Suggestioni dalla 48a Settimana Sociale

La mia prima Settimana Sociale, bellissima esperienza di vita, che quest’anno era dedicata al delicato tema del lavoro, finisce con un bilancio positivo.

Non poteva capitarmi occasione migliore in un periodo come quello che sto vivendo, personalmente, da lavoratrice.

Il primo giorno era previsto dividere i 1000 delegati in tre macrogruppi per discutere del lavoro da punti di vista differenti: “giovani, scuola, formazione, lavoro”, “creare nuove opportunità di lavoro e di impresa”, “il senso del lavoro umano e le sfide dell’innovazione” ho scelto quest’ultimo proprio perché cercavo delle risposte.

Queste risposte sono arrivate, forti e chiare.

I giovani di oggi si chiedono “che senso ha lavorare oggi?” Spesso, negli ultimi due anni, mi sono fatta questa domanda. Che senso ha il mio lavoro? Mi alzo la mattina vado a lavorare, mi affatico, produco, torno a casa e il giorno dopo ricomincio. Mi sono spesso sentita schiacciata da questa visione di massificazione produttiva che mi circonda. Tante piccole formichine che la mattina con i loro zaini, le loro borse, escono di casa, prendono la macchina o prendono la metropolitana. Le facce già stanche e non sono nemmeno le 9.00! Perché?

Alla Settimana Sociale ho trovato la risposta: il senso del mio lavoro sono io stessa.

La mia personale realizzazione, in cui maturo e divento donna e poi un giorno chissà anche moglie e madre, avviene nel lavoro. Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale.

Un lavoro responsabile.

Ci era stato chiesto di tirare fuori una parola che secondo noi rappresentava il senso del lavoro. La mia parola è “ASCOLTO”. Un atto dovuto ma non scontato nel mondo del lavoro. Spesso, in prima persona, ho percepito poca disponibilità ad ascoltare l’altro. Un collega o un cliente, il proprio superiore o il proprio sottoposto. Tutti dovrebbero imparare ad ascoltarsi e ad ascoltare perché ognuno di noi ha qualcosa da dire per migliorare, sicuramente, la visione globale se non dell’azienda, almeno del proprio gruppo.

Un Settimana Sociale fatta di tanti volti, delle tante persone incontrate. Tante sono le realtà che ho conosciuto e riconosciuto. Mi sono sentita meno sola, più compresa e più contenta nel sapere che il problema-lavoro è condiviso, che pensiamo tutti la stessa cosa. Ho conosciuto tanti giovani coetanei che stanno facendo del loro meglio, nella loro realtà. Stiamo cambiando, anzi, è già cambiato e lo stiamo vivendo, il mondo del lavoro. A differenza delle generazioni precedenti che si interrogano e si preoccupano, forse con un po’ di ritardo, del futuro dei proprio figli, noi giovani oggi stiamo già “creando” la nostra vita che è l’oggi, è l’adesso! Siamo consapevoli di avere davanti opportunità che prima non c’erano. Siamo consapevoli d’altra parte, di avere davanti una realtà difficile, nella quale però, proprio perché siamo giovani, riusciamo in qualche modo a trovare il nostro posto. A vari livelli, in vari settori, con varie difficoltà, ma ci riusciamo.

Vorrei però un cambiamento di visione globale della società. Vorrei che ci fosse più cultura civica, più responsabilità. Vorrei vedere in noi giovani, e nei tanti non-più-giovani, un ritorno alla cultura, all’approfondimento, al rispetto dell’altro.

L’altro.

Anche questo un tema affrontato durante questi giorni. L’altro può essere una risorsa. Come ha detto l’On. Tajani. Il confronto, il dibattito costruttivo con l’altro può avvenire solo se non si ripudia la propria natura, ma anzi si è fieri di ciò che si è. Solo quando questa consapevolezza di se stessi è forte e completa, potremmo allora dire di aver davvero accettato l’altro, di averlo incluso.

L’importanza del riposo, inoltre, un altro aspetto che noi giovani poco conosciamo e che invece spero di riuscire a trasmettere, nel mio piccolo, a quanti più potrò. L’importanza di avere del tempo per se, per la famiglia, per lo studio, per il pensiero. Il tempo del lavoro per se stessi è il tempo del riposo in una vita lavorativa che ci vede sempre più isolati, sempre più soli, senza equilibrio. Anche questo è importante che i giovani capiscano. Perché lavorare tanto è controproducente per tutti. Per se stessi perché si butta via la propria vita e per la comunità perché un lavoratore stanco non produce bene.

Mi porto a casa tanti sorrisi. Mi porto a casa più conoscenza, degli altri e di me stessa, che significa più tranquillità e più forza.

“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. La prima frase del testo più importante che ci riconosce tutti uguali, tutti cittadini, tutti italiani. Il lavoro ci dà la dignità. Il lavoro non è soltanto prestazione in cambio di denaro, come purtroppo moltissimi dei giovani di oggi pensano. Il lavoro è la propria capacità di esprimerti, in cui si può dare il meglio per te stesso e per la comunità. E qui ritorna l’importanza, secondo me, dell’ascolto.

Ascoltare dagli altri come sono riusciti a farcela (le buone pratiche), ascoltare dagli altri che cosa non è andato bene invece nella loro esperienza, ascoltare gli altri quando, anche se non parlano, ti stanno chiedendo aiuto, oppure ti danno un messaggio di speranza.

Io credo che davvero in questi giorni intensi, ci siamo ascoltati tutti. Ci siamo riconosciuti tutti e siamo andati via con i nostri badge al collo, tutti più consapevoli di noi stessi e della realtà.

La vita è relazione con l’altro. Il lavoro non è forse questo?

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