimane la conferma più autorevole che il Seminario si proponeva non di creare un nuovo partito cattolico, ma di costituire un <strong>punto di riferimento unitario sul piano culturale ed etico</strong>, volto a ispirare una nuova cittadinanza attiva dei cattolici sul piano sociale e politico.</p>
<p>Vi e infine una terza perplessità, non meno rilevante delle precedenti. Essa riguarda l’effettivo <strong>valore rappresentativo del Seminario</strong><em>.</em></p>
<p>Di quale legittimazione godevano i partecipanti? In base a quale mandato erano autorizzati a esprimere il consenso delle rispettive associazioni circa le conclusioni che sarebbero state prese in tema di riaggregazione politica? In che misura una decina di sigle associative – per quanto significative – può considerarsi rappresentativa del “mondo cattolico”? Tanto più che i movimenti che hanno preso parte all’evento erano, e rimangono, molto diversi tra di loro: alcuni hanno chiare finalità “spirituali”, altri sono di natura “ecclesiale” in senso proprio, altri infine perseguono scopi tipicamente “laici”, quali la difesa di interessi sindacali, economici o cooperativi.</p>
<p>Ecco, dunque, alcune significative perplessità non del tutto chiarite e che e necessario dissipare completamente, per impedire che gettino un’ombra sulle nuove prospettive aperte dall’incontro di Todi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le prospettive</strong></p>
<p>Il Concilio Vaticano II e il successivo magistero sociale della Chiesa hanno chiarito da tempo che l’impegno politico dei cattolici in via di principio e un dovere, ma che la forma concreta in cui realizzarlo dipende da un ≪<strong>prudenziale giudizio storico</strong>≫. La stessa unita dei cattolici nella DC, durata quasi un cinquantennio, non fu dedotta da premesse di natura confessionale, ma formulata in risposta alla duplice urgenza del secondo dopoguerra: far fronte al pericolo comunista e impiantare la democrazia nel Paese dopo la fine della dittatura fascista. De Gasperi, da parte sua, prevedeva – anzi auspicava – che, una volta superate quelle necessita storiche, sarebbe finita anche l’unita politica dei cattolici nella DC. Come poi avvenne.</p>
<p>Perciò, l’indicazione più significativa del Seminario di Todi per una nuova forma di presenza dei cattolici nel Paese e proprio il giudizio storico espresso sull’attuale situazione politica. Infatti, nonostante le loro legittime differenti sensibilità sociali e culturali, i partecipanti si sono trovati d’accordo nel <strong>denunciare le conseguenze funeste che la commistione quasi ventennale tra berlusconismo e leghismo </strong>ha prodotto in Italia, come abbiamo notato altre volte: l’intolleranza spinta fino al punto di generare forme di odio anche violento nei confronti dei “diversi”, l’esaltazione dell’interesse privato su quello pubblico e sul bene comune, la negazione nei fatti dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, il diffondersi dell’illegalità e dell’impunità. Nello stesso tempo, era impossibile che gli invitati all’incontro non tenessero presente la forte <strong>domanda di cambiamento </strong>venuta dalle consultazioni referendarie e amministrative del 2011. Le urne, infatti, hanno rivelato il grande bisogno che c’e nel Paese di reagire alla rassegnazione che per troppo tempo ha frenato tanti cittadini. Un grande numero di essi ha votato unanimemente al di la delle logiche partitiche, in difesa di valori come l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la gestione di beni comuni come l’acqua.</p>
<p>In base, quindi, a un comune ≪prudenziale giudizio storico≫, il Seminario di Todi ha proposto di <strong>riaggregare i cattolici sul piano culturale, etico e prepartitico</strong>, accantonando l’idea di rifondare la vecchia DC o di creare un collegamento “trasversale” tra i parlamentari cattolici presenti nei diversi schieramenti. Parimenti, e apparso chiaro a tutti che per cambiare le cose non possono bastare l’affermazione o la testimonianza, per quanto preziosa, di singole personalità cattoliche, ma e necessario organizzarsi. E prevalsa cosi la prospettiva nuova di <strong>una forma di organizzazione prepartitica</strong>, che escludesse la creazione di una “struttura” cattolica, distinta e contrapposta a quella di altri soggetti politici. Si e compreso cioè che, all’interno dei processi di globalizzazione economica, culturale e sociopolitica in atto, un’organizzazione politica di cattolici – ma questo vale anche per quanti si ispirano a culture politiche diverse – non può più essere pensata in forma chiusa, ma aperta e disponibile a favorire l’unita nella diversità intorno a un programma comune di cose da fare, in coerenza con i principi e con i valori della nostra Costituzione (che coincidono con quelli della dottrina sociale della Chiesa). La condivisione di un ethos comune – che solo si può ottenere sulla base di una più matura “laicità positiva” – e la premessa necessaria per restituire un’anima ideale alla politica nell’attuale contesto storico di una società multiculturale, multietnica e multireligiosa. Tuttavia, la difficoltà principale nella realizzazione di questa nuova forma di presenza prepartitica e che <strong>mancano modelli a cui </strong><strong>ispirarsi</strong>: quelli di ieri non servono, quelli di domani non ci sono ancora. Si deve perciò avere il coraggio di tentare strade nuove. Per i cattolici si tratta di fare un passo in avanti e abbandonare definitivamente anche gli ultimi residui della vecchia concezione di cristianità, senza per questo rinnegare la propria identità e la propria storia. Occorre, cioè, che i cattolici italiani imparino a vivere uniti con tutti, rispettandosi diversi, sulla base dei principi laici della prima parte della Costituzione, i quali – giova ripeterlo – sono anche i valori fondamentali della dottrina sociale della Chiesa. Concretamente – per dirlo in forma più incisiva – il Seminario di Todi ha ribadito la necessita di <strong>dare la priorità ai contenuti rispetto al “contenitore”</strong>. Certo, non si può escludere che la convergenza sui contenuti dia vita, prima o poi, anche a un nuovo “contenitore”; ma, in ogni caso, questo potrà essere il punto d’arrivo, non quello di partenza. Ecco perche il richiamo a partire dai contenuti, rivolto da Todi indistintamente a tutti i cattolici, interpella in primo luogo quelli che già militano all’interno dei diversi “contenitori” politici. In particolare, dovrebbero sentirsi <strong>interpellati i cattolici democratici </strong>– eredi diretti (ma non unici) del popolarismo sturziano – oggi confluiti nel Partito democratico (PD). Infatti, proprio essi hanno commesso l’errore di dare la precedenza al “contenitore” sui contenuti. E una sorta di “peccato originale” che il PD si porta dietro e di cui sta pagando ancora le conseguenze. Di per se il tentativo di dare la precedenza ai contenuti era stato compiuto con la stesura del <em>Manifesto del PD</em>, approvato prima delle primarie del 2007; ma quel documento e finito nel cassetto. Era un bel testo, che poteva veramente costituire la piattaforma ideale e culturale del nuovo soggetto politico. Infatti, in esso si dava la priorità ai valori su cui fondare la nuova struttura organizzativa del PD. I nostri valori – vi si legge – ≪discendono dai molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico. Sono maturati nella dialettica tra queste diverse tradizioni e dal confronto con le sfide proposte dalle culture ambientalista, dei diritti civili e della libertà femminile, oltre che nella condanna delle ideologie e dei regimi totalitari del Novecento. […] sono i valori che ci uniscono e gli obiettivi comuni che intendiamo realizzare a definire la nostra identità politica≫. E concludeva: ≪Per noi, i democratici, la politica e prima di tutto servizio, e una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro Paese≫.</p>
<p>Purtroppo <strong>è mancata la fase costituente</strong>, durante la quale sarebbe stato necessario girare per le città, per portare il <em>Manifesto del PD </em>a conoscenza della gente, dei giovani, dei movimenti, spiegando le ragioni ideali e la comune cultura politica che stavano alla base del nuovo partito. Forse ne e mancato il tempo, a causa delle imminenti elezioni politiche del 2008. L’effetto però è stato che è prevalsa la preoccupazione per il “contenitore”. Questo è stato definito a Roma, dalle segreterie dei Democratici di Sinistra e dei Popolari, secondo la vecchia logica partitocratica, anziché partire dalla società civile e dai contenuti, come era stato giustamente progettato. Riuscirà oggi il PD, sotto la spinta che viene da Todi, a riparare l’errore commesso e a restituire la dovuta priorità al suo <em>Manifesto </em>e al suo statuto ideale?</p>
<p>Una cosa e certa: i cattolici, anche quelli che operano al di fuori dei partiti, non possono lasciar cadere nel nulla la <strong>spinta all’unità nella diversità</strong>, venuta dalle consultazioni popolari del 2011, ribadita dal Seminario di Todi e che successivamente il Governo Monti ha fatto sua.</p>
<p>Pertanto, anziché una nuova forma di struttura politica dei cattolici a se stante, che sarebbe anacronistica, e necessaria una nuova forma di cittadinanza attiva, che renda presenti i cattolici sul territorio a iniziare dai quartieri urbani, fino ai livelli cittadino, regionale, nazionale ed europeo.</p>
<p>Ciò suppone che ai cattolici sia offerta la possibilità di formarsi sul piano sociale, culturale e politico. E la prospettiva emersa a Todi: dare vita a luoghi di incontro e confronto, a livello prepartitico, nei quali crescere nella conoscenza e nella coscienza delle proprie  responsabilità al servizio del bene comune. Occorre, in una parola, <strong>formare cristiani adulti</strong>: spiritualmente motivati nel difendere e nel testimoniare i principi universali irrinunciabili, e professionalmente all’altezza per promuoverli, attraverso il dialogo, le necessarie mediazioni politiche e tenendo conto della gradualità del consenso, cioè in fedele osservanza delle regole laiche della democrazia. Cosi facendo i cattolici, operando insieme a tutti i cittadini di buona volontà, agiranno da fermento e contribuiranno attivamente ad aprire ai valori trascendenti la coscienza civile e, nella misura del possibile, la stessa legislazione.</p>
<p>E interessante notare che questa indicazione, alla quale si e pervenuti a Todi, e perfettamente in linea con quanto suggerisce, parlando in generale, il <em>Compendio della dottrina sociale della Chiesa</em>:</p>
<p>≪Il fedele laico e chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale. […] <strong>la fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti sociopolitici</strong>, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli≫ (n. 568). Occorre dunque dissipare quanto prima le perplessità suscitate dal Seminario di Todi, perche non ne rimangano offuscate le nuove e importanti prospettive.</p>
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		<title>Occupare Wall street? No, occupare le banche che fanno a meno di Wall street&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 14:47:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Palladino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>

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		<description><![CDATA[Occorre difendere i risparmiatori fissando regole che blocchino la vendita di prodotti "tossici" da parte di banche spregiudicate.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Siamo lieti di pubblicare un articolo di Giovanni Palladino,  giornalista economico, dirigente di banca, e Segretario nazionale del partito <a href="http://www.italianiliberieforti.it" target="_blank">Italiani Liberi e Forti</a>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’erano una volta i depositi bancari e postali, le azioni e le obbligazioni. Era un tempo – sino a 40 anni fa &#8211; in cui non era ancora nata l’industria dei servizi finanziari. Poi nel mondo bancario è iniziata la frenesia dell’innovazione finanziaria, soprattutto a Londra e a New York. A partire dagli anni &#8217;70, quando si giunse a dire che la Borsa di Wall Street era ormai morta, gli uffici marketing delle banche più dinamiche e “aggressive” iniziarono a sfornare prodotti finanziari sempre più sofisticati per attirare l’interesse dei risparmiatori e lucrare commissioni di vendita e di gestione. Sino a sfornare i famosi titoli “tossici” e i derivati, che solo menti malate potevano ideare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I titoli “tossici” non solo altro che obbligazioni bancarie non quotate in Borsa. Perché si sono trasformate in carta “tossica” ? Perché erano rappresentative di mutui erogati dalle banche a famiglie poco solvibili. Questo credito di bassa qualità è stato scaricato dalle banche (soprattutto americane) nei portafogli di risparmiatori desiderosi di avere obbligazioni ad alto rendimento. Ma se si fossero dovute vendere prima della loro scadenza, l’unica acquirente sarebbe stata la banca emittente, non essendo il titolo quotato in Borsa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ebbene la “tossicità” si è manifestata quando le banche – davanti a una crescente domanda di riscatti anticipati dei titoli da parte dei loro clienti – si sono viste costrette a chiudere la cassa. Così si è scoperto, fra lo stupore e la rabbia dei risparmiatori, che i titoli non erano più liquidabili prima della scadenza. Nel frattempo giungevano pessime notizie dalle famiglie indebitate con i mutui: molte di loro non riuscivano più a pagare le rate di rimborso e gli interessi. Ma questo rischio le banche lo avevano furbescamente scaricato nei portafogli dei risparmiatori….</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I derivati rappresentano una trappola analoga, ma ben più sofisticata e quindi più pericolosa. Si chiamano così perché il loro prezzo deriva dal valore sottostante di uno o più beni (azioni, obbligazioni, indici finanziari, valute, materie prime, etc.) sui quali si desidera speculare. Qui più che d’investimento si dovrebbe parlare di gioco d’azzardo, ma spesso le banche hanno proposto i derivati ai loro clienti come uno strumento di copertura dei rischi finanziari (finendo poi per crearli, lucrando sulle perdite dei clienti). Anche i derivati non sono quotati in Borsa; ne consegue che sono sprovvisti delle severe regole cui devono sottostare tutti i mercati finanziari ufficiali, da Wall Street alla Borsa di Londra o di Milano).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Viene quindi naturale dire che gli “indignati” hanno sbagliato bersaglio: più che di prendersela con Wall Street (e in genere con i mercati finanziari regolamentati) avrebbero dovuto occupare gli uffici marketing delle più importanti banche statunitensi e inglesi, dove sono stati ideati e promossi prodotti finanziari di rapina. Noi sosteniamo che questi prodotti devono essere  vietati dalla legge. Il luogo di sfogo dei loro ideatori e dei loro acquirenti non può che essere il casinò: ai primi il ruolo di “croupier” e ai secondi il destino di farsi spennare, come avviene per tutti i patiti di Las Vegas e oggi anche del “poker on line” (nella cui pubblicità dovrebbe essere imposto per legge l’avvertimento: “il gioco d’azzardo rovina te e la tua famiglia”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dietro Wall Street non c’è il casinò ma l’economia reale, ossia tutti noi. E’ il luogo dove le aziende si finanziano e dove i risparmiatori possono acquistare e  vendere azioni  obbligazioni sapendo di essere protetti da regole, che mirano a impedire le brutte sorprese dei titoli “tossici”. Ossia un luogo da curare (con buone leggi) e rispettare, innanzitutto dagli operatori finanziari. La diffusione del capitale di rischio (quello di tipo produttivo e non di tipo speculativo) è di fondamentale importanza per una sana economia sociale di mercato, che non può dipendere solo dal credito bancario o, peggio, dallo Stato per essere finanziata correttamente. A una funzionante democrazia politica (che non si regga sui “padroni” dei partiti) va affiancata una funzionante democrazia economica (che non si regga sui “padroni” delle banche e delle imprese). Indignamoci contro questi “padroni”, che non hanno futuro, ma che mettono in pericolo il nostro futuro.</p>
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		<title>I sette pilastri della saggezza</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 01:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Asor Rosa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo economico]]></category>
		<category><![CDATA[Etica sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Come la tecno-politica e il finanzcapitalismo stanno modificando l'aspetto socio-economico e istituzionale dell'Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il seguente articolo, recentemente pubblicato su &#8220;Repubblica&#8221;  non rappresenta la posizione di &#8220;Persona è futuro&#8221;. Contiene però una diversa visione che può essere di stimolo per un utile pubblico confronto (la Redazione).<br />
</em></p>
<p>E se cercassimo di ricostruire l&#8217;intera vicenda politica italiana recente almeno nei suoi passaggi fondamentali? Il vantaggio sarebbe duplice: potremmo innanzitutto organizzare dei focolai di discussione intorno a ognuno di quei passaggi al fine di decidere più meditatamente se li abbiamo letti bene oppure no (a suo tempo e oggi): e potremmo in secondo luogo arrivare a conclusioni meno precarie e instabili e, se non più tranquillizzanti, almeno dotate di una più ampia prospettiva strategica.</p>
<p>La mia tesi di fondo, che enuncio subito per amor di chiarezza, è che abbiamo assistito a novità molto più straordinarie e profonde di quanto comunemente non si dica. Il carattere davvero insolito del processo che si è dipanato qui da noi nel corso degli ultimi mesi non è però (almeno non del tutto) improvvisato; ossia, più esattamente: dato quel che che si è visto, non può esserlo. Questo rende le (suddette) novità probabilmente più durature di quanto non si pensi, contrapponendosi loro, in caso di fallimento, una crisi verticale di sistema (la quale resta comunque, fin dall&#8217;inizio, una delle principali motivazioni, anzi giustificazioni, anche sul piano etico e locale, di tale esperimento). Ma vediamo.<br />
<strong><br />
1.</strong> Per essere documentali e precisi dovremmo risalire all&#8217;indietro fino, almeno, a vent&#8217;anni fa, e cioè alla genesi e alle fortune, imprevedibili in qualsiasi altro paese europeo che si rispetti, di Silvio Berlusconi e del berlusconismo e alla contemporanea decadenza e frantumazione e impotenza del restante quadro politico italiano. Siccome non lo possiamo fare (ma vorremmo comunque che il lettore con la coda dell&#8217;occhio lo seguisse e lo tenesse presente), fermiamoci al 2011, al progressivo, rapidissimo, sconvolgente degrado della situazione italiana, ai vizi pubblici e privati da ogni parte debordanti, alla perdita clamorosa di ogni credibilità nazionale (inserita bensì, come sappiamo, in una crisi economica globale ed epocale, ma destinata a renderla più catastrofica che altrove), fino alle prime, drammatiche giornate di novembre.<br />
In questa situazione il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appena al di qua del baratro, mette fuori gioco il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, con l&#8217;inedita formula: «prima l&#8217;approvazione in Parlamento della manovra, poi le dimissioni» (dimissioni sulle quali, come recitò un comunicato del Quirinale, non poteva esistere «nessuna incertezza»). Berlusconi dunque non fu sfiduciato (nel senso letterale del termine) dalle Camere: ma indotto alle dimissione da una moral suasion spinta oltre qualsiasi traguardo precedente.<br />
E&#8217; vero: nell&#8217;operazione di avvicendamento non c&#8217;è stata (io penso) una vera e propria forzatura costituzionale. Ma una formidabile pressione politica sì, non mi pare possa essercene alcun ragionevole dubbio. Può dolersene uno come me che era arrivato a richiedere l&#8217;intervento dei carabinieri per liberarci dalla sempre più catastrofica presenza del governo Berlusconi? Evidentemente no. Anzi: chapeau! (potrei, se mai, pretendere che mi sia restituito l&#8217;onore che mi era stato strappato ai tempi della mia sparata: in fondo, gli strumenti, i mezzi, la capacità di manovra, la lungimiranza sono stati ben diversi &#8211; e come avrebbe potuto essere altrimenti? -, ma le intenzioni e soprattutto gli effetti gli stessi).<br />
<strong><br />
2.</strong> Date le premesse, è abbastanza ragionevole che nessun governo &#8220;politico&#8221; fosse in grado di subentrare al governo Berlusconi: ed è perciò che la presidenza del Consiglio è stata affidata dalla presidenza della Repubblica a un &#8220;tecnico&#8221;, il professor Mario Monti, che ha formato intenzionalmente e dichiaratamente un governo di soli &#8220;tecnici&#8221;. Rinuncerei ad entrare nel merito dell&#8217;ormai stucchevole questione se il governo Monti, sia al tempo stesso anche un governo &#8220;politico&#8221;: è chiaro che ogni governo &#8220;tecnico&#8221; è anche &#8220;politico&#8221;, e ogni governo &#8220;politico&#8221; è anche &#8220;tecnico&#8221;, ammesso che voglia governare; ma &#8211; e questo è fondamentale nel mio ragionamento &#8211; un governo &#8220;tecnico&#8221; resta nonostante tutto un governo &#8220;tecnico&#8221;, ben diverso da uno stricto sensu &#8220;politico&#8221;.<br />
E&#8217; la prima volta che questo accade in questa misura estrema in Italia. Gli uomini della Destra storica erano in parte dei tecnici, ma prestati da lungo tempo alla politica (facevano, insomma, &#8220;partito&#8221;). Lo stacco fra &#8220;il governo&#8221; e &#8220;la politica&#8221; si fa dunque attualmente più marcato che in qualsiasi altro momento della storia italiana. Per dirla più semplicemente: per governare non è più necessario essere &#8220;rappresentanti del popolo&#8221;, cioè passati attraverso il filtro del voto. I &#8220;rappresentanti del popolo&#8221; divengono ormai solo l&#8217;interfaccia del potere: colloquiano con il potere e in qualche modo tentano d&#8217;influenzarlo, ma restandone (almeno per ora) totalmente all&#8217;esterno. La meccanica decisionale cambia radicalmente: il &#8220;sistema democratico&#8221; tende a conformarsi come un &#8220;duopolio del potere&#8221;.<br />
La &#8220;tecnicità&#8221; di questo governo potrebbe cioè essere una caratteristica non transeunte della gestione del potere in un paese dalla fragile democrazia e dai non irreprensibili costumi come l&#8217;Italia. Il primo pilastro dell&#8217;esperimento testè iniziato si presenta insomma come uno &#8220;strumento decisionale&#8221; di tipo nuovo, stabilmente e (molti dicono) finalmente sottratto alle fluttuazioni delle interne (ed esterne) contrattazioni e agli interessi di parte continuamente ricorrenti (la violenta campagna in atto da mesi contro la &#8220;casta&#8221;, certo non priva di motivazioni, tuttavia non ha fatto che accentuare questa richiesta di una governance sottratta alla tabe della politica). Insomma: un governo non più &#8220;di parte&#8221;, ma singolarmente &#8220;super partes&#8221;, e quindi autorevole ed efficace non a dispetto ma in considerazione esattamente della sua natura non rappresentativa.<br />
<strong><br />
3.</strong> A garantire la persistenza del rapporto fra le due componenti del duopolio (governo tecnico e rappresentanza politica parlamentare) ci pensa l&#8217;oculata presenza del Presidente della Repubblica, cui non a caso, ovviamente, va ricondotta l&#8217;origine di tutta l&#8217;operazione. Il secondo pilastro &#8211; ma primo in ordine di tempo e d&#8217;importanza &#8211; è dunque la presidenza della Repubblica (non a caso gli editorialisti del Corriere della sera Panebianco e Galli della Loggia pretenderebbero che si dia veste anche formale alla innovazione, transitando dalla Repubblica parlamentare a quella presidenziale).<br />
E&#8217; giocoforza, di conseguenza, osservare che in una situazione del genere il &#8220;duopolio&#8221;, oltre che dal basso verso l&#8217;alto (cioè dal parlamento verso il governo), si genera anche dall&#8217;alto verso il basso, e cioè al vertice del potere. Senza voler togliere niente a nessuno (lo dico con autentico rispetto), è il Presidente della Repubblica che dà la linea e il Presidente del Consiglio la interpreta e realizza (il discorso di fine anno di Napolitano conferma in maniera decisiva questa impressione). Per dirla in modo meno tranchant: fra i due esiste un interscambio continuo, che discende da un&#8217;assoluta uniformità di vedute su questioni di fondo e da una precisa divisione dei compiti e delle funzioni (una cosa così non s&#8217;improvvisa, è evidente che era in gestazione da tempo: altrimenti non avrebbe potuto funzionare così bene).<br />
Come è potuto accadere &#8211; e in Italia, poi &#8211; un mutamento così rapido e profondo? Qui entriamo nel vivo della questione. Il fatto è che, dietro l&#8217;uno come dietro l&#8217;altro di questi due protagonisti c&#8217;è l&#8217;Europa: ovvero, meglio, quell&#8217;insieme di valori, comportamenti, giudizi e pregiudizi, orientamenti di politica economica e visioni civili, che tradizionalmente promana dalla tecnocrazia di Bruxelles, più che dal ceto politico per ora dominante in Francia e in Germania: Sarkozy e Merkel hanno certo recitato la loro parte in questa vicenda italiana &#8211; non c&#8217;è bisogno di pensare alla famosa telefonata in cuila Merkel avrebbe chiesto a Napolitano la liquidazione di Berlusconi, per arrivare alle medesime conclusioni -, ma la stella polare dei nostri due eroi è a Bruxelles, non altrove. Come sia stato possibile che a questa assolutamente non posticcia convergenza di propositi e, direi, di culture politiche siano pervenuti contemporaneamente un raffinato politico iscritto per più di cinquant&#8217;anni al più grande partito comunista dell&#8217;Occidente e un professore di chiaro orientamento conservatore formato e cresciuto nella più autorevole università privata del nostro paese, è un&#8217;altra delle singolarità di questa storia, sulla quale non abbiamo né il tempo né lo spazio per qui soffermarci (ma che di certo, ai fini di migliore conoscenza storica, andrebbe meglio studiata).<br />
<strong><br />
4.</strong> Il &#8220;governo tecnico&#8221; prodotto da questo duplice, inedito duopolio del potere, è formato da personale proveniente dalle università (prevalentemente private, e anche questo occupa un suo posto di chiaro rilievo nel mio ragionamento), dalle banche, da iniziative imprenditoriali pubbliche e private, dal personale tecnico-amministrativo dei ministeri corrispondenti, ecc. ecc. Profilo generalmente dignitoso, in qualche caso molto elevato; il salto di stile rispetto al &#8220;governo politico&#8221; che lo ha preceduto (e anche di molti altri governi degli anni passati) è assolutamente marcato. Quando Monti è apparso per la prima volta in televisione a Strasburgo accanto a Merkel e Sarkozy, mi sono sorpreso a pensare quanto fossero buffi il francese Sarkozy e la germanica Merkel di fronte all&#8217;eleganza dignitosa e riservata dell&#8217;italiano Monti. E il mio italico cuore non ha potuto reprimere un sobbalzo d&#8217;orgoglio.<br />
<strong><br />
5.</strong> Un altro tratto accomuna i componenti del &#8220;governo dei tecnici&#8221; Monti: l&#8217;essere a fortissima (esclusiva?) caratterizzazione cattolica. Insomma: tutti questi &#8220;onesti uomini&#8221; ministri e queste &#8220;onestissime donne&#8221; ministre la domenica vanno a messa. Una cosa del genere non s&#8217;era mai vista neanche nei governi della fase di assoluta predominanza democristiana successivi al 1948, nei quali sedevano, e sia pure in posizione di assoluta subalternità, esponenti di chiara, anche se fragile, ascendenza laica. In sé e per sé la cosa non avrebbe motivo di suscitare reazioni. Tuttavia, se il fenomeno da individuale si fa collettivo, esso tende a far massa e a produrre effetti conseguenti (ci si può chiedere fin d&#8217;ora, infatti, quale sarebbe l&#8217;atteggiamento del governo Monti di fronte a un nuovo caso Englaro). Naturalmente questa spiccata connotazione religiosa non va inscritta automaticamente (mi pare) in nessuna reale o ipocrita vocazione partitica: e questa è un&#8217;ulteriore connotazione di novità, da cui il fenomeno appare contraddistinto. Ciò, infatti, apre un fronte di rapporti inediti con la Chiesa di Roma, non mediati, appunto, dai (spesso scomodi) filtri partitici, e perciò più diretti, e insieme più liberi e flessibili: la felice esperienza pluridecennale della Comunità di Sant&#8217;Egidio, non a caso assunta direttamente nell&#8217;organigramma di questo governo, potrebbe rappresentarne un utile precedente, e magari un ulteriore coagulo nei prossimi mesi, e forse anni. Non stupisce perciò che la Chiesa di Roma, dopo il lungo (e alquanto abnorme) idillio con il governo Berlusconi, si schieri urbi et orbi dietro il governo Monti: esso rappresenta per lei l&#8217;ottima chance per rimediare agli errori commessi e recuperare il tempo perduto in un vano inseguimento alla falena Berlusconi.<br />
Il Governo Monti poggia dunque, almeno in questo suo inizio, su questi quattro formidabili pilastri: la sua propria &#8220;tecnicità&#8221;, che va intesa, più che come superiore sapienza ed esperienza, come estraneità alle procedure e allo spirito del tradizionale gioco politico italiano:la Presidenza della Repubblica; l&#8217;Europa di Bruxelles;la Chiesa di Roma: autorità d&#8217;indiscutibile prestigio, tutte convergenti, in maniera probabilmente non casuale, verso il medesimo obiettivo.<br />
<strong><br />
6.</strong><strong> </strong>Il governo Monti è stato costituito e messo alla prova esplicitamente per arrestare la catastrofe economica nazionale. Le misure di pronto intervento sono state assunte dal governo sotto la pressione di una formidabile urgenza: non si poteva fare di più e soprattutto di meglio nello spazio consentito dall&#8217;incalzare degli eventi (per lo stesso motivo è stato esorcizzato il ricorso alle urne, che sarebbe stato il normale metodo per far fronte a una crisi di governo parlamentare irrimediabile). Questo spiega perché tali misure siano apparse da subito così tradizionali: tagliare qualcosa a tutti invece che tagliare molto ad alcuni è, tecnicamente, molto più semplice, rapido ed efficace &#8211; se si prescinde, naturalmente, dalle reazioni delle grandi masse duramente toccate dalla manovra. Intervenire sulle pensioni, aumentare l&#8217;età pensionabile, tornare a tassare e/o tassare più violentemente la proprietà immobiliare senza distinzioni di ceto né di situazioni sociali poteva venire in mente (lo dico senza ironia) a ognuno di noi comuni mortali. E poi, a seguire: gas, energia elettrica, autostrade, benzina, ecc. ecc.: la logica è sempre la stessa, tutti, più o meno, vengono colpiti, perché il colpo, per così dire, sia universalmente doloroso ma non mortale per nessuno.<br />
La tecnicità, in prima battuta, c&#8217;entra poco, mi sembra. Qui converrebbe piuttosto chiamare in causa un&#8217;altra, importante caratteristica di questo governo (dopo tecnicità e cattolicesimo): e cioè il fatto che questa tecnicità è a sua volta tutta inscritta nell&#8217;orbita di valori &#8211; culturali, ideali, economici ma soprattutto, mi verrebbe voglia di dire, antropologici &#8211; che caratterizzano l&#8217;attuale orizzonte tecnopolitico europeo. Se gli elettori dei rispettivi paesi mandassero a casa, come si spera, Sarkozy e Merkel, forse qualcosa potrebbe cambiare (ma intanto gli elettori spagnoli hanno mandato a casa Zapatero). Per ora, però, il quadro &#8211; ferreo quadro &#8211; è questo e tout se tient.<br />
Dati quei parametri, quei meccanismi finanziari, quelle scelte civili oltre che economiche (bisognerebbe rendere obbligatorio a sinistra, e anche altrove, la lettura di Finanzcapitalismo di Luciano Gallino), il resto quasi automaticamente ne consegue, e il governo Monti non ha fatto per ora che interpretare questa logica. La «fase due» si profila incerta all&#8217;orizzonte. Se essa dovesse imperniarsi, come sembra, sulle liberalizzazioni dei taxi, delle farmacie e delle professioni (che una volta, ormai paradossalmente, si dicevano &#8220;liberali&#8221;), la tecnicità avrebbe dato per la seconda volta in pochi mesi una prova sostanzialmente modesta. Se invece, com&#8217;è pressoché inevitabile, dietro questa cortina sostanzialmente fumogena, si andassero a toccare i rapporti e i diritti del lavoro, il quadro logico-tecnico-politico di questo governo non potrebbe che risultarne ancora più coerente e, nella prospettiva, consolidato: ma anche, al tempo stesso, più energicamente e fino in fondo contestabile.<br />
<strong><br />
7.</strong> Portato in parlamento il governo Monti ha ricevuto una maggioranza schiacciante; portata in parlamento la manovra ha ricevuto una maggioranza alquanto inferiore, ma sempre straordinaria. Anche questo fenomeno non s&#8217;è mai visto in queste dimensioni nella storia dell&#8217;Italia unita (dico: dell&#8217;Italia unita) se si esclude ovviamente la &#8220;parentesi del fascismo&#8221;. L&#8217;esperienza che da questo punto di vista gli si avvicina di più è quella del ministero guidato da Luigi Luzzatti (a modo suo anche lui un tecnico: era stato più volte in precedenza ministro del tesoro), il quale, fra il marzo 1910 e il marzo 1911, in un breve interregno della lunga egemonia giolittiana, ne formò uno composto da uomini di professioni politiche assolutamente eterogenee, con il compito, peculiarmente, di varare una nuova legge elettorale (che invece poi fu bocciata) ed ebbe alla Camera l&#8217;astronomica maggioranza di 386 voti favorevoli su 415 votanti. Naturalmente le affinità finiscono qui (anche se anche nel ministero Luzzatti, come in ogni governo «tecnico» che si rispetti, la carica di ministro degli Esteri fu ricoperta da un ambasciatore). Per quel che riguarda il ministero Monti, la cosa ha infatti una rilevanza politica ben maggiore. Il ministero Luzzatti ebbe la sua spropositata maggioranza in base ad una consultazione parlamentare in gran parte preventiva: il ministero Monti l&#8217;ha avuta solo dopo, in conseguenza della scelta delle principali forze politiche &#8211; fino a quel momento di maggioranza come d&#8217;opposizione &#8211; di convergere su di esso, una volta formato il governo.<br />
Si presenta qui con forza, a far da quinto pilastro al governo Monti, un protagonista indispensabile e di primissimo piano di tutta la vicenda, e cioè l&#8217;Italia, del resto continuamente evocata nel corso del2011, l&#8217;anno del suo centocinquantenario, a far da riferimento o da ammonimento a tutte le azioni politiche in corso nella Repubblica. Superfluo rammentare il ruolo decisivo esercitato anche in questo senso dal Presidente della Repubblica. E&#8217; in nome della salvezza della comune e unica patria di cui tutti disponiamo (&#8220;la Nostra Patria&#8221;, appunto, non la patria di questo o di quello), che i partiti rappresentati in parlamento si sono, &#8220;con senso di responsabilità&#8221; (l&#8217;espressione è di Berlusconi, ma rapidissimamente è stata fatta propria da tutti gli altri protagonisti della storia unione), adattati all&#8217;inedita e in larga misura imprevista situazione. E&#8217; ovvio che una componente di natura nazionale (nazionalistica?) faccia parte di ogni esperienza emergenziale.<br />
<strong><br />
8.</strong> Ma non esistono più in Italia una Destra e una Sinistra? Non ci sono più diversità e contrapposizioni di logiche, programmi, culture, non ci sono più antagonismi storici, oggettivi, insormontabili, tra i diversi settori dell&#8217;elettorato? Qual è la mano santa che riconduce tutto questo all&#8217;unità di una sola proposta e manovra di governo? Nel determinare il fenomeno intervengono due fattori, provvisoriamente (solo provvisoriamente?) convergenti, l&#8217;uno di natura oggettiva, l&#8217;altro eminentemente soggettivo, o anche, a dir la verità, un poco artificioso.<br />
Quello oggettivo, non c&#8217;è bisogno di descriverlo molto, è sotto gli occhi di tutti: lo spappolamento in Italia della struttura delle classi, la comparsa di un gigantesco, proteiforme contenitore sociale, dove sacche residue di vecchio proletariato industriale convivono gomito a gomito con fasce di piccola e piccolissima borghesia in sfacelo, e i soggetti dotati ancora di una precisa identità sociale si trovano isolati e circondati da masse anonime di consumatori sempre più allo stremo; e a far da collante a tutto questo una spropositata, crescente (e in larga misura motivata) sfiducia nella politica e nei suoi principali strumenti, i partiti e la cosiddetta &#8220;classe dirigente&#8221;. È in situazioni del genere, contraddistinte da una congenita fragilità democratica, che il capitale rinuncia a servirsi delle tradizionali, ormai inefficaci e inconcludenti, mediazioni politiche e passa a gestire la cosa pubblica in proprio (non a caso pretendendo, come linea generale di condotta, che sia il pubblico ad adattarsi a regole e consuetudini del privato per poter funzionare).<br />
Un governo il quale, per l&#8217;appunto, non è dichiaratamente né di destra né di sinistra, e cioè non è un &#8220;governo politico&#8221; nel senso tradizionale del termine, proprio perché è un &#8220;governo tecnico&#8221;, può pescare consenso, oltre che fra ceti decisamente dominanti, nelle grandi masse prive di identità (la &#8220;moltitudine&#8221; negriana, ma risolutamente rovesciata in negativo), più di ogni altro settore sociale a rischio.<br />
Su questa realtà oggettiva &#8211; e dunque non senza motivazioni e giustificazioni reali &#8211; interviene la manovra soggettiva (e artificiosa). I partiti che siedono attualmente in parlamento sono (salvo che qua e là, in zone limitate del paese) larve di organizzazione, non più in grado di secernere il grano dal loglio, perché la confusione sociale circostante si è riversata anche al loro interno (basti pensare al Pd e alle sue molteplici e contraddittorie anime: dalla giraffa comunista non è nato, come io auspicavo anni fa, un buon, normale cavallo occidentale, ma un grifone con la testa d&#8217;uccello e gli zoccoli da quadrupede). In questa situazione era normale che i principali protagonisti dell&#8217;aspro scontro politico-sociale dell&#8217;era berlusconiana convergessero sull&#8217;ipotesi dell&#8217;appoggio al medesimo &#8220;governo unico&#8221;: non avevano scampo, perché non c&#8217;era scampo.<br />
I primi effetti &#8220;politici&#8221; (questa volta da intendersi in senso tradizionale) di questa manovra sono stati la scomparsa dalla scena del patto di Vasto, l&#8217;unico ragionevole marchingegno pre-elettorale che il buon Bersani fosse riuscito con grande fatica a mettere in piedi (Di Pietro, che non ne ha mai sofferto, è stato improvvisamente precipitato nella partita del dubbio amletico; Vendola ha scelto di tacere, perché anche lui non aveva altra scelta); e l&#8217;emarginazione del gioco della Lega, che, non avendo a che fare né con la Presidenza della Repubblica, né con i professori universitari, né con l&#8217;Europa, né con la Chiesa, è stata costretta a ricacciarsi nei suoi provinciali nidi di partenza. Non irrilevante anche, in questo quadro, che Silvio Berlusconi, depravatissimo e deprecatissimo come Presidente del Consiglio, sia stato restituito a una sua tranquilla, rispettabile e da tutti rispettata onorabilità in quanto leader di uno dei partiti che sostengono l&#8217;attuale governo. Non ci sono più escort in giro, la vita privata del Cavaliere è diventata improvvisamente impenetrabile e ingiudicabile, i suoi atti non sono più gravati dal conflitto d&#8217;interesse e dalle grane giudiziarie: lo si consulta perciò normalmente e disinvoltamente e lo si ascolta e commenta con grande attenzione quando sussurra, con astuta parsimonia, le sue riflessioni sul bene del popolo e della Nazione. Per forza: se toglie l&#8217;appoggio, il castello genialmente creato crolla di colpo.<br />
Quel che strategicamente emerge è dunque una colossale pulsione neocentrista: ossia la spinta a creare al Centro un&#8217;aggregazione imponente (non necessariamente un nuovo partito: anzi), che proprio nella tecnicità troverebbe il suo esemplare punto di riferimento e di &#8220;rappresentazione&#8221;. Non a caso esulta più di chiunque altro Casini che, sia pure per ora non in prima persona, si vede idealmente proiettato (e senza sforzo alcuno)&#8230; al centro dell&#8217;operazione; e nel Pd trionfa di nuovo Walter Veltroni, il quale finalmente scorge le sue pulsioni antibersaniane di sempre colorarsi di realtà.<br />
In Italia, storicamente, questa convergenza delle ali verso il Centro ha preso il nome di trasformismo: nella sua versione nobile una forma della politica destinata a sopperire alle carenze dei singoli partiti, trovando fra i rappresentanti del popolo, nei momenti considerati più gravi, quelli disposti a mettere l&#8217;interesse del paese al di sopra di quello delle singole fazioni politiche e, naturalmente (sebbene in accezione puramente o prevalentemente ideale) dei singoli stessi. Nel caso odierno potremmo dire di trovarci di fronte a un esempio di trasformismo di altissimo livello, di cui sono protagonisti non i singoli &#8220;individui&#8221; ma i partiti stessi, consapevoli di fare responsabilmente il bene del paese e, più sotterraneamente, di non avere neanche loro altra strada al di fuori di questa.<br />
Se l&#8217;esperimento di Monti andasse avanti fino, oppure oltre, la scadenza elettorale del2013, l&#8217;ipotesi neo-centrista qui ipotizzata arriverebbe ad avere manifestazioni spettacolari. Del resto, se c&#8217;è un solo programma valido, ed è quello che dall&#8217;Europa promana all&#8217;Italia, come potrebbe essere che la prospettiva del grande, anzi grandissimo Centro non si affiancasse a Presidenza della Repubblica, tecnicità, Europa, Chiesa e Italia, a fondare il sesto pilastro della manovra?<br />
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9.</strong> Il settimo pilastro della saggezza è di natura squisitamente ideologica e si avvale di strumenti mediatici poderosi. Non solo, infatti, la manovra, e il governo Monti che la raccomanda ed esprime, sono considerati e detti come necessari, e dunque indispensabili, e dunque inevitabili. Ma ciò che si presenta oggettivamente come necessario, e dunque indispensabile, e dunque inevitabile (e come tale potrebbe persino essere accettato da una quota di non consenzienti: insomma, l&#8217;invito a &#8220;baciare il rospo&#8221;), viene presentato come un &#8220;sistema di valori&#8221; destinato a fondare la &#8220;nuova Italia&#8221;, attraverso l&#8217;adozione di generalizzati comportamenti conseguenti. È, insomma, la &#8220;coesione sociale&#8221; (Napolitano, Bagnasco), il &#8220;superamento degli steccati tradizionali&#8221; (Casini, Alfano), l&#8217;&#8221;equità&#8221; da raggiungere, però passando attraverso il &#8220;sacrificio&#8221; (tutti): e cioè, in sostanza, l&#8217;idea che il &#8220;passaggio&#8221; possa essere effettuato soltanto se restiamo tutti uniti, se attenuiamo al massimo i conflitti, e di conseguenza accettiamo più o meno in toto il pacchetto di misure e &#8211; di più, molto di più &#8211; la prospettiva sociale, politica e civile, che attraverso di esse ci viene proposta. Non vuole dire anche questo che ci vuole sempre meno politica (e conseguentemente, o primariamente, meno politici), se vogliamo andare avanti? Curiosamente, in politica (e i politici) sopravvivono ancora a livello locale e regionale, mentre a quello nazionale li si considera vieppiù superflui e distorcenti. E così il quadro è completo, e si può chiudere.<br />
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10.</strong> Il pacchetto della saggezza va assunto per intero, per essere efficace (anche la Chiesa di Roma? Sì, almeno nel senso che anche un laico deve riconoscere la funzione positiva che essa attualmente svolge nel grande concerto comune). Nessuna alternativa è considerata come ragionevolmente possibile. Persino quella modesta rivoluzione, puntualmente contemplata e regolamentata all&#8217;interno di qualsiasi sistema democratico, che è in caso di necessità, oltre che alle scadenze normali, il ricorso al voto, viene additata come da evitare.<br />
C&#8217;è qualcosa di totalitario nel sistema finanzcapitalistico. Non solo ne sono sconosciuti, &#8211; e imprevedibili, e non sanzionabili, almeno finora &#8211; i grandi protagonisti, cui l&#8217;ultimo grande salto tecnologico, quello informatico, ha consentito di agire sempre e ovunque al di fuori di ogni controllo (la tecnica, nel corso del processo storico degli ultimi tre secoli è sempre stata, prevalentemente, dalla parte del capitale e contro il lavoro). Ma il dissenso, la prospettazione di una diversa strategia, persino la sacrosanta difesa di un interesse &#8220;particolare&#8221; &#8211; si tratti del diritto di rappresentanza sindacale in fabbrica, negato a coloro che non firmano accordi con l&#8217;impresa, come della difesa di una valle alpina dalla devastazione tecnologica, per giunta, come tutti sanno, economicamente improduttiva &#8211; vengono sempre più considerati atti ostili alla soluzione dei problemi di questo sistema e come tali aspramente combattuti. La difesa dei diritti umanitari e della persona riemerge solo ai margini del sistema: l&#8217;atteggiamento di solidarietà e di comprensione nei confronti degli immigrati e dei &#8220;reietti della terra&#8221;, più volte recentemente e molto autorevolmente evocato, ne rappresenta una testimonianza (del resto, questo duplice e contraddittorio nesso è stato praticato per secoli con successo dalla Chiesa di Roma). Ma quel che accade in conseguenza delle logiche interne di sistema, e fra coloro che, anche senza affatto volerlo, ne sono principali protagonisti e vittime, questo viene affrontato e ridotto al rango di una pura, necessaria revisione sistemica: tanto più efficace &#8211; e ovviamente indiscutibile &#8211; quanto più il governo della cosa pubblica è oggi nelle mani di un manipolo di onest&#8217;uomini invece che di una banda di predoni di strada.<br />
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11.</strong> L&#8217;ultimo paragrafo di questo discorso riguarderebbe, ce ne avessi la forza e la capacità, l&#8217;assenza di una risposta critica e alternativa adeguata al livello dei problemi che mi sono sforzato di discutere (del resto, se la risposta non fosse rimasta assente per troppi decenni, i problemi non sarebbero ingigantiti fino a questo punto che ha assunto la bronzea parvenza dell&#8217;oggettività pura e semplice). Qualcosa, certo, è stato già detto ed enunciato; e altro si può, senza grande sforzo, elaborare e dire. Ma quel che mi parrebbe ora giusto sarebbe fissare con chiarezza il &#8220;punto di partenza&#8221; del nuovo discorso. L&#8217;altissimo concentrato di &#8220;saggezza&#8221;, di cui io parlo, non è un&#8217;invenzione di parole: è un fatto drammaticamente reale e presenta dimensioni formidabili. Per fronteggiare questa &#8220;saggezza&#8221;, poggiata su pilastri di tale consistenza, ci vuole un pensiero altrettanto globale e onnicomprensivo di quello su cui essa si sostiene e motiva: una &#8220;saggezza&#8221; persino più scaltrita e raffinata; e al tempo stesso più corposa e vicina al mondo dei normali esseri viventi, degli individui umani a loro volta pensanti, non, come oggi pare, semplici oggetti, distanziati, semintelliggenti destinatari delle manovre altrui, quali che siano; e quindi, come tutte le vere &#8220;saggezze&#8221; capaci di cambiare il mondo e di arrestarne la presunta inevitabilità del corso, anche un po&#8217; folle (del resto come tutti sanno, c&#8217;è una logica in questa follia). E a questo pensiero, e a questa diversa &#8220;saggezza&#8221;, deve corrispondere un&#8217;organizzazione adeguata (questo nesso non è semplicemente storico: è eterno; se non c&#8217;è, niente funzione). Da questi due punti di vista noi siamo ancora alle primissime battute: il vecchio che è in noi supera di gran lunga quello che ci fronteggia e sovrasta. Per colmare le lacune e i ritardi ci verranno decenni. Ma intanto bisognerebbe cominciare a farlo.</p>
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