Scissione del PD e attualità

Tre elementi possono essere utili per una piccola riflessione: le persone oscurano le idee; la strategia è al centro; il filo rosso si è spezzato.

Il primo dato è che il mal di testa del Pd non è la conseguenza di un mal di popolo. Nasce, cresce e muore intorno al modo (al metodo) di “fare” politica; non intorno al pensiero, alla strategia, all’azione collettiva intorno ad un progetto.

Le rivendicazioni degli scissionisti reclamano l’assenza di politiche “di sinistra” ma traggono la somma dopo due anni di marginalità: Bersani ha lamentato di non essere stato ascoltato durante il governo Renzi sulle riforme e sulla legge elettorale, Emiliano sulle concessioni per lo sfruttamento dei pozzi al largo della Puglia.

Sicuramente la distanza “sentimentale” del popolo di cui parla l’altro grande vecchio della scissione, D’Alema, si è avvertita soprattutto intorno al 4 dicembre. Perché è vero, in fondo, che una parte della sinistra non accetta il metodo ed il merito del renzismo. Ma, come molti elettori non di sinistra che hanno sostenuto la riforma costituzionale proposta dal Pd, una riflessione al momento del voto il 4 dicembre non comporta necessariamente accettazione o rigetto di una intera proposta politica. Nel senso che un conto è votare no per rivendicare un’identità di sinistra innanzi ad un segretario-premier piuttosto estraneo alla tradizione (il primo non post-comunista ad imporsi prepotentemente sul partito; Franceschini è stato solo segretario e per un tempo limitato; Letta era più organico ed istituzionale, meno dirompente); un conto è mettere in discussione una storia partitica personale e sociale che nella vita di ogni giorno segna identità (cfr. interventi di Franceschini e di Veltroni alla direzione del Pd), amici, nemici, opportunità e difficoltà.

Per questo la scissione è di testa e non di popolo, di singoli e non si storie. E questo è un limite all’operazione di chi lascia.

Sullo sfondo le idee, che dovrebbero sempre caratterizzare un’operazione politica, ritornano come veicoli di strategia. I temi dell’intervento della Serracchiani in direzione, ripresi il 22 febbraio da Orfini ma proiettati sull’agenda del governo Gentiloni, “lo ius soli” o le “province”, sembrano piuttosto parole per mostrare che l’attuale dirigenza ha qualcosa da dire e da fare (davvero le priorità sono queste!?). Come un richiamo ai fatti, alla realtà. Ma è solo un’assonanza con il programma, con l’agenda che la dirigenza in parte proponeva e da cui forse si è lasciata distrarre (oggi forse hanno più importanza lavoro, green economy per orientare ciò che resta dell’industria dell’Italia al futuro, riforma dell’Ue per una politica estera che blocchi le emergenze, …). Sembrano più temi per giustificare una piccola spallata al governo o per ricompattare la maggioranza di partito. Insomma, dietro le grandi questioni, la percezione è che ci sia solo, o in maggior parte, strategia (partitica) e non la politica.

Questa carenza di argomenti emerge anche con la “taranta” di Emiliano, che tra il dentro-fuori sembra davvero aver recitato un perfetto copione strategico, più o meno consapevolmente. Sicuramente non è stato così, ma l’impressione che abbia appoggiato lo scisma per far emergere gli apostati per poi rientrare e toglier loro le truppe, è un ottimo risultato, se osservato con le lenti dell’ortodossia renziana. L’ipotesi Orlando anche sa un po’ di strategico. È un ottimo candidato per drenare l’emorragia “da sinistra” ma tenerla nella maggioranza di partito. Non sembra che Orlando abbia i numeri o il consenso popolare per scalzare Renzi, ma è comunque una personalità che potrebbe piacere a quel mondo tradizionale che apprezza Bersani, e tenerlo nel partito.

Una cosa è certa, il filo rosso del “partito giovane” per i “giovani” (come nasce con Veltroni), guidato da un “giovane” (come si propone Renzi) dieci anni dopo il Lingotto sta tagliando proprio con le nuove generazioni. Tutte le esigenze dei venti-trentenni si perdono tra il fumo della strategia ed il fuoco della scissione. Il tema “chi è più di sinistra” non è all’ordine del giorno delle giovani persone che vivo in Italia, ma penso non lo sia neanche per i più maturi. Le ragazze ed i ragazzi desiderano solo un rappresentante che sappia trasformare in legge un unico bisogno: opportunità. Di lavorare, di crescere, di innamorarsi e fare una famiglia. Un partito che risponda e non si lasci comprare dalle lobby. Ecco il successo del populismo. Successo con l’inganno, perché la risposta dei partiti violenti non sarà mai coerente con la domanda. Ma l’impressione è quella di consultare (nel blog) o di incontrare (in tv o nei borghi) risposte o persone a cui interessano le istanze reali della popolazione.

Tutta opposta l’impressione del Pd che discute su questioni d’antan e che non sembra affatto aver capito la differenza tra essere percepito come smart ed essere efficiente. I c.d. millennials sanno perfettamente che un tweet non vale niente, che dopo una settimana il post su Facebook è passato remoto; per questo non si affideranno mai fino in fondo a chi fa politica ad un ritmo esasperato, chi declina l’agenda e la comunicazione politica con l’ansia dei social. Questa è la grande risorsa dei giovani: abbiamo metabolizzato internet e non domandiamo una politica veloce o plasticosa. Ci serve la politica che serve.

Il partito democratico sarà comunque un’esperienza diversa ora; per colpa di tutti: Renzi e il suo metodo esclusivo e a tratti “brutale” (entro con il lanciafiamme), il tempismo esasperato che declina la politica con i tempi della rete, il “giglio magico” di yesman, una minoranza antiquata, il ritiro dai territori. Quello che conta, comunque, non è attribuire le responsabilità, ma comprendere la forza che regola questa dinamica. Dietro le tensioni di un piccolo partito di un piccolo Paese di un continente marginale, c’è un Mondo insicuro e quindi aggressivo. La nostra epoca avrebbe bisogno di statisti e non di protagonisti, di mediatori in grado di parlare con la lingua contemporanea per persuadere i popoli a non aggrapparsi ai violenti.

Il partito democratico può cogliere l’opportunità e rinascere con una testa nuova, non solo con un lifting. In fondo, anche l’epoca della chirurgia plastica è uno stanco ricordo anni ’90. Ora serve realtà e verità, bisogna fare e non annunciare. Si potrebbero trarre ulteriori conclusioni sulla fine della spinta maggioritaria e sull’etnia proporzionale che abita l’Italia. Ma questa è una faccenda anche giuridica, che richiede una sede diversa di approfondimento.

1 Commento

  1. Ettore ha detto:

    Analisi ben strutturata. Guarda il fenomeno “scissione” con gli occhi di chi vede questa politica sempre più lontana dalle necessità di una polis. I cittadini si sentono abbandonati dalla politica. La scissione non è avvenuta all’interno di un grande partito, cosa che sembra essere naturale quando ci sono “troppi galli in un pollaio” (si veda quanto accaduto al pdl), ma tra la politica e il popolo. Anche se il popolo resta assuefatto dal sistema e non riesce a reagire nonostante il tentativo con il dissenso manifestato al referendum del 4 dicembre scorso. È la politica che sta implodendo nel populismo.