Una Brexit. O forse due?

Non è vero che i britannici sono “freddi” e non si fanno condizionare, come vulgata vorrebbe per tutti i popoli nordici. Non è vero semplicemente perché in genere, fra i cittadini di ogni latitudine, un evento come l’improvvisa morte violenta di qualche personaggio in vista, o anche di persone comuni, non lascia indifferenti, in special modo in momenti delicati per una comunità. Sono scoppiate guerre mondiali per un colpo di pistola ben indirizzato, si sono spostati equilibri di campagne elettorali locali per un omicidio efferato. L’uccisione di Anna Lindh, quarantaseienne ministro degli esteri svedese, da parte di un uomo con problemi psichici, piombò nella campagna referendaria del 2003 sull’ingresso della Svezia nell’area Euro a tre giorni dal voto – la Lindh era uno dei leader del fronte per l’adozione – scuotendo profondamente il paese e rischiando di condizionare all’improvviso l’esito delle urne. L’assassinio della deputata laburista pro Remain Jo Cox, avvenuto con modalità ancora da chiarire ma per il quale sembra confermata l’esclusione di ogni esplicito legame con moventi politici legati al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’UE, non sarà dunque una variabile ininfluente sul risultato finale dell’infuocata battaglia elettorale sulla famosa “Brexit”, ormai terminata.

Brexit o Bremain, quindi. Domanda e risposta secche per un referendum che, seppur di carattere consultivo, tutta Europa attende in un tripudio di maratone elettorali. La semplicità dicotomica del quesito potrebbe però far dimenticare troppo repentinamente un dato di fatto già acquisito, e cioè che, vinca il Brexit o no, la Gran Bretagna ha già conquistato un inedito status di “libero” nella squadra dell’Unione Europea tramite una sorta di soft-Brexit. Nel febbraio scorso, infatti, prima dell’inizio della campagna per il referendum da lui promesso da almeno tre anni, il primo ministro britannico David Cameron è riuscito a strappare ai vertici della UE e agli altri 27 paesi un vantaggioso accordo sulla permanenza del Regno unito nell’Unione, accordo che gli ha permesso di sposare la causa del Remain con più forza politica. A giudicare in modo sommario dalle condizioni ottenute dopo la due giorni di estenuanti trattative, si potrebbe quasi mettere in dubbio la validità del termine “permanenza” e affermare ironicamente che l’unica cosa dell’Unione Europea ben accetta dai britannici è la bandiera esposta nei pubblici uffici.

Oltre a continuare a godere di una situazione privilegiata, tra cui la fondamentale prerogativa di possedere una banca centrale e una valuta autonome, i contenuti dell’accordo – che entrerà legalmente in vigore solo quando il governo di Sua Maestà comunicherà che il referendum avrà confermato la volontà di restare nella UE – stabiliscono che: il governo britannico potrà attivare per 7 anni il cosiddetto “freno d’emergenza”, cioè la limitazione dell’accesso ai benefici del welfare per i tutti i lavoratori comunitari nuovi arrivati; la Gran Bretagna (tutti i virgolettati sono parole di Cameron) “non farà mai parte di un esercito europeo”, non parteciperà ai salvataggi finanziari, all’Euro e ai confini totalmente aperti, ma sarà influente “nelle decisioni che ci interessano e avremo la possibilità di prendere iniziative”; “saremo protetti in modo permanente, la supervisione delle nostre banche resterà a noi, l’Eurozona non sarà un blocco che potrà agire contro di noi e non saremo discriminati”. Infine, il risultato più significativo: la Gran Bretagna ha ottenuto che al momento della prossima revisione dei Trattati europei venga inserito un paragrafo in cui sarà esplicitamente scritto che Londra è esentata dal concetto di “ever closer Union”, cioè il principio della “Unione sempre più stretta” su cui si fonda l’edificio europeo sin dal Trattato di Roma del 1957.

Soprattutto l’esistenza di quest’ultima clausola rende da un lato di una chiarezza disarmante la visione politica britannica del loro futuro europeo, dall’altro esprime un’insanabile contraddizione: se i britons affermano che non intendono né vorranno mai fondersi in una sorta di superstato europeo, perché il resto delle élites europee si ostina, a costo di concedere per iscritto proprio tale rifiuto, a voler strenuamente “tener dentro” qualcuno che rema contro il principio cardine su cui la stessa UE si fonda, cioè quello della suddetta ever closer Union? Come mai tutto ciò? Un’interpretazione molto verosimile potrebbe sostenere che, in realtà, la vera battaglia campale, più che sull’economia o sulla geopolitica – sulle quali calcano molto speculazione e allarmismo – si giochi sul terreno della politica e della forza simbolica delle scelte e degli atti politici soprattutto, elemento che nella “mediocrazia” di oggi conta tantissimo.

Una vittoria del Leave potrebbe infatti sancire, in modo esemplare e concreto, che il diffuso principio del cosiddetto T.I.N.A. (There Is No Alternative), assurto a dogma delle politiche a livello europeo e mondiale, tale non è, e che dunque si possono fare delle scelte diverse e consapevoli di politica interna, geopolitica o economia, in contrasto con la narrazione incessantemente sostenuta e propagandata da tutto l’establishment dell’UE. In una Unione progressivamente giudicata sempre più strutturalmente “irriformabile”, la Gran Bretagna sarebbe in grado di dare una spallata anche all’aura di irreversibilità che la circonda, provocando con molta probabilità un effetto-emulazione negli altri – spesso altrettanto insoddisfatti – paesi europei. D’altro canto, una sconfitta del fronte Brexit implicherebbe comunque l’entrata in vigore dell’accordo sopracitato e quindi di un esempio forse meno eclatante ma comunque valido di volontà di distacco e di smarcamento. A quel punto, l’effetto di un tale precedente andrebbe tenuto in forte conto tramite la più classica – e de facto legittima – delle domande che un qualunque altro paese dell’UE potrebbe porsi: “perché alla Gran Bretagna sì e a noi no? Anche noi vogliamo quei vantaggi, pena il tanto deprecato e allarmante ricorso alla consultazione dei nostri cittadini sul da farsi”.

Comunque vada il referendum, quindi, una qualche forma di Brexit si avrà, o con il frastuono dei fuochi d’artificio o con il sibilo dell’accordo di febbraio. In entrambi i casi resterà il costante e imprevedibile rumore di fondo del “precedente”. Il fatto stesso che in diversi paesi (tra gli ultimi, Repubblica Ceca, Austria, Olanda e Francia, mentre la Svizzera e l’Islanda hanno da poco ritirato la loro richiesta di adesione alla Comunità Europea) si guardi a questi avvenimenti con molto interesse dovrebbe forse indurre le opinioni pubbliche e le classi dirigenti continentali a interrogarsi se, a questo punto, il concetto di “integrazione europea” e l’esistenza di un’entità politica sovranazionale unificatrice non chiaramente classificata e problematica come l’UE siano in se stessi dei valori assoluti, dati come acquisiti e quasi finalisticamente determinati, o non facciano invece parte di uno tra i tanti e alternativi progetti politici che la storia ha visto e vede susseguirsi, dunque in grado di essere serenamente e democraticamente messo in discussione.

1 Commento

  1. Andrea ha detto:

    Mancano ormai poche ore al risultato del referendum e sapremo presto come andrà a finire. Sono tuttavia convinto che il Regno Unito non ne uscirà poi così male a prescindere dal risultato. In caso di vittoria del fronte “Brexit” e di successiva decisione in tal senso del Parlamento inglese i britannici potranno comunque beneficiare della forte posizione internazionale di cui godono e anche dello stretto rapporto con gli USA (anche in vista di una probabile accelerazione “in autonomia” sul TTIP). Inoltre non credo che le parole di Juncker (“non ci saranno altre trattative: chi è fuori è fuori”) si avvereranno: sarebbe una follia in primis per l’Europa. In caso di vittoria del “Bremain”, invece, come è stato giustamente detto nell’articolo, il Regno Unito ha già ottenuto ancora più libertà ed autonomia di quella che già aveva.
    In questa partita l’unica che ha già sicuramente perso è l’Europa stessa e, a mio avviso, in caso di Brexit è sull’Europa che ricadrebbero le peggiori conseguenze, se non altro per un possibile effetto domino.