Lunedì 20 febbraio il Ministero degli Esteri ha ospitato un seminario a porte chiuse organizzato da questo laboratorio che è stato dedicato all’approfondimento delle tematiche di attualità in politica estera mediterranea.

Questo contributo non intende riportare il pensiero del vice ministro o diffondere quanto con lui condiviso dai ragazzi di Pèf; ma propone un’autonoma riflessione sui temi trattati in quella sede, a partire dagli spunti suggeriti da quell’occasione.

L’evento ha infatti dato una significativa occasione per soffermarsi sulle prospettive, i rischi e le perduranti criticità che contribuiscono oggi a rendere lo scacchiere nordafricano una delle realtà geopoliticamente più dinamiche del continente, oltre che area strategica per il futuro processo di pacificazione e stabilizzazione istituzionale del Medio Oriente.

Come sottolineato in apertura dei lavori, l’esplodere dei movimenti popolari noti come primavere arabe è stato il culmine di un lungo periodo di incubazione le cui avvisaglie avevano determinato, già dalla metà degli anni ’90, il fiorire di associazioni e movimenti giovanili militanti nel settore dei diritti umani. Insistendo in aree ritenute culturalmente statiche e democraticamente arretrate, l’emergere di dinamiche un tempo represse sotto il peso dei regimi civili e militari è stata espressione di una più consapevole richiesta di libertà e partecipazione politica da parte dei popoli arabi, ma ha finito anche per assumere una decisa identità religiosa legandosi a un certo modo politico di intendere l’islam che è possibile ravvisare, seppure con diverse intensità, dalle esperienze governative della fratellanza musulmana alle forme più radicali di jihadismo.

La disamina del fermento rivoluzionario nei suoi sviluppi regionali ha evidenziato l’inedita centralità che paesi quali la Tunisia e il Marocco stanno iniziando ad assumere nell’area. Stati un tempo secondari davanti a primattori di ben altra levatura economica e demografica, Egitto in primis, oggi casi di studio perché modelli di Islam moderato e di transizione democratica. La Tunisia è stata epicentro dell’ondata rivoluzionaria, l’unico paese che è riuscito a conservare integre le proprie strutture istituzionali dopo il cambio di regime determinato dalle rivolte tendenzialmente pacifiche dalla comunità dei giovani laureati senza lavoro. Con la destituzione della dittatura quasi trentennale di Ben Ali è stato dato avvio a una nuova fase costituente altamente partecipata che, dopo due anni di dialogo nazionale, ha aperto un periodo di transizione democratica purtroppo non ancora stabilizzato. La tenuta della legalità governativa ha avuto tra i suoi motivi principali l’emergere di un sistema di multipartitismo estremo convergente attorno al partito islamista di Ennahda che, con la marginalizzazione della sua ala massimalista, ha permesso l’avvio d’intese per governi di coalizione ai fini del coinvolgimento di formazioni laiche e sindacali. Alto il rischio di dissesto economico, i più seri motivi d’instabilità del paese riguardano il divario crescente tra aree costiere ed entroterra arretrato, ma considerati i recenti passi avanti in tema di modernizzazione, e in ragione di una posizione geostrategica per il commercio nel mediterraneo, nuove prospettive di cooperazione iniziano a coinvolgere i paesi rivieraschi della sponda nord, Italia e Francia in primo luogo, forti di comunità imprenditoriali sempre storicamente molto attive nel territorio tunisino.

Simili dinamiche di stabilizzazione hanno riguardato anche il Marocco, monarchia costituzionale il cui sovrano, Mohammed VI, è riuscito a conservare il potere e prevenire la destituzione con l’avvio di una riforma costituzionale per un volontario ridimensionamento del proprio ruolo politico. Il paese presenta una realtà etnica non tanto omogenea quanto quella tunisina e i più rilevanti fattori di precarietà in questo contesto sono riconducibili alle antiche rivendicazioni di autogoverno della minoranza Sahrawi, residente in ex Sahara spagnolo, formalmente riconosciuta come entità statale indipendente dall’Algeria e per questo vecchio motivo di frizione diplomatica tra i due Stati.

L’approfondimento del tema ento-settario ha aperto ulteriori scenari di analisi sulle spinte centrifughe che le comunità tribali esercitano nelle statualità del Nord Africa. Caso emblematico è quello della Libia, entità statale in totale collasso che non è mai stata veramente in grado di strutturarsi dal punto di vista istituzionale dato il centralismo assunto negli anni dalla figura di Gheddafi. Qui la frammentazione interna trova ragione di aggravamento nelle intromissioni di attori esterni, sia regionali che non, e nella vulnerabilità dei confini resi permeabili a infiltrazioni di gruppi radicali qaedisti, quali Ansar al-Sharia, o variamente legati al Daesh.   

La discussione è proseguita sull’analisi della capacità di tenuta per le monarchie mediorientali davanti all’impatto rivoluzionario e al radicarsi del fondamentalismo di matrice islamica, elementi da ritenere centrali nell’ormai difficile mantenimento della coesione territoriale, motivi della sempre minore lealtà verso i regimi da parte delle comunità rurali maggiormente interessate da fenomeni di marginalizzazione socio-economica e quindi più vulnerabili alla propaganda islamista. Questo accade in Egitto, un paese spaccato in due e interessato da un’escalation di violenze che, dalla deposizione di Mursi e la restaurazione di un regime militare sotto la guida del generale al-Sisi, trova centro d’irradiamento nella penisola del Sinai, luogo d’infiltrazione e attivismo del gruppo jihadista Wilayat che prospera grazie al consenso delle comunità beduine locali.

L’attitudine delle monarchie del Golfo a rispondere in modo più organico alle sfide dell’Islam politico di stampo wahabita e salafita, è legata alla legittimità dinastica di cui si servono le diverse case regnanti in quanto dirette discendenti del profeta. La monarchia saudita vede ora incrinarsi questa garanzia ed è vittima di una politica estera di estrema ambiguità che l’ha portata negli anni a finanziare gruppi islamici estremisti dislocati all’estero, con l’intento di mantenerli fuori dai propri confini territoriali, pur non disdegnando nello stesso tempo intese di lungo corso con l’Occidente; oggi deve fare i conti con una grande porosità alle frontiere e con un’altissima percentuale di foreign fighters in ritorno, mentre le critiche alla legittimità del regime mosse dagli ulema, “clero” wahabita conservatore, si affiancano alla jihad proclamata dallo stesso Daesh contro una monarchia ritenuta corrotta perché proclive all’Occidente. L’Arabia Saudita è un attore alla ricerca di un nuovo protagonismo nel Golfo, un intento che per il momento deve rimanere frustrato dato il consolidarsi del rinnovato ruolo regionale dell’Iran, direttamente presente nel conflitto siriano e indirettamente molto rilevante nel teatro di guerra dello Yemen a sostegno della milizia sciita huti.

Ampio spazio di discussione è stato dedicato al tema delle migrazioni, un campo in cui il ruolo mediterraneo dell’Italia è stato decisivo e si è distinto per capacità di mobilitazione secondo un sistema piuttosto collaudato di search and rescue. Gli elementi di criticità del modello di accoglienza italiano hanno iniziato a emergere dalla chiusura delle frontiere europee ai flussi migratori, con la conseguente permanenza sul territorio nazionale di comunità sempre più numerose di migranti politici ed economici. Pesa la mancanza di una puntuale politica ordinaria e di una regolamentazione normativa in materia, è evidente l’inesperienza della società civile in tema di integrazione. Le malversazioni nate con le discutibili gestioni dei C.A.R.A. e delle cooperative sociali, la insoddisfacente distribuzione dei migranti sul territorio delle regioni a fronte di soli 2000 comuni disponibili all’accoglienza sugli 8000 totali, hanno determinato il riaffacciarsi di una certa ideologia sovranista molto cara alla cultura europea prebellica degli anni ’30. Una deriva xenofoba e ultranazionalista sembra oggi minacciare la tenuta di tutte le democrazie europee, ed è evidente quanto le logiche populiste riscuotano successo davanti al senso di smarrimento identitario che vivono molti cittadini europei nelle difficoltà d’integrazione che gli attuali modelli di accoglienza rischiano di produrre. In quest’ottica è quanto mai urgente per l’Europa essere capace di raggiungere posizioni più unite in politica estera e, seppure tardivi, fanno ben sperare le recenti prese di posizione sui temi del mediterraneo a partire dall’istituzione di un nuovo corpo di guardia costiera europea. Se le previsioni danno un trend migratorio in crescita nei prossimi dieci anni, la scommessa è indurre i giovani africani, migranti economici, a restare nelle proprie terre per consentirne lo sviluppo. A questo scopo potrebbe essere utile non bloccare la possibilità di raggiungere l’Europa anzi favorire in territorio comunitario percorsi di formazione professionale e aggiornamento ma, attraverso strumenti di finanziamento o investimento infrastrutturale rendere gli introiti dati dalle rimesse meno vantaggiosi delle possibilità di crescita in patria.

Un’ultima analisi ci ha ricondotto al quadrante mediorientale. Oggi il Medio Oriente è in pieno cambiamento, una transizione difficile e ancora ferma a uno stadio iniziale. Analizzare le possibili prospettive per il futuro di questa regione strategica ci induce a non tralasciare il processo di disintegrazione istituzionale che dal Golfo sconfina sul continente africano. Accanto a statualità che saltano molte altre entità, in primo luogo lo Stato Islamico, s’impongono attraverso strutture parastatali atte a gestire direttamente servizi e infrastrutture per un controllo capillare dei territori d’insediamento; un’equazione resa ancora più complessa dal rinnovato protagonismo di tante medie potenze regionali e realtà semiautonome come le comunità curde tra Turchia, Iraq, Siria e Iran.

Se in Siria la tregua sembra reggere non appare per ora possibile sperare nel ritorno a uno statu quo ante in termini di unità territoriale, i prevedibili motivi di instabilità al termine del conflitto riguarderanno certamente il perdurare di focolai di jihadismo, tenuti vivi dalle comunità autoctone di stampo sunnita. Questo è un problema che riguarda tutto un mondo islamico in guerra civile contro sé stesso e la cui progressiva frammentazione interna, in frange estremiste e politicamente connotate, rende ancora più difficile quel cammino di progressiva e contraddittoria secolarizzazione politica e sociale che si sta consumando a un costo altissimo.

La stabilizzazione della sponda sud del mediterraneo richiederà l’intervento di Stati che in quest’area geografica trovano interessi e opportunità di sviluppo. L’Italia ha la possibilità, e insieme la responsabilità, di giocare un ruolo attivo su diversi versanti che vanno dalla sicurezza dei passaggi in mare alla promozione del dialogo interreligioso, dal contributo per lo sviluppo di nuovi corridoi energetici all’avvio di politiche commerciali che coinvolgano l’agroindustria e diano possibilità di sviluppo alle piccole e medie imprese dei paesi rivieraschi.

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