Il Piddì

Bisogna ragionare su tre punti: la vocazione del PD in queste elezioni, il programma, il fattore interno.

La vocazione.

Il Partito Democratico rischia di stravolgere il suo percorso politico a 11 anni dalla fondazione. Era nato come partito giovane per i giovani, per riformare il Paese, per archiviare la stagione del berlusconismo/anti-berlusconismo e riaffermare i valori sociali della cultura post comunista, socialista e cattolica. In fondo, le ultime battaglie politiche condotte sembrano più nel segno del liberalismo e delle idee radicali (scissione a sinistra del partito liberale), che non della grande cultura sociale e socialista.

Oggi i suoi elettori sono prevalentemente persone di mezza età, più o meno benestanti, istruite: non la maggioranza. Un recente sondaggio tra gli studenti bocconiani indica il PD come partito di riferimento, seguito da +Europa e da Forza Italia.

Insomma, un capovolgimento della natura originaria anche in ragione di una diversa classe dirigente che in 5 anni ha modificato i geni del partito, spostando di molto la sua vocazione, i suoi ideali, la sua prospettiva.

Le elezioni del 2018 sono le più incerte, a causa del nuovo sistema, complicato e mai sperimentato, e della difficoltà di registrare le intenzioni degli elettori tra uninominale e proporzionale: difficile dire se gli elettori preferiranno scegliere la persona o la lista. Discorso tecnico ma decisivo, soprattutto nei casi in cui il PD sembra aver sbagliato candidati uninominali. Maria Elena Boschi, per bene o per male che sia, candidata a Bolzano è un pessimo segnale, come a dire agli iscritti e agli elettori: “Non vi stiamo ascoltando!”. Anche Pierferdinando Casini candidato a Bologna ha suscitato perplessità, ma secondo me ingiustificate. Ha condotto il suo ex partito (l’UDC) verso l’area centro-sinistra fin dal 2008, restando aperto a votare provvedimenti coerenti con l’idea democristiana del mondo anche se proposti dai banchi della destra; fino a trarre le conseguenze estreme di questo iter e schierarsi nella coalizione di centro-sinistra.

Il programma e le proposte.

Il PD è il partito di governo, quindi è inevitabile che sconti il peso di una politica “responsabile” dal punto di vista economico e della sicurezza, soprattutto rispetto alle sirene dell’opposizione, fisiologicamente avvantaggiata nel catturare l’attenzione dell’elettorato stanco di promesse e ferito da una crisi infinita.

Il programma del PD, comunque, resta coerente con la linea tracciata dai governi Letta-Renzi-Gentiloni. Soprattutto sui diritti. Nonostante il forte dibattito politico e la mobilitazione popolare sul tema della adozione da parte delle coppie di persone dello stesso sesso, il PD nel programma mette “la riforma delle adozioni” perché “la legge sulle adozioni ferma al 1983, non tiene conto delle evoluzioni sociali e del diritto di famiglia” (p. 39, la penultima); diritto di famiglia modificato dalla Cirinnà. Ergo, avanti tutta in una direzione che già è costata al PD una bella fetta di elettorato.

Altro punto interessante è il salario minimo universale (p. 5), da usare in assenza di un contratto collettivo nazionale. Qualcuno sostiene che sia copiato dal “reddito di cittadinanza” del partito 5 stelle, ma la logica è diversa. Il salario riguarda chi lavora, il reddito che piove con la cittadinanza è un incentivo al consumo senza lavoro. Interessante anche la proposta di riforma del fisco e semplificazione (p. 9), la banda larga per tutti (p. 12), l’idea di puntare sulla rigenerazione del territorio e delle città e sulle smart cities (pp. 16-19)

Il punto che davvero distingue il PD dagli altri è l’aver compreso la grande sfida che rappresenta stare nell’Unione europea nel mondo di oggi (pp. 23-27). In gioco c’è una importante riforma dell’Unione che è bene che l’Italia governi e non subisca. Questo, forse, il fattore caratterizzante e più incisivo. Ma anche qui, il PD rischia di essere logorato dal partito della Bonino “+Europa”, alleato sì, ma fino al 4 marzo; poi si vedrà.

Il governo Gentiloni, tuttavia, ha riportato il partito in un’area di realismo rispetto ai precedenti. Minniti è il primo del PD ad aver ammesso che ci fosse un problema di sbarchi e ad aver fuggito la retorica del “dobbiamo solo salvare vite” senza preoccuparsi di governarne gli effetti, in linea con il segretario. Padoan si è dimostrato molto efficace tra Roma e Bruxelles ed i conti sono piuttosto in ordine (merito anche di tutta la squadra economica anche in Senato ed alla Camera). Franceschini, controverso per i direttori stranieri, è riuscito ad intervenire efficacemente con proposte innovative e senza uno stile divisivo. Alfano è finalmente riuscito ad uscire dal killeraggio mediatico che ambienti della pseudo sinistra gli hanno riversato contro.

Il fattore interno.

Questo è però il vero punto. Come ogni campagna elettorale del PD, il vero fronte è interno. L’ultimo partito della seconda fase repubblicana, il primo della terza, è sempre soggetto a travaglio interno.

Alcuni commentatori paventano un risultato intorno al 20%. Sarebbe una vera débâcle che a quel punto imporrebbe un passo indietro del segretario. Ma il segretario è Matteo Renzi, persona umanamente poco incline al confronto, più avvezza allo scontro, si dice. Si dice anche che Franceschini, Orlando e gli altri notabili non abbiano gradito l’esclusione dalle liste di molti loro uomini (e donne), e che in caso di sconfitta esigerebbero un cambio alla segreteria.

Renzi, invece, potrebbe spingere ancora ulteriori dissidenti fuori dal partito, preferendo un “partito piccolo ma unito, che uno grande e disunito”, linea ribadita anche a cinque giorni dal voto: “se sotto il 20% non farò passo indietro”[1].

I maligni ipotizzano che Renzi stia aspettando la morte di Berlusconi per poter attrarre l’area forzista, un po’ come Berlusconi attrasse socialisti e democristiani nel ’94, per poi trasformare ciò che resta del PD nel movimento pseudo macroniano liberal-centrista. Il problema, però, sarebbe nel tempismo. Questa operazione andava fatta nel momento in cui il segretario era effettivamente “nuovo” ed ancora un vincente.

Ma come dimostrano le elezioni del 2013, i sondaggi sbagliano, ed è meglio essere prudenti e realisti, senza cedere a scenari affascinanti e nello stesso tempo fantascientifici. Anche perché Silvio ha intenzione di vivere fino a 120 anni.

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[1] http://www.corriere.it/elezioni-2018/notizie/elezioni-2018-renzi-se-pd-perde-nessun-passo-indietro-dae0807a-1b0d-11e8-b6d4-cfc0a9fb6da8.shtml

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