Il muro al Brennero: un’idea da abbandonare anche nella mente

Il muro al Brennero: un’idea da abbandonare anche nella mente

*Martina è dottoranda di ricerca in Diritto comparato e processi di integrazione, presso la “Seconda” Università degli Studi di Napoli.  

“Vienna ci ripensa: il muro non si farà”. “Niente muro, almeno per il momento”. Negli ultimi tempi le dichiarazioni sul progetto di costruzione di un muro al confine tra Austria ed Italia si succedono in maniera confusa, quasi misteriosa. Non è chiaro se ci si debba rallegrare della notizia ufficiale che il muro non verrà costruito, aggiungendo “almeno per ora”. L’abbandono del progetto è senz’altro positivo, ma purtroppo non è che una magrissima consolazione, è un po’ come accontentarsi delle briciole. Il fatto stesso che la costruzione di un muro sia stata ritenuta un’idea effettivamente praticabile è un elemento devastante, un campanello d’allarme che non deve essere sottovalutato.

Il dato che preoccupa è che la proposta di erigere questo muro sia stata difesa da alcuni a testa alta, senza troppi giri di parole, senza un velo di pudore, nonostante sia tutt’altro che una buona idea per varie ragioni storiche, politiche, culturali, e non da ultimo legali; vi sono anche delle ragioni di ordine economico, ma non ci dovrebbe essere bisogno di “scomodare” questo argomento per difendere qualcosa la cui portata va ben al di là. L’economia in questi casi è solo la extrema ratio per spiegare qualcosa a chi purtroppo non sa ascoltare gli altri argomenti, che sono più profondi, più complessi, più impegnativi. Più importanti.

Era il 15 giugno del 1961 quando il presidente della Germania Est, Walter Ulbricht, dichiarava «Nessuno ha intenzione di costruire un muro». Soltanto due mesi dopo, nella notte tra il 12 e 13 agosto, iniziava la costruzione di quello che divenne il muro più celebre che l’Europa abbia mai conosciuto: il muro di Berlino. Ovviamente il contesto politico attuale non è di certo paragonabile a quello di allora. Eppure, il fatto che, ancora oggi, a 55 anni da quegli eventi, costruire un muro sia considerata da alcuni un’iniziativa ragionevole, fa senza dubbio riflettere.

E’ l’esistenza stessa di questa “eventualità” ad essere ideologicamente sbagliata. Dovrebbe essere ormai acquisito nel bagaglio comune, storico e culturale degli Stati dell’Unione Europea, che la costruzione di un muro non sia la soluzione, al contrario, non dovrebbe neppure essere presa in considerazione. Gli Stati dovrebbero aver capito che, come la storia insegna, le problematiche comuni non possono essere affrontate tramite le barriere.

Eppure, purtroppo, siamo ancora ben lontani. D’altronde il problema è a monte, nel senso che la questione dei migranti spesso non è neppure avvertita come “comune”. Non è mancato chi ha sminuito l’iniziativa, facendo valere che si trattasse di una semplice misura di “propaganda nazionale” per rincuorare gli elettori. Che alcuni elettori abbiano, ancora oggi, bisogno di un muro per essere rincuorati, è purtroppo altrettanto drammatico.

Il passo del Brennero è un confine cruciale, di alto valore simbolico. Quando, il 1° aprile 1998, i ministri degli interni di Italia ed Austria, rispettivamente Giorgio Napolitano e Karl Schlögl, hanno rimosso le barriere del Brennero sotto i flash di decine di fotografi, il momento fu celebrato come la tanto attesa “caduta di un confine ingiusto”.

Tuttavia questa riesumazione dell’idea di un muro ci ricorda che non sempre basta abbattere una barriera fisica per superare ostacoli culturali. Anzi, spesso ci vuole meno sforzo per far cadere le prime che i secondi. E’ proprio questa triste verità che ha permesso ad Erich Honecker, ex Presidente del Consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca, di affermare che, nonostante i suoi mattoni fossero crollati, il muro di Berlino sarebbe continuato ad esisterefino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno.” Alcune barriere sono evidenti, sono quelle fatte dei mattoni o dei fil di ferro. Ma altre, che non sono visibili, possono essere ancora più insidiose: sono quelle fatte di indifferenza, egoismo, ignoranza, pregiudizio. E proprio queste sono le più difficili da superare. Il crollo delle barriere fisiche come metafora delle barriere e dei pregiudizi, è magistralmente espresso dalla semplice e bella frase di Italo Calvino: “Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!”.

Per questo il demolire le frontiere fisiche dovrebbe essere anche accompagnato da un profondo processo culturale. E proprio l’Unione Europea, che è stata promotrice della soppressione delle barriere tra i suoi Stati, dovrebbe contribuire a non farlo dimenticare. L’UE ha bisogno di consapevolezza, di memoria, di non dare mai per scontato che il progresso, i passi in avanti compiuti siano ormai qualcosa di acquisito. L’Unione Europea non può permettersi di dare per scontati i propri successi.

La fiducia reciproca tra gli Stati non si costruisce d’un colpo, l’obiettivo di una Unione sempre più profonda (Art. 1 Trattato EU), richiede un lungo processo culturale ed intergenerazionale, poiché l’Unione è un processo in fieri, in continua evoluzione. E’ l’idea di un’Europa dei piccoli passi, contenuta nella dichiarazione Schuman costruita un po’ alla volta, sempre un po’ di più, con Stati sempre un po’ più vicini.

Un imperativo si impone: non si può retrocedere dai progressi compiuti. A sostegno di questa lettura politica, basti ricordare la rilevanza giuridica di un principio generale di diritto nell’Unione Europea, sancito dai Trattati oltre che dalla giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia, ovvero il principio dell’acquis communautaire, in virtù del quale, sostanzialmente, è vietato regredire. Si potrebbe osservare che Schengen è un trattato internazionale, che non riguarda solo Stati UE, e che pertanto questo principio non vi troverebbe applicazione. Basti comunque sottolineare che sia l’Austria, sia l’Italia sono entrambi Stati dell’UE, e che con il Trattato di Amsterdam nel 1997 la cooperazione Schengen è stata inserita nel quadro legislativo dell’Unione Europea.

Purtroppo, l’annuncio del progetto del muro del Brennero, è stato seguito da reazioni un po’ troppo timide della Commissione Europea, nonché degli altri Stati. Ci si aspettava qualcosa di più. Ci si sarebbe aspettata maggiore indignazione da parte dell’UE, nonché dai “vicini di casa”.

Ripristinare barriere che sono state abbattute recentemente e che sono costate la lotta, e talvolta la vita, di alcuni non è il modo giusto per guardare avanti.

Volere negare qualsiasi dignità a questo muro non significa che non ci siano altre vie che possano essere esperite, e che se l’Austria si sente profondamente minacciata dal flusso di migranti che potrebbero arrivare dall’Italia, non possa ricorrere ad un ripristino temporaneo dei controlli, come permesso, a determinate condizioni, dal Trattato di Schengen. Ma il muro è un simbolo che non va sottovalutato, e che rischierebbe di mandare un messaggio alle nuove generazioni di separazione, di sfiducia, di sospetto, di importanza delle barriere; tutti elementi che con l’unità europea ci si proponeva di contrastare. Ciò vanificherebbe i passi avanti già compiuti.

Così, ad appena 25 anni dall’abolizione del muro più famoso d’Europa, si rischia di tornare al passato invece che di guardare al futuro. Le soluzioni a breve termine non conducono mai ad un esito positivo, perché sono limitate, per loro stessa natura. Inoltre il momento per fare i conti con le scelte avventate dettate da visioni miopi, arriva sempre più in fretta del previsto. E’ semplicemente questa la funzione di un muro: “dapprima riparo e subito prigione” (Marguerite Yourcenar).

Gli Stati del vecchio continente devono essere capaci di guardare avanti. E guardare al futuro significa superare una vecchia mentalità, fatta di chiusura e di diffidenza. Queste sono vie già percorse ed esplorate, sempre con maldestri risultati. Occorre emanciparsi dalle vecchie soluzioni, ed essere finalmente in grado di elaborarne di nuove, per reagire con coraggio alle sfide di oggi, nonché a quelle di domani. E’ il momento di rendersi conto che continuando a fare gli stessi errori e compiendo simili passi indietro, non si andrà da nessuna parte.

Come affermato da Papa Francesco durante il suo Discorso al Parlamento Europeo del 25 novembre 2014, le difficoltà possono (e devono) “diventare promotrici potenti di unità”, non occasioni di separazione. E’ tempo per l’UE di interrogarsi sulla maniera di affrontare le proprie problematiche e di approfondire le proprie ragioni d’essere. Per fare ciò è ancora in tempo, almeno per ora.

1 Commento

  1. Giuseppe Sbardella ha detto:

    Un articolo il cui contenuto condivido in pieno.