Di chi è Roma?

C’è una domanda semplice e strana che può sorgere in queste settimane in cui Roma e le sue altalenanti vicissitudini sono sulla bocca di tutti: ma Roma, di chi è? Sì, ok, Roma è un patrimonio di tutti, universale, simbolo intangibile e insuperato di storia, arte, bellezza ecc… E questo è vero. Ma, si dirà, Roma è dei romani, di chi volete che sia? Ecco, la risposta sembra ovvia, ma potrebbe non esserlo nel senso più profondo della coesione dei suoi abitanti nel determinarne i destini. Alcune difficoltà contemporanee dell’Urbe potrebbero infatti risentire dell’ulteriore carico di una certa cronica mancanza di senso e spirito di comunità cittadini, di quella sensazione di comunanza di esistenze che non si vede ma che si percepisce, di unione d’intenti nella gestione del proprio spazio vitale, di volontà di difesa e di custodia del proprio habitat, anche e soprattutto quando sembra andare in rovina.

Ma Roma, in fondo, è mai stata dei romani? Facendo un giro per Milano – anch’essa una grande città, per gli standard italiani -, per Bologna, per Firenze o persino per Napoli, tutto il crogiolo di percezioni citato si può intercettare in modo più marcato, quell’apprensione, nel bene e nel male, per la cosa pubblica cittadina. Dall’indignazione puntigliosa del milanese alla fermata per i tre minuti di ritardo nel passaggio dell’autobus alla tenace consapevolezza del napoletano che “Napoli ha tanti problemi, ma le vogliamo tanto bene e guai a chi ne parla male”, la città è la città. Si vive la città, si sente la città, si pensa da città. È quasi paradossale sospettare che la patria del civis Romanus abbia potuto progressivamente perdere questo sentire particolare.

Ripensandoci, probabilmente Roma potrebbe aver subito nel tempo, sempre per paradosso, la sua singolarità, la sua unicità. Un’unicità che invece di aggregare ha portato Roma-città a decentrarsi da se stessa, a proiettare i suoi abitanti su altri piani imperscrutabili, che la rendono agli occhi del loro immaginario quasi non appropriabile. Roma parte dall’essere una piccola repubblica cittadina del centro Italia fino a soggiogare prima i popoli ad essa vicini, poi terre in tre continenti, diventando la capitale cosmopolita di un vasto e composito impero in cui pian piano si diradano le basi civico-morali che l’avevano accompagnata nella fase di conquista. In seguito diventa per secoli il centro del Cattolicesimo e la sede dei sommi pontefici, papi che per status sono sì legati a doppio filo alla città, ma che per ovvie ragioni ampliano lo sguardo e la sfera d’azione oltre quell’orizzonte, alla cristianità tutta, mentre la città diviene spesso preda delle faide interne tra le nobili casate che se la spartiscono – con note d’eccezione per il tentativo comunale di Cola di Rienzo e per la Repubblica Romana – e i sogni di gloria dei conquistatori stranieri. Ancora dopo assurge a capitale divisa della nuova Italia sabauda, nella quale si punta ad una riqualificazione laica dell’Urbe – si pensi all’apertura di Via Nazionale o all’erezione del Vittoriano – che possa farle assolvere il ruolo designato. Infine, prima della Repubblica, Roma caput mundi del fascismo e dell’impero di latta, rimodellata ad uso e consumo di un’idea travisata della romanità e delle parate scenografiche del regime.

La Roma che conosciamo, a prescindere dalle amministrazioni comunali che vi si alternano, è una città cresciuta nel cemento facile, tentacolare e scriteriato, centro amministrativo e burocratico sonnacchioso, privo di un reale tessuto economico che possa sostenerne la stazza, snodo entro il quale si sovrappongono più dimensioni, con le dinamiche Vaticane e curiali che si intersecano con quelle dei centri della politica nazionale e dei poli amministrativi, e con le partite politiche locali che inevitabilmente finiscono per confondersi nei giochi più grandi. I romani hanno sempre dovuto avere a che fare con queste stratificazioni, che hanno fatto la loro parte anche nel mutare la percezione del grado di appropriazione di quella che dovrebbe essere la loro “casa”, inducendoli ad un risaputo fatalismo – condensato nell’aureo “(e)sticazzi” – che se può andar bene quale autodifesa rispetto a mondi giudicati soverchianti, non può, però, in prospettiva, fungere da elemento costruttivo. È difficile che il romano – intendendo sempre l’abitante di Roma, anche chi vi è migrato, perché Roma è stata ed è anche terra di migrazione interna – abbia una concezione della città quale organismo vitale, e quindi della possibilità di determinare in parte la qualità di questa vita. Roma non si plasma ma viene plasmata, tutto dipende e tutto comunque tirerà avanti perché ci sarà chi tirerà. Quindi, in fondo: “sticazzi!”. Ciò marca iconicamente la differenza concettuale con altre capitali del mondo, una su tutte Parigi, gemellata storicamente con Roma.

Parigi, ad esempio, ha certo una sua storia diversa, ma i parigini, come comunità autodeterminatasi e riconosciutasi tale, ne sono stati quasi sempre protagonisti, partecipi attivi delle sue sorti, le quali – a differenza del caso italiano – hanno spesso influenzato direttamente quelle del paese. La Rivoluzione Francese non si può dare senza Parigi e i parigini che da lì l’hanno irradiata. Parigi è la Francia e la Francia è Parigi e guarda ad essa, e Parigi sono i parigini, in un’ottica di piena compattazione identitaria della nazione. Roma non è Parigi, ma neanche la Londra abituata ad affacciarsi sul mondo o l’istituzionale Washington. Può condensare parti di queste caratteristiche ma non ne privilegia chiaramente nessuna. Roma non è l’Italia e l’Italia non è Roma, nella sua ricca e invidiata varietà di culture e costumi. In sintesi, Roma avrebbe la necessità di trovare una sua dimensione municipale e civica, che non potrà esistere se i romani stessi non se ne approprieranno. E ciò non è questione di soli percorsi politici, ma è prima questione di senso. Prima i romani capiranno il senso da dare, per loro, a questa città e di vivere in questa città prima ciò potrà aiutare le strutture politico-amministrative a fare bene il loro lavoro. Anzi, di più, a dover fare bene il proprio lavoro, come imperativo d’onore, quasi imposto dall’èthos comune.

Proprio la storica unicità di Roma potrebbe diventare, da svantaggio concettuale, un elemento propulsivo. Il senso comune, tramite ogni piccolo gesto, dovrebbe convergere nel buonsenso di perseguire la buona fama e la pubblica ammirazione della comunità e nel cercare di conservare dignità e decenza ad una unicità che tutti contemplano ma che solo loro, i romani, si trovano a vivere e che dovrebbero in misura maggiore fare propria. Toccare il fondo – qualora non ci si rimetta a scavare – può servire da presa di coscienza per fare Roma dei romani e viceversa, tanto più nell’epoca in cui ciò è possibile grazie agli strumenti messi a disposizione dalla democrazia, dalla sussidiarietà e dai canali comunicativi.

I Romani dovrebbero iniziare a concepire, progettare ed amare Roma come comunità cittadina autonoma, non come macrocosmo da cartolina appartenente ad una generica umanità – e quindi molto spesso a nessuno – né come contenitore di microcosmi ecclesiastici o politici a cui delegare sempre disgrazie o interventi salvifici. Roma è unica perché è anche questo, ma prima di tutto è sempre stata ed è una città. Ed ha bisogno che i suoi abitanti siano di più, che siano suoi cittadini.

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