Il contributo dei cattolici nel processo di unificazione europea

Siamo lieti di pubblicare questo testo, su gentile autorizzazione dell’autore Rocco Pezzimenti, caro amico e socio di Persona è futuro.
Il Prof. Pezzimenti insegna Filosofia politica e Storia delle Dottrine politiche alla LUMSA di Roma, dove dirige il Dipartimento di Scienze economiche, politiche e delle lingue moderne.

 

Per capire quello che è stato l’impegno politico dei cattolici nel processo di unificazione europea, non si può prescindere dall’analisi di un secolo che è stato, da una parte, il “più secolarizzato della storia cristiana” e, dall’altra, quello che ha visto, in metà del continente, la “costruzione di Stati atei e la persecuzione religiosa”. A ciò si aggiunga, in modo trasversale, la convinzione di gran parte della cultura europea che, a partire da Comte, vede la sostituzione del modello teologico e metafisico con “quello del pensiero e dell’organizzazione positiva”, cioè scientifica. Dalla Francia sembra emergere quasi un proposito: “più modernità meno religione”. Lo dimostra il fatto che il trattato di Versailles, anche “per il perdurante veto del Regno d’Italia”, non viene neppure invitato il rappresentante pontificio. Il Papa, nell’opinione anticlericale, era una sorta di Dalai Lama “spodestato del suo Tibet romano”[1]. Come dimenticare poi che il trionfo del nazionalismo tendeva – pericolo già avvertito dalle menti più illuminate dell’Ottocento – a trasformare il Cristianesimo in religione nazionale?

 

1. Sturzo e la questione europea.

 

Sturzo era stato del parere che, pur nel mostrare le sue notevoli carenze, la Società delle Nazioni aveva generato uno spirito nuovo, una cultura che era necessario assecondare e rendere più solida. Costituiva, insomma, un punto di partenza davvero imprescindibile[2]. Solo così si potrà arrivare a eliminare la guerra. Per comprendere pienamente questa convinzione, gioverà ricordare che, per Sturzo, l’idea della fatalità dei conflitti nasce “dalla frattura della legge morale, dall’abbandono dello spirito cristiano di fratellanza”. La conseguenza era semplice: gli interessi dei singoli Stati, improntati agli interessi di potenza, erano prevalsi “su quelli dell’organizzazione e della comunità internazionale”[3]. Più che sfiducia negli organismi internazionali, occorreva, quindi, dare a tali organizzazioni le capacità di agire al di sopra degli egoismi nazionali.

Da parte loro, i cattolici avviarono da qualche tempo contatti di vario tipo sul piano internazionale anche perché, seppure mancavano gli accordi sulle tematiche strettamente politiche, “furono i problemi legati alla questione sociale a far uscire i cattolici da una sorta di provincialismo e di geloso particolarismo nazionale”. Tutto partì dagli anni novanta del XIX secolo. Grazie alla Rerum novarum, vero e proprio momento catalizzatore, ci fu una presa di posizione dei cattolici verso quelle organizzazioni operaie che consideravano “la Chiesa e la religione tra i responsabili dello sfruttamento capitalistico”[4], avviando quel processo di scristianizzazione che avrebbe condotto a una sempre maggiore secolarizzazione.

È stato giustamente osservato, che le prese di posizione dei cattolici non possono dirsi esplicitamente di natura politica, visto che non escono “dal campo del dibattito teorico, giuridico, sociale o filosofico”. Ecco perché tutto ciò “non significava la realizzazione di una internazionale, né un centro operativo capace di offrire ai movimenti cattolici nazionali una unità di indirizzo”. Dopo il primo conflitto mondiale, la posizione dei cattolici si prospettò, però, in modo nuovo. Partiti nazionali come il PPI, che presentavano un vero e proprio programma di politica estera, la nascita della Società delle Nazioni, vista come organismo regolatore di conflitti internazionali con capacità di arbitrato, e, infine, il lungimirante pontificato di Benedetto XV che parlava esplicitamente di un novus ordo, tutto ciò cambiò orientamenti ritenuti ormai superati. Gli esponenti del Partito Popolare, già nell’anno della fondazione, promuovevano, come suggerì Gronchi, “intese con le organizzazioni di altri paesi”, arrivando addirittura ad auspicare una “internazionale proletaria cristiana” o, per bocca di Achille Grandi, una “internazionale bianca del lavoro”. Nel giugno del 1920, Sturzo diede vita a un’apposita commissione per studiare “i monopoli occulti nel campo internazionale”[5] e per elaborare una legislazione che facesse fronte al problema.

L’anno seguente, una delegazione del PPI – Sturzo, Jacini, Bianchi, Ruffo della Scaletta e De Gasperi – si recò in Germania per incontrare le personalità più in vista del “Centro”. Di passaggio a Colonia furono ricevuti dal sindaco Conrad Adenauer. Fu quella l’occasione nella quale s’incontrarono i due leader che tanto avrebbero fatto per i loro rispettivi paesi e per l’Europa nel secondo dopoguerra. In uno di questi incontri, a Monaco, Sturzo ebbe modo di spiegare il ruolo privilegiato che il PPI e l’Italia potevano svolgere in una futura organizzazione cattolica avendo modo di curare un continuo contatto con Roma, intesa come centro della cattolicità[6]. È ovvio che non sfuggiva a nessuno dei popolari che, quella della Germania, fosse la problematica essenziale sulla quale si giocava il futuro del vecchio continente dopo le vicende belliche del primo conflitto mondiale. Le condizioni di Versailles erano, infatti, troppo punitive e finivano per danneggiare non solo un paese, ma l’intera Europa.

Negli anni che seguirono, Sturzo intensificò i suoi sforzi e, assieme a rappresentanti tedeschi, belgi, polacchi, francesi e italiani, – tutti però presenti a titolo personale – darà vita nel 1925 a Parigi al Secrétariat international des partis ou organisations politiques democratiques d’inspiration chrétienne[7]. Vi aderiranno una dozzina di paesi dell’Europa centrale e occidentale. Vi saranno partiti tradizionali come quello belga, altri cristiano sociali come quelli dell’Europa centrale e altri ancora a ispirazione liberale e democratica come quelli italiano e francese. Non mancavano però esponenti che cercavano di fare compromessi con i regimi autoritari e totalitari nascenti. In seguito il Secrétariat prenderà contatti anche con vari partiti dell’America Latina di ispirazione cristiana[8]. Sturzo, anni dopo, dirà che il titolo dell’organizzazione era sicuramente un po’ lungo anche se rispondeva alle intenzioni dei convenuti. Si cercò, infatti, di evitare il termine democratico-cristiano che in Francia evocava “dissensi ed equivoci”[9]. Da quell’episodio in poi le autorità fasciste impedirono la partecipazione dei cattolici alle riunioni non concedendo loro il visto d’espatrio e Sturzo si trovò sempre più solo a gestire questa difficile impresa. Il Concordato del 1929, infine, complicò ulteriormente la posizione dei cattolici italiani.

La questione politica, per la futura Europa, acquisiva sempre più importanza. Sturzo, anticipando posizioni che saranno poi di De Gasperi nell’immediato secondo dopoguerra, ritiene che sul puro terreno economico non potrà crearsi una federazione europea. Questa si realizzerà solo mettendo insieme alcuni elementi di base. “Sarà un’utopia tentare una qualsiasi forma di Stati uniti d’Europa senza una base economica larga, senza una politica democratica omogenea, senza una moralità che possa realmente affratellarci”. Si trattava certo di un programma ambizioso e complesso. Sturzo lo sapeva, ma benché “grandi ne siano le difficoltà, pure bisogna avere un tale programma come ideale, e imporlo alla considerazione delle giovani generazioni”[10]. Buone intenzioni che, allora, naufragavano dato che ben altre divisioni attendevano l’Europa negli anni trenta, al punto da essere così sconvolta che, per molti, sarà difficile riconoscerla dopo il secondo conflitto mondiale. Non a caso c’è chi ha addirittura parlato di un nuovo paesaggio politico[11] all’interno del quale si troveranno a operare i vecchi partiti.

 

2. I cattolici a sostegno dell’unità europea.

 

Nonostante le difficoltà, la Chiesa cattolica mostrava segni di una rinnovata vitalità, oltre che nelle tradizionali parrocchie, era un crescente fermento di associazioni, di sindacati, di giornali, ecc. A ciò si aggiunga la lungimiranza di non pochi esponenti cattolici, soprattutto Pontefici[12], che avevano già previsto la crisi dell’Europa.

Se si voleva reagire a quest’insensatezza, c’era solo da recuperare il destino unitario dei popoli europei. Benedetto XV e Pio XII furono due personalità che intuirono come le lotte fratricide all’interno del continente avrebbero portato alla fine dell’Europa. Il primo definì, già il primo conflitto mondiale, “il suicidio dell’Europa civile”. Nel 1920 in Pacem Dei munus, documento “poco noto, ma di profonda acutezza”, denunciava già la fragilità di una pace che non poteva durare. Il secondo, non solo ribadisce queste conclusioni, ma fa del Papato un organismo imparziale – imparzialità per la quale verrà attaccato dai diversi nazionalismi – che vede nella pace l’unica risorsa per un’Europa che “si sta esaurendo nelle lotte fratricide, mentre avrebbe una sua funzione nel mondo”[13]. Per questo il Papa appoggerà in seguito il tentativo di unificazione operato da De Gasperi, Schuman e Adenauer, tutti e tre credenti, pur sapendo che la futura Unione non sarebbe stata confessionale e cattolica[14]. Si trattava di un’Europa che avrebbe superato “il modo di pensare da stato-nazione del XIX secolo, secondo il quale per forza di cose il vantaggio di un paese si risolve sempre in uno svantaggio per l’altro”[15]. Questa mentalità doveva essere abbandonata per sempre.

Il tutto fu facilitato dal fatto che i tre uomini politici suddetti avevano più di un punto in comune. “Erano uniti dagli stessi valori. (…) Era stata l’esperienza della frontiera a unire Adenauer, Schuman e De Gasperi”. Il tedesco e l’italiano “trovarono scampo e protezione nelle istituzioni della Chiesa cattolica. Non erano soltanto animati dagli stessi valori, ma li vedevano anche minacciati dal comunismo e dallo stalinismo”, tanto che, per quanto riguarda Adenauer, si può dire che non seguì mai “le seduzioni di Stalin barattando la riunificazione con la rinuncia al legame con l’Occidente”[16]. Questa fermezza aumentò il suo prestigio agli occhi degli altri leader.

Va anche ricordato che Pio XII “aveva sempre considerato Yalta un arbitrio e una debolezza occidentale”[17]. In quest’ottica vanno viste, nel 1947, la proclamazione di San Benedetto patrono d’Europa, come pure in seguito, durante l’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II, quelle di Cirillo e Metodio[18] (quest’ultimo aspetto ci fa capire la fondatezza dei reiterati inviti di papa Wojtyla e non sottacere, nella Costituzione europea, la dimensione cristiana del continente). Sempre Pio XII, nel 1948 aveva manifestato il chiaro appoggio della Santa Sede al Congresso Federalista dell’Aja[19] inviando, come “rappresentante personale speciale”, mons. Paolo Giobbe, internunzio apostolico d’Olanda[20]. Fu un gesto che spinse non pochi intellettuali cattolici a riflettere e a impegnarsi sulla questione europea.

Sempre in quei frangenti due grandi iniziative impegnavano i cattolici europei in assidui confronti sul futuro del vecchio Continente: da una parte Il Circolo di Ginevra e dall’altra le Nouvelles Equipes Internationales (Nei). I materiali capaci di farci ricostruire la storia di queste due iniziative sono scarsi o perché presenti in archivi personali dei singoli partecipanti o, soprattutto, perché i partiti, i cui leader erano presi dalle singole responsabilità di governo, diedero scarsa considerazione agli eventi[21]. C’è da dire che soprattutto gli incontri de Il Circolo di Ginevra, il cui primo colloquio si svolse nel novembre del 1947, cercarono di essere informali vista ancora la diffidenza che c’era nei confronti della nascenda Germania Federale.

I promotori furono il tedesco evangelico Jakob Josef Kindt-Kiefer, emigrato in Svizzera nel 1935, e il francese ortodosso Victor Koutzine, incaricato della missione diplomatica francese in Svizzera e assai vicino a Georges Bidault del Mouvement Republicain Populaire (M.R.P.). All’inizio li seguirono solo tedeschi e francesi. Kiefer aveva raccolto poco prima da Dörpinghaus, e se ne fece portatore, la necessità, riscontrata da più parti, di incontrare periodicamente, in Svizzera, personalità di spicco dei partiti cristiano-democratici occidentali, anche se questo, pare, che all’inizio non fosse gradito dalle autorità occupanti. Da qui il riserbo sugli incontri[22]. Anni dopo, Dörpinghaus riconoscerà che quegli incontri avevano aperto una stretta e seria collaborazione tra i diversi partiti cristiano-democratici della futura Europa dei Sei, tanto che lo stesso Adenauer condivise pienamente l’iniziativa. C’era, tra i convenuti a Ginevra, l’aspirazione all’unione di quei paesi che avevano comuni radici culturali e religiose e che si opponevano alla bolscevizzazione dell’Europa. L’azione fu resa possibile anche perché da una parte c’era la Francia che, benché vincitrice, usciva umiliata dal conflitto, dall’altra la Germania che, benché sconfitta, a seguito di un ventilato riarmo poteva ancora apparire minacciosa[23]. Gli incontri servirono a smussare le divergenze e anche a conoscersi meglio.

Le riunioni iniziarono in lingua francese e così continuarono quando, a partire dal marzo 1948, furono presenti anche i rappresentanti di Austria, Belgio, Italia, Olanda e Svizzera. Malgrado l’informalità, le riunioni cominciarono ad avere un grande rilievo politico. I temi del 1948 si incrociano con quelli delle sessioni della Conferenza di Londra sul futuro della Germania ed emerge la convinzione di tutti sull’impossibilità di trovare un accordo con l’Unione Sovietica. Adenauer perseguì una politica di progressiva integrazione della Germania in Occidente che, poi, troverà accoglienza l’anno seguente negli accordi di Washington e soprattutto nel riavvicinamento con l’Italia. A questo proposito è stato giustamente osservato che tra il nostro Paese e la Germania pare intrecciarsi una “storia diplomatica, storia della cultura politica e storia delle opinioni pubbliche”[24] che farà cresce la consapevolezza del ruolo europeo dei due Stati[25]. In questi incontri emergeva sempre di più la figura di Adenauer destinato a diventare leader sia nel suo partito, all’interno[26], sia a livello internazionale[27]. Da non trascurare sul piano della politica interna la chiara scelta a favore dell’economia sociale di mercato[28] mentre, per quanto riguarda le relazioni europee, il politico tedesco si dichiarò favorevole alla creazione di un esercito europeo integrato, per smorzare qualunque sospetto degli alleati, soprattutto dei francesi, sugli intenti neomilitaristi della Germania.

Proprio in quegli anni, a partire dal 1947, le riunioni e i partiti rappresentati furono oggetto d’aspri attacchi da parte degli esponenti del Cominform, esplicitati in Occidente soprattutto dai partiti comunisti francese e italiano che vedevano in quelle riunioni un’espressione camuffata dell’Alleanza Atlantica. I partiti d’ispirazione cristiana tennero duro e ribadirono la loro unità, malgrado le diatribe interne, come sottolineò assai chiaramente per l’Italia Lina Morino[29]. Per smorzare i toni si cercò di presentare la futura alleanza europea come una “terza forza” tra i due blocchi. Dopo i primi successi, l’importanza delle riunioni de Il Circolo di Ginevra andò scemando. Le mutate situazioni politiche interne dei singoli paesi e internazionali diminuirono i propositi di arrivare alla realizzazione di un’Internazionale cristiano-democratica. Dal 1952 le riunioni ebbero di volta in volta alcune defezioni fino a sciogliersi definitivamente nel 1955.

Nel 1947 era partita l’altra iniziativa, quella delle Nouvelles Equipes Internationales (Nei) che si riunirono per la prima volta a Lucerna. Erano presenti i partiti cristiano-democratici di Austria, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Inghilterra, Olanda e Svizzera. Sin dall’inizio vi fu una spaccatura tra i diversi paesi perché francesi e belgi erano favorevoli ad un blando legame che non implicasse i partiti, mentre austriaci e italiani erano favorevoli a una vera e propria organizzazione democratica e cristiana. Su quest’idea non ci fu accordo perché le Nouvelles Equipes Internationales insistettero per non porre l’accento ad alcun riferimento al cristianesimo. A nulla valsero i richiami al motto dell’organizzazione, sottolineato da alcuni delegati, “fare l’Europa o morire”. Solo dopo i Trattati di Roma le Nei, ebbero l’opportunità di trasformarsi in Unione europea dei democratici cristiani, e trasferirono la loro sede nella città eterna. Se qualcosa di positivo riuscì all’organizzazione fu il tenere fermi alcuni punti di riferimento come: a) ripristinare commissioni culturali permanenti per ristabilire l’unità culturale dell’Europa; b) organizzare scambi culturali europei e mondiali tra diversi paesi; c) considerare la libertà di insegnamento come un’esigenza primaria. Infine l’organizzazione dedicò particolare attenzione a temi di carattere economico e sociale ponendo l’uomo al primo posto opponendosi nella stessa misura sia allo statalismo sia a un esasperato liberalismo[30].

 

3. Fermenti europeisti tra i cattolici.

 

Immediatamente dopo la caduta del fascismo in Italia si affermò un movimento per la federazione degli Stati europei che entrò a far parte di quasi tutti i programmi dei partiti democratici e, ovviamente, anche della DC. Lo stesso Partito socialista, pur con diverse accentuazioni, – sin dalla fusione tra il MUP di Basso e il PSI avvenuta nell’agosto del 1943 – si impegnava per la creazione di un’unione federale dei popoli europei[31]. Si trattò d’intenti che, solo a partire del 1948, cercarono di dar vita a quelle strutture necessarie per attuare l’intento.

Oltre a De Gasperi, si devono segnalare l’incondizionato sostegno del conte Dalla Torre, direttore de L’Osservatore romano, numerosi scritti di Igino Giordani, del futuro cardinal Pietro Pavan e di alcuni altri. Il primo, sulle pagine del quotidiano della Santa Sede, auspicava chiaramente, dopo questa prima fase d’intensa collaborazione tra gli Stati europei, la necessità del passaggio a “una successiva unione politica”[32].

Giordani, da parte sua, sin dagli anni venti, aveva appoggiato il disegno europeistico di Sturzo. Non fu solo in questa battaglia che, per lui, assumeva particolari intenti. “Vogliamo cooperare alla europeizzazione della cultura, a superare cioè, di pari passo che le supera la scienza, le barriere di un egoismo, non nazionale, ma nazionalistico, fomento d’odio nei popoli, pericolo grave per la cattolicità (universalità) stessa. Noi tendiamo agli Stati Uniti d’Europa con moderatore il Papa. Prepariamone la realizzazione creando le interferenze culturali, che precedano o almeno seguano le interdipendenze economiche e sociali”[33]. Interessante quel richiamo al Papa come moderatore, capace quindi di svolgere una sua particolare funzione, nel contesto internazionale, forte di quel suo primato morale[34] che svolgeva sin dal primo millennio. Tutto questo si capisce meglio se si ricorda il ruolo di Benedetto XV, fautore della pace e che aveva messo fine al non expedit, ma soprattutto si collocava nella scia di Leone XIII che, per esplicito volere di Bismarck, aveva già svolto un compito di arbitrato internazionale.

Giordani, al pari di altri cattolici democratici, era convinto che “il prestigio della Chiesa” sarebbe cresciuto “con lo sviluppo delle democrazie” e, tutto ciò, vista anche l’apertura internazionale che aveva seguito la Rerum novarum, sarebbe stato facilitato anche da un certo modo di intendere l’Europa, capace di opporsi a quella “nazionalistica e plutocratica”. Come già, la ormai lontana assise di Malines, aveva insegnato che le diverse confessioni cristiane mostravano tutti “i sintomi della nuova coscienza”[35], bisognava fare in fretta, per evitare di disperdere una simile eredità e un crescente bisogno di unità.

Le convinzioni di Giordani non si basavano solo su un fatuo auspicio sorretto da ideali cristiani. L’idea degli Stati Uniti d’Europa emergeva anche da una rigorosa analisi sociale ed economica. “Gli Stati europei (…) dipendono l’uno dall’altro; nessuno è più in grado di vivere delle proprie risorse (…) ci sembra superfluo insistere sull’interdipendenza fatale, inderogabile”. Per dare un senso a tutto ciò bisogna mirare a una “risultante politica, in una forma stabile, che, secondo noi, non può essere se non la Federazione degli Stati europei”. Solo così l’Europa “si salverà dal fallimento economico, dalla minaccia di nuove guerre”. Occorre, perciò, mirare a una “superiore forma organica di coordinamento e di integrazione, che non sciupa nell’accentramento mostruoso le iniziative, le risorse, le articolazioni”[36]. Per Giordani, le diplomazie si mostravano incapaci di attuare un simile disegno che, invece, i cattolici consideravano quasi come un approdo naturale.

Si capisce ora come Giordani riprendesse con entusiasmo il progetto europeo anche dopo il secondo conflitto mondiale. Corrispondente da Lucerna nel 1947 al Raduno svizzero dei partiti cristiani, scriveva: “A Lucerna s’è parlato dell’Europa, da europei. Era ora. Ci siamo lasciati uccidere e depredare per le nostre divisioni, dimentichi oltre tutto – come dicevano i Padri della Chiesa – che le divisioni sono colpa”[37]. Finalmente sembrava che si volesse, da parte di tutti, recuperare il tempo perduto.

Meditando sul mutare dei tempi e delle ideologie, Giordani non si nascondeva che gli “europei intendono il significato di alcuni vocaboli supernazionali, come quelli di comunismo e socialismo” in modo non sempre univoco e chiaro. Lo stesso poteva dirsi del liberalismo divenuto “un’aristocrazia appesantita dallo strascico di un laicismo anacronistico”. Il cristianesimo, da parte sua, aveva in più il fatto di essere “una forza religiosa e non un lievito politico”, un senso di universalità, in alcuni momenti “fatto a pezzi dal protestantesimo”, ma comunque sempre vivo nella Chiesa universale. Per questo i cattolici della DC dovevano sollecitare e risvegliare la coscienza europea. A tal proposito, Giordani auspicava, in vista dell’Anno Santo del 1950, a Roma “capitale di un mondo senza confini, il primo congresso della democrazia cristiana europea, se non pure mondiale”[38]. Giordani si mostrava davvero lungimirante prevedendo che, in futuro, “come le manifestazioni della volontà popolare in Europa fanno prevedere, le due correnti principali saranno la democristiana e la socialista”[39]. Su queste due visioni si giocherà il futuro dell’Unione.

Un’unione europea effettiva e non solo economica, di banche e di capitali. Si capisce perciò la delusione che, di lì a poco tempo, Giordani e lo stesso De Gasperi dovettero provare per il fallimento della CED che, per il nostro Presidente del Consiglio, divenne una vera e propria “spina”[40]. Occorreva non solo fare in fretta, ma capire prima di tutto che, per costruire l’Europa, bisognava superare gli egoismi nazionalistici, anche di natura economica. Gli Stati più ricchi partono da un assunto economico errato che li porta a isolarsi sempre più. Ignorano, così facendo, un principio elementare dell’economia cristiana: “Si sta nel medesimo battello, ricchi e poveri, e, se si affonda, s’affonda tutti. La ricchezza stessa si conserva nella solidarietà: si disperde nella divisione. Due guerre dovrebbero aver illuminato anche i più gretti”[41]. Purtroppo così non era stato.

Interessanti sono pure le considerazioni fatte dal futuro cardinal Pavan per il quale, siamo nell’autunno del 1949, è “assai difficile che il mondo si organizzi unitariamente se l’Europa non riprende la sua missione”. Era questa un’impresa ostacolata dalle condizioni di “estrema umiliazione” nelle quali versava il vecchio continente. La nostra Europa “straziata in se stessa, sembra aver cessato d’essere soggetto di storia ed essersi ridotta a semplice oggetto di patteggiamenti combinati nella sua assenza”[42]. Eppure l’Unione politica sembrò sul punto di nascere, ricorderà anni dopo Pavan, tanto che per alcuni rientrava quasi in un piano provvidenziale e inoltre sembrava che le stesse popolazioni europee avessero acquisito e accolto una simile prospettiva. Affermazioni fatte da chi aveva “partecipato personalmente a numerosi incontri” preparatori[43]. Si aveva, insomma, la sensazione che la strada maestra dell’Unione fosse stata tracciata.

Molto puntuale era stata la posizione di Guido Gonella, tra l’altro amico e collaboratore di De Gasperi. Anzi, si potrebbe dire di più: “per l’anziano statista trentino, egli era infatti una sorta di alter ego, tale era l’amicizia, la confidenza, la consonanza di ideali e di cultura (…) nonostante la forte differenza di età”[44]. Dopo la morte di De Gasperi ne raccolse l’eredità e portò avanti anche i suoi disegni relativi alla politica estera. Riuscì a far ratificare gli accordi che avevano istituito l’UEO, ritenuta “un progresso rispetto alla CED”. Sempre sulla scia di De Gasperi, riaffermò la “fiducia nel federalismo” che riteneva “essere nel solco della tradizione cristiana”, ma anche accettabile nella tradizione “socialista, come pure nello spirito degli ideali mazziniani”[45]. Questo confermava che il federalismo costituiva l’unica strada per evitare futuri conflitti europei. La ferma posizione di Gonella fu molto importante anche perché contribuì “a prendere le distanze da quanti, ed erano allora molti all’interno del mondo cattolico, nutrivano ancora simpatie per forme politiche di tipo autoritario, secondo il vecchio modello neocorporativo dell’Austria di Dollfuss, o quelli all’epoca esistenti della Spagna di Franco o del Portogallo di Salazar”[46].

Inoltre, il richiamo agli ideali socialisti e mazziniani, confermava che la DC non voleva “un’Europa confessionale, come andavano dicendo gli avversari della CED, ma un’Europa in cui tutti i popoli liberi possano collaborare”. Per questo, Gonella auspicava l’unione di tutte le “forze religiose e laiche, sociali e nazionali”[47]. Contro la visione comunista che riteneva la “UEO causa di guerra”, Gonella ripeteva che era invece uno strumento per eliminare in modo definitivo il contrasto tra Francia e Germania. Al contrario, il comunismo, nonostante gli intenti della sua propaganda, era tutt’altro che pacifista. Lo dimostravano le oppressioni nei paesi dell’area sovietica, ai quali si aggiungeva, allora, anche l’Indocina, determinando una vera e propria “catastrofe dei valori religiosi”[48]. Insomma, la UEO era l’unica via perseguibile.

Il superamento del contrasto tra Francia e Germania era già stato avviato in modo quanto mai esemplare dalla politica di Schuman e di Monnet. Il perdono per il passato, ma soprattutto la speranza per l’avvenire avrebbe favorito “l’incontro delle nazioni europee”. Proprio in vista di questo futuro occorreva “conciliare in uno statuto definitivo l’essenziale degli interessi tedeschi, francesi e sarresi”. Interessi che, da “oggetto di conflitto”, dovevano diventare “strumento di una politica europea comune”. Per Adenauer, l’attuazione di questa proposta, diventerà “il compito più importante da assolvere”[49]. È da ricordare che anche Schuman ipotizzava un’Europa, non solo nell’interesse dei popoli liberi, ma capace di accogliere, in futuro, anche i popoli dell’Est comunista.

 

4. De Gasperi e l’impegno per un’Europa federale.

 

La politica estera dei cattolici fu influenzata da questo ricco dibattito. Si cercò di consolidare questo “pilastro europeo all’interno della neonata comunità atlantica”. La stessa Santa Sede cercò di dare il buon esempio “sviluppando una serie di interventi diplomatici favorevoli alle spinte verso l’integrazione”. Si trattava di idee penetrate così a fondo nelle coscienze cattoliche che, anche dopo i fallimenti del 1953, la pubblica “opinione cattolica non demordeva”, ma anzi, sempre sostenuta dalla Chiesa, nella futura Unione europea “ravvisava principalmente il mezzo migliore per porre fine alle guerre e per arginare il comunismo”. Persino quotidiani come L’Italia, con articoli di don Primo Mazzolari, avevano giustificato “il processo della difesa europea di fronte alla possibile minaccia sovietica”. Padre Messineo, sull’autorevole rivista dei gesuiti, sosteneva che bisognava arrivare a “essere associazione di popoli e non di Stati, e di conseguenza la creazione di una comunità a carattere sopranazionale, più che meramente internazionale”[50]. Testate e riviste come Idea, Civitas, Humanitas, Studium, L’Assistente ecclesiastico e altre ancora davano il loro innegabile contributo.

C’è giustamente da osservare in questo contesto che, malgrado la posizione anticomunista di De Gasperi fosse assai netta, il leader politico non voleva “assumere l’anticomunismo come posizione aggregante per non confondersi con le forze reazionarie”. Il suo anticomunismo – come rileva assai bene Scoppola – non può essere confuso con un “semplice conservatorismo”[51]. Del resto, a conferma, basterebbe pensare alle varie vicende elettorali dei primi anni Cinquanta.

Un vitale appoggio, in quegli anni, venne anche dal sindacato d’ispirazione cattolica. La CISL appoggiò il tentativo di integrazione politica[52] sviluppatori attorno al piano Schuman. Forte fu la polemica con la CGIL che, nel 1954, portò all’elaborazione di un opuscolo di grande rilevanza: Il punto di vista della Cisl sulla CED. Queste idee, che pure animarono il dibattito sindacale, secondo alcuni non erano state sostenute “dalla mobilitazione delle grandi masse cattoliche”[53]. Così scriveva Ivo Murgia l’anno seguente.

Le resistenze a questa visione vengono da lontano. Del resto, la stessa Chiesa, pur impegnandosi per l’unità, non ignorava che la sua posizione era osteggiata da posizioni liberali o socialiste, spesso impregnate di “massonismo e anticlericalismo”, che tendevano a nascondere le tradizionali radici cristiane dell’Europa. Si capiscono, così, le vibranti espressioni di Pio XII, rivolte ai partecipanti del II Congresso internazionale dell’Unione Europea dei Federalisti (UEF), quando si chiedeva “accorato se non fosse già troppo tardi per fare l’unione e salvare la civiltà occidentale”[54]. Pio XII aveva ben chiaro, proprio per i giudizi dati su Yalta, che l’Europa finiva per diventare ininfluente sulla scena politica mondiale, schiacciata com’era dalle due superpotenze.

Agli occhi di non pochi esponenti del cattolicesimo politico, come Guido Gonella, l’Europa correva il rischio di scomparire travolta dallo scontro dei due nuovi blocchi. È su questa scia che s’innesta, anche durante la costituente e nella fase di fondazione della DC, quella corrente cattolica che ebbe notevoli impulsi europeistici. Lo stesso piano Marshall fu interpretato da molti cattolici “come un’occasione favorevole per stringere rapporti tra gli Stati europei, in vista di una maggiore autonomia del continente”[55]. Lo stesso si potrebbe dire di una serie di discussioni che, soprattutto nel nord Italia, animarono vasti settori della resistenza (verso costoro lo stesso De Gasperi rivolse una notevole attenzione[56], proprio durante il periodo della ricostruzione).

De Gasperi, assieme al lorenese Robert Schuman e al renano Konrad Adenauer, fu, come avrebbe detto anche un abusato luogo comune, uomo di frontiera e cattolico, per questo convinto europeista. A ben vedere, però, sebbene l’europeismo fosse nel suo DNA, nei primissimi anni del dopoguerra, riteneva che ben altri problemi dovessero essere risolti prima dell’unità europea, pur non mancando mai l’occasione di rilevare la necessità di andare oltre gli angusti limiti della nazione. “Vogliamo fare una politica internazionale senza nazionalismi, ma con la fede nella nuova Europa, che non è come si va dicendo un’utopia: è una speranza fondata, ed è soprattutto una necessità”[57]. Parole improntate ad un sano realismo politico, che, pur impregnato di grandi ideali, non fece mai difetto a De Gasperi.

Proprio questo realismo lo portava a ritenere che dall’Unione europea sarebbe potuta “derivare la soluzione di alcuni dei nostri principali problemi interni”. Anticipando addirittura gli “Accordi di Schengen”, sosteneva che occorresse “provvedere alla liberalizzazione del movimento non solo dei capitali ma anche degli uomini; senza di questo il problema della disoccupazione (…) non si potrà risolvere”. Inoltre, questi movimenti della manodopera, con tutto il loro risvolto di risorse umane e di rapporti interculturali, avrebbero facilitato il “provvedere all’integrazione delle politiche economiche e finanziarie e alla cooperazione politica internazionale”[58]. Insomma, solo l’intrecciarsi delle diverse problematiche avrebbe facilitato una reale unificazione europea.

La costruzione di una nuova Europa era aperta a un’unità che andava oltre i sei Stati fondatori: “se la si costruisce si darà vita ad una nuova alleanza a cui parteciperanno tutti i popoli che hanno sofferto delle guerre” e che avevano come prima aspirazione la pace. Inoltre “saranno unite soprattutto le grandi masse lavoratrici di una parte e dell’altra e sarà creato un grande baluardo di tranquillità e di sicurezza”[59]. Era questo un intento che ricorreva da anni. Persino nel suo famoso discorso tenuto alla Conferenza di pace di Parigi, evidenziò, come italiano, “le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori”[60], tutte condizioni imprescindibili per la pace.

In quell’occasione De Gasperi, non solo ricordava ai delegati che gravava su di loro “la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra”, ma ricordava altresì che il preteso “disarmo dei vinti” doveva essere “solo un anticipo” di un disarmo più generale[61]. La collaborazione con i socialcomunisti lo fece prudente sui disegni europei, prudente ma chiaro, com’avrebbe evidenziato poi in alcuni discorsi[62] nei quali emergeva sempre l’interesse primario del Paese.

Proprio nel periodo della Conferenza di pace di Parigi, l’Unità, a più riprese, criticava l’azione politica di De Gasperi che, mentre dialogava con l’Occidente, anche per risolvere le questioni riguardanti le nostre frontiere con la Jugoslavia, vedeva Togliatti e il suo partito dialogare con Tito, causando pesanti reazioni pure da parte di Nenni. Era chiaro che, tra il leader DC e quello del PCI, si stesse creando una frattura, che sarebbe divenuta insanabile, essendo i due orientati verso punti di riferimento assai diversi, non solo geograficamente[63]. Nonostante tutto, questioni internazionali come la vicenda di Trieste o la possibile revisione di un trattato di pace, che comunque tardava a venire, o un riesame della questione coloniale, e infine l’entrata nel Patto Atlantico nel quale l’Italia era pur sempre ritenuta un “alleato minore”, consigliarono a De Gasperi di attendere momenti migliori[64] per esplicitare, a volte, la sua fede europeista. C’è poi da tenere presente che, se la fede cattolica lo predisponeva all’universalismo, erano pure le esperienze politiche fatte nel multinazionale Impero Asburgico e quelle maturate negli anni Trenta in Vaticano a spingerlo verso questa nuova avventura[65]. In questa, il politico trentino vedeva anche la soluzione a problemi italiani ed europei altrimenti irrisolvibili.

È davvero curioso che la storiografia sul leader italiano abbia approfondito più i temi di politica interna che quelli di politica estera, al contrario di quanto avvenne per Adenauer. Inoltre, per troppo tempo, De Gasperi è stato visto come “prigioniero” delle direttive vaticane o di quelle americane. Forse, questi giudizi sono dettati dal fatto che ignorano alcuni punti caratterizzanti dello statista trentino. Egli capì, come pochi, la reale dimensione della sconfitta italiana ed europea della seconda guerra mondiale. Intuì poi che la grande coalizione antihitleriana non poteva durare oltre il conflitto. Riteneva gli americani gli unici ad avere la capacità di svolgere un ruolo cruciale contro il comunismo e, per questo, in grado di capire la necessità di sostenere l’integrazione europea. Tutto questo era considerato alla luce del fallimento e dell’inadeguatezza della Società delle Nazioni. In fondo, europeismo e atlantismo erano due facce della stessa politica[66]. A ciò si aggiunga la concezione laica della politica che lo portava a ritenere controproducente parlare di un’Europa cristiana per non compromettere la possibilità di realizzare un’Europa ispirata ai valori del Cristianesimo. Questo sano concetto di laicità avrebbe, alla lunga, fatto anche il bene della Chiesa, liberandola dalle pastoie delle contingenze politiche.

Queste idee trovarono l’appoggio di Adenauer anche perché l’Italia fu il primo “Paese a tendere una mano alla Germania” – non a caso il primo viaggio all’estero del Cancelliere fu in Italia – proprio perché la DC aveva raccolto senza remore l’invito di Pio XII “a superare il muro dell’odio che la guerra aveva frapposto fra i popoli europei”[67].

De Gasperi entrò poi in contatto con organizzazioni europeiste, come il Movimento federalista europeo di Alfredo Spinelli, di cui firmò, il 4 novembre 1950, la petizione popolare per uno Stato federale[68]. Il MFE, nel 1952, avrebbe sostenuto, con Ivan Matteo Lombardo, la necessità di un’autorità politica europea “democraticamente responsabile di fronte ai popoli europei, e dotata del potere di levare le imposte”. Questa impostazione fu fatta propria da De Gasperi che, nel frattempo, aveva assunto anche la carica di Ministro degli esteri. Nel dicembre dell’anno seguente, sempre De Gasperi, alla Conferenza per l’Esercito Europeo, sostenne che l’Italia era pronta a trasferire ampi poteri alla comunità europea[69].

Già nel maggio del 1950, De Gasperi aveva dato l’assenso italiano al “piano Schuman”, che avrebbe portato l’anno dopo alla costituzione della CECA. È interessante che, già allora, la delegazione italiana cercherà di favorire anche la partecipazione della Gran Bretagna all’accordo. A convincere i detrattori del Trattato intervennero, anche in questa circostanza, le vicende internazionali. Fu lo scoppio della guerra di Corea e un temuto attacco sovietico a spingere la Francia a proporre “la costituzione di un esercito integrato europeo” agli ordini di un ministro della difesa comune che fosse responsabile non solo di fronte ai governi, ma persino davanti a un’Assemblea europea. Il piano si chiamò Pleven, dal nome dell’allora Presidente del consiglio francese[70]. De Gasperi, che alle questioni francesi era sempre particolarmente attento[71], era inoltre convinto che il momento fosse propizio per l’Unità europea, dato che era vista di buon occhio anche dagli U.S.A.

Dovette vincere alcune resistenze anche all’interno del suo partito, come quelle di Dossetti che, già dal tempo dell’adesione italiana al Patto Atlantico, pretendeva “un ruolo maggiore e più incisivo del partito sugli orientamenti di politica estera”. A sostegno di De Gasperi, Gonella fece presente che occorreva essere “fermi e risoluti nella volontà di difendersi”, soprattutto mantenendo fede agli impegni sottoscritti[72]. Era questa, naturalmente, la posizione di De Gasperi sempre più convinto che, “solo nell’ambito della costruzione europea”, non solo si poteva dare all’Italia una dignità internazionale, ma si permetteva di “europeizzare un paese arretrato” come il nostro cercando, inoltre, di “risolvere le gravi contraddizioni economiche e sociali presenti nella penisola”[73]. Andò anche oltre. Sostenne esplicitamente che, in occasione di una sua prossima missione a Strasburgo non avrebbe accettato l’accordo sulla CED così semplicemente “come era, essendo intenzionato anzi a porre la questione federalista e costituzionale[74]. Idea che, poi, a Strasburgo ebbe almeno un momentaneo esito positivo, pur tra alcune perplessità.

Sorretto da questa convinzione, De Gasperi decise di andare oltre la CED pensando ad una vera e propria Comunità Politica Europea, con un’Assemblea elettiva e con poteri deliberativi, dalla quale dipendesse persino un esecutivo. Su questo ebbe parole chiarissime: “Noi abbiamo accettata la proposta francese (…) perché la Comunità di Difesa è destinata a diventare, sia pure entro determinati limiti, comunità politica ed economica dell’Europa”[75]. Tra l’altro la difesa della pace sembrava addirittura più certa perché da una parte si superava “il conflitto sempre rinascente tra la Francia e la Germania”, dall’altra la CED diventava una “garanzia di pace anche verso la Polonia e la Russia” perché la Germania, vincolata in una solida alleanza, non poteva dichiarare guerra a chiunque. Non si trattava, quindi, di una formula cartacea, ma di un trattato che superava vecchi particolarismi e gelosie[76]. Apriva, inoltre, la strada a un futuro pieno di opportunità.

La prima ragione era quella di passare alla costruzione di un’Europa federata. Per questo propose di affidare all’Assemblea della CED addirittura poteri costituenti. Come conseguenza, i Sei paesi che già avevano costituito la CECA, firmarono a Parigi – 27 maggio 1952 – il Trattato che istituiva la CED[77]. Questa fretta, quasi frenetica, era dettata dalla convinzione degasperiana che molti erano stati favorevoli perché obbligati dalle contingenze, ma, qualora queste fossero mutate, sarebbero stati contrari.

5. Il naufragare di un sogno.

 

Le condizioni, infatti, mutarono. Il nuovo presidente americano e, soprattutto, la morte di Stalin rilanciarono gli euroscettici. Il 1952 è perciò l’anno delle accelerazioni. Il 10 settembre i Sei ministri degli esteri accolsero la proposta di De Gasperi, sostenuta da Schuman e Adenauer, di “predisporre il progetto di costituzione federale europea”, proposta che valse al leader italiano l’attribuzione, ad Aquisgrana, del Premio Carlo Magno, il 24 settembre del 1952. Era il punto di massima euforia[78]. Le vicende del 1953, non solo internazionali, ma anche interne relative alla “legge maggioritaria” – definita dalle opposizioni “legge truffa” – fecero precipitare la fortuna politica di De Gasperi e, con lui, anche i sogni europei (in seguito solo i più stretti seguaci di De Gasperi, come Andreotti, Segni e Taviani continuarono a portare avanti “una politica estera incardinata sul binomio inscindibile atlantismo ed europeismo”[79]). Già da prima, però, la procedura per la ratifica del Trattato “andava avanti con difficoltà e soprattutto in un clima negativo sempre più condizionato dalle notizie che giungevano d’oltralpe”[80]. Il mondo politico francese sollevava sempre più forti dubbi.

De Gasperi sembrava essere consapevole di queste difficoltà e, quasi per consolare i suoi collaboratori e probabilmente se stesso, diceva che “l’Unione è frutto di un muto consenso e questo mutuo consenso è per sua natura libero e lento”. Aveva però fiducia nella realizzazione dell’Unione perché era quasi inscritta nella storia dell’Europa, da quando questa era diventata cristiana. Questa eredità, sia pur in modo diverso rispetto al passato, era pur sempre decisiva. “Se con Toynbee io affermo che all’origine di questa civiltà europea si trova il cristianesimo, non intendo con ciò introdurre alcun criterio confessionale (…) Soltanto voglio parlare del retaggio europeo comune, di quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica (…) con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria”[81]. L’evidenza di una cultura che aveva impregnato una storia, non poteva certo essere ignorata.

Anche qui è utile riscontrare una consonanza ideale con quanto, proprio in quel tempo, scriveva Schuman. “Il cristianesimo ha riconosciuto il primato dei valori interiori che sono gli unici in grado di nobilitare l’uomo. La legge universale dell’amore e della carità ha fatto di ogni uomo il nostro prossimo e su di essa si basano da allora le relazioni sociali. Questo insegnamento e le conseguenze pratiche che ne derivano hanno sconvolto il mondo”[82]. Da qui si generò, infatti, non solo l’obiettivo del bene comune, ma anche la convinzione che gli stessi problemi economici, politici e altri ancora dovessero diventare problemi comuni. Anche nel fallimento di certi obiettivi, giova ricordare che, da allora, gli europei avviarono un dialogo che non si è più interrotto. È anche interessante ricordare che Schuman, come De Gasperi, è uomo di frontiera cresciuto in un fattivo bilinguismo, quindi portato a capire le ragioni degli altri, qualità essenziale del cristianesimo. Si capisce perché, come ministro degli esteri, auspicò da subito il ritorno della Germania nel contesto delle nazioni europee.

In un clima che andava facendosi sempre più difficile per l’Europa, occorre ricordare che Pio XII sosteneva in ogni occasione che l’Unione “non poteva fondarsi unicamente sugli interessi economici”. I valori spirituali non potevano certo essere trascurati[83]. Va ricordato poi che le convinzioni del Pontefice non erano certo gradite in ambienti ostili alla visione cristiana. Sono assai note le conclusioni di Vincent Auriol, Presidente della Repubblica francese, che definì De Gasperi, Schuman e Adenauer “trois tonsures sous la même calotte, giudicati manovrati da Pio XII e preoccupati solo di costituire una triplice alleanza clericale”. Mons. Montini, sostenitore di un’Europa federale, capì subito che si andava verso un’unione fragile e precaria e, comunque, priva di ogni reale autonomia[84]. Inoltre, è il caso di evidenziare che non tutte le realtà cattoliche seguivano con lo stesso fervore il processo unitario.

I vescovi francesi, in quegli anni, non fecero alcun documento a favore dell’integrazione europea. Anzi, dopo il fallimento “ideale” del 1954, con la mancata ratifica del Trattato della CED, sembra quasi che l’interesse del mondo cattolico francese venga meno. Il silenzio dell’episcopato si spiega da una parte con un certo disimpegno operato dalle gerarchie nazionali vista la “profusione delle allocuzioni e discorsi di Pio XII”, dall’altra, forse, la riservatezza era dovuta a “una questione che divideva profondamente la comunità cattolica del proprio Paese”[85]. Non si può però dimenticare che un personaggio influente anche in Segreteria di Stato, come il cardinal Tisserant, nel 1972[86] tenne a Strasburgo una conferenza, trasmessa per radio, sulla necessità dell’unità europea.

A giustificare queste posizioni, va detto che in Francia era in atto, già da qualche decennio, una particolare riflessione. Un interessante volume di Journet del 1931, La juridiction de l’Eglise sur la Cité, aveva messo in guardia dal confondere il concetto di Occidente, allora molto usato, con quello di Cristianità, sicuramente più ampio. Sempre negli anni trenta era uscito il famoso Humanisme integral. Problème temporels et spirituels d’une nouvelle chrétienté, opera che aveva allontanato definitivamente le illusioni di quanti, come Carl Schmitt, auspicavano “un ritorno al Sacro romano impero nel senso religioso oppure nel senso laico di una sacralizzazione dello Stato”. Maritain parlava di una nuova cristianità non rapportabile alla sacralità del Medioevo, ma “aperta ai valori del mondo moderno (libertà e laicità)”. Idee, queste, riprese dallo stesso De Gasperi che, in una conferenza del 1945, parlava di “un’Europa unita in libertà e democrazia”[87].

C’è da dire che Maritain, durante il suo esilio americano, si era mostrato possibilista riguardo ad una soluzione federale per l’Europa che includesse anche la Germania. Dopo il ’45 si fece più cauto. C’era il proposito di “fare l’Europa senza disfare la Francia”, concetto espresso, almeno tra le righe in un noto documento – Forcer l’impossible. Déclaration de quelques chrétiens français – firmato, oltre Maritain, da Claudel, Fumet, Guitton, Marcel, Michelet, Perroux. Si parlava di “Europe vraiment fédérale”, ma si puntava più sui temi classici della pace, della giustizia e della libertà[88]. Nessun riferimento alla CED, il cui Trattato era, allora, in discussione.

Ancora più decisa era la posizione dell’Esprit. Dopo aver formulato l’ipotesi di una “responsabilità morale della Francia nella rieducazione del popolo tedesco”, la rivista evidenziava un “dovere di vigilanza nei confronti del movimento federalista europeo”, in primo luogo perché non voleva un’unione intesa come “macchina da guerra” al servizio degli americani contro il blocco sovietico, e in secondo luogo perché voleva evitare uno scontro ideologico rifiutando l’anticomunismo, che sembrava essere l’unica piattaforma comune. Dopo la morte di Mounier, la rivista arriverà a sostenere che, riguardo alla CECA e alla CED, si doveva parlare di “falsa Europa”. Stesso disinteresse fu manifestato dai Cattolici sociali[89]. Si capisce perciò perché assai scarse furono le influenze di quegli stessi Gesuiti francesi che pure, alla fine della guerra, erano stati all’avanguardia del movimento di riunificazione europea. Non meno inconsistente fu il Mouvement Republicain Populaire che, pur essendo fortemente impegnato nel disegno europeo, sia per dissidi interni sia per pressioni esterne di un’opinione pubblica sempre più restia, abbandonò la politica di Schuman[90] al suo destino.

Chenaux usa un forte, ma efficace, espressione per farci capire il danno che, per prima, la stessa Francia ottenne da una simile politica: Le glas de l’hégémonie française. Malgrado ciò, i partiti di ispirazione cristiana proseguirono nel loro intento ed avviarono la costruzione della Internazionale democratico-cristiana europea di cui Amintore Fanfani[91] fu uno dei principali ispiratori.



[1] Cfr. A. Riccardi, Papato, Cristianesimo ed Europa nel Novecento, in I trattati di Roma, tomo II, La Chiesa cattolica e le altre Chiese cristiane di fronte al processo di integrazione europea, a cura di Pier Luigi Ballini, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010, pp. 287 e segg.

[2] Cfr. G. Ignesti, I problemi della pace e dell’aspetto politico internazionale nell’analisi di Sturzo, in Luigi Sturzo e la democrazia europea, a cura di Gabriele De Rosa, Editori Laterza, Roma-Bari, 1990, p. 337.

[3] Cfr. G. De Rosa, I problemi dell’organizzazione internazionale nel pensiero di Luigi Sturzo, in Luigi Sturzo e la democrazia europea, cit., pp. 19-20.

[4] F. Malgeri, Alle origini del partito popolare europeo, in “Storia e Politica”, anno XVIII, Fasc. II, Giugno, 1979, pp. 288-289.

[5] Ibidem, pp. 289 e segg.

[6] Cfr. ibidem, p. 294.

[7] Cfr. R. Papini, L’internationale démocrate-chrétienne, Préface de H. Portelli, Éd. du Cerf, Paris, 1988, pp. 31 e segg.

[8] Cfr. R. Papini, Le Internazionali dei Partiti politici nei primi anni del secondo dopoguerra, in Le Nouvelles Équipes Internationales. Un movimento cristiano per una nuova Europa, a cura di Jean-Dominique Durand, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007, pp. 51 e segg.

[9] Cfr. F. Malgeri, Alle origini del partito popolare europeo, cit., p. 298. Il riferimento di Malgari è a L. Sturzo, Miscellanea londinese, vol. II, Zanichelli Editore, Bologna, 1967, p. 151.

[10] L. Sturzo, Sturzo a P. Bozzetti (Londra, 24 luglio 1935), in, Scritti inediti. Volume I1o: 1924-1940, a cura di F. Rizzi, Prefazione di G. De Rosa, Edizioni Cinque Lune – Istituto Luigi Sturzo, Roma, 1975, p. 288.

[11] Cfr. J.-D. Durand, Il movimento democratico cristiano nel 1947, in Le Nouvelles Équipes Internationales. Un movimento cristiano per una nuova Europa, cit., pp. 96 e segg.

[12] Non si dimentichi che il Papa tendeva a essere ridotto in uno stato “di dorata segregazione” alla quale il mondo cattolico internazionale reagì in vario modo, ad esempio con la raccolta del famoso “obolo di S. Pietro”, proprio in un contesto di crescente, e in molti casi “ottuso”, nazionalismo. “Nell’Europa del XIX secolo il papa nominava solo i vescovi degli Stati pontifici, del Belgio e dei paesi protestanti”. Cfr. A. Riccardi, Papato, Cristianesimo ed Europa nel Novecento, cit., p. 292. Anche su questo tema, il XX secolo può essere visto come quello di una faticosa e lenta “riconquista”.

[13] Cfr. ibidem, pp. 293 e segg.

[14] Cfr. al riguardo Ph. Chenaux, Une Europe vaticane? Entre le Plan Marshall etles Traités de Rome, Ciaco, Bruxelles, 1990; Ph. Chenaux, Pio XII diplomatico e pastore, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2004.

[15] W. Staudacher, Konrad Adenauer, “L’uomo della mano tesa”, in I padri dell’Europa. Alle radici dell’Unione Europea, a cura di C. Semeraro, Libreria Editrice Vaticana, Città del vaticano, 2010, p. 55.

[16] Ibidem, p. 56 e segg.

[17] A. Riccardi, Papato, Cristianesimo ed Europa nel Novecento, cit., p. 301.

[18] Cfr. ibidem, p. 297.

[19] Il Messaggio inviato ai partecipanti al Congresso dell’Union Européenne des Fédéralistes si può trovare in C. Ramacciotti, I cattolici e l’unità europea, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1954.

[20] Cfr. G. Formigoni, Tra Difesa e unificazione dell’Europa: l’opinione cattolica italiana e la CED, in La Comunità Europea di Difesa (CED), a cura di Pier Luigi Ballini, Istituto Luigi Sturzo –Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009, p. 38.

[21] Cfr. T. Di Maio, “Fare l’Europa o morire!”. Europa unita e “nuova Germania” nel dibattito dei cristiano-democratici europei (1945-1954), Euroma – La Goliardica, Roma, 2008, pp. 60 e segg.

[22] Cfr. ibidem, pp. 62-63.

[23] Cfr. ibidem, pp. 65 e segg.

[24] G. Ignesti, Prefazione, a T. Di Maio, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer. Tra superamento del passato e processo di integrazione europea (1945-1954), G. Giappichelli Editore, Torino, 2004, p. XII.

[25] Sull’argomento vedi, nel libro appena citato, i capitoli 3, 4 e 5.

[26] Sulla politica interna di Adenauer vedi l’ultimo capitolo – La “nuova Germania” – di T. Di Maio, “Fare l’Europa o morire!”. Europa unita e “nuova Germania” nel dibattito dei cristiano-democratici europei (1945-1954), cit.

[27] Cfr. ibidem, pp. 67 e segg.

[28] Cfr. ibidem, pp. 235 e segg. Sull’economia sociale di mercato vedi pure F. Felice, L’economia sociale di mercato, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008.

[29] Cfr. T. Di Maio, “Fare l’Europa o morire!”. Europa unita e “nuova Germania” nel dibattito dei cristiano-democratici europei (1945-1954), cit., pp. 73-74. Per la figura di Lina Morino, si rimanda soprattutto alle pp. 183 e segg. dello studio appena citato della Tiziana Di Maio.

[30] Cfr. ibidem, pp. 110 e segg.

[31] G. Mammarella, L’Italia dalla caduta del fascismo ad oggi, il Mulino, Bologna, 1978, p. 198.

[32] G. Formigoni, Tra Difesa e unificazione dell’Europa: l’opinione cattolica italiana e la CED, cit., p. 39.

[33] I. Giordani – G. Cenci, Preambolo, in “Parte Guelfa. Rivista di pensiero cristiano”, anno I, numero 1, Giugno 1925, p. 1.

[34] Cfr. A. Lo Presti, La grande guerra e la questione della pace: La lineare coerenza di Iginio Giordani, in “Nuova Umanità”, anno XXX (2008/1), n. 175, pp. 47 e segg.

[35] Cfr. I. Giordani, Gli Stati Uniti d’Europa ed il Papato, in “Parte Guelfa. Rivista di pensiero cristiano”, anno I, numero 2, Luglio 1925, pp. 1-2. Si tratta dell’articolo d’apertura, scritto, ovviamente, della direzione.

[36] Cfr. I. Giordani, Il Papato romano e gli Stati Uniti d’Europa, in “Parte Guelfa. Rivista di pensiero cristiano”, anno I, numero 4, Settembre 1925, pp. 2-3.

[37] I. Giordani, L’unità spirituale  dell’Europa, in “Popolo e libertà”, 9 marzo 1947.

[38] Cfr. I. Giordani, Europa e D. C., in “La Via”, 10 settembre 1949.

[39] Ibidem.

[40] Cfr. I. Giordani, Alcide De Gasperi, Mondatori Editore, Milano, 1955, p. 281.

[41] I. Giordani, O l’Europa s’unisce o l’Europa perisce, in “La Via”, 2 dicembre 1950.

[42] P. Pavan, La democrazia nel mondo internazionale, in “Scritti/3, verso equilibri più umani”, a cura di mnos. F. Biffi, Città Nuova Editrice, Roma, 1991, p. 339.

[43] Cfr. P. Pavan, Convergenze culturali e ruolo storico dell’Occidente europeo in ordine alla comunità mondiale, in “Scritti/3, verso equilibri più umani”, cit., pp. 374 e 379.

[44] G. Ignesti, Introduzione a G. Gonella, Discorsi parlamentari (1946-1973), Camera dei Deputati, Roma, 2005, p. XXIX. Va detto che questa Introduzione costituisce un nuovo modo di intendere la figura di Gonella in diversi ambiti del suo agire politico.

[45] G. Gonella, Discorsi parlamentari (1946-1973), cit., pp. 235-236.

[46] G. Ignesti, Introduzione a G. Gonella, Discorsi parlamentari (1946-1973), cit., p. XXVIII.

[47] Ibidem, p. 259.

[48] Cfr. ibidem, pp. 255 e 259.

[49] Cfr. B. Ardura, Robert Schuman, “Il padre dell’Europa”, in I padri dell’Europa. Alle radici dell’Unione Europea, cit., pp. 27 e segg.

[50] G. Formigoni, Tra Difesa e unificazione dell’Europa: l’opinione cattolica italiana e la CED, cit., pp. 40 e segg. e 51.

[51] P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, il Mulino, Bologna, 1978, pp. 301-302.

[52] Cfr. al riguardo A. Ciampani (a cura di), L’altra via per l’Europa. Forze sociali e organizzazione degli interessi nell’integrazione europea (1947-1957), Franco Angeli Milano, 1995; A. Ciampani, Prospettiva nazionale e scelte per l’Europa: i sindacati italiani nel confronto internazionale sulla Comunità Europea di Difesa, in La Comunità Europea di Difesa (CED), cit.; A. Ciampani, L’Europa dei sindacati. La CISL e la CGIL nel percorso europeo avviato dai Trattati di Roma, in I trattati di Roma, tomo I, La Chiesa cattolica e le altre Chiese cristiane di fronte al processo di integrazione europea, a cura di Pier Luigi Ballini, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010.

[53] G. Formigoni, Tra Difesa e unificazione dell’Europa: l’opinione cattolica italiana e la CED, cit., p. 54.

[54] Cfr. A. Canavero, La Chiesa italiana e il processo di integrazione europea. Da Pio XII a Giovanni Paolo II, in I trattati di Roma, tomo II, cit., pp. 310 e 314. Sulla questione “massonica” lo stesso De Gasperi tornò più volte, vedi, ad esempio, A. De Gasperi, Per la libertà democratica e l’autorità dello Stato, in Discorsi politici, volume I, a cura di Tommaso Bozza, con Prefazione di A. Fanfani, Edizioni Cinque Lune, Roma, 1976, pp. 126 e segg. Si tratta del discorso tenuto al Teatro Brancaccio di Roma il 3 novembre 1946.

[55] Cfr. G. Formigoni, Tra Difesa e unificazione dell’Europa: l’opinione cattolica italiana e la CED, cit., pp. 35 e segg.

[56] Cfr. A. De Gasperi, Ai combattenti e ai lavoratori del nord, e Agli italiani del nord, entrambi in Discorsi politici, volume I, cit., pp. 21 e 25.

[57] A. De Gasperi, La Democrazia Cristiana per la libertà e la giustizia, in Discorsi politici, volume I, cit., p. 217. Si tratta del discorso formulato al Teatro Adriano, a Roma, il 15 maggio 1949.

[58] Cfr. G. Petrilli, La politica estera ed europea di De Gasperi, Edizioni Cinque Lune, Roma, 1975, pp. 55-56.

[59] A. De Gasperi, Pace e sicurezza, in Discorsi politici, volume I, cit., pp. 179-202. Si tratta del discorso, tenuto il 20 aprile 1950 a Taranto, ai dirigenti della DC.

[60] A. De Gasperi, Per una pace nella fraterna collaborazione dei popoli liberi, in Il ritorno alla pace, a cura di E. Scotto Lavina, con Introduzione di F. Malgeri, Edizioni Cinque Lune, Roma, 1977, pp. 165-166. Si tratta del famoso discorso tenuto al Palazzo del Lussemburgo a Parigi, il 10 agosto 1946, alla Conferenza della pace.

[61] Ibidem, pp. 181 e 167.

[62] Cfr. ad esempio, A. De Gasperi, Non serviamo l’America, non osteggiamo la Russia: Difendiamo l’Italia, in Discorsi politici, volume I, cit., pp. 179-202. Si tratta del discorso tenuto ai Convegno dei Gruppi Giovanili della Democrazia Cristiana alla Basilica di Massenzio, a Roma, il 15 febbraio 1948.

[63] Cfr. E. Scotto Lavina, Presentazione a A. De Gasperi, Il ritorno alla pace, cit., pp. 152 e segg.

[64] Cfr. A. Canavero, Alcide De Gasperi. Cristiano, democratico, europeo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003, pp. 107 e segg.

[65] Cfr. ibidem, p. 109.

[66] Sulle considerazioni di questo capoverso vedi T. Di Maio, “Fare l’Europa o morire!”. Europa unita e “nuova Germania” nel dibattito dei cristiano-democratici europei (1945-1954), cit., pp. 15 e segg.

[67] Cfr. ibidem, p. 24.

[68] Cfr. al riguardo, tra i tanti testi, M. Albertini, A. Chiti Batelli, G. Petrilli, Storia del federalismo europeo, ERI, Torino, 1973.

[69] Cfr. G. Petrilli, La politica estera ed europea di De Gasperi, cit., pp. 71 e segg.

[70] Cfr. A. Canavero, Alcide De Gasperi. Cristiano, democratico, europeo, cit., pp. 109-110. Sull’argomento vedi pure G. Malgeri, La Democrazia Cristiana di fronte alla Comunità Europea di Difesa, in La Comunità Europea di Difesa (CED), cit., p. 58.

[71] Cfr. A. Paoluzi, De Gasperi e l’Europa degli anni trenta, Edizioni Cinque Lune, Roma, 1974, pp. 161-206.

[72] Cfr. G. Malgeri, La Democrazia Cristiana di fronte alla Comunità Europea di Difesa, cit., pp. 60-61.

[73] Ibidem, p. 68. Malgeri riporta a questo proposito una lunga citazione di P. L. Ballini, A. Varsori (a cura di), L’Italia e l’Europa, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, tomo I, p. 83.

[74] G. Malgeri, La Democrazia Cristiana di fronte alla Comunità Europea di Difesa, cit., p. 71.

[75] A. De Gasperi, Per l’Unione europea, in Discorsi politici, volume II, a cura di Tommaso Bozza, con Prefazione di A. Fanfani, Edizioni Cinque Lune, Roma, 1976, pp. 197-198. Si tratta del discorso tenuto a Palazzo Barberini, a Roam, il 29 giugno 1953.

[76] Cfr. ibidem, pp.198 e segg.

[77] Cfr. A. Canavero, Alcide De Gasperi. Cristiano, democratico, europeo, cit., pp. 112-113.

[78] Cfr. ibidem, pp. 113-114. “La consegna del premio avvenne ad Aquisgrana. La medaglia, con l’effige di Carlo Magno, De Gasperi la ebbe tra le cose più care e la volle deposta nel suo feretro al momento della morte”. F. Malgeri, Alcide De Gasperi, “Il sogno europeo”, in I padri dell’Europa. Alle radici dell’Unione Europea, cit., p. 49.

[79] G. Malgeri, La DC e i Trattati di Roma, in I trattati di Roma, tomo I, I partiti, le associazioni di categoria e sindacali e i Trattati di Roma, a cura di Pier Luigi Ballini, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010, p. 29.

[80] G. Malgeri, La Democrazia Cristiana di fronte alla Comunità Europea di Difesa, cit., p. 88.

[81] A. De Gasperi, De Gasperi e l’Europa. Scritti e discorsi, a cura di Maria Romana De Gasperi, Morcelliana, Brescia, 1979, pp. 183 e 203.

[82] R. Schuman, Pour l’Europe, Genève, 1990, p. 46.

[83] Cfr. F. Alessandrini, Il federalismo dei cattolici, in I cattolici e il federalismo, Atti del IV Convegno di studi del C. A. E., Edizioni Icas, Roma, 1961, p. 29.

[84] Cfr. A. Canavero, La Chiesa italiana e il processo di integrazione europea. Da Pio XII a Giovanni Paolo II, pp. 317 e 319.

[85] Cfr. Ph. Chenaux, La Chiesa, la Francia e l’’Europa, in I trattati di Roma, tomo II, cit., pp. 329-330, e 338-339.

[86] Cfr. Ph. Chenaux, Une Europe vaticane?, cit., pp. 174-175.

[87] Cfr. Ph. Chenaux, La Chiesa, la Francia e l’’Europa, in I trattati di Roma, tomo II, cit., pp. 336 e segg.

[88] Cfr. ibidem, pp. 344 e segg.

[89] Cfr. ibidem, pp. 348 e segg.

[90] Cfr. Ph. Chenaux, Une Europe vaticane?, cit., pp. 176 e segg.

[91] Cfr. ibidem, pp. 202 e segg.

2 Commenti

  1. Paolo Bonini ha detto:

    L’Unione è costantemente rinvigorita dall’impegno oltre che dei cattolici, anche della Chiesa Cattolica come istituzione.

    San Giovanni Paolo II si attivò molto, nel periodo difficile di scelta tra “consolidamento” e “allargamento”, compulsando il corpo diplomatico vaticano presso l’Unione, a far si che l’UE utilizzasse entrambi i propri “polmoni”: l’Oriente e l’Occidente.

    Un momento di divergenza può cogliersi invece nella forte resistenza istituzionale dell’Unione nel periodo del tentativo costituente: non sono state accettate le proposte di preambolo avanzate dalla Chiesa, e i richiami alle radici cristiane dell’UE.

    Oggi, non solo i cattolici in quanto persone, o associazioni di persone, ma la Chiesa nel complesso, richiama e incoraggia le istituzioni dell’UE. Basti leggere i forti discorsi di papa Francesco a Strasburgo.
    Quando si ha il tempo, ne consigliamo la lettura, anche diluita:

    al Consiglio d’Europa: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/november/documents/papa-francesco_20141125_strasburgo-consiglio-europa.html

    al Parlamento europeo:
    http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/november/documents/papa-francesco_20141125_strasburgo-parlamento-europeo.html

  2. Giuseppe Sbardella ha detto:

    In un momento in cui un cattolico democratico va al vertice della Repubblica italiana, è stimolante leggere il testo del Prof. Pezzimenti che ripercorre la storia del contributo di politici di ispirazione cristiana all’unificazione europea.