La sovranità, la sua crisi e il popolo

Oggi è frequente sentire, nella opinione pubblica e nel dibattito politico, della necessità di un ritorno alla «sovranità», al «popolo sovrano», allo «Stato sovrano», ecc.

Ma siamo realmente consapevoli del significato del termine «sovranità»?

Rileggendo alcune pagine de «L’uomo e lo Stato» di Maritain sono stato sorpreso dalla modernità di pensiero del filosofo francese espresso nel tentativo di «purificare» il concetto dell’essere sovrano.

Partendo dalla definizione classica di sovranità di Bodin, attraversando il pensiero di Hobbes e di Rousseau, sembra evidente che, nel corso della storia, vi sia stato un «errore originario» tale da ingenerare una generale confusione nell’Uomo, così da sfociare nei regimi totalitari del novecento e da un loro surrogato ritorno, in epoca contemporanea, attraverso il «populismo».

Secondo il Romano, lo Stato moderno è «una stupenda creazione del diritto», «un ente a sé che riduce ad unità gli svariati elementi di cui consta, ma non si confonde con nessuno di essi, di fronte ai quali si erge con una personalità propria, dotato di un potere, che non ripete se non dalla sua stessa natura e dalla sua forza, che è la forza del diritto».

Con l’avvento della Costituzione repubblicana la sovranità non appartiene più allo Stato come ente giuridico, come persona a sé stante, ma al popolo, che «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (Art. 1 Cost.).

Vi è un singolare ritorno storico: «la sovranità, scioltasi dal vincolo personale del monarca e dalla legittimazione dinastica, si è resa impersonale e astratta nel corpo normativo, agganciata, all’unico ed esclusivo sostegno del diritto». Lo Stato come persona giuridica segna il più alto grado di impersonalità. Il popolo, deliberando la Costituzione, detta forme e limiti di esercizio della sovranità, spostandola automaticamente al popolo. Infatti non è la Costituzione ad istituire il popolo, ma è il popolo che fonda la Costituzione, disciplinando l’esercizio della sovranità. «Sovranità popolare è sovranità giuridica». In questo modo essa si fa di nuovo concreta e personale: non appartiene più a un ente fittizio, a un soggetto logico, ma a un corpo determinato e reale: al popolo che trae da sé, dalla propria volontà, «il contenuto di ogni norma (costituzionale e ordinaria) e stabilisce competenze e poteri», disegnando la fisionomia dello Stato e di qualsiasi altro ente.

A questo quadro vanno inseriti almeno due fenomeni che hanno messo in crisi il concetto di sovranità così posto: il diritto europeo e il federalismo.

È vero che il diritto europeo è ricondotto all’art. 11 Cost., dove si prevede che l’Italia consente «alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni» e che la sovranità del popolo ha deciso di auto-limitarsi, cioè di istituire una unione di Stati e di affidare ad organi comuni alcune «frazioni» di potestà legislativa, ma una simile decisione ha comportato degli effetti che si possono dire lesivi della sovranità popolare, poiché il diritto europeo, scioltosi dalle volontà fondatrici, «si è attribuito forza propria e carattere originario».

Si è giunti così lontani che ai regolamenti comunitarî si assegna l’efficacia di travolgere o, detto in modo più delicato, «di determinare la disapplicazione delle stesse norme costituzionali fino all’estremo confine dei princípî fondamentali e dei diritti inviolabili della persona umana».

Sembra di trovarsi di fronte ad una «sintesi di mitologia europea e di arcaico giusnaturalismo»[1].

Il federalismo, invece, inteso come una attribuzione ampia di poteri agli enti regionali (o locali), avvenuto attraverso una riforma costituzionale, priva di rigore logico, che ha violentato la fisionomia dello Stato, determina «un’altra figura di Stato». L’Art. 114 Cost. colloca lo Stato, parte fra le parti, all’interno della Repubblica. L’espressa riserva alla legislazione statale riduce l’àmbito della potestà legislativa regionale, che dunque non è eccezione alla regola, ma regola all’eccezione.

«Non più lo Stato attribuisce poteri alla Regione, ma Regione e Stato ricevono, l’una accanto all’altro, poteri della Costituzione». Sembra un caso di autopoiesi giuridica.

Tuttavia, sembra potersi ritenere che simili fenomeni di indebolimento, forse non toccherebbero in alcun modo la sovranità e il principio di autodeterminazione se il popolo prendesse parte alla vita politica in modo assiduo.

Il tramonto della sovranità non è segnato dalla dispersione legislativa, ma «dal difetto di autonomia politica», cioè dalla scarsa partecipazione alla vita politica.

Guardando l’Italia, la struttura oligarchica dei partiti, riluttanti ad ogni disciplina legislativa, e vuoti di respiro ideologico, sono tutti motivi di una profonda crisi della coscienza politica, la quale si trasforma in una crisi di sovranità.

Quest’ultima, quindi, non è tanto da ricercare nell’europeismo o nel regionalismo quanto in interiore homine.

In effetti, dagli ultimi eventi avvenuti in politica, dalla frattura del PD, dalla quasi scomparsa del centro destra, dalla miniaturizzazione della sinistra e dalla confusione generale del M5S, sembra che l’Italia ignori una «vita della comunità», cioè una vita politica che veramente riesca a tenere insieme Stato e società, poteri pubblici e autonomie private.

In questo scenario, al di là, delle problematiche che possono sorgere nella costante relazione tra potere e libertà sembra necessario ricercare, rivisitare il concetto di sovranità, per verificare se davvero, nel corso della storia, questo termine non sia stato frainteso.

Secondo Bodin la sovranità è «il potere assoluto e perpetuo di uno Stato»; perpetuo, nel senso che dura per l’intera vita di colui che detiene il potere.

Se il popolo concede il suo potere a qualcuno finché questi vivrà in qualità di «reggente», egli non sarà un sovrano, bensí un semplice governatore o custode del potere altrui.

Se invece il potere gli viene dato puramente e semplicemente, non a titolo di reggenza, allora potrà dirsi sovrano monarca. Il popolo si è privato e spogliato del proprio potere sovrano per investirlo e dargliene possesso e a lui e in lui ha trasferito interamente il potere, autorità, prerogative e sovranità tutte.

In questa ottica «il Principe è l’immagine di Dio». Se il popolo cede il potere a qualcuno di disporre dei beni, delle persone e di tutto lo Stato a suo libero arbitrio, e di lasciarlo poi a chi egli vorrà, così come il proprietario può cedere i propri beni puramente e semplicemente, avviene che il Monarca si divide dal popolo e vi sta sopra (sovrano=colui che sta sopra, che ha superiorità).

Il sovrano, quindi, non è tenuto a rendere conto che a Dio e in questo senso egli è «l’immagine di Dio».

Questa espressione va intesa in tutta la sua forza e significa che «il Sovrano, sottoposto a Dio, ma responsabile davanti a Dio soltanto, domina il tutto politico come Dio domina il cosmo». La sovranità, «o non significa niente o significa un potere supremo separato e trascendente». Non un potere al vertice, al di sopra del vertice che governa dall’alto l’intero corpo politico. Perciò un tale potere è assoluto (da ab-solutus= slegato, separato), e per conseguenza illimitato, nella sua estensione e nella sua durata, «e senza responsabilità davanti a chicchessia sulla terra».

I teorici della sovranità hanno compiuto proprio questo errore. Essi sapevano che il popolo possiede naturalmente il diritto di autogovernarsi, ma alla considerazione di questo diritto hanno sostituito quella del potere del popolo costituito in città. «Sapevano che il principe riceve dal popolo l’autorità di cui è investito, ma hanno trascurato o dimenticato il concetto di vicariato sul quale avevano messo l’accento gli autori medievali», sostituendolo con il concetto di trasferimento materiale o donazione.

Il concetto autentico di sovranità possiede, dunque, due significati che si relazionano tra loro.

Il primo intende la sovranità come il diritto alla indipendenza suprema e al supremo potere come diritto naturale e inalienabile. Il secondo intende la sovranità come un diritto a una indipendenza e a un potere che nella propria sfera siano supremi assolutamente ovverosia in un modo trascendente. In altri termini, «l’indipendenza del Sovrano di fronte al tutto da lui governato e il suo potere su di esso sono supremi separatamente da quello stesso tutto».

Pertanto, il corpo politico ha diritto alla piena autonomia, intesa come diritto naturale e inalienabile, nel senso che nessuno ha il diritto di fargli perdere tale autonomia con la forza; ma non nel senso che «la piena indipendenza in questione sia di per sé inalienabile, e che il corpo politico non possa liberamente abbandonare il proprio diritto alla piena autonomia ove riconosca di non essere più una società “perfetta” e autosufficiente, e consenta a entrare in una società politica più vasta».

Da tutto ciò si può ricavare che la piena autonomia del corpo politico implica il primo elemento inerente alla sovranità autentica, cioè un diritto naturale inalienabile alla indipendenza suprema, ma non implica affatto il secondo elemento, poiché il corpo politico non si autogoverna separatamente da se stesso e al di sopra di se stesso. In altre parole, «la sua indipendenza e il suo potere supremo non sono supremi che relativamente e per confronto». Perciò il secondo elemento inerente alla sovranità autentica, vale a dire al carattere assolutamente o trascendentalmente supremo dell’indipendenza e del potere che, nella sovranità autentica, «sono supremi separatamente dal tutto governato dal Sovrano e al di sopra di quel tutto, questo secondo elemento inerente alla sovranità autentica è evidentemente estraneo al vero concetto della piena autonomia del corpo politico».

Se cambiamo prospettiva, si può notare come lo Stato sia una parte e un organo strumentale del corpo politico. Di conseguenza «non ha né indipendenza suprema rispetto al tutto, né potere supremo sul tutto, né diritto, che gli appartenga in proprio, a una tale indipendenza e a un tale potere». Quindi, né il primo elemento, ossia il diritto naturale e inalienabile all’indipendenza suprema e al potere supremo, né il secondo elemento inerente alla sovranità autentica, ossia il carattere assolutamente e trascendentalmente supremo di tale indipendenza e di tale potere, possono essere attribuiti allo Stato. «Lo Stato non è e non è mai stato autenticamente sovrano».

Anche a voler traslare il concetto autentico di sovranità sul popolo, proprio come per il corpo politico, si può sostenere che «esso ha un diritto naturale e inalienabile alla piena autonomia rispetto a ogni parte del tutto composto dalla moltitudine, e al fine di portare quel tutto ad esistenza e di farlo agire».

Queste riflessioni non impediscono, certamente, di usare il termine «sovranità» nel senso che conosciamo, cioè in un senso improprio, per designare soltanto, sia il diritto naturale del corpo politico o del popolo alla piena autonomia, sia il diritto che lo Stato riceve dal corpo politico all’indipendenza suprema e al potere supremo rispetto alle altre parti e agli altri organi di potere della società, o rispetto alle relazioni esterne tra gli Stati.

Tuttavia, ragionando in questo modo, si corre il rischio di essere trascinati in una profonda confusione, perché «ci si trova nel pericolo di dimenticare che nessun agente umano e nessuna istituzione umana possiede, in virtù della propria natura, il diritto di governare gli uomini».

In questi termini appare opportuno, se non respingere, almeno arginare il concetto di «sovranità», inteso in senso classico, perché esso sfocia nel concetto di «assolutismo».

La sovranità è un esempio classico di quei concetti che sono validi in un determinato ordine delle cose, ma resta illusorio in un altro.

Tutti questi dubbi perdono la loro essenza quando un simile concetto si trasferisce dalla politica alla metafisica.

Nell’ordine spirituale vi è un concetto valido e autentico di sovranità. «Dio, il Tutto separato, è Sovrano sul mondo creato». Secondo la Chiesa cattolica, «il Papa, nella sua qualità di vicario di Cristo, è Sovrano sulla Chiesa. Egli, infatti, possiede una indipendenza suprema dall’alto (dallo Spirito), rispetto al mondo delle passioni e al mondo della legge».

Nell’ordine politico, e con riguardo agli uomini o agli organi preposti a guidare i popoli, non esiste alcun uso valido del concetto di sovranità, perché «nessun potere terreno è l’immagine di Dio, né il vicario di Dio. Dio è la fonte stessa dell’autorità di cui il popolo investe quegli uomini o quegli organi, ma essi non sono i vicari di Dio. Essi sono i vicari del popolo, e non possono essere divisi in virtù di nessuna proprietà superiore ed essenziale».

La sovranità designa una indipendenza e un potere che sono separatamente e trascendentalmente supremi, e sono esercitati dall’alto sul corpo politico, «perché sono un diritto naturale e inalienabile appartenente a un tutto superiore al tutto costituito dal corpo politico o dal popolo e che, di conseguenza, è ad essi sovrapposto o li assorbe in sé». La descritta qualità, quindi, non appartiene allo Stato. Una simile visione nei tempi moderni, è stata conferita allo Stato «con l’ingannevole pretesto che lo Stato è il popolo personificato e che il popolo può fare tutto senza essere responsabile verso nessuno». Ma il processo è stato un trasferimento del potere irresponsabile dal Sovrano personale alla pretesa personalità giuridica dello Stato.

Così è stato introdotto un principio contrario a quello secondo il quale il popolo è giudice finale della gestione del proprio governo, e gli Stati democratici hanno vissuto una profonda contraddizione in se stessi, perché lo Stato non è irresponsabile nei confronti del proprio popolo. Per questi motivi non può essere sovrano nel senso autentico del termine perché esso è sottoposto al controllo del proprio popolo che paga o pagherà per le sue decisioni prese in nome della sovranità popolare.

Se lo Stato è dunque responsabile e sottoposto al controllo del popolo, come può essere validamente sovrano? Ma neanche il popolo è validamente sovrano. È vero che rimane il titolare del diritto di autogovernarsi e di una piena autonomia ma non è esente da responsabilità.

Il suo diritto di autogoverno e di piena autonomia lo rende irresponsabile davanti a qualsiasi tribunale o organo particolare del corpo politico. Ma «il potere che esso esercita, sia mediante riflessi di masse e in modi extra-legali, sia mediante le vie regolari di una società veramente democratica, non è in alcun modo un potere senza responsabilità». È il popolo stesso che ne paga le conseguenze, «ed è sicuro di rispondere dei suoi sbagli con la propria sofferenza e il proprio sangue».

I concetti di sovranità e di assolutismo sembrano, quindi, essere stati forgiati sulla stessa incudine e per questo motivo «devono essere messi al bando».

Il diritto, generatore del concetto di sovranità, «non deve essere ancillare a niente, ma ordinatore di tutto». Da ciò si può ricavare che non vi è solo una sovranità (delle regole), secondo la prospettiva dello Stato di diritto, ma «la sovranità dei valori» sui quali esso è stato pensato.

Citazioni da N. Irti, Diritto senza verità, Bari, 2011, J. Maritain, L’uomo e lo Stato, rist. 2014 e O. De Bertolis, Il diritto nella società contemporanea, 2016.

[1] N. Irti, Crisi mondiale e diritto europeo, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2009, pp. 1243 ss.

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