Lega (Nord, Sud, Ovest, Est)

Pubblichiamo il primo di una serie di articoli che vogliono offrire uno spunto critico sui partiti che si contendono la vittoria alle elezioni politiche 2018, anche per arrivare più consapevoli al voto del 4 marzo. Cominciamo con una riflessione sulla Lega. Buona lettura (n.d.C.) 

     La Lega non è la Lega. Cioè, la Lega Nord non è la Lega. O anzi, meglio: la Lega non è la Lega Nord. Ok, facciamo ordine. Sulle schede elettorali che noi ultimi samurai della democrazia rappresentativa riceveremo ai seggi il prossimo 4 marzo troveremo stampato un simbolo familiare e allo stesso tempo estraneo. La dicitura “Lega” c’è. Alberto da Giussano con lo spadone c’è. Un minuscolo Leoncino di San Marco c’è. Eppure, manca tutto il resto. E non è poco, anche perché l’essenziale è invisibile agli occhi, come dicono i colti.

     Il “Nord” è sparito; la “Padania” pure (come se fosse mai esistita, n.d.A.). Al loro posto un bel Salvini (giallo) Premier. Quindi personalizzazione e confusione, poiché bisogna ricordare con la necessaria pedanteria che in Italia non esiste il Premier (che ha poteri e funzioni autonome, come nella perfida Albione), ma il Presidente del Consiglio dei Ministri, una figura di primus inter pares che gestisce, promuove e coordina l’attività dei ministri di un governo che abbia ricevuto la fiducia del parlamento democraticamente eletto. Sono cose diverse, ma va beh.

     A parte le ciance, la mancanza di certi riferimenti marca invece un reale passaggio storico per il più antico partito esistente nell’odierno scenario politico italiano. Sono quasi trent’anni che troviamo la Lega Nord-Padania nelle liste elettorali e chi ha inteso votarla ha sempre saputo cosa stesse andando a votare, come d’altronde i suoi avversari hanno sempre saputo contro cosa scagliarsi. Dopo quasi trent’anni, appunto, la ruota gira, i nomi cambiano e, anche se non sembra, la sostanza pure. Eccome se cambia la sostanza.

     L’identikit della Lega-tipo lo ricordiamo tutti, quasi fosse il profilo di un vecchio parente un po’ bifolco, quasi come uno stereotipo: movimento a vocazione secessionista, quantomeno federalista, sicuramente celodurista e dotato di elmo bicorne. Nasce e prospera nel naufragio dei grandi partiti a cavallo degli anni ‘80/’90: erode lo sfiatato elettorato industriale del PCI&derivati nel nordovest, accoglie il tessuto imprenditoriale e artigiano del nordest bianco orfano della DC. Mission: lanciare il guanto di sfida a Romaladrona (tutto attaccato), matrigna ingorda che tiene per sé e che elargisce a quegli altri parassiti dei Terùn, i quali in realtà rappresentano il primo mercato di sbocco per la produzione del nord e i cui emigrati storici ingrossano le stesse fila dell’elettorato leghista. Forte al nord, ignorata, dileggiata se non proprio schifata nel resto d’Italia, diventa (quasi) fedele scudiera del ben più consistente Silvio B., coltivando nel tempo un apparato di amministratori locali generalmente apprezzato che tocca l’apice del successo nel 2013, quando la Lega arriva a governare in Piemonte, Lombardia e Veneto. Di lì a poco, il Trota e la caduta. E proprio in quel momento comincia un’altra storia.

     Se provassimo infatti a definire l’identikit della Lega che si presenta alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo alcuni caratteri resterebbero sicuramente costanti, ma altri rappresenterebbero un’assoluta novità: essa non si rivolge più solo al nord ma a tutta Italia, l’obiettivo non è più dividere ma unire sulla base di una riacquisita sovranità, il nemico non sono più i Tèrun ma l’immigrazione selvaggia da Lampedusa a Bolzano, la matrigna non è Roma ma la ben più temibile Unione Teutonica Europea, le proposte economiche non vertono più solo su rivendicazioni fiscali e sui classici dell’iperliberismo ma contemplano discorsi di chiaro stampo neokeynesiano. Infine, l’elemento più importante: la Lega piace e prende voti sotto il Po. Al centro viaggia ormai in doppia cifra, al sud inizia a trovare ascolto e proseliti. C’est magique.

     Artefice del cambiamento è il segretario Matteo Salvini, in sella dal 2013. Fino ad ora i numeri gli hanno dato ragione, ha preso per mano un partito del 4% che ora viene costantemente attestato intorno al 15. Anche la sua leadership è forte dell’82,7% raggiunto alle ultime primarie interne. Salvini – uno che riesce contemporaneamente a stare in Via Bellerio, a fare un comizio a Portogruaro e a presenziare in tre trasmissioni diverse, ma raramente in Parlamento europeo – non è comunque un solista. Uno dei suoi collaboratori più rappresentativi è l’attuale responsabile economico del partito, Claudio Borghi Aquilini, che più di altri ha contribuito a plasmare la nuova identità nazionale della Lega a partire dalla battaglia campale in opposizione al tandem Euro-UE.

     A differenza di ciò che un certo facile sarcasmo social diffonde, Salvini – che pur mastica politica da quando aveva 20 anni –  non è scemo. Difetti a iosa, ma scemo non sembra. Salvini rintuzza le critiche interne al partito, tesse rapporti diplomatici con movimenti affini in ed extra Europa, discute strategie politiche con alleati e non. E il suo partito accresce i consensi. La Lega ha semplicemente acquisito un profilo marcato e riconoscibile nel contrasto alle posizioni incerte o inesistenti (vedi alla voce M5S) degli altri attori politici su temi sentiti quali il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale, la questione migratoria, la pressione fiscale, la sicurezza. Salvini guida un partito che non si limita a tastare l’umore del paese ma che si espone con un programma definito, al di là dei giudizi di merito. La Lega-senza-nord sembra aver dietro una proposta strutturata, ha di sicuro una sua classe dirigente ed anche una sua narrazione politica. Piccona nella pars destruens ma ne offre comunque una construens, ha delle posizioni rigide ma tende ad inglobare persone e competenze, è di lotta – dialettica – ma di già provato governo.

     La Lega che si presenta all’elettorato il 4 marzo non è dunque la Lega Nord, e non solo nella denominazione. È una cosa diversa. Il percorso delineato ha un respiro nazionale, segue un’impostazione conservatrice che ammicca anche al sociale e che trova nell’ideologia global-europeista il principale bersaglio.

     La domanda reale che si pone è la seguente: questa nuova “Lega della Nazione” durerà? La mutazione sarà definitiva o, grattando la scorza, rispunterà la vecchia Lega padanocentrica? Nessun esito è garantito. L’articolo 1 dello statuto del partito invoca ancora a chiare lettere la libertà e l’indipendenza della Padania; i risultati dei due referendum consultivi sull’autonomia (termine eccessivo) svoltisi nel settembre 2017 in Lombardia e Veneto hanno risuscitato istinti secessionisti originari nell’elettorato di riferimento; la minoranza interna al partito continua a rumoreggiare issando la bandiera dell’antica purezza degli ideali indipendentisti.

Il 5 marzo ne sapremo di più? Sì. Del 2019. Forse.

 

1 Commento

  1. Giuseppe Sbardella ha detto:

    Bravo Vincenzo, un articolo equilibrato e sereno, che pone domande in modo costruttivo.
    Un caro saluti-