Riflessioni sul Cammino

Dopo aver percorso il cammino di Santiago il bagaglio di emozioni e spunti di riflessione acquisito è talmente pesante da far apparire leggero, a confronto, lo zaino che ci si è caricati sulle spalle lungo tutto il viaggio.

Il cammino è qualcosa di così unico ed eccezionale che senza esitazione può essere consigliato proprio a tutti. Chiunque può fare il suo cammino.

Esistono in realtà vari “cammini” che conducono alla tomba di San Giacomo Apostolo presso la Cattedrale di Santiago di Compostela. Quello “francese” – così chiamato perché inizia appunto nel sud-ovest della Francia, nella cittadina di Saint Jean Pied de Port, è probabilmente il più conosciuto e considerato da molti come “il vero cammino”. Si tratta di un percorso di 800km – ma alla fine, di fatto, se ne percorrono di più: tra deviazioni, visite nelle città che costituiscono le “tappe”, giri alternativi, e talvolta anche qualche piccolo e a sua volta prezioso “smarrimento”.

Il cammino è al momento ormai molto in voga, complici anche alcuni libri e film più o meno recenti che ne hanno svelato l’esistenza al grande pubblico. Ne risulta che talvolta vi siano dei tratti, soprattutto gli ultimi, particolarmente “affollati”.

Ci sono delle cose che “piacciono a tutti”, di cui non senza un pelo di snobismo spesso si diffida, come tutti i cosiddetti fenomeni di massa o alla moda, ci si chiede “Ma come? Non esiste mica qualcosa che possa davvero fare al caso di ognuno di noi…”, “Alla fine siamo tutti diversi, non può esistere qualcosa che vada bene per tutti”.

Ebbene qui sta la sorpresa: il cammino dà davvero qualcosa ad ognuno. Questo qualcosa non sarà di certo lo stesso per tutti, ma difficilmente potrà lasciare indifferenti.

Un elemento che accomuna tutti i pellegrini è piuttosto pratico, ma da non sottovalutare. Se, nel viaggio verso Santiago, da un lato, la mente viene provata da qualcosa di extra-ordinario rispetto alla quotidianità, dal canto suo anche il corpo lo sarà. Per questo non si può partire senza una adeguata preparazione, non ci si può di certo improvvisare o si rischia di rovinare una esperienza spirituale per dei limiti fisici: allenamento, metodo, scarpe giuste, zaino adatto. Bisogna cercare il più possibile di partire “preparati”.

Ognuno percorre il suo cammino, per questo non ci sono consigli universalmente validi nell’approcciarlo, una cosa però è certa… Non ci si può annoiare perché ci si misura con se stessi, con i propri pensieri, con la “solitudine” dei propri passi. E talora anche confrontarsi con la noia, durante certi momenti, può insegnare qualcosa. Chi nella vita quotidiana ha la straordinaria occasione di poter “riempire” il proprio tempo, consacrando così tante ore della propria giornata al pensiero, alla riflessione, alla preghiera o alla meditazione?

Pensare. Che meravigliosa occasione, irripetibile e da non sprecare, di approfondire il proprio rapporto con se stessi, imparando a conoscersi meglio. Non si può non provare gratitudine di trovarsi lì, mentre lo si percorre. Si imparerà a provare gratitudine anche per le cose lì per lì più fastidiose, per i cosiddetti ostacoli, per i quali si imparerà anche a ringraziare: il vento, le salite più ripide, le discese più scivolose, il sole delle ore più calde della giornata, il freddo delle ore che precedono l’alba, la pioggia, la stanchezza…

Per questo il pellegrinaggio è incentrato su se stesso, ma non in maniera egocentrica. Quello che potrebbe sembrare un paradosso, durante il cammino diventa sorprendentemente naturale. Il cammino è “prendere”: emozioni, riflessioni, spunti, esperienze, conoscenze, consapevolezze, immagini, ricordi, incontri. Tuttavia, non si tratta di un atto di “acquisizione” fine a se stesso, ma di un vero e proprio “apprendimento”, passo dopo passo.

Ed alla fine ci si renderà conto, come recita in una guida il sacerdote di Gubbio Massimo Cardoni: “non sei tu che fai il cammino, ma è il cammino che ti… fa”.

Nessuno può dire ad un altro che cosa significa, che cosa si impara, che cosa si sente o perché intraprenderlo. Tra i vari motivi che possono spingere ad intraprendere il cammino, possono esservi infatti le ragioni più disparate.

Ma una cosa è certa: il cammino dà qualcosa al suo pellegrino. Ed è una metafora della vita, in vari aspetti e sfaccettature: imparare ad andare avanti, ad apprezzare il bello, a convivere con ciò che è difficile, a sopportare, a ringraziare, ad aiutare e ad essere aiutati.

Tutto questo comporta delle responsabilità. Una volta tornati, non si potrà più vivere come se non lo si avesse fatto. Non lo si potrà ignorare, non si potrà fingere di non averlo percorso, lo si porterà sempre con sé. In alcuni casi, anche con la voglia di ripercorrerlo.

È questa la vera sfida: è proprio una volta giunti alla meta che ci si rende conto che la grandezza di ciò che si è riusciti a raggiungere non deve essere ignorata.

Camminando si incontrano vari murales, specie nelle periferie dei maggiori centri abitati. Uno di questi racchiude una grande verità: “Il vero cammino inizia dopo l’arrivo a Santiago”.

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