New York City Chronicles – Temi e metodi tra Roma e NY

Una settimana a New York City svela tante differenze ma anche tante assonanze con i problemi di Roma e con le grandi questioni politiche nazionali dell’Italia.

Leggendo il New York Times, quotidiano più diffuso, anche se un piuttosto di parte, sembra di non essere troppo lontani da casa. Almeno tre temi sono molto vicini: il primo nazionale, l’immigrazione; il secondo nazionale e locale, la rivalità tra Uber e Taxi; il terzo locale, connesso al secondo, l’adeguatezza del trasporto pubblico in metropolitana.

Sull’immigrazione colpiscono subito anche solo le parole usate. Si parla di “deportation order” non più di “immigration ban”. La cronaca del NYT è didascalica e per contestare la politica presidenziale sul vecchio ed il nuovo bando, racconta la storia di Juan, 29 anni, messicano immigrato illegalmente 6 anni fa, che ora è un elettricista nel Bronx.

Vivian Yee descrive sul suo “Migrants Confront Judgment Day Over Old Deportation Orders” (New York Times, domenica 5 marzo 2017, 1 e 18) la difficoltà per le autorità di stare al passo con l’enorme ammontare di persone già registrate come irregolari, ma che nel tempo non sono mai state espulse. Ma per farlo ci porta nella testa di Juan: il 21 marzo 2017 sarà il suo “giorno del giudizio”, alle ore 8.00 tutti gli immigrati dovranno comparire innanzi al giudice per essere deportati. L’alternativa che hanno: evitare di comparire e cercare di preservare la “vita americana” che si sono costruiti in un po’ di tempo, anche se come un fuggitivi. Oppure andare, e perdere tutto: magari anche la moglie/il marito, i figli, il lavoro, l’appartamento, tutto.

Juan dice: “Mi sentirei come un animale se stessi qui a nascondermi”. “Vorrei provare che posso seguire le leggi. Voglio perorare la mia causa a questo appuntamento, ma so che se vado, loro mi deporteranno”.

Il problema è che esistono milioni di persone che sono riuscite a trattenersi negli Stati Uniti nonostante sia stato loro ordinato di lasciare il Paese da un giudice dell’immigrazione, ad alcuni anche decadi fa. Inoltre molti di loro sono già comparsi davanti alla Corte magari anni fa, ma non sono stati fisicamente espulsi, quindi attualmente potrebbero essere mandati via dal Paese senza vedere il giudice e, secondo il NYT, a volte anche con ore di arresto.

Le persone che hanno ricevuto l’ordine e che sono ancora a New York sono l’obiettivo più facile da perseguire, il “frutto basso da prendere” come si dice con una espressione idiomatica che riporta a una sorta di mondo naturale regolato da leggi della foresta e non della polis. Ma è difficile “smaltire” il pregresso: dal 2006 il numero delle persone che ha ricevuto ordini di deportazione è cresciuto da 632.726 a circa 962.000.

Troppo facile pensare ad Antigone ed a Creonte se la prospettiva è la legge “naturale” di Juan contro il nomos basileus di Trump. Ma anche alla divisione tra lo stato di natura e lo stato di diritto, tra gli abitanti della foresta (chi non ha le leggi della società) e i cittadini (chi osserva il diritto), abitanti di spazi separati da mura (e non da muri), cioè dai limiti che il diritto pone per un ordinato sviluppo della società. Sviluppo che senza quelle mura sarebbe contaminato da altre leggi, quelle primordiali, primitive, mors tua vita mea (mai legge a Roma) o quella del più forte.

La stessa tensione esistenziale si riscontra nella dialettica Uber-Taxi.

Emma G. Fitzsimmons e Winnie Hu, sul loro “Flocking to Uber and Lyft, Commuters Inch Trough New York” (New York Times, martedì 7 marzo 2017, 1 e 23), raccontano, ancora con immagini vivide, come è cambiata New York City dopo il 2011, anno in cui Uber arriva in città. La metropolitana era in crescita e le “licenze” (qui una sorta di atto legale che blocca il libero trasferimento di un bene), si vendevano per prezzi fino ad un milione di dollari. Oggi questo prezzo è crollato e molti tassisti hanno lasciato il taxi nella rimessa e avviato servizi di passaggio a chiamata.

In mezzo ci sono 6 anni di Uber, che oggi conta a New York City, il maggior mercato USA per la società, circa 50mila veicoli; i passeggeri serviti da Uber e dai suoi coloni sono passati da circa 5 milioni di giugno 2015 a 16 milioni di ottobre 2016 (come riporta uno studio indipendente citato dal quotidiano).

Per la città questa dinamica non è un fattore di allarme. I cittadini si sono semplicemente spostati da metro ed autobus ad Uber. La mentalità della città è impregnata di continui ricambi nell’offerta dei servizi, di ogni tipo di servizio. Dal cibo al trasporto. Perciò, leggendo la stampa locale, l’impressione è che i newyorkesi stiano osservando il cambiamento con interesse. Si preoccupano che alcune zone prima a basso impatto di traffico, siano ora piene di caos.

Quello che allarma la città, infatti, non è prima di tutto il dato socio-politico di sistema, ma l’impatto di Uber nella loro vita quotidiana. In una città di 8,5 milioni di persone è anche giusto, perché il trasferimento del traffico dal sottosuolo a tante singole macchine per le strade diventa una questione di ordine pubblico.

Questo intreccia l’ultimo tema: il prezzo del biglietto della metro (2,75 dollari) non è più considerato accettabile quando con i servizi come Uber offrono corse anche a 5 dollari, ma in macchine “di lusso” e che portano a destinazione.

Soprattutto perché, dal loro punto di vista, il sistema della metropolitana non è più adeguato, essendo “vecchio di un secolo”. Le metropolitane sono diventate “intollerabili” secondo il presidente della Regional Plan Association, un gruppo di politiche urbane.

Per quanto siano cresciuti in qualità e quantità i servizi metro e bus, non sono più appetibili. I bus sono spesso intrappolati nel traffico, mentre la subway, secondo loro, richiede attese troppo prolungate ed ha guasti meccanici troppo frequenti. Bisogna ammettere che la metropolitana di NYC non è come ce la immaginiamo a Roma: ha tantissime linee e collega bene tutta la città, ma il fine settimana, sempre, ci sono soppressioni di linee e ritardi davvero pesanti ed effettivamente molti vagoni (non sempre puliti) sembrano avere quasi 50 anni di età.

Questo forse segna anche una forte divergenza tra Italiani e Newyorkesi: il fine settimana da noi i servizi pubblici sono di solito incrementati, perché ci si deve poter spostare per divertirsi (giustamente); mentre qui, il servizio pubblico deve funzionare soprattutto durante la settimana, in quanto fondamentale all’economia della società e del singolo.

Insomma, più che prendere le parti di Uberisti o Taxisti, nelle pagine del NYT si critica il servizio pubblico e lo si esorta a cambiare. Si mettono in luce tratti negativi del servizio pubblico che sono le leve su cui Uber costruisce la sua fortuna. Questo, a mio parere, è il modo migliore per approcciare il cambiamento.

In Italia rischiamo di affrontare il problema mettendoci troppo nei panni di taxisti o uberisti, formare le squadre e le tifoserie, per difenderli gli uni dagli altri. Qui invece si accendono i fari sulla dinamica, sui perché e quindi si mettono subito in chiaro gli elementi che, se migliorati, possono rovesciare la situazione e favorire la ripresa del trasporto pubblico tradizionale.

2 Commenti

  1. Giuseppe Sbardella ha detto:

    Bravo Paolo, veramente molto interessante.
    Dall’analisi esce molto in rilievo la mentalità essenzialmente pragmatica esistente negli USA.
    Ciao, buona continuazione di permanenza.
    Un abbraccio

    • Paolo Bonini ha detto:

      Grazie mille Giuseppe!
      Sì, la mentalità operativa, pragmatica emerge spesso!
      Tuttavia, ma è solo da poco che sono qui, mi sembra sempre ragionevole, orientata ai bisogni della collettività!

      Sarà interessante fare un bilancio alla fine di questo periodo, sempre osservando New York con gli occhi di un personalista! 🙂

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