A proposito di feste nazionali

4 novembre 1918: 24 ore dopo la firma dell’armistizio di Villa Giusti, alle ore 15.00 entra in vigore il “cessate il fuoco” che mette ufficialmente fine alla Grande Guerra per l’Italia, dopo quasi 3 anni e mezzo di combattimenti.

Cento anni dopo, 4 novembre 2018. Pochi giorni fa è arrivata la proposta di Fratelli d’Italia di ripristinare la festa nazionale del 4 novembre – iniziativa che fa a dir poco discutere e che sta infiammando i social. Forse sarà stata una iniziativa propagandistica, una sorta di “trovata pubblicitaria”, così concettualmente anacronistica che neppure i suoi autori possono crederci veramente?

Non posso negare una certa esitazione riguardo la decisione di commentare questa proposta. Si può giustamente dire che non vi sarebbe neppure bisogno di dar seguito ad una iniziativa di questo genere, che dopo un grande polverone non potrà che lasciare il tempo che trova.

Eppure, in questo attuale contesto storico, in un momento così drammatico per l’Italia, per l’Europa, e per il mondo intero, dove purtroppo razzismo e xenofobia sono concetti fin troppo diffusi e drammaticamente attuali, non ci si può permettere di sottovalutare nulla. D’altronde, una campagna che fa suo lo slogan “non passa lo straniero” dovrebbe risultare semplicemente imbarazzante alle orecchie di un popolo in cui molti cittadini hanno spesso fatto della ricerca di “un mondo” ed una “alternativa migliore”, altrove, uno dei motori della loro esistenza.

Tanti Italiani in effetti sono stati (e sono in alcuni casi tuttora), immigrati a casa di qualcun’altro, troppo spesso ospiti indesiderati. Vittime di razzismo, cliché, stereotipi e luoghi comuni. Forse diversi tra di loro, ma sempre accomunati da una unica e odiosa matrice comune, ovvero di essere – come tutti gli stereotipi – figli di una unica e tremenda madre: l’ignoranza. Né tantomeno valgono le banali argomentazioni di alcuni, che oggi amano ripetere “Ma noi eravamo immigrati rispettosi delle tradizioni dei Paesi ospitanti”, come se il razzismo rispondesse alle regole della razionalità e della buona educazione, come si ci fosse un tipo di avversione nei confronti dello straniero giusta ed una sbagliata. 

Al di là del fatto che il concetto di stato-nazione sia ormai una costruzione destinata ad essere superata, o se non altro a cambiare profondamente rispetto a come alcuni amano tuttora intenderla, in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato. Vale comunque la pena interrogarsi brevemente sul significato di una festa appunto cosiddetta “nazionale”.

Possono esserci varie interpretazioni del perché ad un certo punto, una determinata data o un determinato momento diventino per una nazione dei simboli.

La parola “simbolo” trova la sua etimologia nel verbo greco συμβάλλω (symballo), formato dalle radici σύν, ovvero “insieme”, e βάλλω, che letteralmente significa “gettare”. Pertanto, il simbolo assolve la funzione dell’unire, del mettere insieme, dell’avvicinare. La festa nazionale associa dunque, da un lato, un avvenimento storico di rilievo e, dall’altro, un gruppo di persone, che va, in un certo senso, ad indentificarsi con questo accadimento, a causa della sua importanza e del suo significato storici.

Una delle migliori chiavi di lettura, a mia interpretazione, è quindi quella secondo cui le feste nazionali vengano instaurate affinché rappresentino e ricordino alle generazioni future i valori e la storia di un popolo, che possano ovvero insegnare e testimoniare alle generazioni future a non dimenticare ciò che è stato imparato e, non da ultimo, a non commettere gli stessi errori del passato. In questo senso, l’avvenimento storico simboleggia – mette insieme – le generazioni passate e future, come un messaggio e una eredità fondamentali lasciati dalle prime alle seconde.

La Festa della Repubblica e la festa del 25 Aprile sono state definite dagli autori della proposta “del ripristino del 4 novembre” come “divisive”. Eppure, queste ricorrenze testimoniano la lotta per la libertà che ha caratterizzato quegli anni. Sono delle feste superate? Meno che mai – visto che tuttora quelle stesse libertà per cui si è ardentemente lottato in passato sono costantemente rimesse in discussione e minacciate.

Non si vuole qui certo asserire che il 4 novembre debba essere dimenticato. È senz’altro giusto ricordare una data importante, come già testimoniato dalle numerose iniziative odierne delle istituzioni italiane, si pensi in particolare alla deposizione della corona d’alloro all’Altare della Patria in ricordo dei caduti, o al minuto di raccoglimento.

Tuttavia, si stenta a capire il senso del voler ripristinare come data da “festeggiare” la “vittoria” di una guerra, che, secondo le stime più attendibili, è costata la vita ad oltre un milione e duecentomila italiani, tra caduti militari e vittime civili, che è stata definita poi una vittoria mutilata dagli stessi vincitori e che poi è sfociata nel fascismo, e che ha portato alla tragedia della Seconda guerra mondiale.

Ma soprattutto non si capisce il perché di voler festeggiare la vittoria sul nemico di una guerra che ha visto l’Italia contrapporsi ad alcuni dei Paesi con cui attualmente convive pacificamente in uno dei progetti più belli e più nobili della storia dell’umanità: l’Europa unita, che abbiamo oggi la fortuna di vedere e di vivere, è che è invece purtroppo sempre più spesso attaccata e criticata.

A coloro che potrebbero ribattere che in realtà anche festeggiando la fine della Seconda guerra mondiale si stia esaltando la sconfitta di un altro nemico europeo, si potrebbe semplicemente rispondere invitando a riflettere ancora una volta sul messaggio che tale ricorrenza possa insegnare alle generazioni future: quella contro il nazismo e il fascismo sono delle lotte contro delle ideologie e delle visioni del mondo che incitano alla divisione e alla intolleranza. L’invito e pertanto quello a ricordare la lotta contro una ideologia disseminatrice di odio, e che non si identifica con una data nazionalità. Poiché le ideologie non hanno un passaporto, queste feste vanno intese come qualcosa che va ben oltre la lotta contro un nemico nella accezione di “altra nazione”.

È proprio questo messaggio di unità che andrebbe prima di tutto difeso, alimentato ed insegnato, ovvero l’esatto contrario di quanto soggiace alla proposta del ripristino della festa del 4 novembre: si tratta dell’avvicinamento dei popoli europei, della loro integrazione, del loro dialogo e del loro futuro comune. Questa è la memoria fondamentale che si dovrebbe lasciare alle generazioni future, come simbolo del nostro Paese e della sua storia, e che come l’Italia tutti i popoli europei dovrebbero avere il coraggio di tramandare: il superamento – finalmente! – della logica della guerra e della visione del vicino come nemico, della logica del conflitto e della contrapposizione.

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