La famiglia, fastidio o risorsa?

L’estate è tempo di riflessioni. Mi pare utile condividere con voi alcune di queste che hanno avuto origine da un episodio doloroso (con forte rischio di perdere il posto di lavoro) che sta interessando molte famiglie di miei ex-colleghi dell’azienda per la quale ho lavorato per 31 anni.
Il tema è quello del rapporto tra sistema economico e famiglia.

Tralasciando per un momento distinzioni ideologiche che esulano dal tema di questo scritto, forse si può pervenire alla seguente definizione, abbastanza condivisibile (l’unanimità è impossibile), di famiglia:

Aggregazione, con caratteristiche di stabilità e prevedibile durata nel tempo, di persone conviventi legate da vincoli di sangue e/o di reciproco affetto, che ha fra i suoi fini anche l’obiettivo dell’incremento qualitativo e quantitativo della società civile umana”

Sulla base di tale definizione possiamo individuare i seguenti elementi costitutivi della famiglia:

  1. stabilità e durata;
  2. convivenza (almeno nella prevalenza del tempo);
  3. vincoli di sangue e/o di reciproco affetto;
  4. obiettivo di bene comune superiore ai singoli beni individuali.

Il modello di sviluppo economico che, in una logica gobale, i “mercati” (dietro i quali si celano peraltro nomi e cognomi di speculatori finanziari americani e cinesi, non importa se privati o pubblici) stanno cercando di imporre si può individuare nel “turbo-capitalismo” così ben descritto da Edward N. Lutwak nel suo libro “La dittatura del capitalismo” edito da Mondadori nel 1999[1]. E’ da notare che Lutwak è uno studioso notoriamente lontano da simpatie verso la sinistra e verso il progressismo.

Anche senza scomodare Lutwak, la semplice lettura di quotidiani e anche l’osservazione attenta di quello che ci circonda mette in evidenza la necessità di alcuni fattori (sia culturali che sociali) indispensabili per il continuo sviluppo del turbo-capitalismo:

  1. una società nella quale le persone non abbiano e non creino difficoltà nel muoversi, anche in continuazione, laddove ci siamo maggiori ritorni di profitto per gli azionisti delle loro aziende (la “società liquida” di cui parla Zygmunt Bauman nei suoi scritti[2]);
  2. una  mentalità diffusa portata a far prevalere l’interesse individuale rispetto al bene comune;
  3. una rete di rapporti sentimentali, magari anche di alta intensità, ma non durevoli, nel quale il fattore preponderante del rapporto sia l’appetito sessuale senza che nel rapporto stesso si possano formare e consolidare aspetti di carattere emotivo sentimentale.

Non ci possono essere dubbi (anche se ho un po’ estremizzato) che questo modello di sviluppo è in netta contrapposizione con la permanenza di una società basata sulla famiglia e sul tipo di cultura che la stessa sia sottende sia sviluppa.

In primo luogo la famiglia sottolinea le esigenze della stabilità, della durata e della convivenza, non compatibili con le esigenze di mobilità predicate dal modello di sviluppo capitalistico nella sua versione americana.

In secondo luogo in famiglia, in funzione e come conseguenza dei vincoli di sangue o affettivi, si educano le persone a vivere pensando al bene degli altri familiari come al proprio, ponendo le basi per una futura attenzione al bene comune anche nel più vasto campo della società. Il turbo-capitalismo ha invece bisogno di persone mosse dall’assillo di massimizzare il proprio interesse personale, magari accontentandosi dell’assicurazione che la “mano invisibile” del mercato concilierà il proprio interesse con quello collettivo.

In terzo luogo l’ “homo oeconomicus”, egoista e fondamentalmente single della cultura turbo- capitalistica, ha troppa fretta ed è troppo concentrato sul business per potersi concedere seri rapporti sentimentali di natura profonda interpersonale e magari anche rivolti alla procreazione. Si fa sesso prevalentemente per dare sfogo al desiderio di piacere, preferibilmente con donne diverse in omaggio alla (falsa) considerazione che la diversità accresce il piacere e stimola la creatività. Se poi questi rapporti sfociano in una gravidanza si può sempre ricorrere all’aborto (se la donna è consenziente…) o, nel peggiore dei casi alla sostituzione del sostegno familiare con quello bi-genitoriale (conformemente all’idea che si può essere genitori dei propri figli senza peraltro essere partner dell’altra persona con il quale si sono messi al mondo).

Lo stile di questo scritto è volutamente semplicistico e anche polemico perché, al di là delle considerazioni contrarie che si possono fare su singoli punti, il suo obiettivo è quello di dimostrare che gli attacchi dei quale l’istituzione “famiglia” è stata fatta segno negli ultimi due decenni non sono assolutamente casuali, ma ben funzionali ad un certo modello di sviluppo economico che fa riferimento allo schema turbo-capitalistico di provenienza americana e che ora sta attecchendo anche nel continente asiatico.
Per questo schema la famiglia è, e non potrebbe essere altrimenti, un fastidio…

Noi europei abbiamo ben altre radici culturali (il pensiero greco e latino, la potente elaborazione cristiana, il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese e quella russa) che modernamente convergono nell’assegnare il primato nella società civile alla dignità della persona umana (persona che si forma nella famiglia e che a sua volta contribuisce a formare il tessuto familiare).

Abbiamo anche elaborazioni teoriche come l’Economia sociale e civile di mercato che nulla hanno da invidiare allo schema turbo-capitalistico.

La difesa e lo sviluppo della istituzione famiglia sono fra i fattori fondamentali per lo sviluppo di una società alternativa a quella turbo-capitalistica, una società da costruire anche utilizzando uno stile di vita diverso che indirizzi i propri consumi e investimenti secondo criteri di sobrietà, solidarietà, sostenibilità ambientali.

Ma questo è un altro tema….



[1] Edward N. Lutwak – “La dittatura del capitalismo” – Mondadori 1999.

[2] Fra gli altri “Vita liquida” di Z. Bauman – Laterza 2006

8 Commenti

  1. giuseppe cerasaro ha detto:

    Comincio io, Giuseppe.

    Non conoscendo bene le vicende della Tua ex Azienda, non saprei dire se si tratti di turbo-capitalismo o di semplice riconversione. In genere gli Americani pagano bene, e alla fine non lasciano nessuno a piedi. E anche se non hanno il Lavoro all’Art.1, tuttavia hanno nella loro Carta i Diritti Fondamentali dell’Individuo, che sembrano funzionare assai meglio delle nostre vuote e magniloquenti affermazioni. Non hanno mai preteso di sovvertire le Legislazioni dei Paesi in cui vanno ad operare, contrariamente a certe nostre micragnose ed ultrariverite Aziende.
    Venendo al punto, e raccogliendo il Tuo implicito invito a non emettere sentenze di carattere moralistico, direi che la Famiglia è la norma. Non da ora, ma da alcune migliaia d anni.
    Altre forme di aggregazione sono una rispettabilissima eccezione, ma pur sempre un’eccezione.
    Un Sociologo, senza cadere nel confessionalismo, terrebbe ben presente questo dato iniziale. Ed una eccezione (in termini puramente numerici) rappresenta questo turbocapitalismo, Che però ha poco a che fare col Mondo della Produzione, ma rappresenta pittosto delle élites finanziarie e politiche. Le prime hanno bisogno delle seconde e viceversa.
    Anche se gli scandali finanziari sono nati negli Usa, starei molto attento ad affermare che noi Europei ne siamo esenti. Le vicende di questi ultimi anni sembrano dimostrare proprio il contrario. C’è un rigurgito di autonomia, di rivendicazione della Sovranità Nazionale, che sta ad evidenziare proprio questa situazione. Ma ridare Sovranità alle Nazioni e non ai Popoli sarebbe un errore ancora più grave. Perché anche le Nazioni sono in mano a quelle stesse oligarchie sodali con quelle finanziarie ed internazionali. Sono dell’idea che restituire centralità alla Famiglia significhi restituirne all’individuo, riaffermando i confini inviolabili della sfera privata. E’ un passaggio fondamentale, che non può essere eluso.

  2. Luciano Giustini ha detto:

    Caro Giuseppe, condivido pienamente queste tue riflessioni.
    A volte dico provocatoriamente che io non credo più nella “famiglia”. Osservo, infatti, come la famiglia sia cambiata, oggigiorno. Leggevo giorni fa che un figlio costa dai 10.000 ai 15.000 euro l’anno. La Renault ha prodotto due spot che mostrano come il matrimonio (divorzio incluso) possa arrivare a costare addirittura milioni di euro, che un figlio che arriva in una famiglia e porta gioia, in realtà arriverà a richiedere circa 750.000 euro fino ai suoi 25 anni. Che “famiglia” è questa? E’ una rincorsa al consumo e al capitalismo, allo spreco ed all’esibizione, che toglie la gioia della vera famiglia e la fa diventare uno “status symbol”, per chi può?

  3. Giuseppe Sbardella ha detto:

    Risponderò a tutti alla fine della serie dei commenti.
    Volevo solo precisare i termini dell’evento spiacevole che ha colpito i miei ex colleghi IBM. Quest’ultima ha comunicato, in data 20 luglio, che con decorrenza 17 settembre avrebbe accentrato su Milano le attività di supporto presenti in tutta Italia.
    Sono interessate 280 persone, in maggioranza donne e part time, con età media 40 anni, di cui 150 a Roma e le altre a Palermo, Napoli, Firenze, Padova, Torino e…) alle quali è stata offerta l’alternativa o trasferirsi i licenziarsi (magari con un magro incentivo all’ “esodo”).

  4. Emilio M. Preda ha detto:

    Mi sembra che in prefazione si sia sottovalutato l’impatto trasformatore di tipo antropomorfo subito dagli europei (ma in particolare dagli italiani) concentrando il focus su quello che si definisce il turbo-capitalismo.
    Questo sistema di neo capitalismo è infatti “mosso da un tipo di finanza globale speculativa di straordinaria efficacia” che gli ultimi 20 anni ha reciso le radici culturali stratificate nel corso del tempo. Che sia avvenuto un cambiamento antropologico lo dimostrano i fatti: ci si sposa sempre meno e sempre meno in chiesa, i divorzi e le separazioni sono in vertiginoso aumento.
    E’ importante che la politica prenda a cuore questo fenomeno con la stessa forza dimostrata per affrontare il fallimento economico del Paese.

  5. gianfranco casile ha detto:

    Pur condividendo lo ‘spirito di fondo’ dello scritto, ho una visuale diversa su alcuni aspetti.

    In primo luogo, mi stupisco dello stupore di quanti parlano di ‘crisi della famiglia’, perché mi sembra partano da una (per nulla acclarata) ovvietà ontologica di una certa struttura della famiglia ‘una volta per sempre’; laddove – a mio avviso – lo stesso passaggio dalla famiglia patriarcale al ‘modello familiare nucleare’ riveste probabilmente un peso economico-sociale ben maggiore (in un’accezione negativa) dell’attuale ‘disordine’ stigmatizzato nell’articolo (ormai da decenni le coppie affrontano la vita e le crisi coniugali ‘da sole’, senza avere come riferimento primario e diretto l’esempio tangibile, immediato e quotidiano, di chi può far capire loro, ad esempio, che il ‘sì’ detto all’altare deve essere rinnovato ogni giorno).
    Né, ulteriormente, ritengo che nella sostanza il pensiero greco e latino, il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese e quella russa abbiano affermato il primato della dignità della persona umana in quanto tale, costituendo piuttosto l’elogio di determinate personalità (ad esempio: i filosofi, il guerriero, il cittadino-proprietario, il proletario) o di determinate caratteristiche ben specifiche e parziali ( l’estro artistico, le capacità cognitive, l’ingegno tecnico); ed in generale diffido dei confronti troppo ‘ravvicinati’ con società e modelli culturali che ammettevano – tra i tanti – la normalità della schiavitù e la plausibilità di diversi ordini giuridici suddivisi per ceto.

    Sono convinto che il ‘vero germe’ della migliore ‘idea di famiglia’ (come valore, prima ancora che come cellula sociale) si è sviluppato nell’ambito di quella che l’articolo definisce “potente elaborazione cristiana” e che la denunciata “crisi” che attualmente colpisce l’organizzazione familiare (come complesso di una unione perenne di un uomo e di una donna e dei legami che nascono tra le rispettive stirpi d’origine) è in concreto il convergere di tre fenomeni socio-economico-culturali:

    – una ‘normale’ caduta di alcuni vincoli di soggezione alle figure più deleterie e dispotiche di ‘capofamiglia’ e la possibilità di non dover sottostare a ‘prassi socio-sessuali’ non intimamente sentite e condivise (fenomeni, entrambi, non necessariamente esecrabili) ;

    – la tendenza (‘turbo-capitalistica’) a ‘monetizzare’ con allarmante semplicità anche affetti e valori (es.: “se pago l’assegno di mantenimento, riparo al danno di aver rotto una promessa”);

    – ma, a mio modo di vedere, la vera causa è innanzitutto l’incapacità dei depositari del compito di divulgazione (cristiana) della famiglia come ‘valore’ (ed in qualche modo, quindi, anche di ciascuno di noi) , di saper affermare e perpetuare il senso ‘sacrale’ ed intangibile (anche in un’ottica meramente civile), la grandezza, della definitività della scelta di due esseri umani di donarsi vicendevolmente il resto della propria esistenza.

    Il “vuoto” che l’incedere (ovvio e ineludibile) del tempo e dei contesti ha determinato nelle forme di attuazione della vita in comune, è stato brutalmente e pressoché integralmente occupato da effimeri modelli di tipo egoistico ed autoreferenziale, i quali si sono potuti però giovare anche della retrocessione a ‘forme ipocrite e stantìe’ delle usuali concretizzazioni sociali dei valori familiari elaborati nel seno del migliore Cristianesimo.
    Non solo i buoi stanno scappando attratti da chi (molto probabilmente, se forse ha un progetto razionale in testa) non vuole farne altro che hamburger, ma sono stati gli stessi custodi (e noi medesimi) con ignavia ed indolenza a spalancare le porte della stalla…

    Proprio in questi giorni, in occasione del matrimonio di un congiunto, mi sono reso di nuovo conto di quanto ormai lo stesso sacramento del matrimonio sia stato svilito dagli stessi celebranti a inevitabile intermezzo tra l’aperitivo di benvenuto ed il pranzo di festeggiamento.

    A furia di concentrarsi su chi può legittimamente formare una ‘famiglia’, i contemporanei sostenitori dell’elaborazione cristiana (nella sua valenza più squisitamente dogmatica) hanno finito per perdere di vista innanzitutto su quali basi e per quali fini si può – ancor prima – parlare di ‘famiglia’.
    E’ necessario recuperare la grandezza del significato, dell’universo di sentimenti e motivazioni, che portano a scegliere di condividere il resto della propria esistenza con un altro essere umano accanto. Per sempre.

    Solo così, forse, si sarà riaffermato, prima di tutto, un valore (non un rito) che sappia resistere sia al tempo che alle rapsodiche esigenze della “turbo-economia” o alle convenienze del momento.

  6. giuseppe cerasaro ha detto:

    Prima della risposta collettiva di Giuseppe,una piccola rettifica.
    Ho usato il termine “individuo”, di per sé neutro, ma che spesso viene usato nell’accezione negativa. Per sgombrare il campo dagli equivoci correggo: Persona. Anche se poi l’aggettivo “individuale”non mi pare facilmente sostituibile.

  7. Stefano Zunino ha detto:

    Mi sorge sempre il dubbio, quando apprendo di queste operazioni aziendali, che sono sempre propagandate come “efficientamenti”, “ottimizzazione dei processi e delle risorse”, se lo scopo effettivo sia davvero ridurre i presunti sprechi dell’organizzazione aziendale o se non siano piuttosto dei modi per incentivare l’esodo di personale senza ricorrere a licenziamenti.
    Dopotutto, come mostra il film di Michael Moore “Capitalism: A love story”, negli ultimi decenni molte ristrutturazioni sono state fatte non perché l’azienda fosse in crisi, ma perché il management riteneva che riducendo il personale si sarebbero incrementati i profitti (e le stock options per i dirigenti).
    Finora in Italia avevamo la garanzia dell’art. 18, ma adesso la riforma Fornero permette il licenziamento individuale per motivi economici. Comunque i tecnici al Governo ci assicurano che in questo modo si incentiva lo sviluppo…

  8. Giuseppe Sbardella ha detto:

    Ringrazio tutti dei commenti che, in effetti, costituiscono una efficace integrazione di quanto scritto nell’articolo.
    Mi preme evidenziare che, anche se mi sento profondamente cristiano (e, meglio, cerco di esserlo) cerco, nelle mie considerazioni, di utilizzare argomenti e motivazioni che possano essere condivisibili anche da persone di altre religioni o anche non credenti.
    Per quanto riguarda l’ideazione e la costruzione di una nuova economia che abbia al centro la persona umana, ho appena finito di leggere il libro del Prof. Luigino Bruni “Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni”, libro la cui lettura suggerisco a tutti gli amici di Persona è futuro.
    Ho chiesto autorizzazione a Luigino di poter pubblicare a breve un suo articolo che mi pare molto stimolante.