Roma e Milano: azione senza complessi

Torno da un breve viaggio a Milano, dove sono stata per salutare alcuni amici dei tempi universitari che si sono trasferiti lì per lavoro.

Si parla molto, ultimamente, delle città di Roma e Milano. Una è la Capitale d’Italia dei ministeri, della politica, dei faccendieri, che accudisce le rovine, si preserva; l’altra è la Capitale d’Italia del business, della finanza, della moda, che guarda al futuro e all’Europa.

Francamente, credo che i due aspetti per cui si distinguono oggi le due città siano del tutto compatibili e possano entrare in sinergia.

Un giovane (una persona che guarda al mondo come un’unica grande città!) dovrebbe vivere come opportunità il fatto di poter contare su due città a sole 3 ore di treno.

Roma ha una storia urbanistica lunga e travagliata.

Già dai primi piani regolatori iniziarono le speculazioni, scoppiarono bolle immobiliari. Il grande boom degli anni 60 ha portato grandi infrastrutture ma logisticamente non strategiche; gli anni ’70 hanno portato l’utopia, le “cattedrali nel deserto” e la sperimentazione, con qualche anno di ritardo rispetto all’Europa. Gli anni ’90, infine, hanno portato i palazzinari, come piace definirli a noi romani. Case con balconi circolari e mattoni rosa in periferie slabbrate, che costano tutt’ora una gran fatica alla città per la ricucitura con il centro o la cosiddetta semiperiferia.

In un libro, di cui non ricordo più il nome né l’autore, che lessi durante gli anni universitari, trovai una grande chiave di lettura che, per noi architetti, è un modo di riconciliarci con la città. Prendiamo ad esempio l’Ara Pacis, nuova teca di vetro, posizionata sul lungotevere, davanti a due chiese del ‘500 rimaneggiate alla fine dell’800 (San Rocco e San Girolamo). Fu aspramente criticata. Troppo moderna per un tessuto così storicizzato; copriva le due chiese; diventava più importante della stessa Ara. Poi cosa successe? I romani la dimenticarono? Semplicemente entrò a far parte del tessuto, della vita, della civitas. Un posto vissuto, frequentato. La città è così, vecchio e nuovo convivono e devono farlo, le opere nuove vengono sempre criticate finché non diventano parte della città e si passerà a criticare la prossima teca (esempio della Nuvola, per altro già dimenticata nelle critiche dei più!).

Milano lo ha capito. Rotola verso il futuro. Nonostante il nuovo quartiere firmato dai più grandi architetti sia criticabile per la sua qualità (parlo di materiali usati, per esempio, e di posa in opera), la città acquista prestigio agli occhi di popolazioni che, differentemente da noi italiani, non hanno un passato da preservare così ingombrante. Con questo non voglio dire che il passato va cancellato, anzi, al contrario, va valorizzato e Roma non lo sta facendo. Milano, che di passato ne ha molto meno, lo fa e guarda avanti.

Chi dice “ma Milano è grande come l’Eur, certo che è facile amministrarla e rigenerarla..” andrebbe processato per qualunquismo. Anche Moncenisio (TO) (fonte wikipedia) la più piccola città d’Italia con i suoi 36 abitanti se amministrata male, potrebbe sprofondare e i suoi abitanti andare altrove a vivere. Non è mai una questione di grandezza ed è anche un po’ superficiale fare confronti con altre città o con altri Paesi (ah l’America! Ah la Germania!…). Il buon cittadino, prima, e pianificatore poi, guarda alla città in esame, la studia, entra nelle sue viscere, la comprende e poi, da ultimo, la MIGLIORA!

Basta confronti, basta rivalità, basta sentirsi inferiori o superiori di qualcuno o di qualcosa: bisogna agire e non perdere tempo.

“[…] Si possa affermare che la città europea sia un’opera d’arte: perché, sullo sfondo delle sue belle case, i suoi temi collettivi non sono soltanto ancora più belli considerati singolarmente, ma sono soprattutto legati tra loro in sequenze estese alla città intera, che per questo ne fanno tutta intera un’opera d’arte. […] Se la città è un’opera d’arte la sua lettura diventerà in se stessa un esercizio critico come la lettura di qualsiasi altra opera d’arte, un esercizio che richiede una approfondita conoscenza filologica e una particolare sensibilità di chi la esercita.” Marco Romano – La città come opera d’arte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *