Traffico metafora della società

Il traffico è una bella rappresentazione della società, della comunità fisico-reale e anche della comunità di diritto (quello che dobbiamo o non dobbiamo fare).

Spesso accade che persone si fermino oltre quella linea che ai semafori delimita il confine tra spazio dei veicoli e spazio dei pedoni. Non vanno oltre, non passano “col rosso”. Si fermano semplicemente oltre la linea, senza andare né di là, né di qua.

Si potrebbe ricorrere alle metafore per sussumere da questo spazio fisico (semaforo, linea di demarcazione stradale, attraversamento pedonale, corsie), uno spazio metafisico o addirittura giuridico, attribuendo a ciascun componente un ruolo che cambia a seconda della chiave di lettura (il semaforo può essere un giudice, un legislatore, un amministratore; la linea di fermata il “giusto” o “necessario” limite; il soggetto un prevaricatore, dunque la sua condotta “illecita”, “illegittima”, …).

Ciò che secondo me è interessante osservare è che spesso nella nostra società alcuni, sempre più, si accontentano di mettersi in mostra, di mettersi avanti. Non aspettano che sia il contesto a portarli avanti, o il loro turno per andare dove, a quel punto, sarebbe giusto e doveroso: cioè non aspettano l’ordinato scorrere del traffico (il proprio progresso nella comunità particolare o generale che si frequenta). Non aspettano il momento opportuno. Ci si mettono da soli, per motivi tutti personali. Magari pensano che allo scattare del verde faticheranno meno, perché sono davanti a tutti.

Invece da quella posizione deriva un compito importantissimo: dalla sua partenza dipende la ripartenza di tutto un flusso di veicoli, di tutta la comunità.

Spesso, chi si auto-pone davanti, infatti, supera anche il semaforo; non si accorge quando il rosso si trasforma in verde. Così allo scattare del verde resta fermo. Tutti sono costretti a suonare e a segnalare che è verde, generando inutili fastidi e un rumore evitabile.

Una colossale perdita di tempo, per una inutile ricerca di attenzione. Meglio per tutti se si osserva il limite e se ne comprende il significato sociale, comune. In una parola: la responsabilità.

5 Commenti

  1. Giuseppe Sbardella ha detto:

    Caro Paolo, sono pienamente d’accordo.
    Cosa dire di chi parcheggia costantemente una macchina in seconda fila, magari proprio mentre dalla parte apposta c’è un’altra macchina parcheggiata male sempre in seconda fila?
    Cosa dire di chi entra sempre in autobus dalla porta centrale, per evitare la normale fila per salire e scendere, o di chi si posizione in maniera stabile davanti alla porta centrale creando problemi problemi di deflusso e di afflusso? ovviamente anche quando l’autobus non è affollato….
    Sì, il comportamento su strada e sui mezzi pubblici è proprio la nostra cartina di tornasole per vedere se pensiamo solo al nostro tornaconto a prescindere dal bene comune.
    E non ci rendiamo conto che senza una maggiore attenzione al bene comune, non usciremo mai, in maniera definitiva, dalla crisi etica ed economica che ci attanaglia.

  2. Ettore ha detto:

    Trovo davvero interessante la fine riflessione di Paolo. Interessante leggere la Sua analisi della comunità sociale all’interno di un contesto che riguarda tutti. Io, però, vorrei soffermarmi sulla parola conclusiva del lavoro: “responsabilità”. Parola, il cui utilizzo è fin troppo abusato e che, penso, racchiuda l’essenza di quanto descritto da Paolo.
    E’ utile soffermarsi sulla etimologia della parola per capirne il giusto significato. Il termine responsabilità deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere, rispondere cioè, in un significato filosofico generale, impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a sé stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Ma noi siamo proprio sicuri che vi attribuiamo questo contenuto? O forse, l’utilizzo inappropriato del termine, oggi, viaggia verso il senso di “imputabilità”? La responsabilità è, infatti, cosa assai diversa dalla semplice imputabilità che significa l’attribuzione di un’azione a un agente come alla sua causa. Alla nozione di imputabilità faceva riferimento Platone quando, a proposito della scelta che le anime fanno del proprio destino affermava:” Ciascuno è la causa della propria scelta, la divinità non ne è imputabile” (Rep., X, 617).
    Il concetto e il termine di Responsabilità compaiono per la prima volta nel 1787 (Federalist di A. Hamilton), con un significato prettamente politico, contenuto in espressioni come “governo responsabile” o “responsabilità del governo”, che esprimevano il carattere per cui il governo costituzionale agisce sotto il controllo dei cittadini e in vista di questo controllo.
    In filosofia, invece, il termine era usato per le dispute sulla libertà. Nel linguaggio comune si dice “responsabile” quando si vuole indicare che la persona in questione include, nei motivi del suo comportamento, la previsione degli effetti possibili del comportamento stesso. Come si può notare la parola responsabilità è molto delicata e merita, prima del suo barbaro utilizzo, una meditazione profonda su quello che vogliamo esprimere quando la pronunciamo. Ma si potrà mai raggiungere una simile consapevolezza?

  3. Francesca ha detto:

    In una società basata su un esasperato individualismo, non solo si cercano attenzioni e si sente il bisogno di essere sempre primi o avanti a qualcuno, ma non si tiene neanche conto delle conseguenze che le proprie azioni hanno sugli altri! È una sorta di negazione sociale: se non li vedo, non esistono quindi faccio come mi pare! Grazie Paolo, bella metafora quella del traffico e bella la riflessione!

  4. Paolo Bonini ha detto:

    Grazie a tutti voi per i bei commenti!
    In effetti il vero tema di questa breve riflessione è la responsabilità, come avete tutti osservato. Il mio, in ultima analisi, vuole essere un invito ad un’esistenza responsabile (Kant in sostanza).

    Giuseppe siamo sempre in sintonia!
    Grazie Ettore per la ricostruzione etimologica! Davvero!
    Francesca centra un’altra questione, osservando il punto di vista psicologico: una “negazione sociale”.

    Questa prospettiva chiarisce il senso profondo dello scegliere.
    Ho usato il pretesto del traffico, per invitare a riflettere sulla posizione che ciascuno ricopre nella società, anche nelle micro società: associazioni, gruppi, famiglia, comunità.
    Il mettersi avanti deteriore è un pensarsi, un percepirsi, tutto introspettivo, non curante del sistema esterno. Secondo me, questo atteggiamento porta ad una scelta cieca. Il motorino che passa la linea e si mette davanti, sceglie di non scegliere: sceglie di non stare nel sistema e non partecipare alle sue regole. Si esclude da una serie infinita di scelte. E pericolosamente limita anche tutti gli altri che gli stanno dietro.

    Niente a che vedere con il “pro-porsi”; quest’ultimo è un atteggiamento positivo, il “porsi per”, che rivela una logica di servizio.
    Qui c’è una scelta “per”, finalizzata, orientata. Si considerano le circostanze; che portano a valorizzare tutti.

    Questo è il punto. Essere responsabili, non solo è giusto, CONVIENE a tutti!
    Chi si mette davanti senza averne titolo, penalizza se stesso, perché si espone alle inevitabili conseguenze delle sue carenze. Nell’esempio, il motociclista che non vede il semaforo è destinato a non vedere il verde, quindi è esposto allo strombazzare di chi legittimamente vuole passare.
    Così, chi in una società qualunque, “prevarica” una posizione, esce dai limiti che la società si è data per vivere, si espone inevitabilmente alle conseguenze del suo inevitabile fallimento.

    Potremmo approfondire adeguatamente questi temi con l’aiuto di persone molto più esperte di noi!
    Ancora grazie!

  5. Valeria ha detto:

    Bravissimo Paolo.
    Come sempre sai cogliere tanto anche dalle cose più piccole e semplici.