Giovani e fede

Pubblichiamo la sintesi dell’intervento di Antonio Arena svolto in occasione dell’incontro con gli studenti dal titolo “Giovani e fede”, organizzato dal MEIC di Messina il 14 marzo 2018 presso il Liceo delle Scienze umane “E. Ainis” di Messina.

Tra i diritti inviolabili della persona figurano la libertà di manifestazione del pensiero e la libertà di coscienza. La nostra Carta costituzionale riconosce e garantisce queste libertà. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero (art. 21 Cost.); tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in forma individuale o associata, di farne propaganda, di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume (art. 19 Cost.). Questo significa che viviamo in una società nella quale ciascuno di noi è effettivamente libero di credere o di non credere in Dio; e se crede, di appartenere o meno ad una confessione religiosa, di manifestare il proprio credo, di comunicare agli altri la verità della propria fede. La nostra è una comunità sempre più multiculturale, ma questo non vuol dire che la religione non debba trovare spazio nel discorso pubblico. Chi professa una fede religiosa ha il diritto di esprimersi in “termini religiosi”, non deve nascondere la propria concezione del mondo. Questo diritto costituisce parte integrante delle condizioni che consentono un processo di reciproco apprendimento tra persone caratterizzate da orientamenti religiosi e morali differenti entro la cornice di un ordinamento costituzionale laico. Nel dibattito pubblico i non credenti sono chiamati a sforzarsi di intendere le argomentazioni religiose dei credenti, i quali – a loro volta – quando ricoprono cariche pubbliche devono sforzarsi di tradurre in termini non religiosi le loro convinzioni[1].

Sono stato invitato a rendere una testimonianza sul difficile tema del rapporto tra giovani e fede e mi esprimerò dunque secondo la mia concezione della vita, cioè da cristiano, da personalista. Mi vengono posti due interrogativi ai quali – devo subito aggiungere – è affatto semplice rispondere (e rispondere anche in una buona sintesi): a) “perché credi?” e b) “perché la nostra è oggi una «generazione incredula»[2]?”.

Quanto al primo, la fede è anzitutto una questione di cuore – sia detto senza “romanticismo” di sorta. Nell’Antico Testamento è scritto “Confida nel Signore con tutto il tuo cuore e non ti appoggiare sulla tua intelligenza” (Pro, 3, 5). Per esprimere questo concetto, si è soliti ricordare il pensiero di Pascal per il quale «noi conosciamo la verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore. In quest’ultimo modo conosciamo i principi primi; e invano il ragionamento, che non vi ha parte, cerca d’impugnarne la certezza»[3]. Tuttavia non è bene accontentarsi di questo riferimento al sentimento. Va aggiunto infatti che l’uomo è un “essere religioso” o – se si vuole – “normativo”, perché si comporta seguendo delle norme le quali, a loro volta, sono sempre espressive di valori. La domanda “perché credi?” è quindi mal posta, poiché tutti crediamo in qualcosa: il nostro comportamento rivela la norma che scegliamo e quindi i valori che in concreto ci orientano. Ogni uomo è costantemente posto di fronte alla domanda “che fare?” ed è proprio questa sua libertà che determina una “immancabile apertura al trascendente”[4]. Così il tema non è “perché credi?”, come se l’essere umano potesse non credere, ma “in cosa credi?”. «Ogni uomo» – scriveva Giovanni Paolo II – «non può sfuggire alle domande fondamentali: Che cosa devo fare? Come discernere il bene dal male? La risposta è possibile solo grazie allo splendore della verità che rifulge nell’intimo dello spirito umano»[5]. Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di San Matteo, esprime al meglio ciò che intendo e ciò in cui credo: «Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. Egli rispose: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. Ed egli chiese: “Quali?”. Gesù rispose: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso”. Il giovane gli disse: “Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?”. Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”» (Mt, 19, 16-21). In disparte la ricerca della “perfezione”, possiamo vedere nella prima risposta di Gesù la sintesi del credo personalista: i comandamenti ricordati da Gesù non sono “vuote regolette”, ma esprimono una concezione della vita molto più profonda di quanto ad un primo ascolto non si possa ritenere.

Veniamo adesso al secondo interrogativo relativo ai motivi della incredulità dei giovani oggi. Perché le nuove generazioni hanno difficoltà a credere nei valori personalisti? Più in generale, e a prescindere dal riferimento alla religione cristiana, perché certi valori – peraltro accolti anche dalla nostra tradizione costituzionale – sono divenuti sempre più incredibili? Mi limiterò ad offrire alcuni modesti spunti, consapevole che la questione è molto complessa e meriterebbe ben altro svolgimento:

1) siamo increduli perché il personalismo ci sembra essere oscurantista, legato com’è alla tradizione cattolica (almeno nel nostro Paese). Talvolta esso viene proposto e più spesso esso è inteso in una simile maniera, come se essere (cristiani e) personalisti significasse abbracciare dogmaticamente una certa dottrina e… smettere di far uso della ragione. Bisogna invece comprendere che fede e ragione non si escludono ed è compito dei personalisti battersi per una società nella quale ciascuno abbia davvero la possibilità di usare criticamente la propria intelligenza. Una riflessione seria, specialmente sui temi etici e politici, non può che avvicinare alla sensibilità tipicamente personalista: bisogna quindi educare ad usare coraggiosamente le nostre capacità razionali, a partire dai temi etici e politici;

2) siamo increduli perché il personalismo ci appare sempre più spesso come la concezione della vita e della politica degli ipocriti: l’incoerenza di chi professa alcuni valori e li smentisce con il suo comportamento è quanto più allontana dal personalismo. Ogni personalista è chiamato ad un impegno limpido e severo, perché sia di esempio col suo comportamento della verità dei valori che professa e della possibilità di viverli in modo autentico;

3) siamo increduli, almeno alle volte, perché subiamo ingiustizie e perché la società in cui viviamo sembra premiarle anziché aiutare chi le patisce. In una società ingiusta è più difficile essere giusti, per questo i personalisti devono battersi per una società più giusta, più umana;

4) siamo increduli, infine, perché molti di noi vedono il personalismo come la “morale dello schiavo”, la filosofia del debole. Questo è forse l’elemento più difficile da trattare in sintesi, ma anche quello che dovrebbe suscitare l’indignazione più forte. I valori personalisti devono essere declinati nel mondo in cui viviamo, non a prescindere da esso: devono essere compresi a partire dalle situazioni concrete in cui ciascun essere umano si viene a trovare. Se procederemo in tal senso, capiremo che – pur in assenza di soluzioni pronte per il nostro agire – non si cela alcuna debolezza nel personalismo[6]. Si fanno sempre alcuni esempi in proposito: “non rubare” significa non prendere un pezzo di pane per i propri figli e lasciarli morire di fame, quando manchi il modo di evitarlo altrimenti? “Non fare falsa testimonianza” significa rivelare all’ufficiale nazista il nascondiglio degli ebrei perseguitati? “Onora il padre e la madre” significa per il figlio subire passivamente le violenza domestiche? Per come io lo capisco, non c’è debolezza nel personalismo (né nel cristianesimo). Si tratta insomma di evitare fraintendimenti, e nella consapevolezza dei nostri limiti, di adoperarci per la realizzazione di una società autenticamente personalista!

[1]    J. Habermas, Tra scienza e fede, trad. it. a cura di M. Carpitella, Roma-Bari, 2006, 34 ss.
[2]    A. Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Soveria Mannelli, 2017, 18 ss.
[3]    Non è questa la sede per discutere criticamente la posizione del pensatore di Clermont: per la citazione v. B. Pascal, Pensieri, 282 (trad. it. a cura di P. Serini, Milano, 1985).
[4]    Infatti anche l’ateo o l’agnostico devono credere in qualcosa e certo possono anche essere personalisti. In passato si pensava che l’ateo non potesse condividere certi valori e anzi, «non avendo altro da temere al di là delle leggi», lo si voleva escludere da ogni «funzione pubblica»: T. More, L’Utopia o la migliore forma di repubblica, trad. it. a cura di M. Isnardi Parente, Roma-Bari, 2007, 119. La conclusione del ragionamento di More è ovviamente incompatibile con il rispetto della libertà di coscienza (e con la dignità della persona), ma l’idea che non sia possibile offrire una esauriente giustificazione razionale dei valori personalisti indipendementemente dal riferimento alla Verità rivelata mi trova, sul piano filosofico (oltreché religioso), fondamentalmente d’accordo (sebbene, in buona fede, si possa essere convinti del contrario). Questa tuttavia è la mia personale opinione, che esprimo rispettando quella di quanti pensano che esista una via rigorosamente razionale (“non religiosa”) per abbracciare il personalismo.
[5]    Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor. I fondamenti dell’insegnamento morale della Chiesa, Alessandria, 1993, 60.
[6]    J. Maritain, L’uomo e lo Stato, trad. it. a cura di L. Frattini, Genova, 2014, 70 ss.

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