Guerra civile siriana: dinamica Stati Uniti-Russia e prospettive di stabilizzazione

Guerra civile siriana: dinamica Stati Uniti-Russia e prospettive di stabilizzazione

A sei anni dall’inizio della guerra civile, il processo di stabilizzazione dello Stato siriano appare ancora lontano dal potersi considerare prossimo argomento di discussione negoziale. Il protrarsi di una complicata dinamica locale contribuisce oggi a rendere la Siria un emblema di quel disordine generalizzato che caratterizza l’intero scenario del Medio Oriente, teatro caotico di contrapposizione tra gli interessi geostrategici che i diversi competitor portano in campo. Prima di passare all’analisi approfondita delle prospettive di stabilizzazione del settore mediorientale, affronterò alcune delle dinamiche più significative nel confronto tra le due delle potenze che segneranno da protagoniste le sorti della guerra in Siria: Stati Uniti e Federazione Russa.

Gli Stati Uniti e la Russia sono di nuovo in guerra? È senz’altro verosimile. Tuttavia, stando a un’analisi rigorosa dei fatti, sarebbe errato considerare questo scontro ibrido, che si consuma su più scacchieri secondo modalità non lineari, un mero ritorno alle logiche della guerra fredda. In un mondo profondamente cambiato dal 1989, alla simmetria dell’ordine bipolare è subentrato il dilagante caos internazionale e, in questo contesto, le condizioni delle due potenze appaiono non poco incerte.

Tendenti per vocazione al primato imperiale, entrambi i contendenti attraversano un periodo di declino. La crisi economica che interessa la Russia dal 2008, accentuata dalle sanzioni e dal crollo del prezzo del petrolio, ha contribuito non poco ad affievolire l’afflato nazionalista del suo popolo, motivo per cui il consenso alla leadership presidenziale si troverà per la prima volta davanti a un decisivo banco di prova in occasione delle elezioni previste per il 2018, pesando negativamente la carenza di una strategia di emergenza quanto a politiche di modernizzazione infrastrutturale. In questo contesto, la crescente assertività in politica estera della presidenza muscolare di Putin è un indicatore chiaro delle priorità che il Paese ha deciso di darsi. Obiettivo di primaria importanza è il riposizionamento in un ruolo strategico per prestigio e capacità di gestione del sistema internazionale su un piano di parità con gli Stati Uniti, ne è condizione necessaria l’uscita dallo stato di declassamento in player meramente regionale in cui lo Federazione attualmente versa. La postura acquisita in Medio Oriente rientra in questa logica. Reso possibile dal vuoto lasciato in seguito al disimpegno nella regione dell’ex Presidente Obama, l’intervento russo in Siria assume molti significati tattici. In primo piano c’è la contesa con gli Stati Uniti per il conseguimento della potenza negoziale necessaria a trattare in una posizione di forza per il nuovo equilibrio che scaturirà dalla fine del conflitto, a ciò si aggiunga l’esibizione di leadership davanti a un Occidente europeo considerato tanto incerto nella strategia di politica estera quanto vassallo delle mire americane, una componente da non sottovalutare perché fattore di consolidamento dell’identità e della compattezza nazionale russa che, nella narrativa della classe dirigente, trae forza dai valori di cristianità, nazione e famiglia davanti a un’Unione Europea ritenuta debole in quanto laicista e disorientata sul piano valoriale. Infine, forse il più importante tra i motivi non prettamente geopolitici della proiezione russa in Medio Oriente è la preoccupazione per il dilagare della minaccia jihadista del Daeš, la cui propaganda attrae una percentuale considerevole della minoranza russo-islamica a maggioranza sunnita, 15 milioni per il 10% della popolazione totale, iniziando a creare seri problemi di gestione nei territori di estrema periferia. Attualmente l’epicentro dell’instabilità è il Caucaso settentrionale, luogo di conflitti irrisolti e principale centro di provenienza delle diverse migliaia di foreign fighters in ritorno, un pericolo concreto per l’integrità territoriale russa che si aggiunge alle antiche forme di guerriglia secessionista su base etnica già da tempo caratterizzanti le naturali spinte centrifughe del territorio.

Il pragmatismo delle manovre russe di deregionalizzazione mette gli Stati Uniti davanti alla necessità urgente di una ridefinizione della propria strategia in politica estera mediorientale, soprattutto nella prospettiva del mantenimento sul lungo periodo di un ruolo significativo come decisore a livello internazionale. Se le dichiarazioni rilasciate in campagna elettorale da Donald Trump lasciavano immaginare un possibile reset nelle bilaterali con la Russia, allo stato attuale le relazioni si attestano al “lower level possible”. Oltretutto, in un sistema politico altamente controbilanciato dal punto di vista istituzionale quale quello statunitense, qualunque sia l’ampiezza del consenso popolare che investe un Presidente appena eletto, risulta molto difficile anche per il vertice dell’esecutivo federale riuscire a incidere in maniera rilevante sulle dinamiche dei gestori più influenti negli indirizzi di politica estera (Congresso, agenzie federali e Pentagono), apparati che allo stato attuale mantengono una strategia fermamente antirussa.
La decisione di intervenire in Siria attraverso il primo lancio missilistico indirizzato contro il regime dall’inizio della guerra, lo scorso 6 aprile, se motivata come risposta all’utilizzo di armi chimiche contro la popolazione ribelle da parte del governo di Baššar al-Asad, è stata l’occasione per manifestare una chiara volontà di ritorno da primattore nel quadrante mediorientale.
In Siria la strategia della minima esposizione promossa da Obama non ha pagato, ancor meno utile è risultato il tentativo di organizzare un equilibrio regionale su base multipolare che, sotto la lontana supervisione statunitense, avrebbe dovuto essere presidiato delle potenze locali attraverso il bilanciamento e il reciproco riconoscimento di equivalenti sfere d’influenza nell’area. Una costruzione vestfaliana impraticabile se affidata a un concerto di Stati non solo in disputa per l’egemonia politica totale sulla regione, ma anche profondamente, e forse irrevocabilmente, divisi sulla base di dispute religiose radicate.

La Siria è espressione visibile delle contraddizioni che oggi corrono più o meno sommerse in Medio Oriente, storicamente un luogo di varietà linguistica e religiosa, ecumene di stratificazione culturale ma non una realtà statale di definita identità nazionale. Un contesto che i progetti di riassetto locale sostenuti da Stati Uniti e Russia hanno contribuito a complicare, tendendo ad acuire la dialettica sunnita-sciita che è emersa chiaramente con l’esplosione degli antagonismi un tempo imbrigliati sotto il peso del regime.
Priorità tattica russa resta il mantenimento di un’ideale linea di potere sciita che partendo dall’Iran attraversi l’Iraq, mantenga l’appoggio di un regime amico, possibilmente alawita, in Siria per ricongiungersi con Hezbollah in Libano, una manovra che assicurerebbe il consolidamento del ruolo politico russo in alcuni dei settori più caldi del Medio Oriente giovandosi della partnership di statualità forti.
Gli Stati Uniti puntano invece a sostenere le richieste di autodeterminazione delle minoranze che abitano l’area tra Siria e Iraq, fedeli al disegno di un assetto regionale multipolare che favorisca una frammentazione su base settaria di questi Stati mediorientali, depotenziandone la carica competitiva in modo da rendere meno efficaci le alleanze con i due primattori locali in cerca di affermazione egemonica, Arabia Saudita e Iran, e permettendo di conseguenza una gestione più agevole dell’area. Ulteriore fattore d’instabilità è costituito dalla Turchia, dove al rafforzamento costituzionale della carica presidenziale si accompagna il personale tentativo di Erdoğan di proporsi come leader del mondo islamico sunnita, alternando ambiguamente il ruolo di bastione filoamericano per il contenimento della Russia in Asia centrale a una persistente opera di contrasto delle spinte indipendentiste dei curdi, minoranza divisa tra i territori di Siria, Iraq e Turchia le cui prime esperienze di autonomia in Rojava si caratterizzano per l’attribuzione di un ruolo istituzionale significativo alle assemblee locali, espressione di coinvolgimento politico delle singole comunità secondo impostazioni inclusive molto differenti da quelle dei sistemi politici arabi.

La risoluzione del conflitto in Siria sarà una voce importante nel progetto di messa in sicurezza del Golfo e, probabilmente, nella ridefinizione del futuro ordine internazionale. Data l’ormai chiara internazionalizzazione della guerra civile, è indubbio che la stabilizzazione del quadrante siriano richiederà nell’immediato un più coeso intervento militare delle forze impegnate nello scontro, superando le ambigue frizioni fazionarie che continuano a regalare vantaggio al nemico comune. Azione risolutiva potrebbe essere la presa di Raqqa, “capitale” del Califfato, un obiettivo ormai in via di accerchiamento sia da parte dei contingenti lealisti sostenuti dai russi che dalle Forze Democratiche a maggioranza curda spalleggiate dalla coalizione americana.
A guerra conclusa lo sforzo negoziale per la stabilizzazione dell’area, in previsione di un’attesa trasformazione geopolitica di grande respiro, dovrà svolgersi nel senso più inclusivo possibile delle minoranze in lotta contro il Daeš, favorendo un progetto moderato di coalizione governativa nella consapevolezza che, una volta caduto lo Stato Islamico, prolungare lo stallo decisionale comporterebbe ulteriori vuoti di potere atti a favorire la recrudescenza delle istanze jihadiste proprie delle comunità sunnite di origine rurale, molto sensibili di nuove ibridazioni sotto l’influenza del wahabismo radicale.
Il ruolo di Stati Uniti e Russia in Medio Oriente resta inderogabile. Anche se ormai incapaci di una gestione unilaterale dei molti fronti aperti tra Asia-Pacifico e Continente africano, non è probabile, né auspicabile, che gli Stati Uniti abbandonino nel lungo periodo il ruolo di prima potenza mondiale. In caso contrario, il passaggio dal multipolarismo estremo all’apolarismo caotico non sarebbe una prospettiva remota. Da parte russa c’è poi tutto l’interesse a non escludere future prospettive di convergenza, la violenza fondamentalista resta infatti una questione prioritaria non solo per la generica sicurezza nazionale ma anche per la stessa tenuta governativa, sicuramente minacciata dall’ondata d’instabilità sistemica che si propagherebbe dai territori limitrofi alla Federazione in caso di un’infiltrazione jihadista più consistente.

Come più volte ricordato da Henry Kissinger, consigliere presidenziale e analista americano, l’esperienza del disordine politico si risolve il più delle volte, per i popoli che ne sono interessati, anche in esperienza di disumanizzazione. In quest’ottica, se un preciso calcolo geopolitico si rende necessario ai fini del consolidamento di un ordine regionale alternativo, non meno importante sarà una prudente valutazione delle responsabilità, anche di ordine morale, che il ruolo di costruttori del nuovo equilibrio reca con sé.
L’alto valore ideale che dalla Prima Guerra Mondiale accompagna l’interventismo americano nei teatri di conflitto, dovrà continuare a significare diffusione dei valori costituzionali di rappresentanza e partecipazione politica, ma nel caso siriano l’esperienza insegna quanto sia opportuno superare la retorica dell’esportazione della democrazia. L’accortezza geopolitica richiede che la promozione dello Stato di diritto si accompagni a una valutazione di buon senso circa le condizioni del substrato socio-culturale dello scacchiere mediorientale, una variabile che ha dimostrato una certa rilevanza nel determinare l’insuccesso nel recepimento dei moderni sistemi democratici.
In un contesto che manifesta così chiare tendenze di frammentazione statale e un radicalismo religioso dilagante (a cui in Occidente, di questi tempi, si contrappone una speculare e crescente chiusura nazionalista), uno degli elementi decisivi per la stabilizzazione sarà la capacità degli Stati coinvolti di riconoscersi ormai impossibilitati nello stabilire un equilibrio regionale secondo regole di imposizione unilaterale. Trascendendo dagli obiettivi nazionali, una delle condizioni necessarie alla pacificazione sarà quindi la volontà di rivedere il concetto stesso di ordine globale, insistendo su una rinnovata cooperazione internazionale secondo regole concordate e condivise.

Virginia Mondello

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