E il bambino?

*Noemi è laureanda in Scienze archeologiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza”

In questi giorni pare che l’argomento della quale più sentiamo parlare sia la maternità surrogata e pare che di pari passo ad essa debba per forza seguire la questione dello sfruttamento o meno della donna. In merito all’argomento, giustamente, ognuno esprime il proprio punto di vista. Ma a partire da religiosi, politici e opinionisti, che siano favorevoli o contrari, il quesito pare sempre convergere sullo sfruttamento o meno della figura femminile. Tuttavia vorrei far notare che lo stesso concetto di utero prevede due entità e non una. L’ospite: la madre e l’ospitato: il bambino.

Molti, a questa affermazione potrebbero asserire che il bambino una volta nato è un individuo fine a se stesso, pronto ad affrontare la vita e che l’unica cosa importante sia circondarlo d’amore e cure indipendentemente da quale sia la famiglia. Inoltre potreste affermare che in natura la maggior parte delle specie hanno un distacco prematuro tra madre e figlio e che molti di quest’ ultimi sono in grado di badare a se stessi già a pochi mesi di vita. Tuttavia stiamo tralasciando un passaggio davvero importante. Facciamo un lungo passo indietro. Durante il suo percorso evolutivo, l’Uomo, ha avuto vari cambiamenti e tra questi uno dei più significativi è stato senza dubbio il passaggio al bipedismo e proprio questo “salto evolutivo” ha portato con se delle importanti variazioni nel nostro apparato scheletrico fino a raggiungere lo stato attuale.

Tra questi cambiamenti, quello che qui prenderemo in considerazione, è quello del bacino che si accorcia spostando l’ala iliaca in avanti per poter costituire un solido attacco per i muscoli glutei, in modo da mantenere il tronco in equilibrio su due arti. Tale cambiamento, negli individui di sesso femminile, ha portato con se anche il cambiamento del canale del parto che a sua volta è divenuto più stretto. Conseguenza diretta di ciò è l’attuale scatola cranica dei neonati che nascono ancora con un encefalo non del tutto sviluppato e di conseguenza con delle ossa craniche costituite da tessuto fibroso non ancora ossificato, dunque flessibili. Tale conformazione permette al cranio del nascituro di deformarsi, agevolando il passaggio della testa al momento del parto e successivamente garantisce allo stesso di crescere lasciando al cervello la possibilità di espandersi e svilupparsi correttamente, prima della definitiva chiusura delle suture, che avviene intorno ai 12-18 mesi di vita (quello che abitualmente conosciamo come fenomeno della chiusura delle fontanelle).

Dunque non è scorretto dire che, nella nostra unicità in natura, diamo al mondo un infante “prematuro” ovvero non del tutto ancora formato e come tale necessario di cure particolari.

Abbiamo esempi delle strette cure materne post-natali nel corso della storia, dove la donna pur non avendo alcun diritto sul figlio, poiché esso viene considerato come proprietà del padre, vive comunque in simbiosi con il bambino nei luoghi a lei destinati durante tutti i suoi primi anni di vita.

Possiamo inoltre trovare riscontri di tale naturale simbiosi tra madre e piccolo, in qualsiasi parte della terra non industrializzata, dove ancora si vive in armonia con la natura, dunque luogo ideale per studiare un rapporto così primitivo come quello madre-figlio. Il bambino prima di entrare a far parte della società in quanto Uomo ai fini di essere utile per la comunità, sarà sempre posto alle cure materne in ogni ambito, seppur con tradizioni e modalità differenti.

Gli studi di J. Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, che per primo integrò gli studi di etnologia con studi di psicologia dello sviluppo, ci dimostra con la sua “teoria dell’attaccamento” che molti comportamenti innati dei neonati, studiati all’interno del proprio ambiente naturale, si possono ritrovare anche nei piccoli degli animali. Dalle sue osservazioni sugli infanti arrivò presto a sostenere che l’attaccamento tra il piccolo e la madre era necessario per uno sviluppo normale. Bowlby, inoltre, ritiene che l’attaccamento si sviluppi tra i primi 6 e 9 mesi di vita e che tale “attaccamento sociale” sia critico perché si formi, nel bambino, un fondamentale senso di fiducia negli altri e nel futuro.

Così possiamo vedere come nelle famiglie trobriandesi (abitanti delle Isole Kiriwina in Nuova Guinea) di stampo monogamico e matriarcale il distacco del figlio dalla madre sia molto lento e molto poco doloroso per il bambino, oppure come in molte tribù africane la maternità indichi implicitamente uno stretto rapporto fisico con l’infante, come l’uso della fascia o l’abitudine di dormire insieme al bambino e un allattamento prolungato a richiesta di quest’ultimo. Qui possiamo vedere come il futuro uomo avrà sempre un attaccamento con la figura materna nutrendo per lei un profondo e innato rispetto anche dopo che quest’ultimo si sarà allontanato dalla casa materna.

Ora, tutto questo dovrebbe aiutarci ad avere una visione più chiara su quanto necessita un bambino sotto un punto di vista psicofisico, tuttavia dovremmo anche contestualizzare il tutto alla nostra cultura.

Ripercorrendo i primi anni di vita del bambino vedremo che il primo rapporto che egli ha con il “mondo” è all’interno dell’utero materno, infatti il rapporto fisico tra feto e liquido amniotico, viene chiamato rapporto di “recettività”, ovvero, si crea un equilibrio che porta una corrispondenza diretta tra ciò che il feto sente e la realtà circostante. Successivamente al parto quando ha inizio la vita neonatale, la realtà psichica e fisica del neonato è strettamente legata alla madre, tanto che il neonato cercherà come prima cosa di ricreare l’ambiente  appena lasciato, con semplici gesti, come quello di chiudere gli occhi cercando di ripristinare lo stato di buio presente nel ventre materno e cercando da subito il seno della madre, dando sfogo così ai primi comportamenti innati che ne favoriscono la sopravvivenza, come succhiare, piangere e afferrare.

Nel suo primo anno di vita, l’infante non possiederà ancora la conoscenza, ne tantomeno capirà le nostre parole, essendo il cervello, come abbiamo visto in precedenza, ancora non del tutto sviluppato. Tuttavia, egli percepirà gli stati d’animo che lo circondano e inizierà il suo rapporto di attaccamento con la madre. Infatti più quest’ultima sarà presente, più il neonato aumenterà la propria vitalità e affermerà la propria individualità. A seguito di questo stadio iniziale, attraverso le sensazioni il bambino arriverà a percepire il sorriso e la figura materna. Smetterà quindi di vedere quest’ultima solo come “essere che nutre” formulando un immagine della madre come fonte della sua serenità e felicità. Tuttavia se già questa prima fase dovesse venir meno, non solo i rapporti futuri del bambino con il mondo esterno saranno più difficili ma ne verrà danneggiata anche la sua fantasia.

Intorno ai 6 mesi, con lo sviluppo della vista, il piccolo inizierà a riconoscere i volti e in particolare la madre, in modo da abbandonare la sola visione parziale del seno che ha di quest’ultima. In questo momento il rapporto con la madre basato su sicurezza e affetto è molto importante perché stabilirà, in futuro, la capacità del bambino di avere conoscenze più profonde e non basate solo sull’aspetto estetico delle persone che lo circonderanno.

Possiamo dunque sintetizzare che la madre offre la prima relazione oggettuale del bambino, sull’esperienza della quale egli costruirà le sue future relazioni interpersonali.  Se tale rapporto dovesse mancare o se dovesse essere significativamente danneggiato, si genereranno, dal punto di vista emozionale del bambino, stati carenziali che influiranno negativamente e spesso irreversibilmente sul suo sviluppo psicofisico.

Lo stato di carenza affettiva in bambini tra i 6 e 18 mesi, attraversano tre stati: piagnucolamenti, grida acute con perdita di peso ed arresto dello sviluppo e ritiro o rifiuto del contatto (studi di R.A. Spitz). Tale carenza può condurre a varie sindromi caratterizzate tutte da un’unica condizione: l’assenza o l’allontanamento prolungato della madre. Tra questi effetti negativi possiamo trovare il rallentamento delle funzioni psichiche, difficoltà o impossibilità a stabilire adeguate relazioni interpersonali, fino a raggiungere in casi più gravi, il deterioramento irreversibile delle funzioni cognitive e gravi alterazioni della sfera affettiva. Tutte queste diagnosi sono state tratte da studi di antropologi e psicologi come M. Mead, o i già ricordati, J. Bowlby o R.A .Spitz, su bambini istituzionalizzati, ospedalizzati o allontanati per lungo tempo dalla famiglia e che quindi sperimentarono inevitabilmente la condizione di una carenza affettiva.

Oggi la crescita e le problematiche degli infanti sono ancora queste; e ancora queste sono anche le condizioni a cui vanno incontro i bambini istituzionalizzati, seppur seguiti magari da uno psicologo. Ma crediamo davvero che il sostegno di uno psicologo possa sostituire l’affetto di una famiglia?

Voglio chiudere ponendo una semplice domanda a tutte quelle famiglie così desiderose di donare il proprio amore a un figlio, così determinate da affrontare lotte politiche per l’utero in affitto, così inarrestabili da rischiare lo sfruttamento di una donna disperata che magari accetta il ruolo di madre surrogata solo per un disperato bisogno di soldi.  A tutte quelle famiglie voglio chiedere, è davvero così importante la genetica di un piccolo “cucciolo” a cui destinate, a prescindere, il trauma della separazione della propria mamma, quando abbiamo tanti bambini in istituti, già segnati e che hanno davvero bisogno di quell’affetto che tanto siete angosciosi di dare?

3 Commenti

  1. Giuseppe Sbardella ha detto:

    Bene Noemi, ottimi spunti di riflessione, ponendosi dalla parte del soggetto più debole di tutta il rapporto, il nascituro.
    Grazie

  2. Ettore ha detto:

    Ho trovato questo articolo davvero interessante. Ripercorrere da un punto di vista antropologico, il rapporto che lega indissolubilmente madre e figlio è la chiave di lettura corretta del fenemono. Spesso arrovelliamo la testa in fumose e articolate argomentazioni, filosofiche, giuridiche, mediche ma il vero punto è che il rapporto madre figlio è mistico, un qualcosa di naturalmente inspiegabile.
    Già solo per il fatto di avere concepito la c.d. “maternità surrogata” è stato commesso un abominio.
    La tecnologia può aiutare l’umanità ma solo fino a che la tecnica sia funzionale all’uomo. Quando si arriverà a considerare l’uomo strumento della tecnica, ci ritroveremo in un mondo spento e schiavizzato: Matrix….

  3. Luciano ha detto:

    Complimenti, un articolo molto interessante e stimolante!