La tecnologia è contro la democrazia?

Qualche giorno fa un parlamentare equilibrato e dallo specchiato spessore morale si lamentava della seria interferenza che la tecnologia sta portando nel funzionamento del normale processo democratico.
Per dimostrare questo faceva l’esempio di parlamentari, di diversa area politica, che cambiano repentinamente opinione a seconda del numero di tweet o di sms ricevuti su un determinato argomento. Succede, per essere concreti, che, nel mezzo di una riunione politica, qualcuno dei presenti avverte all’esterno circa potenziali decisioni che si stanno prendendo ed ecco, immediatamente, si scatena la pressione (organizzata o meno) di tweet e di sms sui parlamentari che partecipano alla riunione. Non è raro il caso che questi ultimi, a seguito dei messaggi ricevuti, modifichino la loro posizione.

E questo è solo un esempio. Un altro più eclatante è quello dei parlamentari che ricevono ordini via web nell’aula del Parlamento su come devono votare su singoli provvedimenti.

E nemmeno è così assurdo l’immaginare che, entro una decina di anni, sarà possibile votare, per i cittadini, via web, ai referendum su determinate materie o addirittura alle elezioni politiche. Forse si tratterà di far convivere per un certo periodo di tempo modalità manuali e modalità informatiche di elezioni ma è fuor di dubbio che queste ultime assumeranno sempre di più un aspetto esuberante rispetto alle prime.

Ma procedendo ancora con l’immaginazione chi può impedire che in un prossimo futuro anche le discussione parlamentari possano avvenire via videoconferenze (tipo Skype) e il voto dei parlamentari addirittura essere dato online senza la presenza in Aula? Il Parlamento si trasformerebbe da luogo fisico a luogo virtuale.

Si, è una situazione che forse può spaventare, ci può far ritrarre inorriditi, invece non è assolutamente da escludere.

Coloro che hanno iniziato a lavorare in aziende negli anni ’70 dello scorso secolo, utilizzando telefoni fissi e calcolatrici a manovella, avrebbero mai potuto pensare che dopo 50 anni quegli stessi strumenti sarebbero stati considerati oggetto da museo e che un normale telefono cellulare non solo avrebbe assorbito la loro funzione ma ne avrebbe assolte molte di più?
Stiamo attenti a porre limiti alle capacità umane solo per difendere la nostra personale possibilità di capire e di gestire il nuovo. Non dobbiamo farci spaventare dal nuovo che non conosciamo bensì imparare a conoscerlo e, di conseguenza, a gestirlo.

Leggendo alcuni illuminati articoli di Padre A. Spadaro SJ su Civiltà Cattolica o Iesus (da leggere anche il suo blog Cyberteologia e il libro omonimo[1]) o del Prof. P. Greco sulla rivista Rocca[2], si può considerare ormai superata la teoria che vedeva nei cellulari e nei tablet di nuova generazione solo dei dispositivi da usare per accrescere le nostre capacità cognitive ed elaborative, come potevano essere, nei decenni precedenti, il televisore, il computer da scrivania, il computer portatile. Per tali ultimi dispositivi poteva essere utile la semplice raccomandazione di essere cauti nell’utilizzarli tanto da non arrecare disagio allo studio o al lavoro.

I nuovi cellulari e i tablet sono stati costruiti e concepiti per rendere i loro proprietari continuamente connessi, tanto da poter essere considerati parte integrante e aggiuntiva degli altri organi umani a loro connessi (mente, braccia, bocca…), non un qualcosa di esterno al corpo ma qualcosa, seppur virtualmente, di interno allo stesso.

Per i giovani delle ultime generazioni (i cosiddetti “nativi digitali”) usare il collegamento web del loro cellulare è come usare una parte della loro mente, una mente virtuale che si trova all’esterno di quella fisica e che ne amplia la capacità. Sulla stessa linea si può notare come per loro sia estremamente semplice studiare un testo e contemporaneamente udire della musica tramite una cuffietta, stare attenti al loro ambiente esterno (per accorgersi, ad esempio, dell’arrivo alla fermata della metro dove scendere). Sono abituati a gestire molti più input contemporanei di quanti ne gestissero le precedenti generazioni.

Anche sul lavoro la situazione è profondamente cambiata. Non esistono ormai quasi più, se non come soluzione temporanea, il luogo di lavoro e la scrivania dei tempi andati, né esiste più un orario di lavoro rigido.

I “sempre connessi” lavorano in auto con il loro cellulare, a casa o in qualsiasi altro luogo con il loro portatile o il tablet, si riuniscono in videoconferenze utilizzando Skype o strumenti simili. Non ci sono più un orario di lavoro e un orario di riposo predeterminati, è la persona stessa che sceglie i tempi sulla base della necessità di conseguire i propri obiettivi di lavoro (o di studio…).
In sintesi saremo sempre più continuamente interconnessi, dovremo imparare a gestire e a metter nella giusta priorità (salvo ripensarla in continuazione) la moltitudine di input (email, sms, tweet…) che riceveremo e che invieremo, senza mai perdere la lucidità. Impresa improba e che rende sempre più inevitabile l’aumento di persone che a seguito dello stress conseguente cadranno in depressione o comunque saranno contagiate da malattie mentali o nervose.

 Se questo è il futuro che si delinea davanti a noi, non possiamo ritenere che le istituzioni politiche come erano stare pensate possano restare immutabili di fronte a questi mutamenti epocali.
Pressioni web delle lobby sui parlamentari, riunioni politiche in videoconferenze, voto on line sia in elezioni pubbliche che in quelle parlamentari, utilizzo dello streaming per rendere trasparenti alcune decisioni politiche, sono solo le novità più prevedibili che ci aspettano nel prossimo futuro.
Ma la democrazia rappresentativa che noi oggi conosciamo può reggere a questo urto, si può pensare di sostituire i canali fisici oggi esistenti con i canali informatici e telematici o va ripensato il modo stesso di essere della democrazia trovando modi alternativi, ma validi anche nel nuovo contesto, di difendere i valori sottesi al concetto stesso di democrazia, la libertà, l’uguaglianza formale e sostanziale, la partecipazione alla vita politica?

Penso che intraprendere la seconda strada sia inevitabile, dovremo anzi cercare non di rincorrere i progressi tecnologici ma di correre davanti ad essi. Non so se questo sarà però  possibile, molto più realistica appare la soluzione di ideare e costruire istituzioni più flessibili in grado di essere rapidamente modificate per poter adeguarsi facilmente ai mutamenti sociali e tecnologici conservando immutato il grado di tutela dei valori democratici.

Dovrà essere probabilmente il lavoro non di uno solo o di pochi ma di gran parte della società resa più consapevole dei mutamenti sociali che le si preparano dinanzi.

Last but not least, di fronte a queste tematiche, appariranno veramente obsoleti i vecchi criteri di distinzione tra sinistra e destra, tra riformisti e conservatori.
Quello dei rapporti tra democrazia e l’alta tecnologia delle comunicazioni appare pertanto come uno dei più importanti problemi da affrontare nel breve periodo per salvaguardare la democrazia.
Certo la soluzione non può passare attraverso la ridicola e inefficace “schermatura” del Parlamento, per evitare interferenze tecnologiche. Anche perché, in un mercato globale, entrerà come fattore di successo di un Paese anche la sua capacità di assumere decisioni in maniera veloce ed efficace e ciò non potrà avvenire senza un utilizzo pieno ed intelligente della tecnologia. Avere timore dell’innovazione, restare fermi o troppo cauti, può causare un declino irreversibile.

Saranno molte le cose da fare ed è difficile individuarle fin d’ora.

Ciò che pare invece necessario e improcrastinabile è trovare strumenti educativi e sociali per accelerare la maturazione civile degli italiani. Solo cittadini consapevoli e rispettosi del bene comune potranno gestire con il necessario equilibrio il “nuovo mondo” che ci si sta parando innanzi.

 

[1] A. Spadaro, “Cyberteologia”, Vita e Pensiero 2012.

[2] http://www.rocca.cittadella.org/rocca/s2magazine/index1.jsp?idPagina=2

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