I principi di diritto internazionale umanitario e la guerra la terrorismo

I principi di diritto internazionale umanitario e la guerra la terrorismo

La guerra è uno “stato” delle relazioni internazionali con il quale ormai conviviamo. Ogni giorno infatti i media, o i social media ci mostrano sempre più situazioni di conflitto, tutte accomunate dalla sofferenza che cagionano soprattutto nei confronti della popolazione civile. Questo perdurante stato di crisi è inaccettabile per il “personalista”, persona appunto assai sensibile a quei diritti della personalità, capisaldi della tutela dell’individuo. Sembra infatti incomprensibile che nel 2016 possano essere perpetrate violenze tanto efferate e che non esistano strumenti atti a prevenirle, o perlomeno a sanzionarle in maniera efficace. In questo contesto si innestano i principi di diritto internazionale umanitario, che illustrerò in questo breve articolo,  per meglio comprendere la risposta della società civile a quel permanente stato di violenza, virtualmente senza vincoli o  limiti, che caratterizza i conflitti armati.

Per prevenire gli eccessi verificatisi nel corso della Seconda Guerra mondiale, secondo le Convenzioni di Ginevra, le parti coinvolte in un conflitto armato sono obbligate a rispettare i seguenti principi che disciplinano la condotta delle ostilità:

  • principio di necessità militare;
  • principio di distinzione;
  • principio di proporzionalità;
  • principio di umanità.

 

Il principio di necessità militare.

Il principio di necessità militare influenza in via diretta ed immediata le scelte operate dai comandi militari circa la pianificazione delle azioni belliche, poiché riguarda la fase in cui vengono selezionati gli obiettivi di missioni di combattimento. Pertanto, perché un attacco armato possa essere ritenuto come corrispondente al principio di necessità militare, deve essere rigorosamente limitato agli obiettivi militari, e deve altresì assicurare all’attaccante un preciso vantaggio militare. Deve essere inoltre segnalato come il mancato rispetto di tale principio, ai sensi dell’art. 8 dello Statuto di Roma,  rientra nel novero dei crimini di guerra.

Tale principio suscita notevoli problemi nella misura in cui “il chiaro vantaggio militare” che ne costituisce la giustificazione,  non è certo un elemento facilmente individuabile o quantificabile. Anzi tale concetto ha spesso portato a giustificare alcune operazioni, specie quelle che hanno causato un numero elevato di perdite civili in rapporto al numero di “ostili”, adducendo come motivazione il fatto che esse hanno garantito un vantaggio militare fondamentale nell’economia generale dell’andamento della campagna militare.

Il principio di distinzione

Il principio di distinzione prevede che le parti di un conflitto debbano distinguere in ogni momento i soggetti combattenti dai civili e gli obiettivi civili da quelli militari (articolo 48 del I Protocollo Addizionale). In quest’ultima nozione rientrano tutti quegli oggetti che per loro natura, ubicazione, scopo o uso danno un contributo efficace all’azione militare. In questo contesto si innesta la problematica relativa ai cosiddetti “dual use targets”, cioè bersagli che possono servire sia a svolgere attività militari che civili (basti pensare ad una centrale elettrica che fornisce energia sia ad una base militare che ad una città). Sul punto si è affermata la legittimità delle operazioni dirette ad eliminarli, a condizione che non vengano inferti danni eccessivi (o meglio sproporzionati) alla popolazione civile.Al fine di assicurare la distinzione tra personale civile e militare, i combattenti devono indossare divise che permettano di identificarli, e devono portare armi in maniera aperta. Dall’altro lato i civili devono astenersi dal prendere parte alle ostilità, in quanto potrebbero essere così ritenuti possibili bersagli e/o responsabili di crimini di guerra.

In tempi recenti, il principio di distinzione è entrato in crisi poiché, sempre più spesso, i combattenti che non rientrano nell’ambito di forze armate tendono a mischiarsi ai civili, al fine di essere meno individuabili o di usare i civili come scudi umani (pratica non solo illegale, ma costituente un crimine di guerra). Tuttavia, alla luce dei principi detti in precedenza, risulta evidente che se gli scudi umani prestano il loro apporto volontario alle ostilità possono essere legittimamente colpiti.

Nel vuoto di governance si assiste a “forme ibride” quali l’impiego di forze militari nascoste, ovvero di aiuti umanitari camuffati, che perseguono finalità diverse rispetto al mandato che gli è stato conferito. In questo contesto è il caso di sottolineare come sempre spesso vengano impiegati operatori dell’intelligence nella condotta di ostilità. Questi soggetti vanno tuttavia considerati alla stregua dei civili, non essendo parte integrante delle forze armate, ed essendo privi di una catena di comando rigidamente predefinita, modulata quindi sulla falsariga di quella militare. Ne consegue che essi non possono solo essere colpiti, ma anche processati, sia dalla nazione che li impiega che dalla nazione in cui l’episodio violento avviene.

Il principio di proporzionalità

Il principio di proporzionalità è quel principio in virtù del quale le parti di un conflitto devono astenersi dall’intraprendere azioni che siano sproporzionate rispetto al vantaggio militare che conferiscono. In altre parole, pur non essendo in assoluto proibito dalle leggi di guerra che i civili siano colpiti in maniera indiretta dalle azioni militari (non a caso si fa riferimento all’espressione di “danni collaterali”), le parti devono evitare che i non combattenti subiscano delle perdite sproporzionate rispetto ai vantaggi concreti che derivano dall’attacco. Naturalmente, qualora invece i civili siano oggetto di attacco diretto da parte dei combattenti, si esce dall’ambito del lecito per entrare nell’ambito dell’illecito. Più precisamente, una siffatta condotta costituisce un crimine di guerra, esponendo il soggetto che l’ha perpetrata a tutte le misure repressive sia di diritto interno che di diritto internazionale.

Anche in questo caso, la mancata “quantificazione” in termini certi del concetto di vantaggio militare espone tale principio ad abusi; gli stati infatti tendono ad affermare in ogni caso che le azioni militari da essi eseguite, specie quelle contro i leader di organizzazioni “terroristiche” forniscono un vantaggio militare incontestabile, proprio in virtù della posizione rivestita dal bersaglio nella scala gerarchica nemica.

Il principio di umanità.

Il principio di umanità è forse il principio che rappresenta, almeno sotto il profilo delle finalità che persegue, il cuore pulsante del diritto internazionale umanitario. Esso richiede infatti che i combattenti, specie nei confronti di quei soggetti posti fuori combattimento, manifestino un senso di “pietà”, evitando di renderli il bersaglio di un attacco armato. Tale concetto è rinvenibile nella coscienza sociale che generalmente tende ad evitare quei comportanti eccessivamente ed irragionevolmente violenti (non è un caso che il principio prende il nome di umanità proprio per valorizzare il sentimento di pietà che contraddistingue gli uomini “dalle bestie”).

È interessante rilevare come fu proprio il principio di umanità ad ispirare, dopo la battaglia di Solferino, la promozione di una convenzione che limitasse le sofferenze che le parti di un conflitto possono infliggersi lecitamente.

Tale principio può inoltre essere visto in combinato disposto con i criteri che impongono di evitare sofferenze non necessarie ai combattenti (o agli altri soggetti colpiti dal conflitto) ed il divieto di colpire i nemici nella condizione di “soggetti fuori combattimento”. Il primo caso praticamente si sostanzia nel divieto di impiegare quelle armi che per loro natura cagionano una sofferenza eccessiva ai bersagli; principio che si è spinto fino all’adozioni di specifiche convenzioni volte a vietare l’impiego di mine antiuomo, armi laser, armi chimico-batteriologiche, bombe a grappolo ed, infine, proiettili a frammentazione. Il secondo caso invece persegue la finalità di evitare che un conflitto si traduca in rappresaglie nei confronti di chi non può difendersi autonomamente, anche se in precedenza ha partecipato alle ostilità.

Conclusioni

Il diritto internazionale umanitario ha la non facile missione di limitare la violenza dei conflitti armati. Purtroppo però allo stato attuale non si può affermare che esso sia molto rispettato. In generale si può affermare, in un contesto come la guerra alle ideologie del terrorismo politico di stampo islamista (la cui più recente manifestazione è l’ISIS) che tutte le parti del conflitto oppongono resistenza all’implementazione dei principi esaminati in precedenza.

Più precisamente, le leggi di guerra non bastano da sole a cambiare determinati “atteggiamenti”, se non sono accompagnate dalla cultura e da strutture/ attività di tipo sanzionatorio.

Da una parte le potenze occidentali  non confermano come tali principi spesso siano in realtà un comodo lasciapassare per i terroristi, che possono appunto trincerarsi dietro al loro status di civili per essere immuni da attacchi. Più precisamente,  applicando alla lettera  il principio di distinzione, taluni autori sono giunti ad affermare che in realtà, non svolgendo sempre attività di combattimento o di pianificazione di attacchi, il terrorista può essere colpito legittimamente solo mentre svolge una di queste due funzioni, con la conseguenza che in ogni altro caso (quando ad esempio è a casa con la famiglia) verrebbe perpetrato un crimine di guerra.

Inoltre l’esperienza delle targeted killings, perpetrate dalla CIA, ha dimostrato spesso che le procedure che regolano la scelta dei bersagli sono segrete; di conseguenza non è possibile verificare se le uccisioni siano o meno in linea con le previsioni normative. Infine, ulteriore dato di non poco conto, l’esatto numero di vittime civili non è noto, perciò anche in questo caso diviene difficile, se non impossibile, verificare se una determinata azione rispetti o meno i principi analizzati in precedenza.

Dall’altro lato, nel quadro dell’asimmetria che contraddistingue i conflitti contemporanei, le organizzazioni terroristiche usano come vero e proprio modus operandi l’impiego di civili, anche bambini e donne, nelle loro operazioni,  proprio per ostacolare quelle nemiche. Allo stesso modo essi stessi svolgono attacchi indiscriminati sia nei confronti dei civili che degli obiettivi civili, anche al fine di intimidire le opposizioni interne ed esterne ed accrescere così il proprio potere.

Naturalmente non si vogliono porre sullo stesso piano le potenze occidentali, che formano le proprie classi militari nel rispetto dei principi del diritto internazionale umanitario, con organizzazioni che invece li violano deliberatamente. Tuttavia, preme sottolineare come anche le condotte delle potenze, non sempre cristalline, purtroppo possono ledere il sistema delle tutele del diritto internazionale, privandole di effettività e compromettendo al contempo credibibilità e legittimità del sistema normativo in esame.

Inoltre, manca l’adozione di un sistema sanzionatorio “automatico”, modulato sullo schema del diritto penale moderno. La suddetta carenza costituisce, da un lato, l’ostacolo alla spontanea applicazione del precetto, dall’altro evita la “certezza della sanzione” per il soggetto che ha volontariamente violato le leggi di guerra. In questo senso, gli stati più progrediti sono sempre stati riluttanti a riconoscere la giurisdizione sul loro personale ad un organismo internazionale, sostenendo che i loro meccanismi di diritto interno sono sufficienti ad evitare che i colpevoli restino impuniti. Anche tale argomentazione, per quanto possa essere considerata valida (la giustizia statunitense ha condannato in più riprese i propri militari e civili coinvolti in episodi “poco chiari”), arreca una lesione all’ordinamento internazionale, essendo esclusi dai meccanismi sanzionatori gli stati “più forti”. Le stesse Nazioni Unite hanno sanzionato “caschi blu” colpevoli di reati (come ad esempio stupri e, più in generale violenza sulle persone/cose).

Tuttavia alcuni segni incoraggianti possono essere rinvenuti, anche se forse è troppo presto per parlare di una inversione di trend; una fonte ha di recente affermato come gli Stati Uniti stiano impiegando in Iraq una nuova tattica che, attraverso tiri di avvertimento prima di un vero e proprio attacco, permetterebbe ai civili di abbandonare il bersaglio in tempo.

E’ comunque il caso di sottolineare come le operazioni militari, quando non distinguono tra obiettivi terroristici e civili,  finiscano, come ci insegnano le esperienze di Iraq, Afghanistan e Pakistan,  per alienare il consenso della popolazione civile, rendendo ancora più difficile il disimpegno da un conflitto che sempre di più lacera il tessuto sociale. In quest’ottica alcuni autori hanno osservato come le vittorie tattiche nel teatro del Pakistan, ottenute attraverso l’impiego di droni come sistema offensivo, si siano tramutate in sconfitte dal punto di vista strategico, in quanto hanno finito appunto per alienare il consenso della popolazione (e del governo pakistano, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali) di fatto assicurando ad  al Qaeda ed i Talebani Pakistani (da non confondersi con i Talebani Afghani) un bacino di reclutamento pressoché illimitato.  Peraltro nella così detta guerra delle informazioni, la tattica delle “eliminazioni mirate” si rivela a volte come il miglior sistema di reclutamento per i jihad disti.

Da questa vicenda si può quindi trarre che il rispetto dei principi di diritto internazionale può anche costituire un limite alle operazioni militari sotto il profilo tattico, mentre da un punto di vista strategico esso può costituire uno strumento in grado di costruire una fiducia tra civili e forze che combattono il terrorismo; questo “rapporto” tra i suddetti attori potrebbe dare luogo nel breve periodo ad una limitazione all’appoggio fornito dai civili ai terroristi, e nel medio-lungo periodo favorire la fuoriuscita da uno stato di conflitto, avviando quindi la successiva fase di ricostruzione.

 

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