Il fallimento dei modelli di integrazione europei

Dopo aver espresso il cordoglio nei confronti delle vittime degli attentati ed i loro familiari, dopo aver manifestato la solidarietà ad un Paese ferito al cuore, è tempo di riflessioni.

A mio avviso la sconfitta più eclatante non è da ricercarsi nell’ambito dell’intelligence, che indubbiamente ha mostrato qualche falla (soprattutto sul piano del coordinamento dei vari servizi di sicurezza in ambito europeo) ma piuttosto la politica.

Mi spiego meglio.

Prendersela solo con l’intelligence è veramente riduttivo, specie se si tiene conto del fatto che la collaborazione tra magistratura e law enforcement appare, all’atto pratico, carente nel settore della lotta alla minaccia del fanatismo religioso a sfondo politico, che opera con modalità terroristiche.

Basti pensare come molti terroristi di Bruxelles e di Parigi fossero schedati e noti per la loro attività sovversiva, ma in concreto nessuna misura seria risulta essere stata attuata dal complesso delle forze di sicurezza e dalla componente giudiziaria dei paesi in esame.

In breve, esiste un gap tra le fasi di raccolta informazioni e la successiva messa in opera di provvedimenti restrittivi o di controllo.

Concretamente, anche se il soggetto è stato individuato dall’intelligence, se le autorità civili non procedono ad alcuna attività di polizia, nel rispetto delle regole dello stato di diritto, il terrorista potrà comunque svolgere la propria missione senza particolari impedimenti.

Tornando alla questione politica, per anni ci è stato propinato il modello di integrazione, quasi miticizzato, seguito dei paesi nord europei; si può osservare come oggi molti dei così detti foreign fighters provengano dal Regno Unito o dalla Francia, e che gli attentati più sanguinosi in Europa negli ultimi anni si siano verificati a Parigi e a Bruxelles.

In tutti e tre i casi si tratta di ex potenze coloniali e, soprattutto, di paesi la cui una popolazione ha una forte componente di fede islamica.

La domanda che sorge spontanea quindi è: perché in questi paesi, peraltro all’avanguardia in molti settori, si viene a manifestare questo conflitto strisciante tra occidente e una interpretazione estremista dell’Islam?

Il motivo va ricercato in una sorta di peccato originario della politica di quei Paesi, in cui lo stato delle cose ci porta a parlare più di ghettizzazione che di integrazione delle minoranze.

Per tanto tempo si è preferito far finta di niente, in nome del rispetto delle loro tradizioni, semplicemente voltandosi dall’altra parte, applicando la massima “fate quello che volete ma fatelo a casa vostra.”

Il risultato è stato la determinazione nel territorio europeo delle enclavi in cui il germe del radicalismo Islamista ha potuto svilupparsi e proliferare, grazie anche a predicatori che agiscono senza il controllo delle autorità.

Ulteriore elemento che ha alimentato la diffidenza tra minoranze di fede musulmane e maggioranza europea è la scarsa considerazione di cui i primi godono nei confronti dei secondi.

Non è un caso che si tratti di Paesi che avevano dei possedimenti coloniali e quindi con tendenze a trattare con sufficienza la minoranza proveniente dai Paesi asiatici o africani.

Basti pensare all’epiteto “piedsnoirs” utilizzato per indicare in termini dispregiativi coloro che provengono dalle ex colonie Nord africane francesi; se questo termine viene usato nei confronti dei propri cittadini nati oltremare, figuriamoci per i nativi.

Alla lunga quest’atteggiamento ha favorito l’instaurazione di un clima di sfiducia tra i vari soggetti, e soprattutto un vero e proprio risentimento nei confronti di tutto ciò che è occidentale da parte dei giovani figli di immigrati che non si riconosco nella società che li ospita.

Da notare che spesso i foreign fighters, o terroristi, all’interno dei confini non sono immigrati di prima generazione, ma di seconda o addirittura terza, che subiscono il fascino di un islam violento proprio perché rifiutano una società che non li accetta o in cui non si sentono integrati.

Secondo fonti giornalistiche, esisterebbero a Londra quartieri in cui de facto vige la sharia, mentre in Belgio in alcuni quartieri si stanno verificando le prime infiltrazione di BokoHaram, organizzazione nigeriana che di recente si è affiliata all’Isis.

Naturalmente non voglio in alcun modo spostare tutta la colpa sull’occidente o giustificare il terrorismo, ma occorre tenere presente che finché ci sarà questo atteggiamento di finta integrazione, che in realtà integrazione non è, l’ideologia estremista violenta avrà sempre un ampio bacino di reclutamento in occidente.

Infine, il gesto simbolico di colpire le roccaforti dell’Isis dopo gli attentati, come ha fatto il presidente Hollande dopo i fatti di Parigi, ha ben poca utilità nel debellare il terrorismo islamico in Europa; anzi, non fa che attivare le quinte colonne nascoste e protette nelle proprie città.

Di certo bombardare obiettivi in Siria o in Iraq serve a logorare progressivamente il cosiddetto Stato Islamico, ma non sortisce effetti sulle cellule terroristiche già presenti in Europa,  che non si sono mai mosse da casa loro se non per addestrarsi o combattere all’estero per periodi limitati.

Allo stesso modo pensare che queste cellule terroristiche siano fortemente incardinate nell’Isis come le cellule delle organizzazioni paramilitari del passato (FLN algerino su tutte) è errato e fuorviante.

Nella quasi totalità dei casi l’adesione all’Isis avviene dopo gli attacchi e comunque, a quanto si apprende, si tratta di cellule che agiscono in maniera del tutto indipendente, con le conseguenti difficoltà per l’intelligence di individuarle e prevenirne gli attacchi.

Infine, proprio per confermare l’importanza della politica, occorre ricordare come situazioni di guerriglia, insurrezione e guerra asimmetrica, come quella contro il terrorismo,  richiedono approcci multi-settoriali, che richiedono uno sforzo da parte della politica, l’unica in grado di mobilitare tutte le sue forze (come quelle culturali, economiche ecc)  al fine di rimuovere gli elementi di fondo che contribuiscono a far proliferare il terrorismo.

In caso contrario quest ultimo avrebbe sempre e comunque accesso ad un bacino pressoché inesauribile di reclute.

Forse questa può (e deve) essere l’occasione per la promozione di un’integrazione seria tra i vari gruppi etnici presenti in Europa, eliminando quelle zone grigie in cui tutto è concesso in nome della tutela delle minoranze.

 

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